47 tentativi fallimentari d’impresa culturale – 4

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4 copy writing junior le parole come merce

Vedo il film “Cocktail” con Tom Cruise, mi identifico, lascio i disabili e faccio il barman.

Sfruttando nuove doti che non sapevo di avere  (come in seguito mi disse un vecchio art director: “avere la lingua lunga aiuta a leccare il culo”) mi agito nella Milano da bere finché una minorenne maggiorata mi invita a casa sua dove mi presenta i suoi, una coppia di architetti-imprenditori.

Nella loro villa con parco potevi incontrare gente con la barba che ti sembrava mandata dai servizi sociali, invece erano grandi architetti internazionali o designer in procinto di diventare grandi star, come Philippe Starck.

Vengo invitato, a suon di bigliettoni da centomila, a scrivere testi poetici relativi agli schizzi dei barboni. Questi schizzi raffigurano sedie e tavoli.

Inizia la mia carriera di copy writer nel settore design. Nel giro di un paio d’anni il barbone con la pancia, Philippe Starck, è miliardario. Il copy no. Ma ormai il seme è gettato.

Crisi.

Il mio ruolo è copy junior, passo due giorni alla settimana in questa agenzia-studio, ultimo piano palazzo liberty Milano centro, una decina di stra-fighe (receptionist, pr, grafiche) il boss fighissimo e il suo braccio destro gay, l’art director, che di fatto è il mio capo.

Un bel giorno a una tavolata snob di vip vari (con stilisti gay) si parla di diete, il mio capo mi provoca dicendo che anche io dovrei tirar giù un paio di chili di pancetta, io da perfetto idiota nel gelo generale rispondo “lascio questi problemi al sesso debole”. Licenziato.

Crisi.

 

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