mia nonna e mia zia

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RIPchiuduno1 Mia nonna aveva più classe, mia zia più fascino.  Mia nonna molto bella, molto dolce, altruista, carismatica. Mia zia bellissima, inquieta, intrattabile, acida.

Ieri sono venuto a trovarle e ho raccontato loro le mie disavventure umane e sentimentali dell’ultimo anno.

Io da sempre cerco una come te, nonna, ma disgraziatamente, nell’ultimo anno, sono stato innamorato di una come te, zia.

Poverino, ha detto mia nonna.

No, ha detto mia zia, io compatisco lei: per voi romanticoni è facile innamorarsi di una bella donna e gettarle addosso la responsabilità della vostra felicità e infelicità. Ma nessuno pensa mai alla solitudine della donna non innamorata.

(photo by Michele Perletti, realizzate per RIP advisor, su CTRL magazine di Agosto)

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sidecar bike

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Un progetto low tech, ad alto rendimento human-social.

Con un sistema di aggancio rapido, trasformiamo una sedia a rotelle + una bicicletta nel sidecar bike, veicolo dalle prestazioni uniche:

-       permette di andare in giro con l’amico disabile fianco a fianco, potendo fare conversazione (quando spingi una carrozzella, tu gli parli da dietro/sopra mentre lui ti deve parlare senza vederti, quasi gridando ai quattro venti per farsi sentire);

-       permette ai ciclisti solitari di avere compagnia nella loro ora di pedalata salutista, con migliori prestazioni minuti/calorie, dato il peso da trainare;

-       conferisce a entrambi look e status attraente e gratificante, con senso d’identità condiviso: sul sidecar bike hai un “essere due” che supera i ruoli disabile-infermiere.

Dopo alcune prove, mi sono reso conto che le piste ciclabili sono troppo strette. Il regno di questo veicolo sono le isole pedonali, le piazze, i parchi, i centri urbani. Non si ha idea di quanti disabili stiano quasi sempre rinchiusi in casa.

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Istruzioni per capire la città di Bergamo – il sentierino

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IMG-20170531-WA0005 (nella foto: il sentierino è quello a sinistra, alberato; il Sentierone a destra, lastricato)

 Bergamo è una donna. Ti diranno che è una donna chiusa, e questa chiusura è rappresentata dalle sue Mura, che come un decolleté incorniciano il suo volto incantatore dal profilo perfetto. Ti innamori della sua bellezza a prima vista. Ma se vuoi capirla, lascia stare Bergamo alta, e comincia da Bergamo bassa: la pancia, le gambe, la pulsazione della città.

Perché in realtà Bergamo è una donna aperta, molto aperta, anche un po’ puttana, e non da oggi. E le sue valli sono ancora più aperte, e ancora più puttane. Gli storici lo sanno.

Tutti hanno costruito mura a Bergamo. I Romani nell’evo antico, i Bergamaschi nel medioevo, i Veneziani nell’evo moderno. Ma come sempre, costruite con la scusa di proteggere dall’esterno, le mura servono poi a rinchiudere chi ci è dentro. E sempre i bergamaschi hanno trovato modo di abbatterle, o uscirne.

Bergamo bassa nasce come linfa fuoriuscita dalle mura di Bergamo alta. Colate di magma urbano che dalle porte scendono al piano. Botteghe, magazzini, opifici, edifici: i borghi.

Da Porta S. Agostino discendono verso Venezia le vie Pignolo, Borgo Palazzo, Santa Caterina, piazza S. Spirito, e via Tasso.

Da Porta S. Giacomo discendono verso Milano le vie S. Alessandro, S. Orsola, Borfuro, Piazza Pontida, e via XX Settembre.

In mezzo: il nulla. Un’area vuota che separa e unisce i due borghi, un prato, un’area periferica, adibita a pascolo, ma utilizzata un mese l’anno (fine Agosto e inizio Settembre) per dare vita a una delle più grandi -  e antiche -  fiere d’Italia e d’Europa (da cui: la città puttana commerciale): la Fiera di Sant’Alessandro.

E così, nel corso del tempo, il sentierino che attraversava questo prato è diventato il Sentierone, i borghi si sono saldati, e quella che era un’area periferica è diventata il nuovo centro della città: un centro commerciale. Non è per caso che oggi abbiamo l’Oriocenter. Ce l’abbiamo sempre avuto.

Poi, nel Novecento, negli stessi anni, mentre il nuovo centro di Bergamo Bassa veniva costruito ex novo come centro finanziario e dei servizi (da cui: la città puttana moderna)  la vecchia città alta, che era rimasta tagliata fuori, diventando a sua volta una zona degradata,  è stata “reimpaginata” come città d’arte (da cui: la città puttana turistica).

Piaccia o no, il caso Bergamo è stato il modello urbanistico di molte altre città “modernizzate” nel  ventennio, con soluzioni divenute poi di norma: e citiamo il rispetto del panorama urbano considerato come bene paesaggistico (il famoso cono ottico su città alta, da via Autostrada – sic! – a Porta Nuova).

Oggi, dal momento che la funzione di città puttana commerciale è ulteriormente migrata a sud (il nuovo Sentierone è l’aeroporto, e l’Oriocenter è il nuovo super-market) il centro piacentiniano è in fase di cambio d’identità e nuova consapevolezza da puttanella turistica, non in concorrenza, ma in sinergia con la puttana madre, Bergamo alta.

In questa dinamica psico-erotica, trova le sue motivazioni il progetto “sentierino”. Il sentierino è la traccia generativa della Bergamo Moderna oggi allestito come “percorso narrativo”, come viaggio nel passato della Bergamo Moderna, con 26 personaggi di diverse epoche che raccontano episodi, frammenti, scene dall’anno mille al duemila.

Rintracciare il sentierino nel Sentierone per riscoprire spirito, carattere, tempra dei nostri avi. Personaggi ostici, inclassificabili, spesso impresentabili, ma stranamente attraenti. Ne ho esaminati e proposti un centinaio prima di arrivare alla selezione finale.

Si, questa città è una puttana. Ma noi umani possiamo amare anche una puttana, insieme a tutti quelli che l’hanno amata prima di noi.

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Info su www.ilsentierino.it

 

 

 

quando ascoltavamo making movies

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avevamo 16 anni, i capelli lunghi e l’aria sempre inkaz,

ascoltavamo i dire straits, si andava in moto senza casco

e l’unica malattia incurabile a trasmissione sessuale era la vita

 

110&Lodi

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Settimana scorsa, mentre ero a bere in un fetido ritrovo di vecchi creativi, mi chiama al telefono Stefano Caserini, ingegnere del Politecnico, esperto in cambiamenti climatici.

A Mantova, quasi 30 anni fa, abbiamo vissuto un anno insieme, facendo il servizio civile nell’Azienda di Promozione Turistica. Eravamo due giovani scrittori, e abbiamo passato l’anno a lavorare utilmente a un libro, il Mantoverde, guida al turismo verde nel mantovano. Potremmo anche vantarci di aver avuto l’idea del festival letteratura, ma quello è un progetto di cui poi se ne sono occupati i grandi, e con un certo successo.

Tornando al presente, mi dice che si candida sindaco nella sua città, Lodi, con una lista civica espressione della sinistra ecologista. Mi chiede di trovargli un’idea per il nome della lista, o lo slogan.

I suoi compagni di lista, da quel che mi dice, sono tutti dei cervelloni: ricercatori, medici, architetti, bibliofili, pedagogisti. La loro ambizione è rendere Lodi una città modello di sostenibilità. Va bene.

Ordino un’altra birra, e per caso vedo un amico, grandissimo creativo, specialmente fuori ufficio. Gli chiedo: come si chiama una lista di cervelloni per le elezioni di Lodi? Al volo mi risponde: 110 e Lodi.

Prendo su, vado a trovare l’ingegnere e gliela spiego: il vostro punto di forza sono le competenze, vi unisce la cultura della sostenibilità applicata al vostro territorio. Presenterete un programma con 110 punti, da impaginare come un vecchio giornale in 11 pagine, più una copertina con la testata: 110 e Lodi, che è anche il nome della lista.

Dopo profonda riflessione della base politica, mi chiama, e dice: va bene, però sabato prossimo tu vieni alla conferenza stampa.  (così vediamo se ucciderti subito o tra due mesi).

(Ecco in che guai puoi finire rispondendo al telefono mentre bevi la tua birretta della sera).

Comunque, stamattina sono andato alla conferenza stampa. La presentazione è andata bene, e io sono ancora vivo.

Qui sotto, “La bella di Lodi”, con la giovane Stefania Sandrelli.

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Long Island a Bergamo

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Vodka, gin, tequila, triple sec, rhum e coca cola. Secondo la leggenda metropolitana è stato inventato da un barista italiano di Long Island ai tempi del proibizionismo. L’idea è che all’aspetto sembri tè freddo. Il colore è quello.

Quindici anni fa andavo all’Hemingway, e bevevo Long Island, a volte anche due o tre in una sera. Da allora non l’ho mai più bevuto. Ne parlo con il giovane M, che sta raccogliendo testimonianze per la sua tesi (per una storia dei bar di Bergamo 1990-2015).

Il giovane M. mi dice che oggi il Long Island a Bergamo si beve dall’Adri, in Broseta. Adri? E mi viene in mente uno dei due baristi dell’Hemingway che mi preparavano il Long Island.

Così mi lascio trascinare in questo bar in Broseta, ed effettivamente l’Adri è proprio l’Adri dell’Hemingway, con 15 anni e qualche chilo in più. Appena mi riconosce scoppia a ridere. Poi ci dice: ecco due bei tè freddi! Ha già la caraffa pronta.

Usciamo da Broseta, e in due semafori siamo a Longuelo. Prendiamo la salita della Pigrizia. C’è un piccolo bar. Dietro il banco, il testone del Beppe, che era l’altro barista dell’Hemingway. “Ciao Beppe, siamo appena stati dall’Adri a bere un Long Island, perché Leone qui è in serata amarcord. Sorride. Ve lo faccio io il Long Island, dice.

Anche con lui parliamo dei vecchi tempi. Poi col giovane M. risaliamo Borgo Canale, ci fermiamo dai giovani G., A. e J., che fanno i musicisti e i foto/video maker, o ci provano, e vivono tutti insieme nei pressi di Santa Grata Inter Vites, quella chiesina sotto la strada, con le pitture macabre del Bonomini. Qui c’era un ristorante di lusso, gli racconto, la Pergola, c’è ancora l’insegna. Ma parliamo degli anni Settanta, siamo fuori dall’ambito della ricerca.

Poi chiaramente finiamo al Druso. Ciao Mari, come stai? La Mari era la proprietaria dell’Hemingway. Ma sei il Leone? Si, sono venuto a bere il mio terzo Long Island.  Parlare al Druso è già più difficile. C’è un Dj scatenato, mi pare un baccano indistinto da demolizioni ferrose: ma l’impianto audio è rotto, chiedo, no, mi dicono, è la musica che è così.

Uscendo dal Druso dalla parte sbagliata mi ritrovo in una sala di registrazione. Il giovane M. mi presenta altri musicisti. Usciamo.

E così, 15 anni dopo, ho bevuto di nuovo i miei 3 Long Island all’Hemingway. Mi restano impressi due versi della Merini riportati su un muro nel back stage del Druso: il corpo parla ma non chiarisce proprio niente – l’amore è un mistero che davvero non so risolvere.

Il giorno dopo sono rimasto a letto tutto il giorno. Bere fa male. Spesso si beve per dimenticare. A volte invece si beve per ricordare. E fa ancora peggio.

cosa vuol dire Saint Laurent

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Da Vogue, campagna Saint Lauren. L’immagine è verticale ma impaginata in orizzontale (lifestyle ruota immagine 90°) con un piccolo riquadro “diverso”, forse a significare l’emersione del proprio lato andro-lesbo.

Come pubblicitario, non la capisco. La donna Saint Laurent non ha mai avuto bisogno di spalancare le gambe per essere seduttiva (e penso alle “donne YSL”, da Catherine Deneuve a Julianne Moore).

Come uomo, è un’immagine che mi intristisce. Mi dice che le donne di questa generazione, arrivate ad una certa fase della loro vita, sono irritabili, erotomani, ambigue. Magre, toniche, nevrotiche, aggressive, gelide, anaffettive. Effettivamente…

Noi uomini (quei pochi sopravissuti) non siamo attratti da queste donne. Al più, ne siamo vittime: sia come mariti, che come amanti.

Pare comunque che questa nuova art direction “post Yves”, stia dando risultati commerciali positivi.

Sotto sotto, la funzione Saint Lauren non cambia: aiuta le donne ad affrontare le paure legate all’avvicinamento della menopausa. Ma una volta le aiutava vestendole.

A Natale certe cose non ditele

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In risposta all’invito di Leone XIV (A Natale, ditele le cose!) una mia gentile amica d’oltremanica, Mrs. Drinkwater, mi ha fatto recapitare un librino dal titolo “Segreti e no”, a firma Claudio Magris, il grande critico letterario, custode della tradizione mitteleuropea.

In poche pagine Magris fa luce sulla doppia natura del segreto, pubblica e privata, e sulla doppia pulsione che scatena: a mantenerlo, e a rivelarlo. Sul versante pubblico due dinamiche: nella custodia del segreto c’è la struttura del potere, nella sua rivelazione la base della narrativa. Ma è sul lato privato che troviamo le motivazioni al “riserbo”, anche Natalizio.

In quest’epoca “di nudismo psicologico”, riscopriamo il diritto all’opacità, a una verità interiore, privata, non condivisa. Argomentazioni a favore del segreto personale, e dunque del non dire certe cose, tantomeno a Natal):

-       perché proprio in questi spazi di libertà da tutti, anche dall’amato, anche da sé stessi, vive una parte importante di noi, una capacità di custodire, e di essere autoconsapevoli;

-       perché ci sono segreti destinati all’oblio, specie per fatti che si vorrebbe non fossero successi, che portati alla luce farebbero danni irreversibili, e senza  alcuna utilità;

-       perché custodire un segreto è anche un altruismo, si mente o dissimula per proteggere altri, che da questa rivelazione sarebbero annichiliti;

-       perché rivelare un segreto è già deformarlo, similmente a quanto dimostrato dal principio di Heinsenberg (osservare un fenomeno è già modificarlo);

-       perché non si apre un cassetto che potrebbe esplodere, quando si può lasciare che il suo potenziale distruttivo  si disinneschi poco a poco (questa sarebbe la “La dissimulazione onesta”, il trattato seicentesco di Torquato Accetto).

Mia cara Mrs. Drinkwater, La ringrazio cordialmente di questa lettura, e della Sua nota sul significato letterale della parola “ri-velare”.

Mi si conceda dunque di aggiungere una postilla al mio messaggio in preparazione al Natale: in questi giorni, amici, viaggiate senza paura nelle vostre stanze segrete, e scegliete con cura e amore, per le persone a voi care, quali cose dire a Natale, e quali invece non dire.

E riflettendo sul diritto all’opacità, “in quest’epoca di nudismo psicologico”, penso a quella forma comoda e geniale di protezione del segreto che è il sacramento della confessione.

E penso alla figura e alla storia di S. Giovanni Nepomuceno il “confessore”, il protettore dei ponti, quella specie di vescovo grigio che vedi sul ponte della Morla, di Gorle, di Nembro e in milioni di altri ponti nella vecchia Europa.

S. Giovanni Nepomuceno era vescovo di Praga, e confessore dell’imperatrice. L’imperatore lo trascina sul ponte Carlo, vuole sapere se la consorte ha un amante. Lo minaccia di morte. Ma il Nepomuceno non cede. E allora viene gettato giù dal ponte, ad annegare nella Moldava.

Rappresenta il martirio di chi custodisce un segreto, e in questo c’è la sacralità della confessione, e la forza, la sicurezza che ti offre nei momenti di passaggio, quando devi attraversare un ponte, affidare i tuoi segreti al Signore (o alla tua coscienza) e andare avanti, passare oltre.

Spesso mi sono chiesto: e se l’amante dell’imperatrice fosse stato proprio lui, il santo confessore? A quel punto, morire per morire, gli è convenuto morire da eroe…

Non è raro ritrovarsi santi per sbaglio, o eroi per caso, per ironia della storia. A volte questo genere di santi risulta anche più amabile. Facciamo tesoro di quello che il Nepomuceno, o qualsiasi altro nostro parente, rappresenta di buono, senza bisogno di sapere e chiedergli se…

pubblicità porno progresso

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tema: guida in stato d’ebbrezza – birra – motociclisti- comunicazione sociale

concept: la pubblicità progresso per sua natura non si rivolge ai bassi istinti ma ai sentimenti nobili, parlando alla sfera etico-morale-razionale, ma così facendo va contro la natura base della pubblicità, che agisce sulla sfera emotivo-impulsivo-subcosciente. Esempio classico i messaggi “buonisti” tipo: se hai bevuto, fai guidare un amico. E tu pensi: che amico è se mi ha lasciato bere da solo? L’idea è fare una pubblicità progresso no limits, che voglia colpire e convincere di pancia, e non di cuore, o di psiche. In realtà, noi sappiamo perché molta gente, specie  giovane, con l’alcol in circolo si sente in pista. L’abbiamo sperimentato. Dobbiamo trovare qualcosa di più eccitante.

ispirazione: viene per serendipity (trovi una cosa quando ne cerchi un’altra), da un altro brain storming informale: si parlava in zona fumatori del successo di “50 sfumature di grigio”, a fronte di un prosa piatta. Provocatoriamente, qualcuno dice: provate voi copywriters a scrivere un pezzo porno di qualità. Raccolgo subito la sfida, mettendoci il carico:  ”non solo ti scrivo un raccontino porno di qualità, ma ci metto dentro anche una morale positiva e un messaggio educativo”.

titoloDONNE CHE CORRONO CON I LUPPOLI

plot (per film 30”; mini-spot 5”; annuncio stampa con body copy):

Strada di montagna all’ora del tramonto, l’aria è frizzante, e il motore chiede di correre. Curva dopo curva, la guida morbida da “giretto romantico in moto” diventa sempre più veloce, aggressiva, ruggente. Hanno bevute due ipa a testa, e quando lei, cioè le mani di lei, e le gambe di lei, si stringono a lui, l’adrenalina schizza a mille, e allora lui spalanca il gas al massimo, e scatena i 100 cavalli del grosso motore.

Due curve, un’impennata, una staccata al limite, lui in trance agonistica, lei avvinghiata a lui, e poi ecco il tornante, lui ha già lo sguardo alla traiettoria d’uscita, ma lei gli fa un gesto deciso, che vuole dire fermarsi, subito.  Scendono dalla moto, si tolgono i caschi, si guardano. Lui, lei, la moto, il muretto. Al di là del muretto, il tramonto perfetto.

Lei, come scusandosi, dice: abbiamo dei bambini a casa. Poi si appoggia al muretto, rivolta al panorama, dandogli le spalle. Il disco del sole è una palla di fuoco che affonda tra le montagne incendiando la valle. Lui si avvicina, la bacia tra il collo e la nuca, con dolcezza.

Lei si slaccia il bottone dei jeans e si arcua come una gatta. Il gesto lo infiamma. Glieli abbassa insieme agli slip, si china, la bacia, la morde, il membro è eretto, si addossa a lei, le succhia il lobo dell’orecchio. Lei si solleva, si apre, si infila una mano tra le gambe e lo guida piano dentro sé. Meglio fare l’amore che un incidente, gli sussurra.

Photo: La Barbie by Ezio Manciucca, categoria Fine Art, serie: La plastica è debole; http://www.eziomanciucca.it/foto/fine-art/98/la-plastica-e-debole/page#

 

 

 

 

cosa dicono i morti

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Se parli con i morti, ti diranno in coro di non andare a trovarli in questi giorni, troppa gente, impossibile far due parole, non trovi neanche parcheggio e il fiorista non ti farà certo lo sconto.

Se approfondisci il discorso, non puoi che essere d’accordo con loro: la festa dei morti appartiene al genere delle festività ipocrite, come la festa della donna e simili, feste che in realtà rivelano la cattiva coscienza di una comunità che ignora i morti, e maltratta le donne.

In realtà, non è la festa dei morti, ma del peggior lato dei vivi: le apparenze. Il vero motivo della visita è fare vedere a parenti e conoscenti che la tomba è curata, i fiori freschi.

Stamattina sul giornale un prelato raccomandava di non lasciare le tombe spoglie…

E così il cimitero in questi giorni è affollato di una massa di individui compunti, affettati di gravità, che si sforzano vanamente di sentire una voce interiore, provare un sentimento, ma presto devono ammettere di non sentire niente, è questo che li rende tristi, e li conferma che venire al cimitero è inutile, è solo una formalità sociale annuale. E il discorso è chiuso.

Invece, chi ascolta le raccomandazione dei morti, e sta a casa, e va a trovarli nei giorni qualsiasi, negli orari qualsiasi, la mattina, o all’ora dell’happy hour, nella quiete, nel silenzio, ritroverà facilmente il dialogo con i propri cari che stanno nell’aldilà, cioè aldilà delle apparenze, aldilà dei luoghi comuni.

Se festa dei morti deve essere, i vivi devono stare fuori. Il giorno dei morti i cimiteri dovrebbero essere chiusi. Altrimenti è la festa dei morti viventi.

Immagine: Cimitero Vantiniano di Brescia, Pantheon rimesso a nuovo con espulsione dei “cittadini non illustri”, preview RIP advisor CTRL magazine next publishing,  ph. by Michele Perletti http://portraitreportage.weebly.com