quàte bàle pè fà sö ü tübo

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il lavoro manuale, quella cosa che è iniziata con gli ominidi e che imperterrita va avanti di pari passo con l’evoluzione dell’umanità.

io subisco una fascinazione drastica verso chi sa usare le manine,

cioè per chi riesce a collegare perfettamente il cervello agli arti,

per chi cristallizza nei decenni un sapere perfetto, fatto di miliardi di tentativi e correzioni,

fino a diventare un artista marziano, un uomo, con il suo pizzetto arzigogolato, che compie un milione di movimenti apparentemente uguali, apparentemente insignificanti, ma tutti infinitesimamente diversi, secondo un processo che rappresenta la summa dell’intelligenza umana.

fare la cosa che appare come la più banale e umile del mondo, seguendo un processo che è la cosa più complessa del mondo.

c’è una dignità e una superiorità in queste persone che le pone sopra, fuori, da ogni epoca, che le rende inossidabili al tempo, inattaccabili dal progresso, e, ovviamente, indispensabili all’umanità.

per quanto mi riguarda questa persona vale tanto quanto un papa, anzi di più:

perchè non ha la pretesa di giudicare o decidere del destino altrui, perchè non entra nella vita di nessuno senza che alcuno lo chieda,

e al contempo se lui si ferma, il mondo si ferma,

perchè sa fare qualcosa che nessun altro al mondo sa fare.

vorrei uomini come questo a decidere le sorti del mondo,

ma uomini come questo se ne guardano bene dal miraggio del potere.

loro il potere già ce l’hanno.

se dio esiste ha davvero uno humor da prete,

perchè ha creato l’albero, la mela, una miriade di affamati, e pochissimi capaci di aiutare un albero a crescere.

fine

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