quando ascoltavamo making movies

play this post

IMG_20170424_150108

avevamo 16 anni, i capelli lunghi e l’aria sempre inkaz,

ascoltavamo i dire straits, si andava in moto senza casco

e l’unica malattia incurabile a trasmissione sessuale era la vita

 

110&Lodi

play this post

IMG_20170318_104337

Settimana scorsa, mentre ero a bere in un fetido ritrovo di vecchi creativi, mi chiama al telefono Stefano Caserini, ingegnere del Politecnico, esperto in cambiamenti climatici.

A Mantova, quasi 30 anni fa, abbiamo vissuto un anno insieme, facendo il servizio civile nell’Azienda di Promozione Turistica. Eravamo due giovani scrittori, e abbiamo passato l’anno a lavorare utilmente a un libro, il Mantoverde, guida al turismo verde nel mantovano. Potremmo anche vantarci di aver avuto l’idea del festival letteratura, ma quello è un progetto di cui poi se ne sono occupati i grandi, e con un certo successo.

Tornando al presente, mi dice che si candida sindaco nella sua città, Lodi, con una lista civica espressione della sinistra ecologista. Mi chiede di trovargli un’idea per il nome della lista, o lo slogan.

I suoi compagni di lista, da quel che mi dice, sono tutti dei cervelloni: ricercatori, medici, architetti, bibliofili, pedagogisti. La loro ambizione è rendere Lodi una città modello di sostenibilità. Va bene.

Ordino un’altra birra, e per caso vedo un amico, grandissimo creativo, specialmente fuori ufficio. Gli chiedo: come si chiama una lista di cervelloni per le elezioni di Lodi? Al volo mi risponde: 110 e Lodi.

Prendo su, vado a trovare l’ingegnere e gliela spiego: il vostro punto di forza sono le competenze, vi unisce la cultura della sostenibilità applicata al vostro territorio. Presenterete un programma con 110 punti, da impaginare come un vecchio giornale in 11 pagine, più una copertina con la testata: 110 e Lodi, che è anche il nome della lista.

Dopo profonda riflessione della base politica, mi chiama, e dice: va bene, però sabato prossimo tu vieni alla conferenza stampa.  (così vediamo se ucciderti subito o tra due mesi).

(Ecco in che guai puoi finire rispondendo al telefono mentre bevi la tua birretta della sera).

Comunque, stamattina sono andato alla conferenza stampa. La presentazione è andata bene, e io sono ancora vivo.

Qui sotto, “La bella di Lodi”, con la giovane Stefania Sandrelli.

IMG-20170315-WA0000

Long Island a Bergamo

play this post

IMG-20170204-WA0000

Vodka, gin, tequila, triple sec, rhum e coca cola. Secondo la leggenda metropolitana è stato inventato da un barista italiano di Long Island ai tempi del proibizionismo. L’idea è che all’aspetto sembri tè freddo. Il colore è quello.

Quindici anni fa andavo all’Hemingway, e bevevo Long Island, a volte anche due o tre in una sera. Da allora non l’ho mai più bevuto. Ne parlo con il giovane M, che sta raccogliendo testimonianze per la sua tesi (per una storia dei bar di Bergamo 1990-2015).

Il giovane M. mi dice che oggi il Long Island a Bergamo si beve dall’Adri, in Broseta. Adri? E mi viene in mente uno dei due baristi dell’Hemingway che mi preparavano il Long Island.

Così mi lascio trascinare in questo bar in Broseta, ed effettivamente l’Adri è proprio l’Adri dell’Hemingway, con 15 anni e qualche chilo in più. Appena mi riconosce scoppia a ridere. Poi ci dice: ecco due bei tè freddi! Ha già la caraffa pronta.

Usciamo da Broseta, e in due semafori siamo a Longuelo. Prendiamo la salita della Pigrizia. C’è un piccolo bar. Dietro il banco, il testone del Beppe, che era l’altro barista dell’Hemingway. “Ciao Beppe, siamo appena stati dall’Adri a bere un Long Island, perché Leone qui è in serata amarcord. Sorride. Ve lo faccio io il Long Island, dice.

Anche con lui parliamo dei vecchi tempi. Poi col giovane M. risaliamo Borgo Canale, ci fermiamo dai giovani G., A. e J., che fanno i musicisti e i foto/video maker, o ci provano, e vivono tutti insieme nei pressi di Santa Grata Inter Vites, quella chiesina sotto la strada, con le pitture macabre del Bonomini. Qui c’era un ristorante di lusso, gli racconto, la Pergola, c’è ancora l’insegna. Ma parliamo degli anni Settanta, siamo fuori dall’ambito della ricerca.

Poi chiaramente finiamo al Druso. Ciao Mari, come stai? La Mari era la proprietaria dell’Hemingway. Ma sei il Leone? Si, sono venuto a bere il mio terzo Long Island.  Parlare al Druso è già più difficile. C’è un Dj scatenato, mi pare un baccano indistinto da demolizioni ferrose: ma l’impianto audio è rotto, chiedo, no, mi dicono, è la musica che è così.

Uscendo dal Druso dalla parte sbagliata mi ritrovo in una sala di registrazione. Il giovane M. mi presenta altri musicisti. Usciamo.

E così, 15 anni dopo, ho bevuto di nuovo i miei 3 Long Island all’Hemingway. Mi restano impressi due versi della Merini riportati su un muro nel back stage del Druso: il corpo parla ma non chiarisce proprio niente – l’amore è un mistero che davvero non so risolvere.

Il giorno dopo sono rimasto a letto tutto il giorno. Bere fa male. Spesso si beve per dimenticare. A volte invece si beve per ricordare. E fa ancora peggio.

cosa vuol dire Saint Laurent

play this post

IMG_20170112_162559

Da Vogue, campagna Saint Lauren. L’immagine è verticale ma impaginata in orizzontale (lifestyle ruota immagine 90°) con un piccolo riquadro “diverso”, forse a significare l’emersione del proprio lato andro-lesbo.

Come pubblicitario, non la capisco. La donna Saint Laurent non ha mai avuto bisogno di spalancare le gambe per essere seduttiva (e penso alle “donne YSL”, da Catherine Deneuve a Julianne Moore).

Come uomo, è un’immagine che mi intristisce. Mi dice che le donne di questa generazione, arrivate ad una certa fase della loro vita, sono irritabili, erotomani, ambigue. Magre, toniche, nevrotiche, aggressive, gelide, anaffettive. Effettivamente…

Noi uomini (quei pochi sopravissuti) non siamo attratti da queste donne. Al più, ne siamo vittime: sia come mariti, che come amanti.

Pare comunque che questa nuova art direction “post Yves”, stia dando risultati commerciali positivi.

Sotto sotto, la funzione Saint Lauren non cambia: aiuta le donne ad affrontare le paure legate all’avvicinamento della menopausa. Ma una volta le aiutava vestendole.

A Natale certe cose non ditele

play this post

800px-Nepomuk-simonskall

In risposta all’invito di Leone XIV (A Natale, ditele le cose!) una mia gentile amica d’oltremanica, Mrs. Drinkwater, mi ha fatto recapitare un librino dal titolo “Segreti e no”, a firma Claudio Magris, il grande critico letterario, custode della tradizione mitteleuropea.

In poche pagine Magris fa luce sulla doppia natura del segreto, pubblica e privata, e sulla doppia pulsione che scatena: a mantenerlo, e a rivelarlo. Sul versante pubblico due dinamiche: nella custodia del segreto c’è la struttura del potere, nella sua rivelazione la base della narrativa. Ma è sul lato privato che troviamo le motivazioni al “riserbo”, anche Natalizio.

In quest’epoca “di nudismo psicologico”, riscopriamo il diritto all’opacità, a una verità interiore, privata, non condivisa. Argomentazioni a favore del segreto personale, e dunque del non dire certe cose, tantomeno a Natal):

-       perché proprio in questi spazi di libertà da tutti, anche dall’amato, anche da sé stessi, vive una parte importante di noi, una capacità di custodire, e di essere autoconsapevoli;

-       perché ci sono segreti destinati all’oblio, specie per fatti che si vorrebbe non fossero successi, che portati alla luce farebbero danni irreversibili, e senza  alcuna utilità;

-       perché custodire un segreto è anche un altruismo, si mente o dissimula per proteggere altri, che da questa rivelazione sarebbero annichiliti;

-       perché rivelare un segreto è già deformarlo, similmente a quanto dimostrato dal principio di Heinsenberg (osservare un fenomeno è già modificarlo);

-       perché non si apre un cassetto che potrebbe esplodere, quando si può lasciare che il suo potenziale distruttivo  si disinneschi poco a poco (questa sarebbe la “La dissimulazione onesta”, il trattato seicentesco di Torquato Accetto).

Mia cara Mrs. Drinkwater, La ringrazio cordialmente di questa lettura, e della Sua nota sul significato letterale della parola “ri-velare”.

Mi si conceda dunque di aggiungere una postilla al mio messaggio in preparazione al Natale: in questi giorni, amici, viaggiate senza paura nelle vostre stanze segrete, e scegliete con cura e amore, per le persone a voi care, quali cose dire a Natale, e quali invece non dire.

E riflettendo sul diritto all’opacità, “in quest’epoca di nudismo psicologico”, penso a quella forma comoda e geniale di protezione del segreto che è il sacramento della confessione.

E penso alla figura e alla storia di S. Giovanni Nepomuceno il “confessore”, il protettore dei ponti, quella specie di vescovo grigio che vedi sul ponte della Morla, di Gorle, di Nembro e in milioni di altri ponti nella vecchia Europa.

S. Giovanni Nepomuceno era vescovo di Praga, e confessore dell’imperatrice. L’imperatore lo trascina sul ponte Carlo, vuole sapere se la consorte ha un amante. Lo minaccia di morte. Ma il Nepomuceno non cede. E allora viene gettato giù dal ponte, ad annegare nella Moldava.

Rappresenta il martirio di chi custodisce un segreto, e in questo c’è la sacralità della confessione, e la forza, la sicurezza che ti offre nei momenti di passaggio, quando devi attraversare un ponte, affidare i tuoi segreti al Signore (o alla tua coscienza) e andare avanti, passare oltre.

Spesso mi sono chiesto: e se l’amante dell’imperatrice fosse stato proprio lui, il santo confessore? A quel punto, morire per morire, gli è convenuto morire da eroe…

Non è raro ritrovarsi santi per sbaglio, o eroi per caso, per ironia della storia. A volte questo genere di santi risulta anche più amabile. Facciamo tesoro di quello che il Nepomuceno, o qualsiasi altro nostro parente, rappresenta di buono, senza bisogno di sapere e chiedergli se…

pubblicità porno progresso

play this post

barbie

tema: guida in stato d’ebbrezza – birra – motociclisti- comunicazione sociale

concept: la pubblicità progresso per sua natura non si rivolge ai bassi istinti ma ai sentimenti nobili, parlando alla sfera etico-morale-razionale, ma così facendo va contro la natura base della pubblicità, che agisce sulla sfera emotivo-impulsivo-subcosciente. Esempio classico i messaggi “buonisti” tipo: se hai bevuto, fai guidare un amico. E tu pensi: che amico è se mi ha lasciato bere da solo? L’idea è fare una pubblicità progresso no limits, che voglia colpire e convincere di pancia, e non di cuore, o di psiche. In realtà, noi sappiamo perché molta gente, specie  giovane, con l’alcol in circolo si sente in pista. L’abbiamo sperimentato. Dobbiamo trovare qualcosa di più eccitante.

ispirazione: viene per serendipity (trovi una cosa quando ne cerchi un’altra), da un altro brain storming informale: si parlava in zona fumatori del successo di “50 sfumature di grigio”, a fronte di un prosa piatta. Provocatoriamente, qualcuno dice: provate voi copywriters a scrivere un pezzo porno di qualità. Raccolgo subito la sfida, mettendoci il carico:  ”non solo ti scrivo un raccontino porno di qualità, ma ci metto dentro anche una morale positiva e un messaggio educativo”.

titoloDONNE CHE CORRONO CON I LUPPOLI

plot (per film 30”; mini-spot 5”; annuncio stampa con body copy):

Strada di montagna all’ora del tramonto, l’aria è frizzante, e il motore chiede di correre. Curva dopo curva, la guida morbida da “giretto romantico in moto” diventa sempre più veloce, aggressiva, ruggente. Hanno bevute due ipa a testa, e quando lei, cioè le mani di lei, e le gambe di lei, si stringono a lui, l’adrenalina schizza a mille, e allora lui spalanca il gas al massimo, e scatena i 100 cavalli del grosso motore.

Due curve, un’impennata, una staccata al limite, lui in trance agonistica, lei avvinghiata a lui, e poi ecco il tornante, lui ha già lo sguardo alla traiettoria d’uscita, ma lei gli fa un gesto deciso, che vuole dire fermarsi, subito.  Scendono dalla moto, si tolgono i caschi, si guardano. Lui, lei, la moto, il muretto. Al di là del muretto, il tramonto perfetto.

Lei, come scusandosi, dice: abbiamo dei bambini a casa. Poi si appoggia al muretto, rivolta al panorama, dandogli le spalle. Il disco del sole è una palla di fuoco che affonda tra le montagne incendiando la valle. Lui si avvicina, la bacia tra il collo e la nuca, con dolcezza.

Lei si slaccia il bottone dei jeans e si arcua come una gatta. Il gesto lo infiamma. Glieli abbassa insieme agli slip, si china, la bacia, la morde, il membro è eretto, si addossa a lei, le succhia il lobo dell’orecchio. Lei si solleva, si apre, si infila una mano tra le gambe e lo guida piano dentro sé. Meglio fare l’amore che un incidente, gli sussurra.

Photo: La Barbie by Ezio Manciucca, categoria Fine Art, serie: La plastica è debole; http://www.eziomanciucca.it/foto/fine-art/98/la-plastica-e-debole/page#

 

 

 

 

cosa dicono i morti

play this post

PAntheonB

Se parli con i morti, ti diranno in coro di non andare a trovarli in questi giorni, troppa gente, impossibile far due parole, non trovi neanche parcheggio e il fiorista non ti farà certo lo sconto.

Se approfondisci il discorso, non puoi che essere d’accordo con loro: la festa dei morti appartiene al genere delle festività ipocrite, come la festa della donna e simili, feste che in realtà rivelano la cattiva coscienza di una comunità che ignora i morti, e maltratta le donne.

In realtà, non è la festa dei morti, ma del peggior lato dei vivi: le apparenze. Il vero motivo della visita è fare vedere a parenti e conoscenti che la tomba è curata, i fiori freschi.

Stamattina sul giornale un prelato raccomandava di non lasciare le tombe spoglie…

E così il cimitero in questi giorni è affollato di una massa di individui compunti, affettati di gravità, che si sforzano vanamente di sentire una voce interiore, provare un sentimento, ma presto devono ammettere di non sentire niente, è questo che li rende tristi, e li conferma che venire al cimitero è inutile, è solo una formalità sociale annuale. E il discorso è chiuso.

Invece, chi ascolta le raccomandazione dei morti, e sta a casa, e va a trovarli nei giorni qualsiasi, negli orari qualsiasi, la mattina, o all’ora dell’happy hour, nella quiete, nel silenzio, ritroverà facilmente il dialogo con i propri cari che stanno nell’aldilà, cioè aldilà delle apparenze, aldilà dei luoghi comuni.

Se festa dei morti deve essere, i vivi devono stare fuori. Il giorno dei morti i cimiteri dovrebbero essere chiusi. Altrimenti è la festa dei morti viventi.

Immagine: Cimitero Vantiniano di Brescia, Pantheon rimesso a nuovo con espulsione dei “cittadini non illustri”, preview RIP advisor CTRL magazine next publishing,  ph. by Michele Perletti http://portraitreportage.weebly.com

 

Come Tessuto Non Tessuto

play this post

CTNTimg1

Ero una ragazzina, erano gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, e dei jeans a zampa d’elefante. Sempre con il grembiule azzurro-bluette, cucivo a macchina gli angoli delle coperte. Avevo a fianco due signore che nastravano, io in mezzo a cucire gli angoli. Si lavorava dieci ore e mezza al giorno, lavorare otto ore in quegli anni era considerato da lazzaroni.

La sera, dopo il lavoro, andavo a scuola, a Fiorano, ai corsi serali dell’Istituto Tecnico per Segretarie d’Azienda. Così ogni giorno della settimana. Otto ore le facevo poi il sabato, dalle sei di mattina alle due pomeridiane.

Era la mentalità che allora tutti avevamo, una specie di religione del lavoro, ogni operaio considerava il suo lavoro come la sua attività, e l’azienda come la sua azienda.  Se dovevi mandare via il camion stavi lì fino alle otto, alle nove di sera a caricare, e a fare le fatture e i documenti di viaggio.

Cosa dire di 40 anni di lavoro, una vita per l’azienda, decenni di impegno quotidiano? Io sin da ragazzina avevo preso una decisione, dedicarmi al lavoro: è un patto che fai con te stessa: il lavoro non ti tradisce, e tu non tradisci il lavoro. L’amore per il proprio lavoro è questo.

ndr: tratto da “Come Tessuto Non Tessuto”, testi di Leone Belotti, immagini a cura di Andrea Zanoletti, pubblicazione in occasione dei 75 anni delle Tessiture Pietro Radici, progetto editoriale di Filippo Servalli, edizione fuori commercio RadiciGroup.

Si tratta del quarto volume di foto-racconto d’impresa realizzato per RadiciGroup (dopo “Cosa Vuol dire Nylon” e “Chi Fa Chimica”, dedicati a RadiciFil/Yarn e RadiciNovara, e “99 Radici +1 Anima”, dedicato a Gianni Radici); un lavoro con una struttura “tessile”, per trama e ordito, con testimonianze di lavoratori “intrecciate” a documenti/ricerche storiche.

Si cercano sempre storie e personaggi eccezionali da mettere in copertina, si elaborano strategie d’immagine coordinata, ma il vero progetto di comunicazione, i veri personaggi eccezionali, sono i lavoratori: persone che hanno lavorato una vita, e hanno una vita da raccontare. 

La “morale” che ricavo da queste esperienze, e che giro alle persone cui tengo, e con cui collaboro, dai CTRL boys alle Multi girls, è questa: le aziende sono miniere di memoria, il lavoro “normale” è la storia eccezionale da pubblicare, vedi anche quest’altro frammento:

CTNTimg2

Era la fine dell’estate del 1959. Avevo appena compiuto i 14 anni. Era la prima volta che entravo nel capannone delle Tessiture Pietro Radici. Non avevo mai visto così tanti telai. Li guardavo a bocca aperta. “Ti piacerebbe aggiustarli?”

Pensavo fosse il direttore dello stabilimento, invece, come ho scoperto in seguito, chi mi parlava era il signor Gianni Radici in persona. Allora devo aver risposto qualcosa come: “Mi piacerebbe, ma non saprei da dove cominciare”. E lui: “To impareret!”. Con quella frase, in un colpo solo, mi stava dando una rassicurazione, e un ordine.

Quando nel 2000 sono andato in pensione il funzionario dell’INPS continuava a scartabellare nel mio faldone. “Non è possibile!” diceva. Cercava i giorni di malattia fatti nel corso di 40 anni di lavoro alle Tessiture. Non ce n’erano.

uliveto acqua della tristezza

play this post

delpierobaby

Segnalo Uliveto e Del Piero come pubblicità tristezza. Del Piero non gioca a calcio da diversi anni, e da parecchi non veste la maglia della nazionale (dal 2008), eppure Uliveto continua a cavalcare e a prorogare l’effetto scia, la coda della cometa,

e così Del Piero deve ancora esibirsi in stop e palleggi, in mezzo ai bambini, con l’uccellino sulla spalla, e parlargli (con battute come: “tu fai l’arbitro, devi solo fischiare!”).

Uno spettacolo penoso, non sapresti dire chi recita peggio tra Del Piero e i bambini. Sforzato, innaturale, noioso, ti lascia addosso una specie di tristezza, ti comunica falsità, vecchiaia, e a un certo punto anche in mezzo ai bambini ti sembra di essere in una casa di riposo. Sarà anche “l’acqua della salute”, ma ti rovina la salute mentale, l’umore.

La cosa strana è che stiamo parlando di un giovane uomo non stupido, non brutto, non ignorante, non arrogante, già grande campione di calcio, fisicamente in forma e molto ricco: eppure riesce a farti pena, e sei sinceramente dispiaciuto per lui.

In mezzo a questi bambini che evidentemente non sanno chi sia – essendo nati quando era già sul viale del tramonto – è proprio un pesce fuor d’acqua;

Come se i creativi, il brand, il marketing più che promuovere il marchio fossero interessati a svalutare il testimonial.

Il matrimonio Uliveto-Del Piero risale ai tempi che furono (dal 1998!) e forse durerà per sempre. Nonostante la condanna del Giurì come pubblicità ingannevole (nel 2004 e nel 2013) continua a definirsi come acqua della salute. Nella famiglia Uliveto-Del Piero sono comparse nel tempo figure come: una specie di amica o fidanzata, decisamente antipatica, poi una suora, una vicina sexy, quindi un figlio o nipote col quale Del Piero ha complicità anti-donne; e svariati amici-animali come l’uccellino con cui parla, e il cane che lo segue fedele.

In tutti questi contesti, da anni, Del Piero è fuori ruolo, e molto poco credibile.

Vogliono usare Del Piero come figura rassicurante, ma il fatto è che Del Piero non può giocare in difesa; Del Piero è un fantasista, uno che crea, inventa, scatta, non puoi fargli fare quello che sta dietro, rassicurante, non ha nemmeno il fisico;

Del Piero era uno che ti fregava con le finte, la finzione è una dinamica che fa parte del calcio, l’avversario lo superi di forza o d’abilità, cioè d’astuzia, ingannandolo.

Del Piero è questo, è l’amico rapido di mente e di parola, imprevedibile, intelligente, che ti fa fare quello che vuole.

Con Uliveto invece finge di essere quello che non è mai stato, affidabile, sicuro, lento.

Probabilmente Del Piero farà il testimonial per tutta la vita, farà le assicurazioni, le crociere e finirà con amplifon e polident. Però sarebbe meglio che interpretasse sé stesso, il tipo di giocatore che è stato, un attaccante, un fantasista. Con Uliveto ormai è letale, è “out live”, lo dice la parola (uliveto, in anagramma).

Questi ex calciatori sono di fatto, nella realtà, uomini che non sanno cosa fare da grandi, e se interpretassero sé stessi con sincerità e ironia, invece di recitare da bravi ragazzi mortalmente falsi e noiosi a beneficio di mamme e suocere, potrebbero essere molto più persuasivi, e impattare con forza il target del maschio “peter pan”, che ha lo stesso problema di Del Piero.

(imago: Del Piero ragazzino, con la grinta che manca totalmente ai ragazzini dello spot)

molti spot poco messaggio

play this post

20160605_121818

Ieri sera, come faccio almeno una volta al mese per non perdere il contatto con la mentalità main stream, ho guardato mezz’ora di tv generalista,

in particolare ho assorbito la carrellata di spot a contorno della partita della Nazionale di calcio, la trasmissione col più alto indice di ascolto,

le partite dell’Italia rappresentano una sorta di forma di vita religiosa nazionale, è il momento dell’identità collettiva italica e del rispecchiamento massivo di aspirazioni, speranze, eccetera.

In rapida sequenza, dopo il finale di partita, sono stati trasmessi 8 spot commerciali,

quello che sperimento e mi colpisce sempre è l’effetto complessivo della carrellata sulla mia psiche, e la questione che voglio evidenziare è questa: chi produce spot e compra spazi ragiona sul proprio spot come fosse un messaggio unico, con un inizio e una fine e un obiettivo di comunicazione, ma nella realtà lo spettatore “assume” gli spot in serie, uno via l’altro, e l’effetto vero è determinato dalla fusione, dalla marmellata/carrellata del blocco di spot in sequenza.

Poiché i messaggi di ogni singolo spot sono sempre più blandi e scontati, quello che emerge sono le stonature, le associazioni mentali che nascono per contrasto o assimilazione tra ogni spot e lo spot che lo precede e lo segue.

Il treno di 8 spot sorbito ieri sera è esemplare, e la domanda finale è sempre la stessa: le correlazioni che ne escono sono volute, o casuali?

Dopo la cornice dei cartelli “top sponsor” della Nazionale (Tim, Fiat, Eni) ecco in successione:

1)    la carne in scatola Montana (“se cerchi carne italiana la migliore è Montana”);

2)    l’integratore alimentare Meritene;

3)    UBI banca (con immagini cartoon di contadino che coltiva i frutti della terra mentre si parla di risparmi)

4)    Fiat Tipo (offerta a un “prezzo stratosferico” visivamente ben evidenziato di €12.500)

5)    la carne in scatola Simmenthal (“De Sica? No, Simmenthal!” con la scritta “sapori italiani” in evidenza);

6)    l’integratore alimentare Multicentrum (“Tutti vogliono una vita a colori”)

7)    FINECO banca (con un bambino che dorme)

8)    Skoda Fabia (a un prezzo visivamente ben evidenziato di €10.500)

Come si vede si tratta di 4 coppie di prodotti/servizi concorrenti, e l’effetto evidente è che i primi 4 servano a lanciare/spingere i successivi: Montana mi parla di carne italiana, e poi arriva De Sica con i sapori italiani; Ubi promette relax e poi arriva Fineco con i sogni d’ori; Fiat grida un prezzo basso e subito dopo Skoda rilancia al ribasso.

Spengo la Tv e penso: bah! Ti fanno una testa così sulla pubblicità come strumento scientifico, quando progetti una comunicazione ti senti investito di una grande responsabilità, ma di fatto poi tutto dipende da chi costruisce la scaletta, dal contesto più o meno congruo a un certo messaggio.

Prima di andare a dormire, vedo un altro treno: Banca Intesa finisce con lo slogan “sharing ideas” e subito dopo Coppa del Nonno inizia con: “ti ricordi quando per condividere bisognava essere insieme?”

Paradossalmente, se io fossi un inserzionista, mi limiterei a piazzare un cartello col nome del mio prodotto nell’interstizio giusto tra un spot che mi faccia da introitus ideale e uno che mi faccia da exitus ideale.

Qual è l’effetto di uno spot fantastico sulla crema alla nocciola, se è preceduto da un prodotto anti dissenteria e seguito da cinque piani di carta igienica?

(photo: Biennale di Architettura, padiglione Montenegro)