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DENTRO CTRL  by Nicola

Ciao Leo,
ti scrivo con le dita che tremano di incazzatura, ma anche di dubbi (viscerali) che mi ha insinuato la tua lettera pubblica.

Sono entrato in CTRL 6 anni fa: da semplice scrittore di un paio di rubriche.
Un paio d’anni dopo mi è stato chiesto di diventare direttore da Matteo Postini, l’editore (credo che sia quello che tu identifichi con T; perdonami ma ho voglia di fare nomi e cognomi): stavo ancora studiando all’università e ho accettato d’impulso; ho preso questa strada in maniera decisa, scegliendo di sbarrarne altre già aperte, già segnate, più sicure.
Riflettendoci forse un paio di minuti prima di decidere. Rifarei la stessa scelta anche oggi. Ma non m’interessa parlare di me. Su alcune cose che scrivi hai ragione tu. Su altre, sulla maggior parte, sono in completo, netto e furioso disaccordo.

Non c’ero quando è nato CTRL, ma ho visto dall’interno quella prima redazione; ne ho respirato l’energia, la carica folle, l’idea di mischiare alto e basso, di sfidare tutte le regole: delle categorie culturali, della comunicazione, del mercato editoriale.
C’era tanta ingenuità, ma era bello. E ne sono restato profondamente affascinato.

Ho abbracciato quell’atmosfera che ho respirato, l’ho presa e ho provato a portarla avanti da direttore, con le persone che hanno deciso di seguirmi: tra queste c’eri anche tu. L’ho fatto convinto che per preservare lo spirito originario, il furore barbarico originario, lo si dovesse rinnovare continuamente, senza paura, giocandosi tutto di volta in volta, a costo di scontentare qualcuno, anche i fan della prima ora, anche gli inserzionisti.
Sono nate (o continuate) sotto la mia direzione (cito) “le cover story irriverenti sui personaggi storici, il TRIP advisor sempre molto scorretto, il RIP advisor ultra-pathos, le turbo minchiate terrible, la gente che le dice gros, l’oroscopo semiotico, il santo del mese, la messa, le pagine psico-porno, posti dove non andare mai, le interviste impossibili, gli eventi, la pubblicità ignorante”.

Sai cosa penso? Penso che sia stata bellissima, quella fase; ma che a un certo punto ce la stavamo suonando e cantando tra di noi. Parlavamo a noi stessi, ai nostri lettori – sempre quelli, mai nuovi – ai nostri amici e nemici – sempre quelli, mai nuovi.
Ci stavamo facendo le seghe a vicende: e iniziavo a stufarmi. E Matteo, e la redazione, con me.  Così abbiamo deciso  di portare quell’energia primitiva verso qualcosa di nuovo. Uscire dalla nostra culla, dalla cameretta dei giocattoli; di uscire da Bergamo e rivolgerci anche a quelli fuori dalle mura. Diventare nazionali, che per me – e per noi – significava e significa multi-locali.  Non si trattò di disamore per la città in cui siamo nati e in cui continuiamo orgogliosamente ad avere la redazione. Non si trattò di quel complesso d’inferiorità da città di provincia che guarda alla prima città più grossa fuori dai suoi confini come se fosse New York, La Mecca, la Gerusalemme celeste. Si trattava di smettere di parlarsi, amarsi o odiarsi addosso. Mi dispiace che tu abbia letto questa scelta come un’usurpazione del buon nome del fu-CTRL, della trasformazione di quel buon CTRL magazine in una rivista letteraria inutile e segaiola. Mi dispiace, ma non posso farci nulla.

Nel tuo articolo scrivi: “Il senso speciale di CTRL fun era in quel mix che non c’è più di cultura da strada e universitaria, topi da biblioteca + tipi da discoteca, rubriche di 1 pagina da leggere in 1 minuto, pisciando in un locale.”

C’è un luogo dove puoi trovare tutto questo mix speciale, altissima cultura e cose da leggere in un minuto mentre si piscia in un locale: si chiama bacheca di Facebook. Ed è uno dei posti meno rivoluzionari che io conosca. Sia chiaro, noi lo facevamo con furia, passione e qualità. E con ingenuità. E sono orgoglioso e fiero di quel CTRL.
Ma è cresciuto.  E rimanere attaccati in maniera feticista al passato mi sembra stupido, infantile, egotico, sterile e contro-rivoluzionario. Dunque cosa abbiamo deciso, poco più di un anno fa? Diventiamo nazionali, restiamo locali (multi-locali), restiamo gratuiti e dedichiamoci al racconto della realtà. La realtà che è già di per sé alta e bassa, “universitaria” e “da strada”, da “discoteca” e da “biblioteca”, piscio e grandi ideali.
Abbiamo deciso di uscire dalla redazione, di andare nei luoghi a incontrare le persone.
Io credo – noi crediamo – che questa sia una cosa necessaria, utile, destabilizzante, provocatoria. Oggi più che mai.  Abbiamo deciso di fare soprattutto reportage.

A te non piace, credi che sia una strada sbagliata: ok, evviva la libertà!
M’intristisce – sinceramente, profondamente – questa guerra provinciale tra poveri, questa gara a chi ce l’ha più lungo, più originale, più autentico e più creativo. Grazie a questa guerra, chi non ha idee, chi non ha energia creativa, ma soldi, rete, posizioni assicurate vincerà sempre.

Reportage non è letteratura da torre d’avorio. Le pareti d’avorio le sento molto di più quando leggo (o scrivo) provocazioni da tastiera o stranezze senza sangue, che fanno finta di essere “contro il potere” (con le tue parole), pronte poi ad asservirsi a quel “potere” al grido di “semo-ragazzi-si-fa-pe’-scherzà”, provocazioni contro tutto (quindi contro niente). Passare una ventina di interi pomeriggi a Zingonia per raccontare – con foto e testi – le vite di chi ci abita (la vita “vera” oltre i titoli dei quotidiani “Il Ghetto”, “La Scampia del Nord”) non è torre d’avorio. Andare ai semafori di Bergamo per farsi raccontare le vite dei “rosari” – che se ne stanno sempre zitti, tutti li vedono, tutti danno loro il cinque, nessuno sa un cazzo di loro – non è torre d’avorio. Passare una giornata con un ergastolano in semilibertà a Perugia e raccontarne la vita – senza fare morali, senza fare pietismo, senza far ricami e merletti – non è torre d’avorio. Andare a casa di una famiglia di senegalesi che puliscono guarnizioni per grosse aziende – tutte buone-e-bergamasche, tutte familiari-per-bene – a cottimo, per pochi euro (questa storia sarebbe dovuta uscire sul nuovo numero e la pubblicheremo on-line) non è torre d’avorio.
Non è qualcosa (sempre con le tue parole) di “politicamente innocuo”. Questo abbiamo fatto in quest’anno o poco più.  Insieme a tante altre cose (sensate e cazzate).

Ora ci siamo ritrovati qui, senza più soldi per andare avanti. E abbiamo deciso di non nasconderlo a nessuno, contro ogni legge del marketing e della comunicazione (lo riconosci, quello spirito barbarico primigenio-CTRL che tanto ti affanni per raccontare e preservare?).
Abbiamo deciso di dire a tutti che non ce la stiamo facendo. Senza accampare scuse, stiamo dicendo a tutti che abbiamo sottovalutato – colpevolmente ingenuamente – la parte aziendale, economica, strutturale. La nostra attuale struttura economica-aziendale non ha senso, su questo sono completamente d’accordo con te. Lo sappiamo, l’abbiamo capito (troppo tardi? Noi crediamo di no). Matteo – da solo – in questi ultimi anni ha fatto l’imprenditore, l’editore, l’agente commerciale. Non poteva funzionare. E non ha funzionato. Ed è un portento che questa struttura non sia crollata su se stessa prima. Merito suo, e merito della passione dell’attuale redazione, delle redazioni precedenti, di tutti i collaboratori. Di chi – locali, università, aziende, brand – ha deciso di darci dei soldi, nonostante tutto. Quindi ora che si fa? Si fa di tutto per non far scomparire CTRL.  L’opposto di quello che fai tu: nella tua lettera CTRL scompare dietro il tuo ego da provocatore.

Cosa si sta già facendo nel concreto? Ci si spacca la testa tutti i giorni in redazione: per trovare nuove idee editoriali, per trovare idee commerciali, per trovare i soldi. L’attuale redazione (Viola Bonaldi, Alessandro Monaci, Michele Perletti, Mirco Roncoroni ed io; perdonami di nuovo, faccio ancora i nomi, non mi fanno paura) è pronta a prendersi carico di CTRL: anche per quanto riguarda la parte aziendale, societaria. Abbiamo iniziato a parlarne con Matteo, per capire come rifare da capo questa struttura, continuando a collaborare, ma in maniera diversa. Lo stiamo già facendo, mentre tu scrivi un insieme di cose di cui – francamente – fatico a trovare proprio il senso logico. Non mi sembrano nemmeno scritte da te: sai quanto stimo la tua intelligenza, la tua lucidità, il tuo sguardo sul mondo. Di queste cose – dei cambi di struttura, dei cambi societari – non si parla in pubblico, prima che siano concrete? Ora lo sto facendo. E me ne fotto.
Stiamo iniziando a ri-costruire; e mi turba, mi fa male, mi fa profondamente male – personalmente e come responsabile delle persone che formano la redazione – che nel frattempo tu ti sia impegnato a distruggere pubblicamente.
E non mi basta, non mi frega, la tua call-to-action finale. Cito: “Cosa si può fare con CTRL? Io non voglio vedere scomparire CTRL. Chi vuole scomparire, si faccia da parte, e non trascini CTRL con sé. Io sono pronto a mettere in campo un vero progetto di rilancio del vero CTRL, e non credo di essere l’unico. CTRL serve qui, adesso, alla gente che l’ha creato, seguito, amato. Più dei soldi, servono le persone, le idee, la voglia, l’energia, l’ambizione, l’entusiasmo. C’è da cambiare il mondo, affrontare la realtà, lavorare. C’è da rompere i coglioni, combattere, non fuggire. Essere protagonisti, non vittime. Parlo con te, parlo con tutti. Questo è il momento di farsi avanti.”
Una bella call-to-action, per tutti e per nessuno. Ah le magie del marketing, senza sangue, senza concretezza! Se ti sei sentito escluso, come parte fondamentale del fu-CTRL, ma anche dell’attuale CTRL, ti chiedo scusa e me ne prendo le responsabilità. Ti prego di credere alla mia sincerità. Se qualcuno altro, che legge in questo momento (se deciderai di rendere pubblica questa lettera) si sente escluso: chiedo scusa anche a lui/lei. Sai dove si trova la nostra porta blu. Se c’è qualcuno che non lo sa: via Bartolomeo Bono 43. Vogliamo parlare con più gente possibile, con più intelligenze possibili.

Forse ti tremavano le mani per la rabbia e la passione. La prossima volta, se ti capita ancora, prendi il telefono e componi il mio numero – o quello di Matteo, di Viola, di Alessandro, di Mirco, di Michele – e parliamoci.

Vorrei farti vedere i messaggi che ci stanno arrivando a decine in questi giorni. Abbonati che – di fronte alla nostra proposta di rimborso monetario dell’abbonamento – ci dicono che non vogliono niente, che vogliono il libro, che vogliono anche contribuire al crowdfunding. Che ci scrivono “siete un esempio che non possiamo permetterci che scompaia”, “Difficile trovare un progetto editoriale coraggioso come il vostro, è una realtà che vorrei mi accompagnasse ancora per molti anni a venire. Forza ragazzi!” Gente che si propone di aiutarci, con le sue competenze, ad andare avanti, a trovare soldi. Gente che si priva di soldi suoi, per darli a noi, sulla fiducia. Lettori e sostenitori silenziosi, che probabilmente non affollano le tue – o le nostre – camere dell’eco, bergamasche o non-bergamasche. Esistono, anche se non rumoreggiano.

Tu il crowdfunding lo liquidi come “elemosina” per scrittori che vogliono fare i “nobili”: per me, per noi, invece è un onesto mettere le carte sul tavolo, chiedere un aiuto. Ed esporsi al rischio di rendersi conto di parlare al nulla e a nessuno. Abbiamo appena iniziato, ma le prime risposte mi/ci dicono che quello che facciamo ha un senso; tanto che qualcuno – 58 persone in 2 giorni – ha deciso di investirci dei soldi: in cambio di un libro, di arretrati o di niente. In cambio di continuare a leggerci.

Leggendo e rileggendo più volte la tua lettera ho sentito forte l’amore e la passione verso CTRL. Lo dico davvero, anche se sono infuriato, e forse anche più amareggiato che infuriato. E ho sentito anche la passione e l’amore verso le persone che ora lo tengono in piedi, da dentro. Perdonami se sarò sincero fino alla spietatezza: m’intristisce profondamente vedere come questa tua passione e questo tuo amore siano restati impigliati nelle reti del tuo ego e della provocazione a tutti i costi. Che muove tutto e – in fondo – niente. È semplice, troppo semplice fare l’oracolo che parla lontano, che-te-l’avevo-detto-io, che lancia le bombe al sicuro da dietro il suo muretto, che dice: armiamoci e partite (e intanto pagatevi l’affitto). Se vuoi ri-partire con noi: benissimo, le porte sono aperte. Come sono aperte per tutti gli altri. Nuovi collaboratori. Nuovi lettori. Nuovi finanziatori. Venite, confrontiamoci: come, quando, dove volete. Scriveteci. Suonate al nostro campanello.

In uno dei (da te tanto odiati) reportage che abbiamo fatto quest’anno ho conosciuto Marcello Baraghini; uno che è finito in prigione con Pannella in Bulgaria per andare “contro il potere”; uno dei fondatori della Lega del Divorzio; uno che nel 1976 è stato condannato per incitamento all’aborto e all’obiezione di coscienza ed ha scelto la latitanza; uno che ha rivoluzionato il mondo editoriale con i suoi libri Millelire. Uno che ieri mi ha scritto dicendomi “voglio mandarti un centone per il crowdfunding, perché dovete continuare a fare quello che fate: dimmi come fare”.  Per scrivere il reportage su di lui, sono stato a casa sua una settimana. L’ultimo giorno gli ho chiesto perché la sua generazione – quella che ha fatto il ’68, le barricate, gli anni ’70, le bombe – ha fallito. Mi ha risposto che la rivoluzione è fallita per colpa dell’ego: dell’ego dei capi-popolo. Che la rivoluzione fallisce sempre così. Ha ragione: e – nel piccolo, nel microscopico – l’ho capito anche dal tuo articolo, appassionato, velenoso, innamorato; impigliato nell’ego.

Chiudo con una cosa che, in un certo senso, mi hai insegnato tu.  I “vecchi sdentati” (come li definisci tu) del Molise, della Basilicata, le vecchie della Val d’Aosta che cantano in casa di riposo, il taglialegna delle valli occitane del Piemonte con le loro storie non fashion, non food, non green, non craft (che racconteremo nel libro su cui abbiamo deciso di basare il nostro rilancio) sono più rivoluzionari di te, di me, e di noi “creativi”. Questa risposta al tuo articolo è a nome mio, a titolo personale, non è una risposta “di CTRL”, è piena della mia personale passione e della mia personale incazzatura; l’ho comunque condivisa preventivamente con le persone della redazione che ho citato sopra.  Se vuoi rendere pubblica questa lettera sulle tue pagine calepiopress, ne sarei felice. Ma la scelta, naturalmente, è tua.

Nicola

commento by Leone : CTRL esc 

Ok ragazzi, volevo darvi la carica, ricordarvi chi siete.

CTRL magazine è stato un universo germinale di comunicazione, e potenzialmente CTRL aveva tutti gli attributi per essere un super-marchio, del genere che le multinazionali si sforzano invano di creare a posteriori. Nel magazine: grafica must, esperimenti di mini letteratura potenziale, nuovi format, fotoromanzi sperimentali, pubblicità autoprodotta. Intorno al magazine: le avanguardia night dell’Invisible Show, i meeting ultra-pop del World Nascondino Championship, le Pub Writing Session et coetera. Si, poteva diventare un brand globale, editoria, eventi, start-up, abbigliamento, food&drink. Nuovi modi di comunicare, di fare impresa, nuovi stili di vita.

Ognuna delle iniziative CTRL potrà vivere da sola, anche quello che farete adesso – e sono certo che farete un buon lavoro – ma la fine del super marchio è la vera perdita. Quello che il marchio CTRL diceva, ovunque fosse, era qualcosa di più di un adesivo, di una testata, di un marchio su una locandina. Questo qualcosa in più, lo spirito CTRL, cioè il vero valore aggiunto, sparisce insieme al magazine, alla sua presenza fisica di periodico cartaceo. Un peccato, uno spreco, e non è tutta colpa vostra, o nostra, o dei mala tempora. Di fatto la città, il territorio, il sistema ha perso un’occasione.  Nessun attore di peso (aziende, istituzioni, fondazioni, gruppi editoriali) ha avuto il coraggio, la lungimiranza di sostenere veramente e appoggiare o anche sfruttare CTRL. E bastava poco, non stiamo parlando di milioni di euro. Pace.

Però, non svendete le copie d’archivio. Piuttosto, mandatele alle Università, come oggetto di studio e argomento di tesi.

 

 

 

2 thoughts on “CTRL esc

  1. Da semplice lettore, ammiratore e curioso (storico) del magazine e del presente blog, pregusto un tuo ritorno, Leone, all’interno della redazione di Ctrl.

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