gamec campane a martello

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GamecDoppiaIgnoranza

da 40 anni giro per musei in tutta europa, ma anche nei piccoli musei di paese, e mai, mai in 40 anni mi ero sentito insultare come sono stato insultato alla gamec di bergamo pochi giorni fa,

appena entrato nella prima sala, come sempre faccio, mi tolgo gli occhiali, e mi avvicino a passo lento all’opera, con la mia miopia che mi permette di vederla come apparire,  e come sempre dopo questa prima impressione mi chino di lato a leggere la didascalia che l’accompagna, per sapere autore e titolo, e poi guardarla con occhi coscienti.

Stupore: invece del titolo dell’opera e del nome dell’autore, stampato bello grosso, sotto vetrofania, c’è un geroglifico umanamente illeggibile, da far leggere al proprio smartphone.

Mi guardo intorno: tutte le opere sono corredate da questo monstrum absurdum incredibile dictu. Il mio mondo va in frantumi e allo stupore subentra un senso di stupro.

Tu vai al museo per incontrare un’opera d’arte, e trovi un codice a barre!

Io frequento musei perchè sono un tipo da museo, non ho lo smartphone, ma anche l’avessi mi sentirei un idiota a doverlo usare per un insensato e deleterio capriccio altrui.

Che cosa mi stai dicendo quando da un’opera d’arte originale, che io sono venuto fisicamente a fruire con 5 sensi e 1 anima, cancelli il titolo e l’autore per impormi 1 codice a barre da fotografare con 1 smart per poi caricare 1 app e connettermi a 1 sito dove scaricare 1 file con la didascalia on line? Mi stai dicendo: asino chi legge.

Tu, gamec, mi stai dando dell’idiota, io ho pagato il biglietto e mi stai dicendo di stare a casa e guardare il museo on line,

mi stai dicendo che l’artista e l’opera e il museo stesso non hanno alcun senso né valore,  servono solo come codici per entrare nel magico mondo delle app, dei social network e dei siti porno, è chiaro.

Ma io non sono venuto qui per vedere opere d’arte usando aggeggi come un turista-fotografo.

Una rabbia battente ha cominciato a montarmi dentro verso il o i responsabili di tanto crimine.

Immaginavo questi geni dell’anti-comunicazone, lautamente pagati da noi cittadini, fare riunioni intelligenti per decidere questa arroganza tecno-anale, tecnicamente un’idiozia,

perché se al posto di suoni comprensibili emetti segni incomprensibili, linguisticamente parlando, sei un idiota, gamec, lo capisci anche tu,

capisci, potevi anche mettere il codice astruso, magari più piccolo, per ultra info: ma titolo e autore dell’opera non puoi nasconderli nella mano che li offre, come zuccherini per bambini scemi, altrimenti è un museo per bambini scemi, allestito da idioti, che usano idiotismi per incrementare il sito web, e intanto, mancandogli di rispetto, allontanano definitivamente dal museo il vero pubblico.

Una tecnologia creata per facilitare la condivisione, distorta verso la finalità esattamente opposta (complicare, occultare ed escludere) e proprio in un luogo deputato alla divulgazione, e alla “spiegazione”, all’apertura dell’opera d’arte.

Le persone non sono idiote. Violazione regole basilari, rispetto dell’utente, contesti di comunicazione, abuso di tecnologia. Ignoranza doppia, esclusiva, arrogante, nociva.

Se un qualche avvocato realmente civile mi legge, lo invito a escogitare i termini di legge per montare una causa collettiva di richiesta danni da parte dei visitatori.

Con questi pensieri, alzando lo sguardo, ho guardato quel che facevano e dicevano le altre persone, e gli assistenti di sala.

Anche loro avevano problemi, e più gravi dei miei: perchè quest’assurda app, oltretutto, non funzionava! (Dio esiste)

Con grande solidarietà, come durante una calamità, le persone si passavano orribili schede plastificate, pratiche e brutte come menu di un fast food da stazione (alla faccia dell’immagine coordinata gamec) dal quale ricevere pietosamente qualche tozzo d’informazione.

Dal grande foto-affresco a tutta parete, i notabili della città foto-montati come un’orgia di avidi spettri (quale in realtà essi sono) parevano osservare con freddo distacco.

Poi sono entrate in sala un paio di gambe femminili, cappottino nero, capelli vaporosi, fascino internazionale, padronanza upper class, un’apparizione,

l’ho vista avvicinarsi alla prima opera, osservare il geroglifico, guardarsi in giro,

la mia identica fenomenologia,

e poi la rabbia, il dietrofront, l’urgenza di uscire per non esplodere.

L’ho seguita come si segue un salvatore.

Sulle scale l’ho sentita imprecare in una lingua che non mi era mai parsa tanto nobile, e adeguata.

Per due volte, in crescendo, ha ripetuto: laùr de campane a martèll.

(photo by Postini-Reuters)

gori dixit

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gori1976

Nei commenti del post satirico  “bergamo SUVstenibile”

il candidato sindaco Giorgio Gori ha postato il seguente commento:

Non lo dico per consolarti, ma io l’ho trovato divertente! Non condivido quindi i commenti sdegnati. Ho fatto la mia gaffe (anche se prontamente rimediata) e quindi ci sta che mi si prenda un po’ in giro. Ti informo comunque che, a scanso di rischi, ho deciso di lasciare l’Audi in garage e di girare solo in 500 o in bicicletta! Ciao, a presto, Giorgio Gori

Ottimo, direi! Certifico Giorgio Gori come sincero democratico, ha risposto con stile rapido e sintetico alla provocazione (300 battute 3h dopo la pubblicazione del post)

Con ciò supera il duro esame calepio fight club, già superato dal candidato sindaco Marcello Zenoni, da me attaccato nel post  https://calepiopress.it/2014/02/12/zenoni-chi/

a cui lo Zenoni ha risposto con una mail meditata e articolata (6000 battute 6gg dopo la pubblicazione: leggibile in https://calepiopress.it/2014/02/18/sarai-mondo-sei-monderai-il-mondo/ )

proxime su questi schermi andrà sotto esame il candidato Tentorio, al quale, per rispetto all’età e alla carica, anticipo i possibili titoli che ho in mente (per  ora solo i titoli):

1) TENTORIO CENTER 2) AL DON TENTORIONE

(imago: Gori 1976, mezzo consigliato x spostamenti a giorgio gori, anche il colore ok, magari però mettigli una marmitta catalizzata altrimenti gli ecolog ti massacrano)

bergamo SUVstenibile

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suv

con gori sindaco bergamo sarà la prima città italiana ad adottare la mobilità SUVstenibile integrale audi.

Un progetto di comarketing tra il PD e  “audi-italia the land of 4”: con la formula “audi-pass” con l’acquisto o il leasing di un SUV audi è compreso il pass per tutte le isole pedonali, i centri storici e le zone naturali protette di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo.

Il lancio della campagna è avvenuto su facebook, grazie al comitato gori per bergamo che ha postato le foto del suv da gara di gori in giro per bergamo in total free pass & wild park,

fino alla foto clou di gori col guru e il suv in area disabili,

con quell’espressione da maschio molto audi e poco audace.

Una campagna che apparentemente può sembrare autolesionista,

ma che nasce da strategie attentamente calcolate:

infatti, dopo aver in un primo momento investito sui social network,

con la moltiplicazione x 10  dei follower twitter da 7000 a 70.000 in pochissimo tempo,

(per questo esistono call center a basso costo nel terzo mondo dove migliaia di operatori cliccano ogni giorno su migliaia di clienti)

ci si è resi conto che in effetti  70.000 follower nel mondo non servono a niente, se i voti da prendere sono quelli dei bergamaschi,

questo si è visto chiaramente in occasione delle primarie, quando gori ha racimolato poco più di 1000 voti reali,

a quel punto gli analisti, dopo una proiezione di voto svolta utilizzando i dati bonaldi, si sono resi conto che a bergamo ci sono più possessori di suv audi che elettori di gori,

ne è scaturita come scelta logica quella di rivolgersi a questo target strategico, con una campagna ad hoc sulla mobilità SUVstenibile integrale, per una Bergamo a misura d’audi.

In una seconda fase, la campagna (realizzata in licenza common creative by FFE + CP) sarà rafforzata da uno slogan dedicato cosicché l’elettore bergamo bene si possa riconoscere totalmente in gori:

Audi, la tua unica materia grigia

 

Borgo Santa Caterina amarcord

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BorgoSCaterina2

Caro amico, storie sul borgo te ne racconto quante ne vuoi, storie di amori improbabili, di liti condominiali, storie di baristi, di ciclisti, di studenti, di vedove di guerra, di miliardari e morti di fame, cocainomani e cubiste, di muratori e tabaccai,

storie di artisti falliti e botteghe che chiudono, di impiegate di banca e vecchi sporcaccioni, storie che nascono sul pavé, negli androni, per le scale, nei cortili, tra i gatti, sui tetti, in mezzo ai comignoli, storie di luna piena e di una certa aria di Parigi che dorme,

storie di quell’ora della notte nel borgo con il silenzio e la magia, dopo le tre, quando tacciono i frequentatori di locali, i fidanzati che litigano, gli ubriachi, e fino alle quattro e mezza, quando cominciano a passare i furgoni dei lattai, e dai portoni infreddoliti escono quelli che si alzano all’alba, e vanno a lavorare, e incrociano quelli che tornano a casa, dopo aver passato la notte fuori, e a volte si salutano,

è stato proprio sui tetti di notte che ho fatto amicizia con Brutus, un quadrupede felino e tigrato, che da un camino mi guardava dentro nella mia finestra nel mio letto, e mi chiedeva “Chi sei? Cosa ci fai qui?”, casualmente io avevo nel frigorifero due etti di fegato, li ho divisi con lui, nudi e crudi.

Siamo stati insieme tre anni. Lui di giorno dormiva nel mio letto, io di notte lo seguivo sui suoi tetti, i tetti del borgo.

Una bella sera, seguendo Brutus, arrivo in zona Celestini, dove c’è una casa completamente rifatta, la prima che hanno messo a posto, con la pietra, gli ottoni, i legni, gli impianti a norma, il finto pozzo.

Brutus si faceva una gattina di razza probabilmente troppo giovane per lui, io vedo questa biondina nel suo monolocale vetrodesign, le parlo della forza antica del borgo, le chiedo cosa ci fai nel borgo, il borgo è un concetto medioevale, una congregazione, un mestiere, una chiusura, le dico: il borgo non fa per me, il borgo vuol dire arroccarsi, stare appesi con le unghie, un’attività da crostacei, una vita di scogliera, da cozze, mitilli, molluschi, lo vedi, lo capisci, questi bottegai sono ex bancarelle appese fuori dalle mura, giù da Sant’Agostino, gente che vuol stare avvinghiata a città alta,

intanto si sentivano degli spari, uno, due colpi secchi, proprio detonazioni da arma da fuoco, ma vicini, prossimi, mi sporgo, mi allungo, guardo, chiamo, vedo lo “zio”, un marocchino più vecchio degli altri, già sui quaranta, uno degli extra storici del borgo, è lì fuori da una finestra con una pistola fumante in mano, mi dice “no, volevo vedere se funsiona”,

poi vedo il gatto Brutus che passa come niente fosse con il piccione steso dallo zio tra le grinfie, se lo trascinava in giro sporcando di sangue il parquet, la biondina diceva «E’ tutto così suggestivo», io le guardavo il tanga leopardato che faceva capolino dal jeans paillettato, dalla strada si sentivano le invocazioni alla luna di un pittore spagnolo che aveva la mania del Cristo de la mala muerte, cose così, poi all’alba camminavi per il borgo te e il tuo gatto, aspettavi che aprisse qualcuno per fare colazione,

c’erano questi bar veramente marci che nemmeno alla Bovisa, c’era il bar tabacchi prima della chiesa con una vecchia coppia di meridionali che si ostinava a mantenere il dialetto del paese; c’era la pasticceria di fronte alla chiesa, con due fratelli, uno calvo e l’altro no, da trent’anni in gara di freddure tra loro e con i loro clienti;

c’era il biliardo più avanti, la torrefazione, l’altra pasticceria, quella di marito e moglie, e così via, tra l’uno e l’altro botteghe sprangate, negozi di alimentari senza futuro, una merceria, il calzolaio, la drogheria con profumi + insetticidi + pistole e fucili per bambini, e anche stanzette fredde e umide con dentro un obiettore con tre peli di barba e fuori una targa “lega protezione dei cani randagi” o “per la salvezza degli uccelli da polenta e uccelli”, cose del genere,

certi giorni ti pareva di essere in Bulgaria, vedevi in giro solo facce tristi, attività in fallimento, marciapiedi sporchi, hanno cominciato i bar a rinnovarsi, i primi ad arrivare i Divina, dalla val Cavallina, idee chiare, in dieci anni di lavoro costante hanno fatto uscire il sommerso: questa città è una delle capitali del movimento gay, e il Borgo è uno dei punti caldi di ritrovo per tutta la conurbazione,

subito dopo sono arrivati i Reef, dalla Brianza, oggi affollato ritrovo di studenti, ma che fatica i primi anni, questi bravi ragazzi forse gli sembrava un po’ troppo andare direttamente dall’oratorio al pub, gli unici che si fermavano a bere erano una specie di Rodolfo Valentino che vendeva scarpe dall’altra parte della strada, e un immigrato toscano, di mestiere antiquario, e un pappa russo, che girava tutti i bar del borgo con due o tre cavallone per volta, anche lui altissimo, sempre vestito di pelle nera, occhio da killer, sparito da anni, o forse sparato,

poi c’erano le cagnette, le chiamavamo così con i miei amici maschilisti islamici, le due cagnette nere e le due cagnette bionde, le cagnette nere gestivano il Tamara, con i divani di pelle nera, e le cagnette bionde gestivano la torrefazione, più avanti, con le tappezzerie a fiori, tu a seconda dell’umore andavi da queste o da quelle a far colazione, il cappuccino lo facevano bene tutte e quattro, ma di umore anche loro erano imprevedibili, o erano inverse e ti sbattevano la tazzina sul banco, o erano solari e ti davano anche il cioccolatino, col caffè, sparite anche loro, le cagnette,

quindici anni fa io ero l’unico bianco del borgo, oggi sono l’unico povero, proprio così, quando sono arrivato nel borgo le case te le tiravano dietro, le vecchie case come le vecchie motociclette e anche come i vecchi esseri umani se gli vuoi bene e gli parli hanno un sacco di cose da dirti, e soddisfazioni anche, e senso di stare al mondo, e segreti, e piaceri, o dispiaceri,

per dire: la prima persona che ho conosciuto era il mio vicino, un ultraottantenne che subito dopo aver parlato tre minuti del tempo è andato indietro nel tempo e ha tirato fuori dei giornali degli anni Quaranta, roba della X Mas, «tu che sei giovane..» mi diceva. «Sempre stato fascista!», e ho recitato il “Memento audere semper”. Gli sono scesi i lucciconi. Mi ha fatto un discorso che tutti questi negher non sono cattiva gente, basta trattarli nel modo giusto. La notte ho sentito un po’ di casino. Il giorno dopo era morto, commento della vecchia della porta accanto: «era un bel po’ che doveva morire».

e così, morto lui, al momento del crollo del muro di Berlino, nel coacervo di case del borgo costruite una sull’altra negli ultimi quattro secoli, io ero l’unico bianco, oggi sono l’unico povero, gli extracomunitari sono spariti tutti, senegalesi, marocchini, tunisini, algerini, peruviani, ecuadoregni, brasiliani, c’era un bel mix di gioventù nordafrica e sudamerica che si era stanziato a vivere qui, nel borgo, dov’erano rimaste solo vecchiette abbonate a Famiglia Cristiana che ricevevano visite frequenti solo dagli agenti immobiliari, come sempre un po’ troppo sorridenti, e nervosi,

alla fine si sono trovati una sera nel salone dell’oratorio, i boss del mattone, ognuno aveva i suoi rapporti dei suoi galoppini, erano unanimi, le vecchiette del borgo , a differenza dei vecchietti maschi, godevano di buona salute, anche le ottuagenarie avevano davanti prospettive decennali,

tanto valeva far venire gli extracomunitari che con la loro presenza producono questo miracolo di rendere il triplo degli affittuari bianchi e di far scendere i prezzi delle case da acquistare e ristrutturare appena morte le vecchiette proprietarie, questa è la vita immobiliare del borgo, il suo sangue, il borgo non è un’arteria, è una vena, fa sangue, ha un suo ricambio, un ciclo di speculazione,

oggi il borgo ha sangue nuovo, pelle fresca, ha rifatto il look, via i calcinacci, via le case fatiscenti, i cortili colorati, la biancheria appesa, la musica a tutto volume, gli accoltellamenti sul ballatoio, via i fili elettrici scoperti, oggi è tutto un bell’intonaco giallo polenta o rosso mattone o verde ulivo, tutto un videocitofono, un travi a vista, un bilocalizzare, e così sono arrivati i singles, i professionisti, i perbene, i rampanti, ma questo processo è durato dieci anni, e nel mentre c’è stato da divertirsi,

c’era questo muratore con una Giulia verde del 74, per anni qualsiasi lavoro nel borgo lui lo trasformava in un lavoretto, e poi ci bevevi sopra, ti pioveva in casa, e lui metteva una bella lastra di eternit, ti si era otturato lo scarico, e lui tirava due colpi di piccozza e lo allargava, ti camminavano i topi in cortile, e lui metteva le trappole,

adesso il new look del borgo è quasi completo, hanno cominciato dalle fogne, un bell’esempio di lavori spostamento terra, ti alzavi la mattina la strada non c’era più, fuori dal portone avevi il tuo ponticello, eri a Venezia, tornavi a mezzogiorno lo scavo era progredito di duecento metri, la sera era chiuso, tutto rifatto, le fogne, le condutture, i rubinetti del gas, dell’acqua, la luce, tutto nuovo, e intanto le case, le botteghe, rinnovare, via il marciume, avanti il new marketing, l’equo solidale, il biologico, l’etnico, ma intanto l’etnico vero, la presenza umana, non c’è più,

adesso nel borgo ci sono le botteghe di arredamento indiano e afgano e afrotirolese ma non ci sono più extracomunitari, gli interni delle case sono lindi e lustri, le vecchiette sono morte quasi tutte, quasi ogni giorno la chiesa è listata per una delle mie nonne che va a farsi il viaggio in Mercedes, arriverà il nuovo arredo urbano, l’isola pedonale, il granito, la segnaletica design, e insieme alle vecchiette e agli extracomunitari sono spariti anche i gatti, è sparito anche Brutus e tutti i suoi amici, adesso di notte la luna del borgo fa proprio silenzio,

quel che resta del borgo, che gli dà continuità, sono queste famiglie di bottegai storici, il formaggiaio col figlio simpatico, il coltellinaio col figlio ciclista, il fruttivendolo e il salumiere con le mogli colonnello, mamma Vittoria che da una vita con marito figli e nipoti è una certezza per tutti i caffeinomani, tabagisti e totoscommetitori che passano in piazzale Oberdan, la bionda francese che vende occhiali, il ferramenta accanto alla chiesa, le panetterie, l’intimo del borgo, e i pazzi del borgo,

la camminatrice occhialuta, il pittore barbuto, i due innamorati che hanno l’aspetto di rifiuti umani eppure vanno avanti e indietro tutto il giorno abbracciati a sbaciuccharsi e a dirsi ti amo, e tanti altri del genere, perché ce n’è tanti di pazzi nel borgo, non è che sia il borgo in sé che manda fuori di testa le persone, è chiaro, è la mancanza d’amore, solo che nel borgo, il fatto di essere un po’ tutti fuori di testa, lo vedi meglio,

le anime morte vogliono finiture di pregio e sicurezza nelle strade, è chiaro, devono custodire i loro ghiaccioli, guai se si sgelano, vogliono case d’epoca e botteghe di qualità, qual è la differenza tra un centro commerciale e un borgo, mi chiedo, non basterebbe costruire tanti bei bilocali con vista sopra l’oriocenter?

I delinquenti, gli ubriaconi, i malati di mente, i commercianti tirchi, le prostitute, gli spacciatori, le donne pazze, alcolizzate, i pittori falliti, gli scrittori in crisi, i fotografi senza studio, le ballerine, le studentesse d’arte, le vecchie innamorate del Duce, i barboni, gli skin che si radono, i punk che non si lavano, è chiaro che tutta questa gente è incompatibile con il nuovo arredo urbano,

l’anima, il sangue del borgo non può più permettersi il caro prezzi del borgo, e dire che questo caro prezzi viene proprio da lì, dal fatto di essere un borgo, di avere un’anima, che bella roba, ma il meccanismo è chiaro, non è nuovo, è così in tutto, dall’abbigliamento alla musica agli immobili, è la creazione del valore nella società dello spettacolo, fame di emozioni, di show, di real-tv, andare dove c’è vita, e mettere tutto in naftalina, imbottigliare, conservare, marmellate, distillati, capricci,

i bravi ragazzi del centro per anni sono venuti a fare vita notturna nel borgo, gli sembrava di essere a New York, Casablanca, Londra, a seconda degli interessi, droga, sesso, chiacchiere, nel borgo trovavi tutto questo, nei sottotetti, in mansarde, io li vedevo questi bravi ragazzi felici come bambini con un po’ di proibito, e anche le brave ragazze, la brave figlie modello con la loro pochette e il tailleurino giusto, intere notti a cantare ubriache fradicie nella casbah del borgo o a raccontarti tutte la loro dorata solitudine dopo una canna o una riga, e a mangiare con appetito il cous cous cucinato dal padrone di casa con dentro carne di scarto, loro che a casa non toccano neanche il controfiletto,

ho visto queste scene, ho visto che anche i bravi ragazzi vogliono la vita, ma già il giorno dopo, quando li incontri sul Sentierone, gli manca il coraggio di salutarti. Eppure hanno passato la notte con te a dirti che non erano mai stati così bene e tutte quelle cose sentimentali che in famiglia o tra di loro non riescono a dire.

testo by Leone Belotti 1999 per Bergamo Blog; titolo orig. “Borgo S.Caterina 1989-1999”,  

imago: Borgo Santa Caterina fine anni 50, achivio fotografico Sestini.

cene con delitto

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MtBò

luogo del delitto: monte bò, sopra cene, valseriana

vittima: la giovane e bellissima prima ballerina del vecchio night club di vertova

assassino: l’ex calciatore violento pregiudicato recidivo in libertà condiz.

il suo avvocato: l’ex sindaco di Bergamo

a cene in queste sere nelle case in famiglia a tavola non si parla d’altro, anche stando zitti,

sono tutto cene con delitto, nelle case di cene, e non sono divertenti.

 

vedi bergamo e poi muori

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BGmuori

circa due settimane fa mi è arrivata per Postini questa photo:  in copertina “vivi la città”, in retrocopertina “onoranze funebri”,

se sia una scelta volontaria, non si sa, certo è genio allo stato puro,  e ho subito risposto a Postini il sottotitolo adeguato: vedi bergamo e poi muori, e Postini l’ha pubblicato da qualche parte.

(Postini è un vecchio editore del cetaceo-cartaceo, esperto cacciatore di immagini e titoli)

Ieri alla PWS una laureata in lingue mi confessa di non averla capita.

Le dico: fa il verso a “vedi napoli e poi muori”.

Mi dice: non ho mai capito neanche questa.

Le spiego: dopo napoli, c’è un paese che si chiama “muori”, da cui il gioco di parole.

Ho capito, mi dice.

Mezz’ora dopo la rivedo mezza ubriaca. Ridendo, mi dice: vedi bergamo e poi mozzo.

sanguis bonus verum dixit

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ManzùResistenza

questo post è scritto con sangue e rabbia,

col sangue di chi muore, e la rabbia verso chi tira fuori di galera soggetti pluricondannati per violenza sessuale, gente che ingrassa pulito sul sangue di martiri innocenti,

gente che noi mandiamo tranquillamente ad amministrare la nostra città, e la nostra regione.

Il fatto di cronaca: prostituta rumena massacrata stanotte a Cene,

il reo confesso era stato già condannato per un episodio identico (ma allora la ragazza pur con le ossa rotte era riuscita a fuggire) nonostante la strenua difesa a suo tempo montata dell’avvocato ex sindaco Bruni (che aveva sostenuto fosse stata la ragazza a fuggire dopo aver rubato il portafoglio al cliente, il quale l’avrebbe inseguita per riprenderselo, da cui la collutazione e le ossa rotte)

la sua connazionale di ieri è stata meno fortunata, ed è morta, uccisa da questo violento recidivo (che però poteva permettersi un principe del foro)

ora immaginiamo che Bruni debba farsi in quattro (essendo già impegnato in questi giorni nella difesa del catechista accusato di violenza sessuale da due fratellini all’epoca minorenni)

oppure potrebbe passare il cliente al collega avvocato-assessore Pezzotta, anch’egli abbastanza esperto nella difesa di stupratori di minorenni e picchiatori di prostitute (in 1 minuto di ricerca on line ho trovato 3 casi)

d’altra parte anche questi poveri avvocati-politici devono guadagnarsi il pane (e anche un bel companatico, stando alle dichiarazioni dei redditi, 10-20 volte quelle di noi cittadini comuni che li votiamo)

e quindi difendere ogni genere di stupratori, anche gli stupratori di monumenti pubblici, come la Rocca (sventrata dall’impresa Locatelli, per conto del comune, quand’era sindaco Bruni, che d’altra parte è l’avvocato dell’impresario Locatelli!)

così poi da avere quell’indipendenza economica che permette loro di fare scelte politiche nell’interesse della cittadinanza,

e penso per esempio alla pagliacciata delle aste per svendere i riuniti, o alla più grande area demaniale di città alta, le ex carceri, che, sempre per iniziativa di Pezzotta, sarà destinata a costruttori privati che ne faranno un hotel lusso, cioè un’area esclusiva, da cui sarà esclusa la cittadinanza, come dagli ex espedali,

> però  a questi avvocati-politici vorrei ricordare i valori civili difesi dai loro progenitori (da cui hanno ereditato nome studio prestigio):

l’avvocato assessore Andrea Pezzotta è nipote dell’ex sindaco Giacomo Pezzotta, che fu il promotore  del monumento di Manzù dedicato alla Resistenza, che i bigotti de l’Eco volevano togliere in quanto troppo cruento;

l’avvocato ex sindaco Roberto Bruni, è figlio dell’avvocato Eugenio Bruni, che ricordo strenuo difensore in un rovente consiglio comunale del 1974 del valore etico del monumento di Manzù, con queste parole:

Il monumento raffigura un uomo che ha dato la vita per la libertà e ciascuno può vedere in esso ogni uomo che sacrifica la vita per la battaglia della libertà e della giustizia

oggi la progenie di quei grandi amministratori come abbiamo visto si dedica a battaglie lontane anni luce dalla difesa di valori come libertà e giustizia,

ne consegue che questa città, più che capitale della cultura, al momento è definibile come la capitale mondiale degli avvocati-politici figli di papà,

(specializzati nella difesa di stupratori di monumenti pubblici, donne di strada e minorenni)

e d’altra parte ne consegue che “Buon sangue non mente” oggi ha più verità riferito a una prostituta rumena, che a un avvocato di buona famiglia bergamo bene.

imago: monumento alla Resistenza, Bergamo, ph by S.Sproti

 

Italy Euro Lands 5

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ITALY5

Inedito, il concept Calepio Press-Food for Eyes sul passato/ futuro d’Italia, realizzato prima delle recenti posizioni di Grillo, e in prospettiva futura di rinascita sostenibile del made in italy, sintetizzato dal motto “condivide et impera”:

5 lands storici in sinergItaly: ospitalità e qualità della vita sono i cardini comuni dell’Italia 5 stelle, con specializzazioni e legislazioni ad hoc

1)   ALPITALY è l’Italia alpina, economia montana, legno, allevamento, caseario  + turismo/escursionismo/sport invernali, qualità di vita.

2)   MADITALY è l’Italia della creatività artigiana, ricerca e sviluppo, design, moda, comunicazione, laboratori, qualità del lavoro.

3)   FOODITALY è ltalia agro-food, colture bio + pasta italiana + insaccati, qualità alimentare.

4)   ARTITALY è l’Italia d’arte, archeo-medievale-rinascimentale-barocca, borghi storici + città d’arte Firenze-Roma-Napoli, qualità culturale.

5)   BEACHITALY è l’Italia sole e mare, turismo e ospitalità special terza età, la Florida d’Europa, qualità relax-enjoy.

Enclaves: sono isole extraterritoriali, città stato e territori autonomi confederati al distretto di riferimento.

(imago: l’Italia 5 stelle, Calepio Press + Food for Eyes, novembre 2013)

post alchemical conversation

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Mendini+KarimCP

incontriamo Alessandro Mendini nel suo atelier dietro Porta Romana,

spazio serenamente sacro pieno di oggetti immagini semplicemente presenti.

Ci riceve in una stanza-studio con un piccolo ercole come fermaporta e un don chisciotte come fermalibri,

si parla di vetro ingabbiato, vasi di vetro ingabbiato, oggetto difficile, a me sembra metafora dell’uomo social net, espositore di purho disagio, sorta di crocefisso reverso;

poi si parla di karim rashid, di mondo flou, si parla di nipotini, si parla di nipotini del Petrarca,  e si parla anche di Val Taleggio e di carattere de la rasa bergamasca,

poi ci offre un caffè su un vecchio vassoio alessi veramente vissuto.

Quello che volevamo chiedere a questo grande astronauta è lumi sull’orbita di senso del progetto alchimia-ermafrodita-banale 30 anni dopo con l’arrivo sulla terra dell’extra-terrestre karim rashid,

(e chiaramente Andrea Dotto, ad purho made in italy, nuovo brand con focus azzardato vetro di murano + design, voleva anche chiedergli: maestro, non sarebbe fantastico fare una linea purho mendini in risposta alla linea purho rashid?)

e così con coraggio ignorante e purho gli abbiamo chiesto tutto:

nessuno può immaginare, tantomeno descrivere il modo fantastico di ridere, diciamo pure di sghignazzare, del grande maestro, e poi l’affetto, l’intelligenza, l’ironia  degli occhi:

e la promessa: manderò dei disegni!

Torniamo a casa turbati (come capita quando si incontra un gigante della storia o del pensiero),

chiaramente per prima cosa andiamo su Wikipedia sulla Treccani su Domus e alla fine sul sito dell’atelier Mendini per capire cosa ci ha detto Mendini,

per me Mendini erano quelle tre robe lì, Alessi, Swatch, la poltrona Proust, il maestro del postmoderno, della mescolanza, del pezzo unico, il contrario del minimalismo, del design industriale,

bene, andiamo sul sito dell’atelier Mendini e troviamo una schermatina semplice semplice, minimalista, con le solite quattro voci, storia, progetti, scritti, contatti.

Ma se clicchi “progetti”, trovi migliaia di progetti; e se clicchi “scritti” trovi migliaia di pagine: alla faccia del minimalismo!

In purho spirito “fedele nei secoli”, come due carabinieri: Andrea, tu guarda i progetti, io mi leggo gli scritti.

Abbiamo letto circa 3000 pagine-mendini in questi dieci giorni,

di questo immenso sapere abbiamo abbiamo selezionato 1000 battute scritte nel 1984

con la pretesa di accendere in 30 secondi un Purho discorso storico

sul salone del mobile milano, con questi due estremi distanti 30 anni: Mendini 1984, Rashid 2014.

Così abbiamo creato questa conversazione post-alchemica, o dialogo a distanza generazionale, facendo reagire cose scritte da Mendini nel 1984 (in corsivo) e cose dette da Rashid l’altro giorno al telefono, per presentare la linea purho 2014.

Mendini 1984: L’uomo e la donna di oggi vivono in stato di turbolenza e di squilibrio.

Rashid 2014:  le persone sono spaventate dal colore – dio solo sa perché (lui non lo era).

Mendini 1984: Se io fossi un designer molto giovane avrei la certezza che oggi questo mestiere è molto difficile, perché gli animi delle persone sono chiusi a difendere una involuzione vischiosa che sembra accettare, ma che di fatto esclude, la diversità e la novità.

Rashid 2014: alcune delle mie creazioni migliori siano nate dalle collaborazioni con le start-up e le piccole imprese. Il designer può dare quella linfa vitale che permette ad un piccolo brand di diventare globale.

Mendini 1984: Cercherei comunque la forza (la generosità) di espormi al disagio dell’ignoto, alla ricerca (finalmente, dopo tanti anni di dominio prevalente della cultura logica) di generi di design più completi, stratificati e magici, di DESIGN EMOZIONALI.

Rashid 2014: Amo lavorare con il vetro. Lo ritengo un liquido solido, potente ma poetico, energetico ma allo stesso tempo statico, sensuale e versatile.  La luce del giorno è essenziale per un’armonia positiva e per il benessere. Cerco sempre dei modi per massimizzare la luce e i colori chiari di ciò che ci circonda, e il vetro è una risorsa frequente.

Mendini 1984: Il gruppo di Alchimia svolge il suo atto di introversione: il progetto agisce ambiguamente in uno stato di spreco, di indifferenza disciplinare, dimensionale e concettuale

Rashid 2014: Amo il ruolo che la luce gioca con il vetro, lo spessore può far cambiare i colori, e cambia il modo in cui i vetri traslucidi, opachi e trasparenti reagiscono uno con l’altro al fine di creare nuove combinazioni.

Mendini 1984: E la fantasia individuale, base della sopravvivenza del mondo, può percorrere in tutti i sensi ogni cultura e luogo, purché operi in maniera innamorata.

Rashid 2014: Faccio uso di forme organiche combinate. Definisco il mio lavoro come un minimalismo sensuale, o sensualismo, poiché non é finalizzato solo decorazione ma ha un qualcosa di più umano, una connessione più sensuale con noi.

Mendini 1984: Vorrei vivere l’esperienza del ritrovamento di un uomo ancestrale e amoroso (…) oggetti non violenti, calmi, poetici, delicati (…) un DESIGN ERRANTE per una comunicazione culturale fra gli uomini,

Rashid 2014: Io vorrei che le cose che ci circondano siano intelligenti, belle, colorate, poetiche, utili, sexy, illuminanti, ispiratrici, contemporanee, energetiche, fuggenti, e potenti e che l’ispirazione arrivi da questo mondo in cui viviamo

(imago: disegno Mendini + Rashid by Karim Rashid;

collezione purho:  http://www.purho.it/ su fb: https://www.facebook.com/purhodesign)

 

easy writer

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Il vero senso dello scrivere è scrivere d’altro, fuori da sé, lungi dal creativo, ma umanamente e onestamente traspositivo, da chiunque a chiunque, a presente diletto e futura memoria,

a recuperare, in epoca di social network e comunicazione world wide web, il gesto matrice di ogni cultura, l’incontro di due esseri umani, il mondo che si fa parola, la parola che si fa segno: raccontami una storia, ascolta la mia storia, non dimenticarmi, io rivivo nella mia storia rivissuta da chi verrà dopo o altrove,

attività ancestrale, rupestre, cavernicola, di testimonianza,  un lavoro facile, easy, alla portata anche di due carabinieri, uno parla, l’altro prende nota, perché la storia che oggi tu mi racconti possa essere ascoltata da altri,

come un film è una trasposizione di un testo, un testo è la trasposizione di un vissuto,

Easy Writer è la seconda PUB WRITING SESSION organizzata da Calepio Press con CTRL magazine e Birrifico Elav,  nel corso del Bergamo Film Meeting marzo 2014, dentro e fuori le bolle-bar in piazza della Libertà a Down Berghem.

Pub Writing Session è la performance live della scrittura fatta da genti (come dicono al CTRL) che raccontano una storia (Story Teller) davanti a una birra e  genti che la ascoltano e la tra-scrivono in presa diretta (Pub Writer):

Dunque PWS non è per gente che legge, e non è per gente che scrive di sé, ma sono storie raccontate da gente che non scrive, per far leggere gente che non legge.

Il tema della PWS Easy Writer è la magia del grande schermo, il cartellone delle storie da raccontare è questo:

1 UN FILM VISSUTO (d’amore/ d’orrore/d’avventura/da ridere) è una scena, una vicenda, una storia della tua vita che si è svolta o hai vissuto come in un film, da protagonista, comparsa, spettatore o regista.

2 UN FILM  VESSATO (in sala/ nella mia testa/nella mia cineteca/nella storia del cinema) è un film che ha sofferto e patito in vari modi, disturbato in sala, sparito dalla tua cineteca, o rifiutato dalla tua psiche, o dalla critica e dal pubblico.

3 UN FILM DA DIRIGERE (in casa/ a Bergamo/ a Cinecittà/ a Hollywood) è un soggetto o una sceneggiatura che hai nel cassetto, o nella testa, e che vorresti vedere girato e diretto da te, o da un regista scelto da te.

4 UN FILM DA DIGERIRE (una pizza/ un minestrone/ stimolante/ esplosivo) è il film che hai appena visto al Bergamo Film Meeting: parlane con noi, erutta le tue impressioni a tutta birra, ti aiuterà a digerirlo.

per partecipare come Story Teller, porta una storia,

per partecipare come Pub Writer, porta un portatile (ma va bene anche una biro).