donne sul piedistallo

play this post

z-suffraggette

L’invito-evento fb dal titolo “Muti… e rassegnati. Il silenzio degli uomini” parlava di “uno spettacolo teatrale seguito da una conferenza esperienziale” con psicologa e regista (donna).

Nella presentazione si dice: “Gli uomini di oggi sono muti” “Persino i più colti sono poco inclini all’interrogazione su di Sé e incapaci di avere un pensiero sulle relazioni e una visione del proprio mondo interiore” “Questo silenzio degli uomini è spesso l’anticamera di una sessualità che può essere compulsiva, estranea a se stessa, separata dai legami, ignara dell’altrui desiderio.” “L’afasia del maschio contemporaneo sembra essere alla base di moltissime problematiche nella relazioni affettive, con i partner e i figli, ed in particolare nelle situazioni più drammatiche di violenza domestica.”

“Due donne, una regista e una psicologa, per strade diverse hanno iniziato una ricerca spinte proprio dal desiderio di esplorare l’interiorità maschile, la prima attraverso un progetto teatrale e la seconda attraverso la conduzione di cerchi di parola per soli uomini.”

Decido di rispondere a questo invito con un commento.  Prima sorpresa, appena digito “pubblica”, compare una scritta con “il tuo commento deve essere approvato dall’amministratore”. Non mi piace. Mi inviti a un evento, mi inviti a commentare, mi inviti a prender parte alla discussione, e dopo che mi sono espresso mi dici che serve la tua approvazione? Dopo due ore seconda sorpresa: il mio commento è stato approvato. Dopo tre ore terza sorpresa: il mio commento è sparito.

Sempre molto umiliante, maschio o femmina che sia, essere censurati.

Ad ogni modo il commento col quale rispondevo all’invito, era questo:

“Grazie dell’invito, ma da quello che leggo – a cominciare dal titolo – vedo una concezione superata del maschio, forse stai parlando del maschio antico, non hai visto la rivoluzione (o devoluzione) del maschio debole: il problema non è il silenzio del maschio, il nuovo maschio parla e straparla anche di sentimenti…

il problema è il fallimento del femminismo, che davvero poteva cambiare il mondo, e invece si è adeguato a una specie di maschilismo femminile furbo e consumista…

il tema della questione maschile è molto interessante, ma non con quei presupposti d’altri tempi… la violenza non viene dal maschio antico, ma dalle nuove tecnologie di comunicazione…

c’è bisogno di un nuovo maschilismo con accezione positiva, in grado di promuovere un nuovo maschio con i valori sia del maschio antico (sicurezza) che del maschio debole (capacità di comunicare) senza i difetti dell’uno e dell’altro…

e poi, sorella, sii sincera, quel titolo “muti, rassegnati, il silenzio degli uomini”… come avresti visto una serata dove gli uomini pretendono di parlare dei problemi delle donne con un titolo come: “isteriche, depresse, il rumore delle donne”. Offensivo, no?

 

 

contratto amore 00 – versione amata/amante

play this post

PPOwer

libero contratto d’amore basico a ruoli fissi: 

- in amore si può amare o essere amati

- la reciprocità è la fine dell’amore

ruoli:

- l’amata ha facoltà di rivolgere inviti all’amante per incontri d’amore

- l’amante ha facoltà di accettarli o declinarli

l’invito:

- è rivolto tramite messaggi esclusivamente dall’amata all’amante

- deve sempre proporre due opzioni nell’arco tra le 12 e le 120h successive

- l’amante ha 6h di tempo per rispondere all’invito, trascorse le quali l’invito è da considerarsi declinato

gli incontri:

- si intendono incontri d’amore, nei quali l’amante spenderà le proprie arti allo scopo di sedurre l’amata

- gli incontri avranno durata minima di 2h e massima di 24h

- nel corso degli incontri si possono condividere anche altre esperienze corporali e mentali come cinema, ristorante, mostre, musei, visite luoghi naturali, ma non esperienze social, feste, cene, amici, famiglie

le conversazioni:

- nel corso degli incontri sono escluse tutte le conversazioni attinenti la propria vita emotiva, sessuale, psicologica e le proprie esperienze umane, sociali e relazionali

- sono ammesse le conversazioni su arte, cultura, filosofia, politica

le comunicazioni:

- ad esclusione dell’invio degli inviti e della risposta ai medesimi, tramite messaggi o brevi telefonate, sono vietate tutte le comunicazioni, la messaggistica, le mail, etc.

l’intimità, il rispetto:

a) i rapporti sessuali sono naturali, con l’impegno reciproco che eventuali altri rapporti di ogni tipo con persone terze siano rigorosamente protetti

b) eventuali rapporti con persone terze non potranno riguardare conoscenti, amici/e, colleghi/e, parenti del contraente

la durata, la decadenza:

- il presente contratto ha validità mensile, prevede un tetto massimo di 10 incontri mensili e una soglia minima di 1 incontro

- ad ogni incontro il contratto è automaticamente rinnovato per altri 30 gg

- trascorsi 30 gg senza incontri, il contratto decade

le parole:

- nell’ambito e nella situazione giocoso-erotica, in stato di fantasticheria, sono tollerate le parole d’amore (ti amo, etc) e i piccoli insulti (stupidina, et similia)

in fede:

oggidì . . . . . .   costì . . . . . . .    l’amata   . . . . . .    l’amante . . . . . .

( by associazione nuovo maschio/maschio alfa/toy old boy – sezione contratti;

immagine da fanzine femminista USA 1970)

Istruzioni per capire Bg – suore, soldi e soldati

play this post

STORIA5 LUOGHI  Allegoria su foglio ufficiale rappresentante la Libertà vittoriosa in Bergamo. - B. Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi -

Prendi un libro di storia, vai all’indice. Trovi 98 uomini e 2 donne.

Prova a riscrivere la storia partendo dai personaggi donna. Ti troverai contro gli storici (anche gli storici donna) che ti diranno: e dove sono le fonti? Tu stai facendo narrativa!

Va bene. Resta il fatto che non puoi capire la storia di Bergamo Bassa senza le donne.

Per cominciare: Santa Grata, la fanciulla che prese in grembo la testa mozzata di Sant’Alessandro martire, e se la trascinò seco per mezza città, sanguinolenta. Dalle perdite di sangue della testa del Santo (nel grembo della Santa) su quel prato – poi detto di S.Alessandro – spuntano fiori, piante perenni, le stesse oggi piantate nel sentierino.

Ogni anno, nell’anniversario del martirio, in questo prato presero a ritrovarsi gruppi sempre più numerosi di credenti. Da questi assembramenti devozionali, nasce la Fiera di Sant’Alessandro, che darà anima e storia all’odierno Sentierone.

Poi, un esercito di suore. Tra il 1300 e il 1800, gli unici edifici presenti nell’attuale centro di Bergamo erano conventi e monasteri femminili. Che in seguito divennero caserme, o banche.

Santa Marta, “la nota antica della Bergamo Moderna”, è un convento di suore domenicane del 1335. Ci resta il chiostro, interamente circondato dalla sede della Banca Popolare.

Poi c’era Santa Lucia, proprio a fianco di Santa Marta, dove oggi sorge Palazzo Frizzoni, sede del Comune, anch’esso convento di domenicane. Più antico, sempre di suore domenicane, e tuttora “in esercizio”, il monastero di Matris Domini. Più periferici, scoperta di questi giorni, i conventi femminili nell’area della Caserma Montelungo.

In via Pignolo e in via S. Alessandro, altre suore di clausura, nonché la chiesa della Maddalena, sconsacrata (da fonti non attendibili: tra le mille imprese del Colleoni, l’aver trafugato il corpo della Maddalena da Senigallia, dove l’avevano portato i crociati, e l’averlo traslato a Bergamo).

Unica presenza maschile nell’area oggi centro della città: i frati di San Bartolomeo (domenicani pure loro).

Per centinaia di anni, l’unica possibilità di carriera e di potere, l’unica impresa che una donna poteva dirigere (e con profitto!), era il convento.

Suore, soldati, soldi: conventi che diventano caserme che diventano la city finanziaria.  In mezzo, la fiera, cioè la città commerciale, i cui proventi andavano all’ospedale di San Marco, in linea con la tradizione “ospitaliera” della città della suore. Santa Marta di Betania era la santa “ospitaliera” per definizione. Santa Grata stessa fondò un ospedale.

La più antica istituzione cittadina, la MIA, nasce nel 1265 per “prevenire l’eresia” sostenendo la popolazione bisognosa. Nel 1500 Bergamo ha 20.000 abitanti: ben 7000 sono “mantenuti” dalla MIA. In occasione della Fiera, la popolazione triplica. Commerci internazionali e finanza solidale.

Secoli dopo, con motivazioni moderne, ma assimilabili, nasce la Banca Popolare di Bergamo, che stabilirà la sua sede proprio dove sorgeva l’ex convento di Santa Marta (e assumendosi il compito di conservare e ristrutturare quel che ne restava: il chiostro).

Oggi le donne a Bergamo “hanno in mano” la cultura, e l’8 marzo l’Eco di Bergamo le intervista in coro. Ma io credo che per cambiare le cose, cioè per costruire una nuova cultura a partire dalle donne – cosa di cui c’è un gran bisogno – le donne dovrebbero prendere l’economia, il potere vero, la politica, la finanza.

E poi affidare la cultura agli uomini.

(Immagine: Allegoria della Libertà vittoriosa a Bergamo, da Storia di Bg e dei Bg di Bortolo Belotti)

 

Il consiglio del maschio antico

play this post

MschioAntico

Corpo di ninfa, pelle di seta, bocca d’amore, occhi di brace.

Può ucciderti con uno sguardo, resuscitarti con un cenno.

Toglitela dalla testa. Portala nel cuore.

(consiglio del maschio antico, dal retro di una vecchia fotografia anni quaranta) 

 

Dark Lady 1370-1420

play this post

pisanello_514_the_luxury

aspro core e selvaggio e cruda voglia

in dolce, umile, angelica figura

(Francesco Petrarca, Canzoniere, 1370)

A proposito di erotismo nella poesia medievale.

Aspro core. E selvaggio. E cruda voglia. Cruda voglia! Nascosta in dolce, umile e angelica figura. Forse la Beatrice di Dante sarà stata una donna angelo, ma la Laura del Petrarca certamente no.

Laura è stata la prima dark lady, la prima femme fatale, la prima donna irrisolta. Siamo all’attacco del sonetto 265 del Canzoniere. Che viene subito dopo la chiusa della canzone 264, che gli fa da apripista: e veggio il meglio et al peggior m’appiglio.

Donna Dark Lady, e maschio bipolare. Modernità del Petrarca, la vedi, la senti?

E come fai a dirmi che nel Medioevo gli artisti non “vedevano” l’erotismo come lo vediamo noi? Guarda questo disegno! (Pisanello, Trionfo della Lussuria, 1420).

Le ultime frasi degli ultimi maschi alfa

play this post

300-Rise-of-an-Empire7

caso 1/ Da bambino avevo questa zia nubile, formosa, buona, dolce, faceva la segretaria, l’amante, ha sempre avuto relazioni con uomini bellissimi, o di rango, ma sempre come clandestina dell’amore, e le domeniche le passava quasi sempre da sola, nel suo monolocale. Al suo funerale, il mese scorso, mi sono reso conto che io, “il palestrato dagli occhi dolci”, l’idolo di tutti i miei amici sposati, con la tipa che viene a prendermi con la Porsche, faccio la stessa vita e ho la stessa  solitudine di mia zia.

caso 2 / La terapia ha funzionato ma sinceramente preferivo tenermi la malattia, almeno avevo qualche cosa di umano, adesso mi sembra di avere la centralina elettronica.

caso 3 / La cosa che più mi disturba sono le fidanzate dei miei amici che ci provano con me. Più di una. E devi stare molto attento. Se le offendi, la paghi molto cara. Se ci stai, quando vedi il tuo amico ti senti una merda. L’unica è abbozzare, lasciarle credere che ti piacerebbe, ma per una cosa o per l’altra non si trova mai l’occasione. Poi esci con il tuo amico, e lui vuole che gli presenti le tue amiche allegre, vuole fare la serata matta, e poi vuole che tu  sostenga una marea di palle con la sua fidanzata, perché sei un amico.

caso 4 / Si, è vero, ho risolto tutte le mie menate, sto bene, ho amici veri, guadagno bene, le donne, donne belle, donne capaci di amare, non mi mancano. Ma c’è un ma. Mi sono reso conto di non essere più in grado di stare con qualcuno. Anche un week end mi sembra una prigione. Alla fine mi limito a portarle a cena, e cerco di evitare il dopo cena, appena possibile.

caso 5 / Tre settimane fa una domenica sera lei ha preso su la macchina, il bambino, due borse, ed è andata a vivere a casa di sua madre.  Ma sua madre non è mica morta il mese scorso?  Appunto.

caso 6 / Venerdì notte la biondina giovane, il sabato in pausa pranzo la mammina elettrica e nel pomeriggio la giunonica bisex. Tre donne e sei coiti in dodici ore, tutto molto bello. Ma la sera poi una disperazione pazzesca, mai sentito così solo in vita mia.

caso 7 / La mia compagna negli ultimi due anni è diventata un cadavere. Controvoglia, totalmente passiva. Non facciamo sesso da sei mesi. Non ricordo quando è stato l’ultimo bacio.  Provato andare qualche volta con delle prostitute, con risultati davvero poco gratificanti. Settimana scorsa in trasferta sono finito a letto con una collega, ubriachi, la prima vera scopata liberatoria da anni, mentre stavo per venire ho cominciato a dirle ti amo, ma io ti amo, ti amo, ti amo, lei diceva smettila, smettila, smettila! Io non ho capito subito, stavo per venire, pensavo che anche lei fosse lì lì, invece era in crisi isterica, mi ha allontanato, si è appallottolata, piangeva disperata mordendo la federa del cuscino, non mi toccare, vai via, per favore vai via, mi diceva.

caso 8 / Si, sono venti giorni oggi. No, non dormo. No, non mangio. No, non lavoro. Cosa faccio tutto il giorno? Sto sul divano a guardare la tele. E cosa guardo? Niente, non l’ho ancora accesa da quando se n’è andata.

caso 9 / Alla fine mi sono inventato questo giochino: sul più bello, mentre lei sta per venire, rallento, lei è infoiata, adesiva, dimmi che mi ami, le dico, no, non ti amo, voglio solo scopare con te, allora lo tiro quasi fuori, mi fermo, dimmi che mi ami, no, bastardo, e spinge col pube, ma io la tengo a distanza di forza, dimmi che mi ami, brutta troia, e a quel punto finalmente cede, e mi soffia in faccia rabbiosa, si, ti amo, e allora la penetro a fondo, la stringo, me la stringo, le vengo dentro mentre le lecco la gola, o l’ascella, e intanto le sussurro anche io ti amo, a bassa voce, tanto non mi sente, tutta presa dal suo urlare di piacere.

caso 10 / La strategia prevede di non mandare messaggi, non fare telefonate, ma io a un certo punto della sera avrei proprio voglia di mandarle un messaggio. Così, senza bisogno di avere risposta, un mio bisogno di comunicare, di darmi. Parlando in pausa pranzo con due mie colleghe, scopro che hanno lo stesso mio problema: anche loro, come me, si trattengono dal mandare messaggi “romantici” per non risultare asfissianti. Decidiamo di creare un trio what’s up IL MESSAGGIO CHE TI MANDEREI, e quando ci viene la voglia di scrivere il messaggino patetico e strategicamente sbagliato ce lo mandiamo tra di noi. Così ieri sera ho mandato alle mie colleghe: Ciao amore mio ti amo tanto ti abbraccio ti bacio il collo le orecchie i capelli le tempie i capelli gli zigomi il mento la gola lo sterno l’ombelico ti accarezzo la nuca le ginocchia ti lecco le dita ti sussurro dormi bene sei una persona speciale domani sarai ancora più bella! 

oggi nasce Gesù birrino

play this post

turner

Il birraio innamorato (The brewer in love1)

Era una bella giornata d’inizio maggio2, e dal poggio panoramico sopra l’ansa del fiume3 a monte del villaggio, dopo le piogge d’aprile, la piccola valle si apriva in tutta la sua floridezza di odori e colori di primavera.

Mel Godwin aveva dodici anni, ma ne dimostrava quindici, e aveva già una certa esperienza della vita e degli uomini. Aveva conosciuto le privazioni, l’abbandono, la paura, la violenza, la schiavitù e infine la libertà. Ma non l’amore.

La sua storia, come quella di tanti orfani, era scritta nel suo nome: quando le suore del convento di Tipperary4, una fredda mattina d’inverno, avevano trovato quell’infante depositato in foresteria, gli avevano dato il nome del santo del giorno, e l’avevano iscritto all’anagrafe col cognome Godwin, “volontà di Dio”.

«E poi?»

La piccola Evelyn, undicenne, occhi blu, capelli d’oro, lo ascoltava raccontare le sue avventure. Se c’era una cosa che a Mel non era mai mancata, era la facilità di parola.

«E poi sono scappato!»

Come due piccoli innamorati, se ne stavano a sussurrare rintanati sotto un cespuglio di mirto, sorseggiando una bottiglia di birra che Evelyn aveva rubato dalle cantine della taverna del padre, su precisa indicazione di Mel.  Si erano conosciuti pochi giorni prima, quando Mel, che lavorava come apprendista bottaio, era stato incaricato di consegnare due vecchie botti rimesse a nuovo  alla taverna del villaggio, gestita dal padre di Evelyn.

Mel aveva saputo da un vecchio birraio ormai infermo, che trascorreva le giornate sulla pubblica via sproloquiando con i fanciulli, che alla taverna del villaggio capitava a volte di poter bere la birra forte e speziata destinata alle colonie. Così, quando aveva incontrato gli occhi di Evelyn le aveva sorriso e subito le aveva fatto un complimento. Evelyn, che aveva molti difetti ma non la timidezza,  era subito rimasta ammaliata da quel ragazzo così ben fatto, di costituzione e carnagione più robusta e più scura della media, con occhi e capelli neri, parimenti vivaci. Era abituata ai ragazzi che le facevano complimenti per avere una birra sottobanco.

«E perché tu saresti diverso? »

«Io voglio diventare un birraio!» era scattato Mel alzando il mento.

(anteprima da “Il birraio innamorato”, tit. orig. “The brewer in love”, Calepio Press. Immagine: J.M.W. Turner, Cityscape. Note:

1 Il manoscritto autografo, inedito, anonimo, originariamente intitolato “The true story of the young brewer who trademarked the Indian Pale Ale”, ritrovato da Sean Blazer nell’archivio storico della Compagnia delle Indie in Calcutta,  qui tradotto in italiano da Iole Belnotte su iniziativa del Centro Ricerche Birrificio Elav, riporta una breve nota introduttiva, datata 1866, a firma del sesto conte di Cardigan, nella quale l’estensore dichiara di aver dettato al proprio attendente questa “cronaca veritiera” (truth cronichle) relativa alla vita e alle avventure del “brewer in love” cui si deve il merito di aver introdotto e diffuso nel Regno Unito le birre di tipo IPA (Indian Pale Ale) originariamente prodotte  per essere esportate nelle colonie. In questa edizione italiana, si è scelto di adottare la predetta espressione, “the brewer in love”, come titolo dell’opera (it: Il birraio innamorato)

2 Trattasi del mese di maggio dell’anno 1835, come risulta da riscontri filologici scaturiti da successivi riferimenti testuali. L’anno 1835, allo stato attuale delle ricerche, segna l’inizio dell’epopea delle birre IPA, sulla base di un annuncio commerciale comparso il 30 gennaio del 1835 sul Liverpool Mercury nel quale per la prima volta si fa menzione della denominazione IPA per identificare le birre destinate alle Indie Orientali.

3 Si riferisce al fiume Trent, nella contea dello Staffordshire, nell’Inghilterra centrale, la cui acqua ad oggi è considerata lo standard internazionale per la produzione delle birre IPA.

4  La cittadina di Tipperary, situata nell’Irlanda meridionale, al centro dell’omonima contea, nota per il motivo musicale “It’s a long, long way to Tipperary” che i soldati di origine irlandese cantavano nel corso della prima guerra mondiale.)

 

esci da facebook, e guardami in faccia

play this post

rocco_et_ses_freres-1

“Su facebook non passa giorno senza che tu metta mi piace alla tua ex, qualsiasi pisciata lei faccia,

e a me, che sono la tua donna, e vengo a letto con te tutti i giorni, non hai il coraggio di dirmi che mi vuoi bene guardandomi in faccia”

(tratto da “Le ballerine di WhatsApp”, spettacolo teatrale – balletto, testo by Leone Belotti, prox on stage)

Amore e Psiche al tempo di WhatsApp

play this post

IMG_20161120_142928

Niente telefonate. Tramite WhatsApp, fin dal loro primo incontro si mandano un unico messaggio: Solito posto, solita ora? E la risposta invariabilmente è: Si.

Quando si vedono, non si perdono in domande, discorsi, richieste, promesse, attese. Passano tutto il loro tempo, che non è mai abbastanza, facendo l’amore. Una pura storia d’amore, solo d’amore.

Ma una mattina Psiche, svegliandosi dopo aver sognato i suoi baci, rimirando l’immagine di lui su WhatsApp, gli manda un messaggio che è un ordine, o forse una preghiera: Dimmi che mi ami.

Quando lo riceve, lui diventa di marmo. Non risponde subito. Lascia passare l’intera giornata. Sul far della sera, su WhatsApp, le manda un lungo messaggio. Te lo dice il mio corpo quanto ti amo, quanto ti voglio. Le parole e le aspettative rovinano tutto. Ogni cosa finisce. La malinconia fa parte di me, fa parte dell’amore. Non posso prometterti fedeltà.

Psiche lo rilegge più volte, poi spegne il telefono. Ora anche lei è di marmo. Si guarda allo specchio. Viveva sulle ali di un sogno d’amore. Si ritrova sola in una stanza densa di consapevolezza e malinconia. Un velo plumbeo le avvolge il cuore.

Lo stato d’innocenza è perduto. Il pensiero di lui non le dà più gioia luminosa, ma infinito dolore. Le sue parole – ogni cosa finisce, non posso prometterti fedeltà -  le risuonano come campane funebri, mentre le parole che bramava come acqua nel deserto – ti amo, amo solo te! – non arriveranno mai.

Non dorme. Tra di loro, tra le loro labbra, ci sarà sempre una distanza, una piccola distanza incolmabile. Il cuore le suggerisce il messaggio che gli manderà domani, l’ultimo messaggio. Hai ragione. Il nostro amore è stato bellissimo. Addio!

Quando la mattina accende il telefono per mandarglielo, per prima cosa vede che l’icona di WhatsApp brilla, e nella chat trova tre messaggi che lui le ha inviato nella notte: Hai ragione tu, amore mio. Vincerò ogni paura. Ti amo. Con le dita tremanti, e il cuore in tumulto, gli risponde: basta stronzate e messaggi inutili, vediamoci al solito posto.

(photo, Amore e Psiche, Villa Carlotta)

 

Una settimana senza telefono

play this post

RIP brescia 290916 0040 JMR

Domenica sera. Esci dal cinema, attraversi la piazza, scambi due parole con gli amici, mani in tasca, cerchi le sigarette, e non trovi il telefono. Dapprima pensi di averlo lasciato a casa. Poi ti ricordi il gesto, entrando al cinema, di spegnere il telefono. Torni sui tuoi passi. Ma il cinema ormai è chiuso. Per la terza volta ti palpi tutte le tasche, pantaloni, giacca. Ma sai benissimo che era nella tasca destra dei pantaloni. Deve essere successo quando ti affossavi nella poltrona, con le ginocchia sulla spalliera dei sedili davanti. Ti dici ok, è solo per stasera, domani lo ritrovo, certamente lo ritrovo, con ogni probabilità lo ritrovo.

La tua coscienza, comunque, nell’andare a letto, ti dice: sei un cretino. Perché non hai mai copiato da qualche parte tutti i tuoi numeri di telefono? Sei sempre stato un retrogrado. E ogni volta che hai perso il telefono hai cambiato vita, persone, lavori, contatti, tecnologia. Solo quando tutti hanno la tecnologia innovativa, ti adegui. Il Signore forse ti sta dicendo che devi entrare nel mondo degli sfioramenti digitali, del touch e della connessione permanente. Finita l’epoca del piccolo Nokia scollegato dal mondo.

Lunedi. In rebus adversis. La tua espressione preferita: nelle avversità, quando le cose si fanno dure, esce il vir, il centurione romano, calmo, forte, combattivo, tenace. Puoi farcela. Ma devi combattere. Uscire dalla testuggine. Sfoderare il gladio. Essere pronto a tutto. Piano A e piano B, dogma e pragma, teoria e prassi, strategia e tattica.

Mandi una mail al cinema, telefoni, aspetti l’ora di apertura, ti stupisci della gente che arriva al cine mezz’ora prima. Pensi di parlare con la ragazza dai capelli neri che c’era alla cassa. Invece c’è un ragazzo con gli occhiali. Molto gentile. Dice che non è stato trovato niente, ti fa parlare al telefono con il signore che la mattina fa le pulizie, poi ti accompagna in sala, ti lascia cercare, ti spiega di guardare nei sedili, a volte gli oggetti si incastrano. Niente.

Piano B: evidentemente l’ha preso qualcuno, l’ha trovato e l’ha preso, forse un ragazzino, un ragazzotto. Ma il telefonino in sé non vale niente. Torni a casa, prepari un volantino, prometti una ricompensa, torno al cine. Il ragazzo alla cassa accetta di esporlo sulle vetrate.

Martedì. Coltivare la speranza. Il telefono per noi è Dio, è la forma di vita religiosa costitutiva del nostro esistere. Te ne rendi conto a partire dal secondo giorno.  Per tutto il giorno ti ripeti di “coltivare la speranza”. La sera vai al cine con le migliori aspettative. Niente. Torni a casa.

Vai a letto presto. Non riesci a dormire. A mezzanotte ti arrendi, ti ribelli, sono le gambe a darti la mossa, hai un’idea, ti alzi dal letto, hai un brivido di freddo, ti vesti con quello che trovi. Fai passare tutti i pantaloni e i giubbotti in cerca di monete, infili una berretta, esci, scendi in strada, non c’è in giro un’anima, attraversi la strada, la vedi all’angolo della piazza, la cabina del telefono. Emozionato, entri, sollevi la cornetta, inserisci le monete, un fiotto di ricordi dai tempi della Sip, cabine gialle, pannelli traforati, i gettoni, il disco rotante nel quale inserivi il dito, e ti sembra innaturale tenere in mano una cornetta, grossa, pesante, col cordone ombelicale… Linea libera, nervosamente ti accendi una sigaretta, poi la voce appare nelle tue orecchie, ti vive in corpo, il mondo non esiste più, sei altrove con “l’altro da te”, sei isolato, proiettato, parli, ascolti, esisti, cinque euro in cinque minuti, ma sei al settimo cielo.

Esci dalla cabina, e noti i tre marocchini che ti stanno guardando dalla panchina. Anche loro hanno sentito i tuoi euro sonanti ingoiati in pochi minuti. Sorridi. E quello brutto, cicatrici e tatuaggi, ti dice: «Tipo, te lo presto io il telefono, se non chiami in Romania».

Mercoledì. La vita va avanti. Cominci a pensare di poter vivere così. Non sei morto. Le persone non ti guardano male, o non più del solito. Sei quasi contento, sai che alla sera puoi scendere alla cabina a telefonare. Per tutto il giorno una sicurezza crescente, hai quasi la certezza che lo ritroverai, devi solo aspettare l’ora di cena, l’apertura del cine.

Ti rechi fiducioso. Ti chiedi chi ci sarà alla cassa del cine, la ragazza dai capelli neri, o il ragazzo con gli occhiali? Invece trovi un ragazzo con i capelli ricci. Anche lui molto gentile, e partecipe del tuo problema. Ma deve dirti che purtroppo ancora nessuno ha ritrovato il tuo telefonino. Affranto, attraversi la piazza. Entri nella cabina. Ma le tue monete vengono rifiutate. L’apparecchio è fuori uso.

Piove. Sei stanco. Hai davanti a te la prospettiva di girare la città in bici sotto la pioggia, cercando una cabina funzionante. Ma quello che ti atterrisce è un coacervo di presentimenti negativi, ti figuri di trovare la linea occupata, o la segreteria, o il silenzio di una mancata risposta, sapendo che non verrai richiamato…

Fai un bel respiro, e torni a casa. Vai a letto, e non dormi.

Cominci a pensare a tutte le persone che non riuscirai più a contattare. Persone che vivono in altre città, in altri paesi. A volte non sai nemmeno il loro cognome. Ma sono persone per te importanti. Che un giorno potrebbero cercarti, e tu non gli risponderai, perché non rispondi mai ai numeri che non conosci. Persone a cui un giorno hai fatto una promessa, che ora non potrai mantenere. Hai la sensazione di aver perduto un patrimonio che non ha prezzo.

Giovedì. Il giorno delle tentazioni. Le tentazioni ti arrivano dai social network. In piazza, sulla panchina, col portatile e la wifi, cominci a entrare in facebook per contattare le persone cui tieni, e per la prima volta hai la percezione dell’esclusione, e in preda a gelosie infantili, saltelli come uno spione da un profilo all’altro, guardi i like, chi like chi, guardi i cuoricini, ti trasformi in uno stalker, perdi il senso del tempo, retrocedi nelle bacheche altrui per mesi in cerca di nomi, e ti tornano in mente i discorsi del tuo amico programmatore, quando ti spiegava il funzionamento diabolico dei social network, un’intelligenza artificiale  muove le nostre relazioni umane, incredibilmente abile nell’insinuarsi nella tua vita, predisponendoti contatti sulla base delle tue ricerche, dei tuoi acquisti, delle parole che scrivi, e di milioni di altri dati.

Un sentimento maligno, diabolico ti spinge a continuare a cercare, non sai nemmeno tu cosa. Ti rendi conto che sono passate due ore, hai le gambe intorpidite, il mal di testa, la nausea, e dopo aver guardato nelle vite degli altri, e soprattutto delle persone cui tieni, senti di non essere stato mai così solo. Capisci che questa voluptas d’informazioni sulla vita social delle persone della tua vita è il vero demonio. Giuri a te stesso, al Signore, e agli Antichi Maestri che mai più cadrai in questa tentazione.

Venerdì. La consapevolezza della perdita. Senza telefono, stai vivendo una traiettoria psicologica nuova, un arco spirituale, e c’è una vita interiore che si riaccende in tutta la pienezza di ansia, angoscia, attesa, e continuo confronto con la propria finitezza. A un certo punto la paura prevale, la fiducia è morta. Non troverai più il tuo telefonino, il tuo passato, e tutte quelle persone cui tieni. La paura ha una sua temperatura, un suo raffreddamento nell’uscire dall’irrazionale, per diventare razionale e reale. Davanti a te vedi la tomba di Hegel, e capisci che è finita. Hai la certezza della perdita. Ti devi arrendere, devi accettare. Ripartire dalla finitezza, dal tuo corpo, i sensi, le uniche app che possiedi veramente, il mal di pancia, la fame, il freddo, la nausea. Queste cose non ti verranno tolte.

Ti prepari da mangiare, fai quello che fai normalmente, non esci, lavori, ma ti sembra di non esistere. Quello che ti faceva esistere era il messaggino di mezzanotte, o quelle due parole di tranquillità scambiate con una persona cara, o quei pochi minuti concitati con una voce che ami, a occhi chiusi…

Sabato. I tre tentativi. Ormai è deciso. Scendi nel negozio di elettrodomestici sotto casa, dove hai comprato la lavatrice. Per mezz’ora ascolti il commesso che ti spiega pro e contro dei diversi modelli e dei vari sistemi operativi. Poi scopri che non sono convenzionati con la tua compagnia telefonica. Da sei anni, ti dice. Su Internet continuano a figurare come punto convenzionato, hanno avvisato più volte, ma niente. Ti spiega dove andare.

Nel punto vendita in centro, vedi una piccola folla di persone in attesa, ognuno con la propria ansia, come nella sala d’attesa di un ambulatorio medico. Potrebbero volerci delle ore.

Vai al centro commerciale. Anche qui piccola folla. Ma c’è il biglietto per prenotare il tuo turno. Quando arriva il tuo turno, spieghi i tuoi problemi: telefono perso, comprare novo telefono. La ragazza inizia a digitare i tuoi dati, e il sistema informatico va in tilt. Succede a volte, ti dice, bisogna aspettare. Qualche minuto, al massimo mezz’ora. Il suo collega sta già parlando con il tecnico. Lo prendi come un segno, dici che hai fretta, tornerai più tardi, te ne vai, torni a casa. Forse devi, puoi stare senza telefono. Passare le serate, le nottate a scrivere, senza un solo contatto.

Domenica. Una vita diversa. Ti svegli la mattina immaginando una vita diversa, libero dalle tentazioni, dalle paure, dai bisogni. Sali in città alta, visiti Palazzo Terzi in modalità fantasmagorica. La fantasmagoria è la scienza, la tecnica per evocare gli spiriti dei defunti, farli apparire, farli rivivere dentro e fuori di te. Il nome che inserisci nella psiche/memoria, attivando anche il lato emotivo, è Henry Beyle, meglio noto come Stendhal. Per te Stendhal – attenzione! – è il nonno di Ken Follet. Ne “La Certosa di Parma” ci sono già “I pilastri della terra”. Ti senti, e lo evochi, come Fabrizio del Dongo, imprigionato nella Torre di Parma. Tu sai cos’è il sesso con la contessa Sanseverino, mora, procace, perversa; e l’amore con l’altra, la giovane bionda, esile, eterea, languida.

Con questa compagnia, quasi senza deciderlo, invece di tornare a casa, entri in autostrada. Dopo meno di due ore esci a Parma. Sulle orme di Stendhal, vuoi trovare il luogo che nel romanzo è chiamato “la Torre di Parma”, e deve trattarsi di uno dei numerosi castelli nei pressi della città, ma nessuno ha mai saputo dire con certezza quale. Sino ad oggi!

Non entri in città, ti dirigi verso gli Appennini, nella zona dei castelli. Non hai navigatore, né mappe, né telefono, ma conosci la zona, e soprattutto hai in macchina con te la “compagnia Stendhal”, che ti ispirerà la direzione, e ti porterà a destinazione. Osservi le linee sinuose delle colline che annunciano gli Appennini. Accanto a te, immagini una donna bellissima, dolce ed attraente. Le parli, le tocchi le gambe. Profitti dei semafori per baciarla con passione. Ti senti bene. Cazzo, ti dici: forse è questo che intendeva la Tamaro.

Il letto di un fiume in secca, un dolce pendio, con un piccolo cimitero circondato da un vigneto (la vite e la morte!), e alle spalle del vigneto, su un’altura, in posizione dominante, bello e preciso come un disegno sul vocabolario, ecco il castello che cercavi.

Con la coda dell’occhio, un cartello: birra artigianale. Freni, accosti, un cancello, il vigneto, un capannone, un piccolo piazzale, un tendone con dentro un tavolone, e una decina di persone.

Pensavi fosse un birreria. Meglio, è un birrificio. “Siediti con noi, stiamo festeggiando mia figlia che è incinta”. Ti danno da bere una birra cruda, non pastorizzata, buonissima. Brasato di cinghiale, salumi, formaggi, e poi torta alla birra. Ritrovi lo spirito del birrificio, il micro-birrificio familiare, una coppia di cinquantenni, i figli e gli amici dei figli. Un idillio, e glielo dici, e allora la “matrona” di casa ti guarda negli occhi, e confessa: “Non è tutto così bello come appare, ne abbiamo di problemi, anche grossi”.

Sulla via del ritorno, ti fermi a Brescia, fai un giro al Cimitero Monumentale, osservi il muro, la bacheca con le migliaia di profili del più grande social-network del mondo, l’aldilà. Ti inchiodi davanti  al sacrario dei “ragazzi del 99”, un’intera generazione di minorenni mandata a morire nella guerra del 1915-18, imberbi, costretti come vermi in una trincea, e poi gettati davanti ai cannoni, o ai gas, o ai lanciafiamme, a fare una morte atroce, e senza motivo, senza aver mai provato le gioie dell’amore.

Cala la notte, il cimitero chiude. Noi non esistiamo, siamo profili nelle bacheche altrui, numeri in agende altrui, lapidi anonime in cimiteri d’altre città. Se perdiamo la fede, e viviamo senza fede, senza il feticcio né il culto telefonico, ci accorgiamo che nel giro di pochi giorni il nostro vicinato relazionale diventa irraggiungibile. Il prossimo non ci parla più, l’amico è perduto, i gruppi ci estromettono.

La notte, a casa, una folla di spiriti inquieti si agita attorno al tuo capezzale. Te lo ripete in coro: non puoi lavorare, avere amici, relazioni in questo mondo senza avere un telefono. Puoi farti le domeniche col telefono spento. Ma domani è Lunedì.

Lunedi. Abramo e Isacco. Ti svegli, scendi al bar, e mentre leggi la Gazzetta ti viene in mente Abramo, messo alla prova dal Dio punitivo. Devi sacrificare il tuo bambino, la tua arroganza, la tua libertà, la tua privacy, i tuoi contatti, la tua vita riservata, e abbracciare la normalità, essere come gli altri, dotarti di uno smart, essere sempre raggiungibile e mailabile.

Dopo aver resistito una settimana, il lunedì pomeriggio ti consegni, ti presenti al tempio commerciale, e ti metti nelle mani degli operatori della compagnia telefonica. Ne esci psicologicamente e politicamente violentato, ma con la nuova tecnologia, pronto ad affrontare una nuova vita.

Dopo mezz’ora, mentre stai imparando ad aprire le mail, te ne arriva una dal cinema dell’oratorio: i bambini hanno trovato il telefonino.

I bambini della Montessori, stamattina, otto giorni dopo, hanno ritrovato il tuo telefonino nella sala del cinema, dopo la proiezione di Heidi, e l’hanno consegnato al ragazzo alla cassa.

A questi bambini che hanno ritrovato il tuo telefonino, e col tuo telefonino la tua dote di umanità che credevi ormai perduta, vorresti idealmente conferire il titolo di bambini benemeriti.

Grazie bambini, grazie al vostro gesto, hai  ritrovato non solo il telefonino, ma la fede nel prossimo, in te stesso, nel futuro… e nei bambini! (che ha sempre detestato).

E perciò ti impegni a essere buono, umile, a non cadere in tentazione, a resistere ai vizi e alle paure, a mantenere le promesse, a essere raggiungibile dalle persone cui sei caro o che potrebbero avere bisogno di te, ad aver cura degli amici e rispetto per la vite degli altri.

Perdi il telefono, e ritrovi te stesso. Una settimana senza telefono, e ritrovi la tua umanità originaria, la condizione umana, l’essere soli al mondo, appesi a un corpo e cinque sensi, con un’idea, una passione o una voglia di anima.

E questa umanità-solitudine ti spinge a cercare realmente l’altro, l’umanità degli altri.

(Immagine: sacrario militare, Cimitero Vantiniano di Brescia) ph. by Michele Perletti http://portraitreportage.weebly.com