Il consiglio del maschio antico

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MschioAntico

Corpo di ninfa, pelle di seta, bocca d’amore, occhi di brace.

Può ucciderti con uno sguardo, resuscitarti con un cenno.

Toglitela dalla testa. Portala nel cuore.

(consiglio del maschio antico, dal retro di una vecchia fotografia anni quaranta) 

 

Dark Lady 1370-1420

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aspro core e selvaggio e cruda voglia

in dolce, umile, angelica figura

(Francesco Petrarca, Canzoniere, 1370)

A proposito di erotismo nella poesia medievale.

Aspro core. E selvaggio. E cruda voglia. Cruda voglia! Nascosta in dolce, umile e angelica figura. Forse la Beatrice di Dante sarà stata una donna angelo, ma la Laura del Petrarca certamente no.

Laura è stata la prima dark lady, la prima femme fatale, la prima donna irrisolta. Siamo all’attacco del sonetto 265 del Canzoniere. Che viene subito dopo la chiusa della canzone 264, che gli fa da apripista: e veggio il meglio et al peggior m’appiglio.

Donna Dark Lady, e maschio bipolare. Modernità del Petrarca, la vedi, la senti?

E come fai a dirmi che nel Medioevo gli artisti non “vedevano” l’erotismo come lo vediamo noi? Guarda questo disegno! (Pisanello, Trionfo della Lussuria, 1420).

Le ultime frasi degli ultimi maschi alfa

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caso 1/ Da bambino avevo questa zia nubile, formosa, buona, dolce, faceva la segretaria, l’amante, ha sempre avuto relazioni con uomini bellissimi, o di rango, ma sempre come clandestina dell’amore, e le domeniche le passava quasi sempre da sola, nel suo monolocale. Al suo funerale, il mese scorso, mi sono reso conto che io, “il palestrato dagli occhi dolci”, l’idolo di tutti i miei amici sposati, con la tipa che viene a prendermi con la Porsche, faccio la stessa vita e ho la stessa  solitudine di mia zia.

caso 2 / La terapia ha funzionato ma sinceramente preferivo tenermi la malattia, almeno avevo qualche cosa di umano, adesso mi sembra di avere la centralina elettronica.

caso 3 / La cosa che più mi disturba sono le fidanzate dei miei amici che ci provano con me. Più di una. E devi stare molto attento. Se le offendi, la paghi molto cara. Se ci stai, quando vedi il tuo amico ti senti una merda. L’unica è abbozzare, lasciarle credere che ti piacerebbe, ma per una cosa o per l’altra non si trova mai l’occasione. Poi esci con il tuo amico, e lui vuole che gli presenti le tue amiche allegre, vuole fare la serata matta, e poi vuole che tu  sostenga una marea di palle con la sua fidanzata, perché sei un amico.

caso 4 / Si, è vero, ho risolto tutte le mie menate, sto bene, ho amici veri, guadagno bene, le donne, donne belle, donne capaci di amare, non mi mancano. Ma c’è un ma. Mi sono reso conto di non essere più in grado di stare con qualcuno. Anche un week end mi sembra una prigione. Alla fine mi limito a portarle a cena, e cerco di evitare il dopo cena, appena possibile.

caso 5 / Tre settimane fa una domenica sera lei ha preso su la macchina, il bambino, due borse, ed è andata a vivere a casa di sua madre.  Ma sua madre non è mica morta il mese scorso?  Appunto.

caso 6 / Venerdì notte la biondina giovane, il sabato in pausa pranzo la mammina elettrica e nel pomeriggio la giunonica bisex. Tre donne e sei coiti in dodici ore, tutto molto bello. Ma la sera poi una disperazione pazzesca, mai sentito così solo in vita mia.

caso 7 / La mia compagna negli ultimi due anni è diventata un cadavere. Controvoglia, totalmente passiva. Non facciamo sesso da sei mesi. Non ricordo quando è stato l’ultimo bacio.  Provato andare qualche volta con delle prostitute, con risultati davvero poco gratificanti. Settimana scorsa in trasferta sono finito a letto con una collega, ubriachi, la prima vera scopata liberatoria da anni, mentre stavo per venire ho cominciato a dirle ti amo, ma io ti amo, ti amo, ti amo, lei diceva smettila, smettila, smettila! Io non ho capito subito, stavo per venire, pensavo che anche lei fosse lì lì, invece era in crisi isterica, mi ha allontanato, si è appallottolata, piangeva disperata mordendo la federa del cuscino, non mi toccare, vai via, per favore vai via, mi diceva.

caso 8 / Si, sono venti giorni oggi. No, non dormo. No, non mangio. No, non lavoro. Cosa faccio tutto il giorno? Sto sul divano a guardare la tele. E cosa guardo? Niente, non l’ho ancora accesa da quando se n’è andata.

caso 9 / Alla fine mi sono inventato questo giochino: sul più bello, mentre lei sta per venire, rallento, lei è infoiata, adesiva, dimmi che mi ami, le dico, no, non ti amo, voglio solo scopare con te, allora lo tiro quasi fuori, mi fermo, dimmi che mi ami, no, bastardo, e spinge col pube, ma io la tengo a distanza di forza, dimmi che mi ami, brutta troia, e a quel punto finalmente cede, e mi soffia in faccia rabbiosa, si, ti amo, e allora la penetro a fondo, la stringo, me la stringo, le vengo dentro mentre le lecco la gola, o l’ascella, e intanto le sussurro anche io ti amo, a bassa voce, tanto non mi sente, tutta presa dal suo urlare di piacere.

caso 10 / La strategia prevede di non mandare messaggi, non fare telefonate, ma io a un certo punto della sera avrei proprio voglia di mandarle un messaggio. Così, senza bisogno di avere risposta, un mio bisogno di comunicare, di darmi. Parlando in pausa pranzo con due mie colleghe, scopro che hanno lo stesso mio problema: anche loro, come me, si trattengono dal mandare messaggi “romantici” per non risultare asfissianti. Decidiamo di creare un trio what’s up IL MESSAGGIO CHE TI MANDEREI, e quando ci viene la voglia di scrivere il messaggino patetico e strategicamente sbagliato ce lo mandiamo tra di noi. Così ieri sera ho mandato alle mie colleghe: Ciao amore mio ti amo tanto ti abbraccio ti bacio il collo le orecchie i capelli le tempie i capelli gli zigomi il mento la gola lo sterno l’ombelico ti accarezzo la nuca le ginocchia ti lecco le dita ti sussurro dormi bene sei una persona speciale domani sarai ancora più bella! 

oggi nasce Gesù birrino

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turner

Il birraio innamorato (The brewer in love1)

Era una bella giornata d’inizio maggio2, e dal poggio panoramico sopra l’ansa del fiume3 a monte del villaggio, dopo le piogge d’aprile, la piccola valle si apriva in tutta la sua floridezza di odori e colori di primavera.

Mel Godwin aveva dodici anni, ma ne dimostrava quindici, e aveva già una certa esperienza della vita e degli uomini. Aveva conosciuto le privazioni, l’abbandono, la paura, la violenza, la schiavitù e infine la libertà. Ma non l’amore.

La sua storia, come quella di tanti orfani, era scritta nel suo nome: quando le suore del convento di Tipperary4, una fredda mattina d’inverno, avevano trovato quell’infante depositato in foresteria, gli avevano dato il nome del santo del giorno, e l’avevano iscritto all’anagrafe col cognome Godwin, “volontà di Dio”.

«E poi?»

La piccola Evelyn, undicenne, occhi blu, capelli d’oro, lo ascoltava raccontare le sue avventure. Se c’era una cosa che a Mel non era mai mancata, era la facilità di parola.

«E poi sono scappato!»

Come due piccoli innamorati, se ne stavano a sussurrare rintanati sotto un cespuglio di mirto, sorseggiando una bottiglia di birra che Evelyn aveva rubato dalle cantine della taverna del padre, su precisa indicazione di Mel.  Si erano conosciuti pochi giorni prima, quando Mel, che lavorava come apprendista bottaio, era stato incaricato di consegnare due vecchie botti rimesse a nuovo  alla taverna del villaggio, gestita dal padre di Evelyn.

Mel aveva saputo da un vecchio birraio ormai infermo, che trascorreva le giornate sulla pubblica via sproloquiando con i fanciulli, che alla taverna del villaggio capitava a volte di poter bere la birra forte e speziata destinata alle colonie. Così, quando aveva incontrato gli occhi di Evelyn le aveva sorriso e subito le aveva fatto un complimento. Evelyn, che aveva molti difetti ma non la timidezza,  era subito rimasta ammaliata da quel ragazzo così ben fatto, di costituzione e carnagione più robusta e più scura della media, con occhi e capelli neri, parimenti vivaci. Era abituata ai ragazzi che le facevano complimenti per avere una birra sottobanco.

«E perché tu saresti diverso? »

«Io voglio diventare un birraio!» era scattato Mel alzando il mento.

(anteprima da “Il birraio innamorato”, tit. orig. “The brewer in love”, Calepio Press. Immagine: J.M.W. Turner, Cityscape. Note:

1 Il manoscritto autografo, inedito, anonimo, originariamente intitolato “The true story of the young brewer who trademarked the Indian Pale Ale”, ritrovato da Sean Blazer nell’archivio storico della Compagnia delle Indie in Calcutta,  qui tradotto in italiano da Iole Belnotte su iniziativa del Centro Ricerche Birrificio Elav, riporta una breve nota introduttiva, datata 1866, a firma del sesto conte di Cardigan, nella quale l’estensore dichiara di aver dettato al proprio attendente questa “cronaca veritiera” (truth cronichle) relativa alla vita e alle avventure del “brewer in love” cui si deve il merito di aver introdotto e diffuso nel Regno Unito le birre di tipo IPA (Indian Pale Ale) originariamente prodotte  per essere esportate nelle colonie. In questa edizione italiana, si è scelto di adottare la predetta espressione, “the brewer in love”, come titolo dell’opera (it: Il birraio innamorato)

2 Trattasi del mese di maggio dell’anno 1835, come risulta da riscontri filologici scaturiti da successivi riferimenti testuali. L’anno 1835, allo stato attuale delle ricerche, segna l’inizio dell’epopea delle birre IPA, sulla base di un annuncio commerciale comparso il 30 gennaio del 1835 sul Liverpool Mercury nel quale per la prima volta si fa menzione della denominazione IPA per identificare le birre destinate alle Indie Orientali.

3 Si riferisce al fiume Trent, nella contea dello Staffordshire, nell’Inghilterra centrale, la cui acqua ad oggi è considerata lo standard internazionale per la produzione delle birre IPA.

4  La cittadina di Tipperary, situata nell’Irlanda meridionale, al centro dell’omonima contea, nota per il motivo musicale “It’s a long, long way to Tipperary” che i soldati di origine irlandese cantavano nel corso della prima guerra mondiale.)

 

esci da facebook, e guardami in faccia

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“Su facebook non passa giorno senza che tu metta mi piace alla tua ex, qualsiasi pisciata lei faccia,

e a me, che sono la tua donna, e vengo a letto con te tutti i giorni, non hai il coraggio di dirmi che mi vuoi bene guardandomi in faccia”

(tratto da “Le ballerine di WhatsApp”, spettacolo teatrale – balletto, testo by Leone Belotti, prox on stage)

Amore e Psiche al tempo di WhatsApp

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Niente telefonate. Tramite WhatsApp, fin dal loro primo incontro si mandano un unico messaggio: Solito posto, solita ora? E la risposta invariabilmente è: Si.

Quando si vedono, non si perdono in domande, discorsi, richieste, promesse, attese. Passano tutto il loro tempo, che non è mai abbastanza, facendo l’amore. Una pura storia d’amore, solo d’amore.

Ma una mattina Psiche, svegliandosi dopo aver sognato i suoi baci, rimirando l’immagine di lui su WhatsApp, gli manda un messaggio che è un ordine, o forse una preghiera: Dimmi che mi ami.

Quando lo riceve, lui diventa di marmo. Non risponde subito. Lascia passare l’intera giornata. Sul far della sera, su WhatsApp, le manda un lungo messaggio. Te lo dice il mio corpo quanto ti amo, quanto ti voglio. Le parole e le aspettative rovinano tutto. Ogni cosa finisce. La malinconia fa parte di me, fa parte dell’amore. Non posso prometterti fedeltà.

Psiche lo rilegge più volte, poi spegne il telefono. Ora anche lei è di marmo. Si guarda allo specchio. Viveva sulle ali di un sogno d’amore. Si ritrova sola in una stanza densa di consapevolezza e malinconia. Un velo plumbeo le avvolge il cuore.

Lo stato d’innocenza è perduto. Il pensiero di lui non le dà più gioia luminosa, ma infinito dolore. Le sue parole – ogni cosa finisce, non posso prometterti fedeltà -  le risuonano come campane funebri, mentre le parole che bramava come acqua nel deserto – ti amo, amo solo te! – non arriveranno mai.

Non dorme. Tra di loro, tra le loro labbra, ci sarà sempre una distanza, una piccola distanza incolmabile. Il cuore le suggerisce il messaggio che gli manderà domani, l’ultimo messaggio. Hai ragione. Il nostro amore è stato bellissimo. Addio!

Quando la mattina accende il telefono per mandarglielo, per prima cosa vede che l’icona di WhatsApp brilla, e nella chat trova tre messaggi che lui le ha inviato nella notte: Hai ragione tu, amore mio. Vincerò ogni paura. Ti amo. Con le dita tremanti, e il cuore in tumulto, gli risponde: basta stronzate e messaggi inutili, vediamoci al solito posto.

(photo, Amore e Psiche, Villa Carlotta)

 

Una settimana senza telefono

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RIP brescia 290916 0040 JMR

Domenica sera. Esci dal cinema, attraversi la piazza, scambi due parole con gli amici, mani in tasca, cerchi le sigarette, e non trovi il telefono. Dapprima pensi di averlo lasciato a casa. Poi ti ricordi il gesto, entrando al cinema, di spegnere il telefono. Torni sui tuoi passi. Ma il cinema ormai è chiuso. Per la terza volta ti palpi tutte le tasche, pantaloni, giacca. Ma sai benissimo che era nella tasca destra dei pantaloni. Deve essere successo quando ti affossavi nella poltrona, con le ginocchia sulla spalliera dei sedili davanti. Ti dici ok, è solo per stasera, domani lo ritrovo, certamente lo ritrovo, con ogni probabilità lo ritrovo.

La tua coscienza, comunque, nell’andare a letto, ti dice: sei un cretino. Perché non hai mai copiato da qualche parte tutti i tuoi numeri di telefono? Sei sempre stato un retrogrado. E ogni volta che hai perso il telefono hai cambiato vita, persone, lavori, contatti, tecnologia. Solo quando tutti hanno la tecnologia innovativa, ti adegui. Il Signore forse ti sta dicendo che devi entrare nel mondo degli sfioramenti digitali, del touch e della connessione permanente. Finita l’epoca del piccolo Nokia scollegato dal mondo.

Lunedi. In rebus adversis. La tua espressione preferita: nelle avversità, quando le cose si fanno dure, esce il vir, il centurione romano, calmo, forte, combattivo, tenace. Puoi farcela. Ma devi combattere. Uscire dalla testuggine. Sfoderare il gladio. Essere pronto a tutto. Piano A e piano B, dogma e pragma, teoria e prassi, strategia e tattica.

Mandi una mail al cinema, telefoni, aspetti l’ora di apertura, ti stupisci della gente che arriva al cine mezz’ora prima. Pensi di parlare con la ragazza dai capelli neri che c’era alla cassa. Invece c’è un ragazzo con gli occhiali. Molto gentile. Dice che non è stato trovato niente, ti fa parlare al telefono con il signore che la mattina fa le pulizie, poi ti accompagna in sala, ti lascia cercare, ti spiega di guardare nei sedili, a volte gli oggetti si incastrano. Niente.

Piano B: evidentemente l’ha preso qualcuno, l’ha trovato e l’ha preso, forse un ragazzino, un ragazzotto. Ma il telefonino in sé non vale niente. Torni a casa, prepari un volantino, prometti una ricompensa, torno al cine. Il ragazzo alla cassa accetta di esporlo sulle vetrate.

Martedì. Coltivare la speranza. Il telefono per noi è Dio, è la forma di vita religiosa costitutiva del nostro esistere. Te ne rendi conto a partire dal secondo giorno.  Per tutto il giorno ti ripeti di “coltivare la speranza”. La sera vai al cine con le migliori aspettative. Niente. Torni a casa.

Vai a letto presto. Non riesci a dormire. A mezzanotte ti arrendi, ti ribelli, sono le gambe a darti la mossa, hai un’idea, ti alzi dal letto, hai un brivido di freddo, ti vesti con quello che trovi. Fai passare tutti i pantaloni e i giubbotti in cerca di monete, infili una berretta, esci, scendi in strada, non c’è in giro un’anima, attraversi la strada, la vedi all’angolo della piazza, la cabina del telefono. Emozionato, entri, sollevi la cornetta, inserisci le monete, un fiotto di ricordi dai tempi della Sip, cabine gialle, pannelli traforati, i gettoni, il disco rotante nel quale inserivi il dito, e ti sembra innaturale tenere in mano una cornetta, grossa, pesante, col cordone ombelicale… Linea libera, nervosamente ti accendi una sigaretta, poi la voce appare nelle tue orecchie, ti vive in corpo, il mondo non esiste più, sei altrove con “l’altro da te”, sei isolato, proiettato, parli, ascolti, esisti, cinque euro in cinque minuti, ma sei al settimo cielo.

Esci dalla cabina, e noti i tre marocchini che ti stanno guardando dalla panchina. Anche loro hanno sentito i tuoi euro sonanti ingoiati in pochi minuti. Sorridi. E quello brutto, cicatrici e tatuaggi, ti dice: «Tipo, te lo presto io il telefono, se non chiami in Romania».

Mercoledì. La vita va avanti. Cominci a pensare di poter vivere così. Non sei morto. Le persone non ti guardano male, o non più del solito. Sei quasi contento, sai che alla sera puoi scendere alla cabina a telefonare. Per tutto il giorno una sicurezza crescente, hai quasi la certezza che lo ritroverai, devi solo aspettare l’ora di cena, l’apertura del cine.

Ti rechi fiducioso. Ti chiedi chi ci sarà alla cassa del cine, la ragazza dai capelli neri, o il ragazzo con gli occhiali? Invece trovi un ragazzo con i capelli ricci. Anche lui molto gentile, e partecipe del tuo problema. Ma deve dirti che purtroppo ancora nessuno ha ritrovato il tuo telefonino. Affranto, attraversi la piazza. Entri nella cabina. Ma le tue monete vengono rifiutate. L’apparecchio è fuori uso.

Piove. Sei stanco. Hai davanti a te la prospettiva di girare la città in bici sotto la pioggia, cercando una cabina funzionante. Ma quello che ti atterrisce è un coacervo di presentimenti negativi, ti figuri di trovare la linea occupata, o la segreteria, o il silenzio di una mancata risposta, sapendo che non verrai richiamato…

Fai un bel respiro, e torni a casa. Vai a letto, e non dormi.

Cominci a pensare a tutte le persone che non riuscirai più a contattare. Persone che vivono in altre città, in altri paesi. A volte non sai nemmeno il loro cognome. Ma sono persone per te importanti. Che un giorno potrebbero cercarti, e tu non gli risponderai, perché non rispondi mai ai numeri che non conosci. Persone a cui un giorno hai fatto una promessa, che ora non potrai mantenere. Hai la sensazione di aver perduto un patrimonio che non ha prezzo.

Giovedì. Il giorno delle tentazioni. Le tentazioni ti arrivano dai social network. In piazza, sulla panchina, col portatile e la wifi, cominci a entrare in facebook per contattare le persone cui tieni, e per la prima volta hai la percezione dell’esclusione, e in preda a gelosie infantili, saltelli come uno spione da un profilo all’altro, guardi i like, chi like chi, guardi i cuoricini, ti trasformi in uno stalker, perdi il senso del tempo, retrocedi nelle bacheche altrui per mesi in cerca di nomi, e ti tornano in mente i discorsi del tuo amico programmatore, quando ti spiegava il funzionamento diabolico dei social network, un’intelligenza artificiale  muove le nostre relazioni umane, incredibilmente abile nell’insinuarsi nella tua vita, predisponendoti contatti sulla base delle tue ricerche, dei tuoi acquisti, delle parole che scrivi, e di milioni di altri dati.

Un sentimento maligno, diabolico ti spinge a continuare a cercare, non sai nemmeno tu cosa. Ti rendi conto che sono passate due ore, hai le gambe intorpidite, il mal di testa, la nausea, e dopo aver guardato nelle vite degli altri, e soprattutto delle persone cui tieni, senti di non essere stato mai così solo. Capisci che questa voluptas d’informazioni sulla vita social delle persone della tua vita è il vero demonio. Giuri a te stesso, al Signore, e agli Antichi Maestri che mai più cadrai in questa tentazione.

Venerdì. La consapevolezza della perdita. Senza telefono, stai vivendo una traiettoria psicologica nuova, un arco spirituale, e c’è una vita interiore che si riaccende in tutta la pienezza di ansia, angoscia, attesa, e continuo confronto con la propria finitezza. A un certo punto la paura prevale, la fiducia è morta. Non troverai più il tuo telefonino, il tuo passato, e tutte quelle persone cui tieni. La paura ha una sua temperatura, un suo raffreddamento nell’uscire dall’irrazionale, per diventare razionale e reale. Davanti a te vedi la tomba di Hegel, e capisci che è finita. Hai la certezza della perdita. Ti devi arrendere, devi accettare. Ripartire dalla finitezza, dal tuo corpo, i sensi, le uniche app che possiedi veramente, il mal di pancia, la fame, il freddo, la nausea. Queste cose non ti verranno tolte.

Ti prepari da mangiare, fai quello che fai normalmente, non esci, lavori, ma ti sembra di non esistere. Quello che ti faceva esistere era il messaggino di mezzanotte, o quelle due parole di tranquillità scambiate con una persona cara, o quei pochi minuti concitati con una voce che ami, a occhi chiusi…

Sabato. I tre tentativi. Ormai è deciso. Scendi nel negozio di elettrodomestici sotto casa, dove hai comprato la lavatrice. Per mezz’ora ascolti il commesso che ti spiega pro e contro dei diversi modelli e dei vari sistemi operativi. Poi scopri che non sono convenzionati con la tua compagnia telefonica. Da sei anni, ti dice. Su Internet continuano a figurare come punto convenzionato, hanno avvisato più volte, ma niente. Ti spiega dove andare.

Nel punto vendita in centro, vedi una piccola folla di persone in attesa, ognuno con la propria ansia, come nella sala d’attesa di un ambulatorio medico. Potrebbero volerci delle ore.

Vai al centro commerciale. Anche qui piccola folla. Ma c’è il biglietto per prenotare il tuo turno. Quando arriva il tuo turno, spieghi i tuoi problemi: telefono perso, comprare novo telefono. La ragazza inizia a digitare i tuoi dati, e il sistema informatico va in tilt. Succede a volte, ti dice, bisogna aspettare. Qualche minuto, al massimo mezz’ora. Il suo collega sta già parlando con il tecnico. Lo prendi come un segno, dici che hai fretta, tornerai più tardi, te ne vai, torni a casa. Forse devi, puoi stare senza telefono. Passare le serate, le nottate a scrivere, senza un solo contatto.

Domenica. Una vita diversa. Ti svegli la mattina immaginando una vita diversa, libero dalle tentazioni, dalle paure, dai bisogni. Sali in città alta, visiti Palazzo Terzi in modalità fantasmagorica. La fantasmagoria è la scienza, la tecnica per evocare gli spiriti dei defunti, farli apparire, farli rivivere dentro e fuori di te. Il nome che inserisci nella psiche/memoria, attivando anche il lato emotivo, è Henry Beyle, meglio noto come Stendhal. Per te Stendhal – attenzione! – è il nonno di Ken Follet. Ne “La Certosa di Parma” ci sono già “I pilastri della terra”. Ti senti, e lo evochi, come Fabrizio del Dongo, imprigionato nella Torre di Parma. Tu sai cos’è il sesso con la contessa Sanseverino, mora, procace, perversa; e l’amore con l’altra, la giovane bionda, esile, eterea, languida.

Con questa compagnia, quasi senza deciderlo, invece di tornare a casa, entri in autostrada. Dopo meno di due ore esci a Parma. Sulle orme di Stendhal, vuoi trovare il luogo che nel romanzo è chiamato “la Torre di Parma”, e deve trattarsi di uno dei numerosi castelli nei pressi della città, ma nessuno ha mai saputo dire con certezza quale. Sino ad oggi!

Non entri in città, ti dirigi verso gli Appennini, nella zona dei castelli. Non hai navigatore, né mappe, né telefono, ma conosci la zona, e soprattutto hai in macchina con te la “compagnia Stendhal”, che ti ispirerà la direzione, e ti porterà a destinazione. Osservi le linee sinuose delle colline che annunciano gli Appennini. Accanto a te, immagini una donna bellissima, dolce ed attraente. Le parli, le tocchi le gambe. Profitti dei semafori per baciarla con passione. Ti senti bene. Cazzo, ti dici: forse è questo che intendeva la Tamaro.

Il letto di un fiume in secca, un dolce pendio, con un piccolo cimitero circondato da un vigneto (la vite e la morte!), e alle spalle del vigneto, su un’altura, in posizione dominante, bello e preciso come un disegno sul vocabolario, ecco il castello che cercavi.

Con la coda dell’occhio, un cartello: birra artigianale. Freni, accosti, un cancello, il vigneto, un capannone, un piccolo piazzale, un tendone con dentro un tavolone, e una decina di persone.

Pensavi fosse un birreria. Meglio, è un birrificio. “Siediti con noi, stiamo festeggiando mia figlia che è incinta”. Ti danno da bere una birra cruda, non pastorizzata, buonissima. Brasato di cinghiale, salumi, formaggi, e poi torta alla birra. Ritrovi lo spirito del birrificio, il micro-birrificio familiare, una coppia di cinquantenni, i figli e gli amici dei figli. Un idillio, e glielo dici, e allora la “matrona” di casa ti guarda negli occhi, e confessa: “Non è tutto così bello come appare, ne abbiamo di problemi, anche grossi”.

Sulla via del ritorno, ti fermi a Brescia, fai un giro al Cimitero Monumentale, osservi il muro, la bacheca con le migliaia di profili del più grande social-network del mondo, l’aldilà. Ti inchiodi davanti  al sacrario dei “ragazzi del 99”, un’intera generazione di minorenni mandata a morire nella guerra del 1915-18, imberbi, costretti come vermi in una trincea, e poi gettati davanti ai cannoni, o ai gas, o ai lanciafiamme, a fare una morte atroce, e senza motivo, senza aver mai provato le gioie dell’amore.

Cala la notte, il cimitero chiude. Noi non esistiamo, siamo profili nelle bacheche altrui, numeri in agende altrui, lapidi anonime in cimiteri d’altre città. Se perdiamo la fede, e viviamo senza fede, senza il feticcio né il culto telefonico, ci accorgiamo che nel giro di pochi giorni il nostro vicinato relazionale diventa irraggiungibile. Il prossimo non ci parla più, l’amico è perduto, i gruppi ci estromettono.

La notte, a casa, una folla di spiriti inquieti si agita attorno al tuo capezzale. Te lo ripete in coro: non puoi lavorare, avere amici, relazioni in questo mondo senza avere un telefono. Puoi farti le domeniche col telefono spento. Ma domani è Lunedì.

Lunedi. Abramo e Isacco. Ti svegli, scendi al bar, e mentre leggi la Gazzetta ti viene in mente Abramo, messo alla prova dal Dio punitivo. Devi sacrificare il tuo bambino, la tua arroganza, la tua libertà, la tua privacy, i tuoi contatti, la tua vita riservata, e abbracciare la normalità, essere come gli altri, dotarti di uno smart, essere sempre raggiungibile e mailabile.

Dopo aver resistito una settimana, il lunedì pomeriggio ti consegni, ti presenti al tempio commerciale, e ti metti nelle mani degli operatori della compagnia telefonica. Ne esci psicologicamente e politicamente violentato, ma con la nuova tecnologia, pronto ad affrontare una nuova vita.

Dopo mezz’ora, mentre stai imparando ad aprire le mail, te ne arriva una dal cinema dell’oratorio: i bambini hanno trovato il telefonino.

I bambini della Montessori, stamattina, otto giorni dopo, hanno ritrovato il tuo telefonino nella sala del cinema, dopo la proiezione di Heidi, e l’hanno consegnato al ragazzo alla cassa.

A questi bambini che hanno ritrovato il tuo telefonino, e col tuo telefonino la tua dote di umanità che credevi ormai perduta, vorresti idealmente conferire il titolo di bambini benemeriti.

Grazie bambini, grazie al vostro gesto, hai  ritrovato non solo il telefonino, ma la fede nel prossimo, in te stesso, nel futuro… e nei bambini! (che ha sempre detestato).

E perciò ti impegni a essere buono, umile, a non cadere in tentazione, a resistere ai vizi e alle paure, a mantenere le promesse, a essere raggiungibile dalle persone cui sei caro o che potrebbero avere bisogno di te, ad aver cura degli amici e rispetto per la vite degli altri.

Perdi il telefono, e ritrovi te stesso. Una settimana senza telefono, e ritrovi la tua umanità originaria, la condizione umana, l’essere soli al mondo, appesi a un corpo e cinque sensi, con un’idea, una passione o una voglia di anima.

E questa umanità-solitudine ti spinge a cercare realmente l’altro, l’umanità degli altri.

(Immagine: sacrario militare, Cimitero Vantiniano di Brescia) ph. by Michele Perletti http://portraitreportage.weebly.com

 

 

la gonna della nonna

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Lei non era mia nonna, era molto di più. Ma arriva un bel giorno in cui qualcuno svuotando un armadio ti dice: “forse questa la volevi tu…?”. Certo. Un pezzo di storia. Un capo d’abbigliamento speciale, una gonna in jersey degli  anni ‘40 color blu notte.

Nella mia follia di gonne così ne volevo almeno 3. Tutte uguali.  Ma non è stato possibile. Vediamo come e perché. Lei, che non era mia nonna è nata negli anni ’20, con la corporatura esile e con le ossa a punta.  Educata in Italia, vissuta in Inghilterra, cresciuta tra i bombardamenti e il thè delle cinque. Una “signorina” minuta di 80 anni, ma sempre una signorina, così la si poteva percepire. Così la percepivo io. E sentivo.

Deve esserci voluto del tempo e un gran dinamismo di storie per dare al suo sguardo quell’impronta unica di azzurro. Pensavo.  Come posso indossare una gonna forgiata su misura da un corpo che non sono io? Osservavo. Ma, cosa aveva di così speciale quella Gonna in jersey di cotone? Perché non è duplicabile? Iniziano le ricerche.

Per cominciare quel jersey di cotone è introvabile da decenni, le macchine per fabbricarlo sono state tutte svendute in Romania o chissà dove. Anche trovata la stoffa da fondi di magazzino, quello che non si trova è il colore. Un punto di blu scuro al limite del nero, davvero  introvabile. Senza quel blu niente divinità. Si, perché il blu scuro tinta unita richiama sempre qualcosa di divino, in particolare se  si esclude dal blu tutto ciò che potrebbe dar luogo a un’impressione di viola o di verde. Dicevamo, senza quel blu niente divinità.

Poi c’è il problema della linea, semi modellata ma morbida, scivolata ma anche secca, difficile da replicare anche da mani esperte.  E la struttura?  Due pieghe abbassate al punto giusto delle anche, e una cinturina a marcare la vita alta e stretta. Si potrà copiare su di me? Pensavo. Nell’insieme l’aspetto a trapezio così  vicino a certi abiti destrutturati  da stilista orientale è inarrivabile oggi.

Ci vogliono altre mani a creare un gonna così. Ma non cedo e tento la clonazione con i mezzi che ho. Un’altra sarta, un’altra stoffa e un altro monaco che tenta di farsi  l’abito.  Eh si!…non è l’abito a fare il monaco, è che ogni monaco si fa un abito diverso. Infatti: il risultato è la stessa gonna che è uguale ma diversa. Il risultato è un corpo 2.0 che tenta di muoversi in una gonna pensata per altri movimenti, altri atteggiamenti, altre storie. Questa è la storia.

(testo e photo by Alessandra Corti, a.danzarelunare@gmail.com )

 

 

il miracolo della spina di San Giovanni Bianco

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Posso confermarlo, a San Giovanni Bianco accadono miracoli in serie.

Stamattina all’alba, come da prescrizione, mi sono recato all’Ospedale di San Giovanni Bianco per un’operazione ortopedica (rimuovere un cavo metallico dalla rotula).

Primo miracolo: l’apparizione di un’infermiera bionda con gli occhi azzurri, efficiente e gentile.

Secondo miracolo: l’apparizione di un giovanotto non agitato non antipatico non infelice non borioso (il chirurgo) che fa un briefing preciso con noi pazienti prima di tagliarci.

Terzo miracolo: l’infermiera suddetta mi chiede di spogliarmi, sdraiarmi a pancia in giù e aprire le gambe. Quando mi giro a guardare che intenzione abbia vedo che ha un rasoio in mano, e una bacinella metallica, nella quale già immagino i miei preziosi beni. Mi deve depilare. L’acqua è piacevolmente tiepida. Le chiedo: com’è questa storia della spina?

E lei mi racconta: “mia nonna l’aveva vista nel 1932, me lo diceva sempre quando ero bambina, e adesso è successo! Ieri sera mi telefonano, mi dicono che sta succedendo qualcosa, la spina fiorisce, allora chiamo mio marito, che è capoturno e non ha mai fatto un giorno di ferie, e gli dico la spina sta fiorendo, vieni giù in chiesa o non sei più mio marito; poi chiamo mia figlia che era con le amiche, le dico vieni giù in chiesa o non sei più mi figlia, tutta la notte a vegliare in chiesa con tutta la famiglia, un miracolo, e la spina è fiorita”

Quarto miracolo: il chirurgo toglie la spina che ho nel ginocchio, e per la prima volta dopo nove mesi cammino senza tutori, stampelle, viti, cavi metallici.

L’unico miracolo che è mancato, è la fede del nostro vescovo, che in merito alla miracolosa fioritura ha sulle prime dichiarato (tanto per cambiare) che occorre prudenza in queste cose. E anche lui, come un qualsiasi amministratore delegato o conduttore televisivo, si è affidato al parere degli esperti.

Ma io, che ero sul posto, posso testimoniare che a San Giovanni Bianco non solo è fiorita la spina, ma è stata finalmente tolta la spina dalla zampa al Leone qui scrivente.

Così, appena uscito, sono andato a bere una birra alla spina.

 

L’Eco della rosa

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eco

Opera aperta, sugli specchi, il superuomo di massa, apocalittici e integrati, ma anche il nome della rosa;

la legittimazione a studiare e capire e anche a praticare la cultura di massa, la letteratura di genere, i gialli, i rosa, la fantasy, i fumetti, la televisione, la pubblicità, il cinema, la musica pop;

per la mia generazione, e per me come per molti in modo decisivo, Eco è stato uno dei tre o quattro maestri di pensiero che hanno indirizzato gli studi, la forma mentis, e anche le “avventure” intellettuali e professionali,

il modo di fare ricerca e sperimentazione, con curiosità, passione, coraggio, ma anche con gioia, col sorriso, con divertimento, apertura, vitalità,

ha rilanciato la figura dell’umanista, dell’intellettuale multi-sapio nell’epoca contemporanea, nel nuovo medioevo del villaggio globale, rendendola una figura eccitante, un avventuriero, uno 007 dello spirito, con le sembianze di Sean Connery,

ho scoperto Eco intorno ai vent’anni, leggendo tutti i suoi libri in modo forsennato, e sono subito diventato un nipotino di Eco,

come nipotino di Eco, nella Milano da bere, ho cominciato a fare il copy writer moda e design da un lato, e lo scrittore di harmony dall’altro, e sempre come copertura per fare ricerche, indagini nei sotterranei dei mass media, nel sottobosco del sistema editoria/pubblicità,

e in realtà tutta la passione e l’impegno, la curiosità e l’ambizione, avevano l’unico scopo di attirare le ragazze, ora lo posso dire, io ho fatto lettere per quello,

quando più di una top girl – a lettere ce n’erano tante –  mi ha candidamente ammesso che si sarebbe concessa con grande piacere a un re della lingua come Umberto Eco, notoriamente basso, grasso, pelato – come me, in pratica – allora ho cominciato a leggere Eco, e a diventare un nipotino di Eco,

la cosa ha funzionato a meraviglia, e di tutte le cose belle e nobili che Eco ha portato nella vita dei suoi nipotini, oggi, nel salutarlo, lo ringrazio sentitamente di questa,

e sono certo di non essere l’unico,

ricordiamoci colleghi che prima di Eco vigeva il dogma “lasciamo le donne belle agli uomini senza fantasia”

è stato Eco a renderci consapevoli che, parafrasando Onassis: “tutti i libri del mondo non servirebbero a niente, se non esistessero le belle donne: anzi, non sarebbero nemmeno stati scritti”.

una donna non si tocca nemmeno con una rosa, ma si lascia prendere dal nome della rosa,

poi le ragazze, le donne passano, e resta l’amore per il sapere,

il segreto della Poetica perduta è tutto qui.