dopo un mese su whatsapp

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Da un mese, compiuti cinquant’anni, vivo su WhatsApp,

come molti, ho con la tecnologia un rapporto schizofrenico, passo anni da retrogrado, come un eremita nel deserto, poi quando il Signore me lo chiede torno in città, e resto fulminato,

il mese scorso ho perso il mio vecchio telefonino di 15 anni fa, niente foto, niente internet, così mi sono rassegnato a entrare nel mondo smart, e il giorno dopo ero già nel tunnel di WhatsApp. Oggi posso condividere alcune considerazioni:

a)    dopo un mese su whatsapp sei un’altra persona, con una solitudine diversa, fatta da una moltitudine di virtualità, che ti priva dell’unica risorsa della solitudine classica, te stesso;

b)    il vecchio dogma Mc. Luhan – il mezzo è il messaggio – è ancora “buono”, e spiega senso e successo di whatsapp: trovarti davanti questa lista di faccine, con delle mezze frasette, solo da toccare, ti porta a comunicare con messaggi fatti di mezze frasette e faccine, di fatto un balbettare con smorfie sorrisi o sghignazzi. Passi delle mezz’ore a scambiarti emoticon, icone, segni da cavernicoli, e infine la quantità e qualità di informazione che trasmetti e ricevi in questa mezz’ora è infinitamente minore di quella che passa in una comunicazione reale, faccia a faccia, con sguardi, toni, aura, contatto. In realtà sei sempre lì da solo davanti a questa tavoletta a chiederti cosa intendeva, cosa rispondere, problemi che in dialogo reale non hai, perché il tono, lo sguardo, la voce di un essere umano ti fa capire subito cosa sta dicendo il tuo interlocutore, a differenza degli emoticon, che di fatto diventano i tuoi sentimenti, i tuoi messaggi, il tuo mezzo di comunicazione.

c)    la tesi che ero curioso di sperimentare è questa: le tecnologie e le opportunità di connessione e comunicazione sempre e con chiunque assorbono il nostro carico di ansia, o lo alimentano? Per quanto mi riguarda, decisamente la seconda. Ho anche più ansia rispetto all’oggetto: il vecchio scatolino mi dava il senso di avere in mano una bomba a mano, questa tavoletta da scriba, luminosa, sottile, fragile, da sfiorare, mi incute soggezione, emana un alone sacrale, non so mai da che parte prenderla.

Stasera, dopo un mese di dipendenza, sempre lì a guardare sto tabernacolo, aspettando un suo segno – che per l’appunto è il tipo di rapporto che si ha con la divinità – ho capito di dovermi disintossicare, come si fa con qualsiasi droga.

Il vero problema è rendersi conto che l’iper-comunicazione come qualsiasi droga o forma di vita religiosa ti promette la felicità, ma di fatto ti crea dipendenza. Dipendi da quei bip, è il bip che vuoi: puoi fare a meno di tutti i tuoi amici, in realtà, ma non puoi fare a meno di whatsapp. E del web, di fb, etc.

Da domani, prenderò una serie di misure per disintossicarmi, tornerò alla forma di vita religiosa catto-militare, francescana, regolata. Per ritrovare quella “solitudine in rapporto con sé stessi” che il mondo smart non prevede, adotterò 4 regole, cioè 4 divieti di utilizzo di ogni mezzo di connessione (oltre a quelli ovvi causa lavoro, riunioni, incontri, cinema, intimità): 1) durante la preparazione e il consumo dei pasti; 2) quando ti dedichi alla tua igiene e benessere personale (relax, ora di depressione quotidiana, sport, stanza da bagno); 3) quando guardi un film o leggi un libro, perché se sei in un film o in un libro e intanto whatsappi o altro, fai male entrambe le cose; 4) quando dormi, e magari sogni.

Alla fine WhatsApp è una forma di vita religiosa, devozionale, basata su delle immaginette che promettono miracoli, come i santini che le nostre nonne tenevano ovunque, o le foto dei morti di famiglia incorniciate e disposte su altarini o bacheche in salotto, con le quali dialogavano/pregavano quotidianamente.

Ma loro avevano meno ansia legata al bisogno di risposta, e forse anche più consapevolezza riguardo al “mistero” etereo del rivolgersi a esseri che sono altrove, e che noi facciamo rivivere nel nostro spirito.

(imago: elaborazione friendly by C.Rocchi)

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