il copyright

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letteralmente copyright significa “diritto di copia”, cioè possibilità o meno di produrre una copia da un originale.

va da sé che il concetto nasce come conseguenza della possibilità di riproduzione delle opere, tipica dell’era contemporanea.

il copyright si materializza in molti ambiti diversi. cominciamo trattando il caso dell’opera culturale, tipicamente dell’opera letteraria, musicale, o pittorica che sia.

una volta uno faceva un’opera, e quella era: un unicum.

se la volevi, dovevi comprarti l’originale (troppo costoso), oppure accontentarti che qualcuno te la leggesse direttamente dall’originale, se era un’opera scritta, oppure che qualcuno ti suonasse la canzoncina, se opera musicale, o che qualcun’altro ti desse la possibilità di vedere il quadretto originale, se opera visuale.

allora la chiesa, che era l’unica a poter mantenere uno stuolo di nulla facenti chiusi nei monasteri che prosperavano grazie al lavoro del popolo, comincia l’opera degli amanuensi, dei copisti, insomma, comincia a far fare le prime copie della storia.

allora non c’erano grossi problemi, l’autore originale non si incazzava, anzi, se non era morto da millenni vedeva di buon occhio che la propria opera potesse ottenere maggiore diffusione grazie al lavoro di uno stuolo di fratonzoli chiusi in monasteri ameni in lochi ameni: la sua opera si diffondeva.

e siccome un’opera culturale altro non chiede che di diffondersi (teniamo bene a mente questo concetto), ben venga la chiesa, che tra una crociata e l’altra, tra un massacro e l’altro in nome d’iddio (di un dio o di quell’altro), usava un po’ delle sue energie anche per diffondere il sapere.

purtroppo quali opere fossero da copiare, e quali da bruciare, lo decideva il capoccia (lo stesso che ancora oggi dopo millenni ci teniamo in casa e manteniamo esentasse vestito di tutto punto da prada), in modo sempre utilitaristico e autoreferenziale, quindi probabilmente sono andate bruciate tante opere originali quante sono state copiate e diffuse (o forse più), ma questo è un altro problema (enorme).

il problema invece di cui stiamo trattando ora, il copyright, salta fuori per colpa dei crucchi (sempre loro, quelli della merkel, quelli della volkswagen): un tal gutemberg a un certo punto semina una zizzania pazzesca perché inventa un modo per fare tante, tantissime, virtualmente infinite, copie di un testo.

si badi bene: il problema salta fuori non perché finalmente si potevano fare tante copie, economiche, per tutti, delle opere della conoscenza, insomma del sapere,

ma perché non era più possibile bruciarne una sola per eliminare il sapere che non andava bene al capoccia.

questo era il problema di fondo: la stampa in serie rendeva veramente difficile l’eliminazione del sapere indesiderato, rendeva maledettamente difficile il lavoro della censura.

e qui, come mi si conviene, ci sta il porcone: ostia!!!!!!

il bisogno del copyright nasce perché dava fastidio la diffusione del sapere, NON per agevolarla e garantirla come ancora oggi tutti credono.

nel momento in cui l’umanità trova il modo di diffondere la conoscenza, i capoccia non ci stanno, e mettono il classico palo nel culo a tutti: il copyright.

quello che allibisce è che ancora oggi il copyright sia sbandierato dagli autori come un sacrosanto diritto per proteggere il loro operato.

contraddizione.

paradosso.

mi ripeto prolissamente perché è un passaggio cruciale: il copyright oggi è sentito come quell’insieme di regole che servono all’autore per garantirgli la paternità dell’opera, per tutelarlo dal furto indebito dell’opera.

e invece il copyright nasce (e ancora oggi lo è in pieno) come lo strumento che serve a chi autore non è, per controllare cosa gli autori vogliono divulgare,

in definitiva il copyright nasce per FRENARE la diffusione del sapere, invece che per GARANTIRLA.

dopo gutemberg e la stampa la successiva grande rivoluzione culturale arriva con l’informatica.

mentre la riproduzione delle opere a mezzo stampa richiede che ci vadano di mezzo gli alberi, richiede che il risultato della stampa venga caricato su carri (o autotreni), venga portato nei negozi bruciando benzina e copertoni, e dai negozi, finalmente, nelle case del pubblico, con l’informatica, e con internet nello specifico, tutto questo non serve più:

come un’immensa inondazione di olio il meccanismo di diffusione del sapere non conosce più attriti: chiunque può avere copie di qualunque cosa, pressoché gratuitamente, senza più bisogno di intermediari.

internet è gutemberg all’ennesima potenza: tutto il sapere gratis per tutti.

e invece ancora oggi il 90% della popolazione benpensante considera la copia avulsa dal copyright come un reato.

paragonare la copia di un mp3 ad un atto di pirateria è esattamente quello che vogliono i capoccia, è niente di meno che una perfetta sindrome di abnegazione e sudditanza di un mondo senza cognizione di causa che pedissequamente applica le leggi volute da chi lo vuole controllare.

oggi dire che copiare un mp3 è illegale è come un contemporaneo di gutemberg che si rifiuta di leggere un libro stampato perché opera del demonio (pirati).

oggi prendersela con la pirateria significa essere i sostenitori volontari di un sistema reazionario che lotta contro il sapere e la sua diffusione.

non è una provocazione.

davvero.

pensateci.

a chi giova mettere in galera i pirati digitali?

giova al sapere?!?!

giova alla cultura?!?!?

giova SOLO ED ESCLUSIVAMENTE ai vertici del potere culturale, a coloro che fanno i soldi vendendo il prodotto culturale ma, SOPRATTUTTO, a coloro che controllano quale sapere si può riprodurre e quale no, quale canzone si può ascoltare e quale no, quale testo si può leggere e quale no.

prima di internet e del fenomeno della pirateria, il mondo editoriale era saldamente nelle mani di pochissimi, grandi, editori. (se vi aiuta a inquadrare il problema, berlusconi è uno di questi).

non venite a citarmi gli editori di nicchia che pubblicano 4 libri l’anno venduti in 5 copie ciascuno.

quelli sono slalomisti delle regole del sistema che hanno fatto quello che hanno potuto per contrastare la massificazione del sapere rispettandone le regole.

io parlo di madonna per il rock, di vespa per la saggistica, di follet per la letteratura, io parlo del 99% dei libri venduti, mica dell’1% della nicchia degli editori cosiddetti colti.

io parlo del popolo, parlo dell’equivalente dell’ikea per la cultura.

e il popolo ogni anno poteva leggere solo ed esclusivamente una decina di titoli, che sono i titoli che trovate nelle case degli abitanti di tutta la società occidentale, io parlo del regime culturale che si era venuto a creare per cui qualunque forma di contenuto per le masse era prodotto sempre dai soliti quattro editori, quegli stessi editori miliardari pappa e ciccia con i poteri forti del sistema, quegli stessi che non ti avrebbero mai pubblicato un libro perché “non vendibile”, quegli stessi che non hanno mai voluto problemi con la censura, quegli stessi editori che erano culo e camicia con la censura.

io parlo della massificazione culturale.

e oggi il cartello di quegli editori si inalbera contro la pirateria, muovendo cause legali contro tutto il mondo: l’hanno inventato loro il termine, l’hanno voluto loro il paragone tra chi ruba il sapere per diffonderlo e chi ammazza la gente con coltelli ricurvi per rubargli i dobloni d’oro.

ora sono i pirati dell’informatica.

ora ed allora (ai tempi di gutemberg) sono gli irrispettosi del copyright.

ecco cosa è il copyright.

e quando oggi sento ancora artisti completamente sconosciuti (non ho detto non bravi o non di valore) che si lamentano contro le copie illecite delle opere, mi sale il sangue alla testa, perché capisco che l’opera di indottrinamento e di sterilizzazione intellettuale che la categoria degli autori ha subito è agghiacciane, perché nessuno ha più quel minimo di arguzia per rendersi conto di essere diventati loro stessi portavoce della censura di sistema.

detto questo, affrontiamo le solite e banali giustificazioni che adducono i suddetti autori in favore del copyright:

“senza il rispetto del copyright come può campare un artista?”. ovvero “se tutti copiano gratis un’opera chi paga l’artista per il suo lavoro? la cultura scomparirà senza il copyright!”

grandioso…

fenomenale…

i soldi, visto che solo di soldi sapete parlare quando trattate di copyright, sono sempre e solo stati appannaggio dell’uno per un milione degli autori.

da che mondo è mondo gli autori, gli artisti, fanno la fame, la facevano ai tempi della pietra, l’hanno fatta nell’arco di tutta la storia dell’umanità, e la fanno allegramente tutt’oggi, ai tempi di madonna, vespa e follet.

i soldi li fanno solo gli artisti di regime, che sono 3 su un milione, e tutti gli altri nulla, tutti gli altri a passare una vita creando opere che puntualmente vengono rifiutate dagli editori, tutti gli altri non hanno mai ricevuto nulla in cambio dal sistema del copyright.

anzi, assurdo degli assurdi, il popolo degli autori non famosi (chiamiamoli così) viene persino vessato dai balzelli di istituzioni delinquenziali come la siae, sono costretti a pagare per poter eseguire le proprie canzoni in pubblico anche se le proprie canzoni non sono mai state edite (e quindi messe in vendita) da nessuno, sono costretti a pagare per poter pubblicare il proprio libro, il libro della propria vita, sono costretti a pagare la siae per auto prodursi la propria opera che nessun editore vuole distribuire perché infruttifera. e se non pagano sono fuori legge!!!!

e i soldi raccolti dalla siae a chi vanno? ai soliti noti. ai soliti pochissimi unperunmilione che hanno avuto successo.

ma vi rendete conto che siete sempre i soliti poveri cristi di prima, che in più fanno il gioco dei poteri forti? siete i cipputi di altan che si mettono l’ombrello nel culo da soli!

vi rendete conto che a rispettare le regole del copyright non avete mai ottenuto nulla, e mai nulla otterrete?

ma con che coraggio credete ancora alla favola per cui senza copyright l’arte non potrebbe sopravvivere?

l’arte è sempre esistita contro ogni forma di copyright, l’arte è sempre esistita a prescindere da ogni forma di retribuzione da parte del sistema.

sono di gran lunga di più i grandi artisti morti poveri, di quelli che hanno fatto i soldi.

o credete davvero che madonna, vespa, follet, michelangelo e spielberg siano esempi comuni di artisti come chiunque potrebbe essere?

andate e copiate e diffondete.

l’unica cosa che potrete procurare sarà il fallimento dei grandi editori, non di certo dei piccoli e colti editori di nicchia.

i mezzi di replicazione (meccanica o digitale) delle forme di sapere sono e sempre saranno il vero motore della conoscenza umana, contro ogni regime, contro ogni censura, contro ogni forma di controllo culturale.

e giusto per dare un’idea della portata della questione, e per riallacciarmi al distinguo iniziale del post: noi abbiamo parlato di copyright nella cultura, ma vogliamo parlare del copyright nella ricerca scientifica? vogliamo parlare della brevettabilità delle scoperte scientifiche? a chi giova tutto ciò? all’umanità, o alle solite quattro multinazionali? a chi giova brevettare le ricerche sulla genetica? a chi giova brevettare le formule farmaceutiche? a chi giova brevettare gli algoritmi informatici? a chi? a tutti, o ai soliti pochi noti?

le multinazionali vi diranno: noi investiamo miliardi e miliardi in ricerca! non lo faremmo se non avessimo garanzie sulla sfruttabilità economica delle nostre scoperte! la ricerca morirebbe!

palle!

palle grosse come una casa!

e qui introduco un altro punto cruciale: la cedibilità del copyright.

infatti la follia della società contemporanea permette la cedibilità del copyright, e questo è il più subdolo e potente asso nella manica che ha il sistema, la cui portata sui grandi numeri è tanto devastante quanto poco nota.

poter vendere un brevetto, così come poter vendere il copyright su un’opera d’arte, significa dare la possibilità a chi ha più soldi di comprarsi anche ciò che non ha fatto, ma soprattutto rende una mera questione di conti in banca il potere di sfruttabilità della conoscenza.

poter cedere il copyright su un’opera significa rendere alienabile anche la cosa più importante che un’opera porta con se: la paternità.

significa che chi scopre qualcosa, chi crea qualcosa, nel 90% dei casi non ha poi i soldi per metterlo in pratica, per produrlo in serie, per sfruttalo economicamente, ed è costretto a vendere le proprie idee al miglior offerente.

significa che le solite multinazionali non hanno più nessun bisogno di fare alcuna ricerca, che semplicemente controllano quello che viene scoperto in giro, se lo comprano, e poi lo serializzano, diventando ancora più ricche, ancora più potenti, ancora più capaci di acquisire conoscenza che non hanno saputo produrre ma che sapranno sfruttare.

siamo una società che mette in prigione chi cerca di diffondere il sapere.

siamo una società in cui si è venduto il sapere, felici di averlo fatto perché convinti che fosse l’unico mezzo per garantire il sapere.

 

 

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(immagine di CHRISTOPHER DOMBRES)

 

il marketing

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preambolo: twitter è un’idea geniale rovinata dalla scelta dei 140 caratteri e dal concetto infausto del micro-writing. tutto quanto segue è la dimostrazione che niente si può scrivere in soli 140 caratteri. ma questo era solo un preambolo. andiamo oltre e affrontiamo l’argomento…

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c’è gente che studia anni di università per diventare esperta di marketing.

“marketing” significa letteralmente qualcosa tipo “mercataggio”, “mercantaggio”, insomma, un verbo mutuato dal concetto di mercato.

eppure da piccolo ho assorbito il detto “il furto è l’anima del commercio”.

e con questo preambolo ho già detto tutto.

siamo la società del libero mercato, con al governo da lustri i più grandi e sfegatati sostenitori del libero mercato, in una società che non è che abbia sposato il libero mercato, ci si è proprio messa a scopare dalla mattina alla sera col libero mercato, facendo figli a sdràpana col libero mercato,

il libero mercato è entrato dentro al midollo di ogni cristo appeso in croce nelle chiese, in ogni cristo nelle scuole pubbliche e private, in ogni lettore di qualunque giornale,

il libero mercato è diventato più importante della fotosintesi clorofilliana, il libero mercato è lo spermatozoo che feconda l’ovulo, il libero mercato è l’ossigeno quando vede il carbonio, è un virus che incontra windows,

il libero mercato è l’amore e il tradimento, il libero mercato oggi, in questa società, nella nostra società, nella società occidentale contemporanea, e visto dove stanno andando a parare i cinesi direi in tutto il mondo, è tutto.

tutto.

oggi l’umanità intera ha sposato il libero mercato.

bravi stronzi che siamo.

non ci voleva il mio amico alcolizzato del bar di piazza oberdan per spiegarci che sposarsi è una cazzata già di per sé.

ma sposarsi col libero mercato…

con tutte le belle teorie, con tutte le possibilità che avevamo noi virgulti singoli lavoratori automuniti… proprio col libero mercato dovevamo legarci un cordone ombelicale…

ma tant’è, così è, faccioilsegnodellacroce, mitoccoicoglioni, ora è lui nostra moglie.

lo spirito del marketing è questo:

ti scrivi su un dito “tranne questa che costa 1000″,

e poi indichi la luna dicendo “è gratis!”.

oppure, per fare un esempio più concreto (banca popolare di bergamo):

“è consigliabile un mutuo a tasso fisso perché non può crescere!”… nell’unico momento storico in cui i tassi sono allo 0,5% e continuano a scendere, contro un tasso fisso del 6% offerto dalla banca, per 20 o 30 anni, ça va sans dire.

oppure:

(vodafone e tanti altri): telefonate illimitate con chiunque! ottimo! chi ci lavora col telefono non poteva chiedere altro!

salvo poi scoprire, leggendo i papiri scritti in corpo 4 nel contratto di adesione, che l’offerta vale solo se le telefonate non sono a scopo di lucro (giuro!).

diciamo pure che alla base del marketing c’è la menzogna.

e nel mio gergo mentire si dice anche “inculare” la gente.

il marketing è l’arte (insegnata nelle università) di inculare la gente.

ho usato volutamente questo termine, perché mi piace figurarmi che sia lo stesso termine che usano i grandi teorici del marketing quando parlano della gente di fronte ai propri discepoli, quando parlano delle persone con cui avranno a che fare quando metteranno in pratica tutta la loro “scienza” per guadagnarsi uno stipendio.

fare marketing oggi significa imparare a “inculare” la gente. e il marketing, con tutte le società di marketing che spopolano e che si beano del proprio successo economico in un periodo in cui il mondo va a culo, è veramente una gran moda.

“la nostra tariffa per il gas è del 20% inferiore a quella che lei paga ora!”…

…ma solo per un anno o due, poi, grazie al fantomatico “libero mercato” (è proprio questo il concetto che ti citano al telefono, o di persona, quando parli con questi individui) la alzeremo in modo arbitrario senza possibilità di replica, perché sarà la libertà del libero mercato ad imporlo, mica una scelta nostra! e poi tanto ormai lei è nostro cliente vincolato per anni X. insomma cornuto e mazziato.

viviamo in un mondo in cui le grandi società puntano tutte le proprie energie nell’inculare la gente.

davvero, non era così prima.

la deontologia del lavoro è stata spazzata via negli ultimi venti o trent’anni.

prima un assicuratore, un bancario, un venditore in generale doveva misurarsi col proprio prodotto, e doveva trovare il giusto acquirente (domanda) per il giusto prodotto (offerta).

prima i cittadini avevano bisogno di una banca e di una assicurazione, e credevano a quello che i propri bancari e assicuratori dicevano, così come i propri bancari e i propri assicuratori li ascoltavano.

insomma: prima i bancari e gli assicuratori facevano il proprio lavoro.

poi, “colpa del libero mercato!”, hanno dovuto iniziare ad aumentare i clienti di anno in anno, per non essere assorbiti dalla concorrenza, poi hanno dovuto iniziare ad aumentare i profitti per ogni cliente, “legge del libero mercato!”, fino ad arrivare al punto che per non fallire devono fare a gara a chi incula, sempre quel verbo, più gente possibile, e chi non lo fa è fuori, non ha prodotto abbastanza, la sua azienda non ha bisogno di lui, meglio un giovane sciacallo cresciuto a TV e videogames di un vecchio incapace di buttare alle ortiche la sua morale.

oggi ci sono solo sciacalli che mentono spudoratamente, che mentono sui propri amici, sui propri parenti, pur di portare a casa un contratto.

per un periodo ho lavorato in via paglia, una via centrale di bergamo, e il nostro ufficio era al piano sopra ad una assicurazione (non ricordo il nome, se no lo direi): siccome ci eravamo imposti di non fumare in ufficio, fumavamo sul balcone, e così facevano i giovani adepti della compagnia di assicurazioni del piano di sotto. ebbene, durante quelle sigarette sul balcone ascoltavo le telefonate che facevano questi poveracci (e un po’ stronzi) ragazzini usciti dalle scuole superiori, tutti imbellettati nella loro tenuta da “assicuratore”, con le scarpette lucide, il gessato stirato di fresco dalla mamma, fumando anche loro sigarette sul balcone, mentre chiudevano contratti assicurativi:

“pronto!, ciao!, lo so che non ti ricordi di me! sono il tuo vecchio compagno delle scuole medie!… ecco, sono io!… stai bene? tutto ok a casa?… ascolta, ti chiamavo perché ho fra le mani un’offertona, una cosa irripetibile… tu che lavoro fai adesso? ah, ok, ecco, lo sai vero che lo Stato ti lascerà da solo e che non riceverai mai la pensione vero? ecco, bene, io lavoro per un’agenzia di assicurazioni e potrei venire a casa tua a offrirti un’occasione irripetibile… quanto guadagni tu al mese? ok! perfetto, guarda, con solo due o tremila euro l’anno noi possiamo garantirti una pensione, perché lo sai vero che non riceverai mai una pensione dallo Stato?!?… come? non ti ricordi di me? guarda, se giovedì sera c’hai un attimo, anche dopo le 22, posso passare a casa tua, e ti spiego tutto!”

poi le assicurazioni falliscono.

le banche falliscono.

e lo Stato, quello Stato tanto vituperato dai maestri del marketing, deve intervenire per tappare i buchi di bilancio, per non far fallire queste società di sciacalli, usando ovviamente i soldi dei contribuenti, per non lasciare a casa migliaia di giovani (e meno giovani) che lavorano per loro.

loro fregano i vecchi compagni di classe pur di portare a casa un contratto, sputtanando lo Stato (e la cosa più cara che hanno: le amicizie) per vendere un prodotto che spesso si rivelerà fallimentare, e poi l’assicurazione, la loro società madre, ricorre allo Stato per non fallire, perché se fallisce “troppa gente rimarrebbe sulla strada”….

comodo.

figo.

ma che schifo.

ma che presa per il culo.

un mondo di markettari che si sputtanano tutto, la dignità, le amicizie, la credibilità, spesso pure la fedina penale, e in cambio di niente, mentre a parare il culo a tutti ci sono sempre i soliti poveracci, i lavoratori veri, quelli che si occupano di produrre invece che di vendere, quelli che nello Stato ci credono ancora, quelli che aspettano una pensione che probabilmente, davvero, non arriverà mai, per colpa del libero mercato…

ma è l’onestà che conta.

a tutti quegli individui che tirano sempre fuori la stessa tracotante giustificazione “ma sei solo tu che non vuoi capire come funziona il mondo”, oppure “ma il mondo funziona da sempre così” vorrei dire che, non solo sono loro che non hanno mai capito niente, ma vorrei anche che un giorno mi risarcissero di tutta la loro ignoranza e di tutti i loro errori che poi, puntualmente, sono gli idealisti come me a dover pagare.

è troppo facile fare i “gli sciacalli” con il culo degli altri.

e sono sicuro, sono davvero sicuro, che un giorno il marketing sarà studiato a scuola come uno dei cancri del mondo.

la scienza, la conoscenza, il sapere, sono ben altro, sono il progresso dell’umanità. voi siete solo dei parassiti, e come tutti i parassiti, prima o poi sparirete con una botta di spazzola, con una scrollata di china di una società che sta arrivando alla saturazione delle vostre benemerite fregnacce.

noi saremo sempre qui.

poveri (per colpa vostra), ma sempre qui.

il mondo avrà sempre bisogno di qualcuno che produce.

ma mica per sempre potrà permettersi qualcuno che fa della menzogna una professione.

andate a lavorare (o imparate a lavorare) invece di inculare la gente valah!

il prossimo giro affronto i professionisti del copyright, i peggiori parassiti della cultura… ma quella è un’altra storia…

 

 

 

 

verde

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valore_rosso

non esistono scale assolute di giudizio, ma solo scale relative.

se i nostri occhi vedessero solo un uniforme infinito campo rosso, non saremmo in grado di riconoscere il colore rosso.

se invece il campo fosse diviso in due parti, una rossa e una di un altro colore, allora potremmo avere la cognizione del rosso.

ne consegue che qualunque giudizio, o valore, è possibile solo grazie ad un contrasto che palesi l’esistenza di un altro valore.

una persona è un imbecille perché è attorniata da altre persone che palesemente sono diverse. in un mondo di soli imbecilli, invece, la cognizione dell’imbecillità è inesistente.

applicando questo principio alla felicità e all’infelicità, per fare un altro esempio, si deduce che una vita di sola felicità non può esistere, perché la felicità esiste solo in relazione all’infelicità. bisogna stare male per poter poi stare bene e capire cosa voglia dire stare bene. oppure: anche i ricchi piangono.

gli uomini, da che mondo è mondo, si ammazzano tra di loro. e se non si ammazzano, quantomeno si insultano, dividendosi spontaneamente in fazioni.

questo almeno è ciò che osserviamo da sempre appena saliamo su un albero e ci prendiamo qualche attimo di respiro tra un’uccisione e l’altra, tra un insulto e l’altro.

se azzardiamo – e noi azzardiamo – possiamo dire che l’umanità si comporta come i colori: tutti d’accordo, dello stesso colore, non possiamo essere, perché sarebbe come non esistere.

ma agli occhi di chi? chi ha bisogno di una guerra per definire giudizi sugli uomini?

temo la risposta sia: ancora noi stessi, gli uomini.

ma tutto questo è letteratura, anche se sempre stuzzicante dal punto di vista intellettuale.

andiamo oltre.

ho letto una volta di un giardino zen giapponese, di quelli con la sabbia pettinata, con dentro N pietre: queste sono disposte in modo tale per cui, da qualunque angolazione le si guardi, se ne vedono (e contano) sempre e solo N meno una.

quando ho sentito la prima volta questa storia mi ha affascinato.

una persona potrebbe passare un’infanzia in quel giardino, contando sempre N-1 pietre, fino al giorno in cui sale su un albero e scopre che in realtà sono N.

e qui introduciamo un concetto nuovo: non solo ogni valore, per esistere, deve essere relativo ad un altro valore, ma può pure essere sbagliato.

questione di punti di vista.

la cosa è molto sottile: io che vivo nel giardino conto N-1 pietre e sbaglio, e chi vive invece su un albero conosce un valore più corretto del mio, assolutamente più correto, e cioè che le pietre in realtà sono N.

e credo che nessuno possa mettere in dubbio questo concetto, una volta salito sull’albero.

insomma questa storia del giardino giapponese ci impone di accettare che esistono valori più o meno corretti, in base al punto di vista. cioè sembra proprio che non possiamo negare che esista una scala assoluta di verità, basata sui punti di vista, e che certi punti di vista ci danno giudizi, valori, più corretti di altri.

e questo non è più letteratura.

questo è un macigno.

perché dice che c’è qualcuno (chi sta sull’albero) che può dire agli altri (quelli che vivono nel giardino) di sbagliare, in modo incontrovertibile. chi sta sull’albero sa di possedere un giudizio migliore di chi sta a terra. tout court.

quindi le scale assolute di giudizio esistono.

l’unica cosa che non esiste è un giudizio supremo, ultimo, perché anche chi sta su un albero potrebbe essere smentito da chi vive in un buco spazio temporale, e chi vive in un buco spazio temporale potrebbe essere smentito dai morti.

in definitiva a cambiare punto di vista non si arriva da nessuna parte, ma quantomeno si capisce chi ha torto.

e in ogni guerra c’è qualcuno che ha torto e qualcuno che ha ragione.

 

sono un nazista in bicicletta

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questo post è uno sfogo, è uno sfogo politically scorrect.

io sono così, o almeno, vorrei essere così:

oppure sono (vorrei) essere così:

e questa è l’unica america che amo:

e l’europa:

quando avevo una decina d’anni (nell’82), mio padre mi regalò due cose: una bicicletta, e un computer.

sarà stata l’età dell’imprinting, sarà stata la scelta azzeccata, ma queste due cose hanno condizionato la mia vita.

sul computer non approfondisco, con l’opensource mi ha aperto la testa, ne ho fatto una professione, una fede, una politica, senza fame e senza andare controcorrente, alla faccia di quello che diceva quella merda umana di steve jobs.

mio padre è stato uno dei primi ecologisti in italia. dio solo sa quanto io ami mio padre. mio padre era uno di quelli che negli anni settanta ascoltava mao e urlava contro alla società italiana (mondiale) che la produzione senza regole era il male.

mio padre si occupava di ecologia quando l’ecologia era una bestemmia per quei mostri (sì, mostri, non nostri) industriali come il minchia supremo agnelli giovanni senior finto avocato.

allora nessuno ascoltava quelli come mio padre, ovviamente. allora si diceva: la produzione prima di tutto, i comunisti vogliono solo fermare il mondo.

oggi qualunque pubblicità per vendere una macchina parla di ecologia.

mio padre aveva i soldi per scegliere e regalarmi la migliore delle motocross per bambini in vendita allora da quelle ditte figlie di puttana che ancora oggi, sulla soglia del fallimento, propongono motori a scoppio per poppanti.

e ovviamente mio padre non mi ha mai comprato una moto, nonostante le mie preghiere, i miei desideri, i miei occhioni lucidi che lo guardavano, e guardavano avidamente ‘sti piccoli mostri che sgommavano e spargevano odore di olio e benzina incombusta e distruggevano sentieri in val seriana con i propri padri a cavallo di enduro miniaturizzate.

io sono diventato nazista così. amando mio padre, e odiando queste persone campioni di ignoranza che insozzavano l’aria e distruggevano i sentieri e la natura dei luoghi più cari a noi bergamaschi.

oggi ho quarant’anni, e sono un nazista naturalista contro l’ignoranza della gente.

io sono un nazista.

sono uno che quando va in giro in bici vorrebbe tirare cazzotti attraverso i vetri delle macchine che lo circondano.

sono un nazista contro gli ignoranti che hanno sgobbato una vita per comprarsi un motore. sono un nazista che non accetta nessuna discussione, nessuna opposizione al fatto che oggi si debba rinunciare ai motori.

l’eco di bergamo, uno dei giornali più retrogradi, ignoranti, bigotti, bugiardi (per dirla con il nomignolo che gli ha dato il popolo), ancora oggi ha il coraggio di pubblicare  articoli in cui parla male delle biciclette perché i ciclisti passano col rosso e non rispettano le strisce pedonali.

che tristezza.

che ignoranza.

che schifo.

sono un nazista perché ho passato una vita sperando in un riscatto dell’umanità, perché ho aspettato gli ultimi trent’anni della mia vita per vedere l’umanità andare in una direzione ben precisa, per me (e non solo per me) ovvia.

e invece una minchia di niente.

e invece ho assistito a vent’anni di berlusconismo dopo cinquant’anni di democrazia cristiana.

è ovvio come il pane che la scuola meriterebbe tutti i nostri soldi per formare una nuova generazione di italiani colti e migliori di quello che siamo noi, perché è solo con l’istruzione che si migliorano le prospettive di uno Stato, ma ogni volta che gli italiani sono chiamati a votare scelgono i partiti che dichiarano guerra alla scuola pubblica, che dicono che i soldi servono per altro prima che per insegnare ai nostri figli qualcosa.

gli italiani hanno scelto un pedofilo puttaniere mafioso ladro, piuttosto che qualunque alternativa onesta e intelligente gli si presentasse di fronte al naso.

e allora marcite tutti nella merda che c’è nel vostro cervello.

e allora che il modo vada a fanculo per volontà vostra. non mia.

sono nazista.

federico

e per finire i migliori, che avevano previsto tutto, e ovviamente in questo mondo di merda sono morti come sempre capita ai migliori:

e la gioventude:

e la storia:

P.S.: tutto quello che ho scritto non ci sta in un post di facebook, e tantomeno in un fottutissimo twitt da 140 ridicoli caratteri. questo dovrebbe far pensare. lasciate i social e tornate ad occuparvi dei vostri blog. prima che i social lascino voi.

le tre regole del webdesign

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containers

togliere tutto quello che non serve

usare spazio vuoto

allineare tutto

 

il sentimento nel pane

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macleansok

ci sono alcune cose che sono invariabili nell’esistenza dell’uomo.

sono cose talmente immutabili che quantomeno oggi le consideriamo luoghi comuni, perché tutti sono d’accordo che siano così.

ma il fatto irritante è che ogni generazione le deve vivere, ci si deve scontrare, deve provare a mutarle, per poi arrivare ad un punto in cui accetta che siano immutabili.

non parlo di polpettoni maximi come il fatto che tutti devono morire. parlo di cose appena un po’ più astratte:

perché gli artisti devono essere poveri?

perché i leader devono essere cinici e spietati?

perché le idee più brillanti sono destinate a non essere comprese?

perché le belle speranze sono destinate ad essere disattese?

chiunque è disposto a dire che l’arte è importante nella vita al pari del cibo, e contemporaneamente tutti sono pronti a dire che senza cibo si muore, senza arte si può sopravvivere, quindi prima il cibo, poi, forse, l’arte.

invece che dell’arte potrei parlare dell’amore:

chiunque è pronto a giurare che l’amore è fondamentale per vivere, anche se poi, nella pratica, una società si autoregola prescindendo bellamente dall’amore. “ahhh, l’amore” si dice, “l’amore è un’illusione”. il cibo no. quindi zitto tu che aneli l’amore, e ubbidisci a me, che porto il cibo.

che poi davvero arte e amore sono importanti, infatti chi professa, cinico e compiaciuto, il primato del pane sui sentimenti, si ritrova col figlio tossico o suicida per carenze affettive, il partner che lo abbandona per andare a cercare sentimento altrove, si ritrova a vivere una vita di merda, col cibo, certo, ma una vita che non si aspetta altro che finisca, perché insopportabile, una vita che non vale più la pena di essere vissuta.

e specularmente, che dolore infinito in un padre che segue instancabile il sentimento, ma che non ha di che sfamare i figli. che dolore, ogni volta, porgere l’altra guancia, per poi essere annichiliti dagli schiaffi di chi oggi prevarica il tuo fragile sentimento, e domani accudisce la tua prole cui non hai saputo dare la sicurezza della “roba”, cui non hai saputo lasciare un bottino di monete con cui farsi scudo delle ristrettezze della vita.

è questa cronica, incrollabile, stupidità umana che mi dà da pensare la sera, invece che dormire, o la mattina, invece che lavorare.

come è possibile che l’uomo in migliaia, milioni di anni di esistenza, non sia ancora venuto a capo di questo paradosso?

come è possibile che le società si regolino negando alcuni fattori che poi, puntualmente, regolarmente, si rivelano bombe capaci di distruggere la vita dei singoli?

io vorrei, davvero vorrei, fortissimamente vorrei che l’umanità decidesse, una volta per tutte, se pane o sentimento.

che bello sarebbe, da domattina, sapere che solo il pane conta!

sarei il primo, il principe, dei figli di puttana accaparratori, uscirei di casa alla ricerca del possesso materiale dei beni, allenerei il mio corpo ad essere forte, la mia mente ad essere felina e reattiva, ucciderei, fotterei, senza pietà, finché ancora ho un po’ di forze in corpo, perché se non ora quando?

oppure, che bello sarebbe, da stanotte, sapere che solo il sentimento conta!

che liberazione superare una volta per tutte la materialità delle cose, l’angoscia della sopravvivenza, finalmente potersi dedicare agli altri, alla bellezza, all’arte. all’amore.

ma ogni strada intrapresa, stanotte o domattina, è una strada parziale, che mi avvicina a qualcosa per allontanarmi da qualcos’altro, senza possibilità di felicità definitiva.

che triste la vita così, come da sempre la viviamo.

che tremendo e banale il dolore che ne deriva.

che coglioni siamo, non essere ancora riusciti a capire che in una società, in ogni momento, in ogni luogo, hanno pari diritti e pari dignità gli artisti, gli amanti, i condottieri e i panettieri.

gli uomini sono stupidi.

p.s.: la fotografia è a mio parere una delle più belle fotografie che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, è stata la copertina di una rivista che non conosco, e l’ho trovata per caso googleando non ricordo più quale keyword.

sparare per eliminare creature

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Crysis-3-1

non sono mai stato un grande videogiocatore, eppure sono sempre stato attratto dai videogiochi.

diciamo che io sono uno di quelli da “intro”, uno che vede l’inizio del gioco, l’intro appunto, spara due colpi, gira nella prima stanza, casca nel primo buco sul pavimento, viene ucciso dal primo mostro, si rompe le palle e molla lì.

però ogni tanto vado sempre a vedere a che punto stanno i videogiochi. la grafica in particolare attrae la mia attenzione, sulla giocabilità so dire poco perchè, come detto, non gioco, ma mi piace guardare. sono un voyeurista dei videogiochi.

i videogiochi si sono parecchio trasformati nei decenni. ci sono anche testi di storia dei videogiochi, ma una sintesi può essere questa:

prima i giochi erano fatti da gruppi di lavoro minuscoli, per non dire che le software house erano in realtà fatte da una sola persona, che aveva l’idea, inventava la trama, scriveva il programma, disegnava la grafica, insomma tutto.

http://www.youtube.com/watch?v=EZiIQvUT7nE

questo ovviamente garantiva la creatività: andavi dove ti portava il cuore, e c’era talmente poca storia e concorrenza nel settore, che era difficile massificarsi, anche volendo.

per esempio questo è Jeff Minter, inglese, un pioniere dei videogiochi, di quando i videogiochi si chiamavano “L’attacco dei Cammelli Mutanti” o “Pecore nello spazio”, e la sua software house la vedete nella foto: lui e il suo computer nella sua stanza

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poi pian piano tutto si è complessificato e banalizzato.

oggi per fare un videogioco servono decine (per non dire centinaia) di persone. e questo ha portato alla banalizzazione, perchè se sei da solo fai sostanzialmente il cavolo che ti passa per la testa, se sei in un gruppo di lavoro di 50 persone, con un budget milionario (che devi restituire, possibilmente moltiplicato, a chi l’ha investito), con tempi di rilascio obbligati, ecc. ecc., il margine per la creatività è zero.


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e infatti oggi i giochi sono tutti, completamente, tristemente, uguali.

pensate alle differenze che c’erano un tempo tra ‘Pacman’, ‘Asteroids’, ‘Pong’ e ‘Tetris’, e pensate alle differenze che ci sono oggi tra ‘Crysis’, ‘Metal Gear solid’, ‘Dead Space’, ‘Splinter Cell’, e tutti gli altri: oggi sono tutti lo stesso identico gioco, in cui cambia forse il nome del protagonista e il nome dell’arma che usa. e basta.

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gli engine che muovono i videogiochi moderni sono talmente complessi, che le società nel mondo in grado di svilupparli si contano sulle dita di una mano, e probabilmente vi restano anche delle dita libere. questo significa che qualunque gioco voi proviate, è sempre lo stesso gioco, succedono le stesse cose, ci sono gli stessi effetti, offre gli stessi gradi di libertà.

ma la banalizzazione odierna non è solo sul lato tecnologico, è anche, e soprattutto, sul lato creativo/culturale.

perchè? perchè in qualsiasi videogioco devo vedere in prospettiva un palazzo decadente, devo avere in mano un’arma, e devo uccidere creature che altrimenti uccidono me?

che il gioco sia ambientato nel passato o nel futuro, che inizi con un giovane e una giovane che si baciano o con un drago che cala sulla terra, o con uno slalom tra pianeti, in qualunque caso, nel giro di un attimo, mi ritrovo a sparare come un pazzo per eliminare creature.

sparare per eliminare creature.

sparare per eliminare.

sparare.

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lo so, esistono delle eccezioni, esistono tanti tentativi di creare giochi diversi, ma nella migliore delle ipotesi questi giochi sono stati fenomeni di nicchia (vedi ‘Spore’,'Syms’,'Symcity’ e pochissimi altri), nella peggiore delle ipotesi sono falliti perchè non hanno venduto nulla.

detto questo, precisato che voi software house avete veramente rotto le palle con i vostri FPS (‘First Person Shooter’, ‘sparatori in prima persona’, mai definizione fu più calzante), vorrei fare un elogio agli engine.

quello che va detto va detto: tutti gli engine puntano allo stesso tipo di gioco First Person Shooter, e in questo sono banali, ma la grafica, il livello di dettaglio, il realismo, la ‘credibilità’ che hanno raggiunto oggi fa davvero impressione. mette i brividi.

il grosso balzo in avanti negli ultimi anni è stato fatto sulle luci (le luci sono tutto nella narrazione visiva), e sulla fisica. soprattutto sulla fisica. la fisica di un gioco è quella parte di engine, di algoritmi, che serve a rendere più credibile tutto ciò che riguarda il movimento.

http://www.youtube.com/watch?v=qq7-hTVP9AE

la fisica comprende il calcolo agli elementi finiti per simulare un muro che si sgretola o un ponte che esplode, la cinematica inversa per simulare una bestia che cammina, perde l’equilibrio, e cade, la fluidodinamica e i campi di particelle per simulare perfettamente l’acqua, il fumo, il fuoco.

http://www.youtube.com/watch?v=j0G8IgJxLRE

certo, io c’ho da ridire anche sugli engine…

perchè non sperimentare un po’ anche negli engine? perchè non randomizzare un po’ le cose? perchè non giocare un po’ con la fisica (cambiandone le leggi, visto che nel virtuale si può)? perchè non abbandonare una buona volta il realismo per evolvere nell’astrattismo e nel concettuale, come è successo in tutte le arti visive?

ve lo immaginate un engine cubista? o un physics engine ad improbabilità infinita?

forse i tempi sono ancora immaturi, forse lo sono i consumatori, forse gli imprenditori, o forse tutti quanti, il chè è come dire che tutti sono normali e sono io il problema…

…però davvero mi piacerebbe più originalità, più capacità di astrazione, nei videogiochi, più provocazione, più ribaltamento dei punti di vista.

comunque sia,

turiamoci il naso sulla violenza,

facciamo spallucce di fronte alla mancanza di originalità,

ed ecco i più pompati titoli di videogiochi che arriveranno nel 2013:

http://www.youtube.com/watch?v=yeguVovQ8Dw

dopo tutto,

è pur sempre letteratura.

quàte bàle pè fà sö ü tübo

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il lavoro manuale, quella cosa che è iniziata con gli ominidi e che imperterrita va avanti di pari passo con l’evoluzione dell’umanità.

io subisco una fascinazione drastica verso chi sa usare le manine,

cioè per chi riesce a collegare perfettamente il cervello agli arti,

per chi cristallizza nei decenni un sapere perfetto, fatto di miliardi di tentativi e correzioni,

fino a diventare un artista marziano, un uomo, con il suo pizzetto arzigogolato, che compie un milione di movimenti apparentemente uguali, apparentemente insignificanti, ma tutti infinitesimamente diversi, secondo un processo che rappresenta la summa dell’intelligenza umana.

fare la cosa che appare come la più banale e umile del mondo, seguendo un processo che è la cosa più complessa del mondo.

c’è una dignità e una superiorità in queste persone che le pone sopra, fuori, da ogni epoca, che le rende inossidabili al tempo, inattaccabili dal progresso, e, ovviamente, indispensabili all’umanità.

per quanto mi riguarda questa persona vale tanto quanto un papa, anzi di più:

perchè non ha la pretesa di giudicare o decidere del destino altrui, perchè non entra nella vita di nessuno senza che alcuno lo chieda,

e al contempo se lui si ferma, il mondo si ferma,

perchè sa fare qualcosa che nessun altro al mondo sa fare.

vorrei uomini come questo a decidere le sorti del mondo,

ma uomini come questo se ne guardano bene dal miraggio del potere.

loro il potere già ce l’hanno.

se dio esiste ha davvero uno humor da prete,

perchè ha creato l’albero, la mela, una miriade di affamati, e pochissimi capaci di aiutare un albero a crescere.

fine

dove sono i frattali

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non sto a far la storia dei frattali. probabilmente quando si parla di frattali si pensa al classico set di Mandelbrot:

mandelbrot_large

e in effetti finora i frattali sono sempre stati rappresentati con grafici bidimensionali, proprio per la natura intrinseca della formula frattale, che si basa sui numeri complessi, quindi dotati di 2 componenti.

per decenni si è cercato di tirar fuori una terza dimensione, insomma, di generare grafica tridimensionale partendo da formule frattali. sembrava la normale evoluzione di quella roba. ma evidentemente non era facile.

a riuscirci è stato un tal Daniel White, come spiega sul suo sito, e la formula si chiama Mandelbulb, e lavora in coordinate sferiche.

i primi risultati ottenuti da Daniel erano questi tuberi bitorzoluti meravigliosi:

golden-mandelbulb-section

poi pian piano la community di sviluppatori ha iniziato ad assorbire e rielaborare le formule di Mandelbulb, e ne sono venuti fuori molti software (io ho provato Mandelbulber, disponibile per linux).

e i risultati grafici ora vanno ben oltre i tuberi bitorzoluti.

se devo dirla tutta, escono cose che l’occhio umano non ha mai visto prima. d’un tratto l’immaginario (fanta)scientifico umano sembra vecchio, di fronte a questi nuovi mondi.

ecco qualcosa trovato su youtube cercando “Mandelbulber”, buon viaggio: