il miracolo della spina di San Giovanni Bianco

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Posso confermarlo, a San Giovanni Bianco accadono miracoli in serie.

Stamattina all’alba, come da prescrizione, mi sono recato all’Ospedale di San Giovanni Bianco per un’operazione ortopedica (rimuovere un cavo metallico dalla rotula).

Primo miracolo: l’apparizione di un’infermiera bionda con gli occhi azzurri, efficiente e gentile.

Secondo miracolo: l’apparizione di un giovanotto non agitato non antipatico non infelice non borioso (il chirurgo) che fa un briefing preciso con noi pazienti prima di tagliarci.

Terzo miracolo: l’infermiera suddetta mi chiede di spogliarmi, sdraiarmi a pancia in giù e aprire le gambe. Quando mi giro a guardare che intenzione abbia vedo che ha un rasoio in mano, e una bacinella metallica, nella quale già immagino i miei preziosi beni. Mi deve depilare. L’acqua è piacevolmente tiepida. Le chiedo: com’è questa storia della spina?

E lei mi racconta: “mia nonna l’aveva vista nel 1932, me lo diceva sempre quando ero bambina, e adesso è successo! Ieri sera mi telefonano, mi dicono che sta succedendo qualcosa, la spina fiorisce, allora chiamo mio marito, che è capoturno e non ha mai fatto un giorno di ferie, e gli dico la spina sta fiorendo, vieni giù in chiesa o non sei più mio marito; poi chiamo mia figlia che era con le amiche, le dico vieni giù in chiesa o non sei più mi figlia, tutta la notte a vegliare in chiesa con tutta la famiglia, un miracolo, e la spina è fiorita”

Quarto miracolo: il chirurgo toglie la spina che ho nel ginocchio, e per la prima volta dopo nove mesi cammino senza tutori, stampelle, viti, cavi metallici.

L’unico miracolo che è mancato, è la fede del nostro vescovo, che in merito alla miracolosa fioritura ha sulle prime dichiarato (tanto per cambiare) che occorre prudenza in queste cose. E anche lui, come un qualsiasi amministratore delegato o conduttore televisivo, si è affidato al parere degli esperti.

Ma io, che ero sul posto, posso testimoniare che a San Giovanni Bianco non solo è fiorita la spina, ma è stata finalmente tolta la spina dalla zampa al Leone qui scrivente.

Così, appena uscito, sono andato a bere una birra alla spina.

 

L’Eco della rosa

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eco

Opera aperta, sugli specchi, il superuomo di massa, apocalittici e integrati, ma anche il nome della rosa;

la legittimazione a studiare e capire e anche a praticare la cultura di massa, la letteratura di genere, i gialli, i rosa, la fantasy, i fumetti, la televisione, la pubblicità, il cinema, la musica pop;

per la mia generazione, e per me come per molti in modo decisivo, Eco è stato uno dei tre o quattro maestri di pensiero che hanno indirizzato gli studi, la forma mentis, e anche le “avventure” intellettuali e professionali,

il modo di fare ricerca e sperimentazione, con curiosità, passione, coraggio, ma anche con gioia, col sorriso, con divertimento, apertura, vitalità,

ha rilanciato la figura dell’umanista, dell’intellettuale multi-sapio nell’epoca contemporanea, nel nuovo medioevo del villaggio globale, rendendola una figura eccitante, un avventuriero, uno 007 dello spirito, con le sembianze di Sean Connery,

ho scoperto Eco intorno ai vent’anni, leggendo tutti i suoi libri in modo forsennato, e sono subito diventato un nipotino di Eco,

come nipotino di Eco, nella Milano da bere, ho cominciato a fare il copy writer moda e design da un lato, e lo scrittore di harmony dall’altro, e sempre come copertura per fare ricerche, indagini nei sotterranei dei mass media, nel sottobosco del sistema editoria/pubblicità,

e in realtà tutta la passione e l’impegno, la curiosità e l’ambizione, avevano l’unico scopo di attirare le ragazze, ora lo posso dire, io ho fatto lettere per quello,

quando più di una top girl – a lettere ce n’erano tante –  mi ha candidamente ammesso che si sarebbe concessa con grande piacere a un re della lingua come Umberto Eco, notoriamente basso, grasso, pelato – come me, in pratica – allora ho cominciato a leggere Eco, e a diventare un nipotino di Eco,

la cosa ha funzionato a meraviglia, e di tutte le cose belle e nobili che Eco ha portato nella vita dei suoi nipotini, oggi, nel salutarlo, lo ringrazio sentitamente di questa,

e sono certo di non essere l’unico,

ricordiamoci colleghi che prima di Eco vigeva il dogma “lasciamo le donne belle agli uomini senza fantasia”

è stato Eco a renderci consapevoli che, parafrasando Onassis: “tutti i libri del mondo non servirebbero a niente, se non esistessero le belle donne: anzi, non sarebbero nemmeno stati scritti”.

una donna non si tocca nemmeno con una rosa, ma si lascia prendere dal nome della rosa,

poi le ragazze, le donne passano, e resta l’amore per il sapere,

il segreto della Poetica perduta è tutto qui.

 

ieri sera sono uscito con David Bowie, Franz Kafka, Lady Stardust e altri 4 fantasmi più vecchi

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In morte di David Bowie, ho rimesso in funzione un vecchio giradischi, e ascoltato tutta la sera quel vecchio long playing, facendo fuori una bottiglia di vodka, davanti alla mia libreria,

sulle note della signorina polvere di stelle, ho riaperto i Dubliners di Joyce, ricordi David quel racconto intitolato “polvere”?

seguendo la polvere, mi sono ritrovato tra le mani la Bibbia, il Qoelet, polvere siamo e polvere torneremo (a questo punto ci sarebbe voluta la polverina bianca), tutto è vanità, vanità delle vanità,

e poi Change, la fantastica c c c c c c change, che mi fa chiudere di scatto il capitolo polvere, e mi fa venir giù dalla libreria il mio buon Franz, vecchia Europa, Mitteleuropa, con la sua Metamorfosi, è così David, tutto cambia, tutto è change, tutto è metamorfosi, un momento sei Dio, un momento dopo sei uno scarafaggio,

ormai ubriaco, in fase allucinatoria, eccomi a passeggio per Bergamo Centro con David e Franz, e curiosamente mi rendo conto di un fatto, grazie a Franz, alla sua passione per la pavimentazione stradale

(non avrei mai potuto scrivere il Castello senza l’eco dei miei passi sul vecchio lastricato praghese),

che mi notare come in più vie urbane, Borgo Palazzo, S.Tomaso, viale Roma, cioè quelle vie che dovrebbero essere il cardine della città pedonale, il lastricato storico, che siano cubetti di porfido o pietre serene, è ricoperto da una colata nero-scarafaggio di asfalto-catrame,

è una copertura provvisoria, dico,

e da quanto, mi chiede Franz, da anni, rispondo,

e a cosa serve, mi chiede, non lo so, rispondo,

e penso: tanti discorsi sulla smart city, sulla città d’arte, e non sappiamo nemmeno valorizzare la bellezza delle vie lastricate con pietra naturale.

Cambio scena, cambio canzone,

ci ritroviamo in un privè tra l’inferno e il purgatorio (è la Domus, in piazza Dante), con me, David e Franz adesso c’è il vecchio Ovidio, con le sue Metamorfosi in due volumi BUR,

arrivano le birre, le mediocri birre Otus, e io al primo sorso penso alla birra buona, e dico: datemi una mano, ragazzi, devo trovare un filo conduttore per il prossimo numero dell’Osservatore Elaviano (che è il fogliettone di letteratura luppolacea del birrificio Elav);

qual è il tuo problema, mi ha chiesto David, e io ho spiegato: nel prossimo numero dell’Osservatore Elaviano pubblicheremo 40 racconti brevi “raccolti” durante la Yule Fest Elav di fine anno,

i “racconti raccolti” sono il frutto di una performances che si chiama PWS, pub writing session, cioè: al pub raccontami una storia e io ne farò un racconto da pubblicare al pub (queste PWS le facciamo in squadra, con i writer del magazine CTRL)

bene, questi 40 racconti sono divisi in quattro temi/colore: bianco, storie fantasy; rosso, storie di gelosia; verde, storie di gioco e di sport; nero, storie/amarcord di persone che ci hanno lasciato;

quindi mi sono rivolto a Ovidio: mi serve un tema mitologico da mettere in copertina, mettiamo sempre figure mitologiche in copertina;

scusa, mi ha detto Kafka, ma non era meglio se prima stabilivi i personaggi mitologici guida, da mettere in copertina, e in base a quelli poi stabilivi i temi delle storie?

Ma David guardandomi e sorridendo ha detto: è un italiano!

Ho capito, ha risposto Kafka, ha bevuto la sua acqua, e poi ha dichiarato: il filo conduttore che stai cercando è il filo di Arianna.

E David: io sono Teseo, il Teseo bianco

A quel punto Ovidio, gasatissimo, è schizzato in piedi con le sue Metamorfosi tra le mani: Teseo rappresenta il bianco fantasy, se volete vi racconto tutte le sue imprese, ne ha fatte di tutti i colori, e tutte di genere fantastico, e se metti insieme tutti i colori ti viene il bianco, giusto?

David ha esclamato: the famous WhiteTeseo!

Poi, quasi cantando, sottovoce (traduco a braccio):

Teseo parte da Atene e veleggia per Creta con la mission Minotauro Killing,

deve entrare nel Labirinto e ammazzare il mostro mezzo uomo e mezzo toro;

ma ecco che appena arrivato a Creta si innamora della rossa Arianna, figlia di Minosse King,

lei ci sta, e se la godono un po’; lei ci sta, e se la godono un po’ (ritornello)

Dopo il ritornello, ecco l’acuto in puro stile bowie: Cazzo! La mission, devo andare a compiere la mission!

così Arianna gli dà un gomitolo di filo per poter entrare e uscire dal Labirinto senza perdersi;

al che David pare perdersi nel suo mondo, e resta incantato.

E allora Ovidio prende la parola e continua la storia: Teseo va, ammazza il Minotauro, torna…

David: ma ecco Arianna sola sulla spiaggia, ed ecco arrivare un gruppo di giovani atleti in festa, tra di loro come un principe c’è il giovane Bacco… Ovidio: e siamo al verde Bacco, il giocoso Bacco, il campestre Bacco…

Franz: si, e siamo al rosso gelosia, Arianna allegra e lasciva tra le braccia di Bacco, un palestrato beone piacione fannullone, senza cervello né carattere, tutto l’opposto di te, David, il coraggioso e creativo Teseo, che te ne torni ad Atene…

Ovidio: e sei talmente depresso che ti dimentichi di issare la vela bianca, e tuo padre Egeo, vedendo dalla torre arrivare la tua nave con la vela nera, deduce che sei morto, e per la disperazione si butta in mare, in quel mare che poi da lui prenderà nome di Egeo,

Franz: e siamo al nero-memory, che è poi il nero Minotauro.

A quel punto avevo i miei 4 personaggi mitologici di copertina, Teseo, Arianna, Bacco e il Minotauro, che rappresentano la fantasia, la passione, il gioco e la morte, che sono i temi dei racconti, abbinati ai colori bianco, rosso, verde e nero.

Un attimo dopo i miei amici stavano scomparendo e io mi risvegliavo davanti alla mia libreria.

Grazie amici, non so come ringraziarvi!

Grazie David, per avermi fatto rivedere certi vecchi amici come Franz e Ovidio;

grazie Ovidio per avermi fatto conoscere i tuoi vecchissimi amici Minotauro, Teseo, Arianna e Bacco, che ricordavo vagamente;

e grazie Franz per esserti prestato ad aiutarmi a strutturare l’Osservatore Elaviano, che onore,

e grazie a Gianni Canali per questa foto fatta a fine serata (la sfilata di Arianna!)

e grazie anche agli amici in carne e ossa, per non rompermi troppo quando decido di fare serata in casa con gente che sarà anche morta, ma ha sempre tante cose interessanti da raccontare.

la settimana dello scrittore cottimista

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abbiamo incontrato un vero scrittore cottimista, che ci ha concesso 3 minuti per 3 domande: 1) come si definisce  2) come lavora 3) cosa consiglia agli aspiranti scrittori cottimisti.

> Mi definisco un idealista, nel senso che come il piastrellista mette giù piastrelle, l’idealista deve mettere giù idee.

> Per farti capire come lavoro ti faccio la lista delle cose da fare / pagine da scrivere questa settimana, che ho stampata in testa:

10 pag. >  racconto-favola di natale per società multinazionale,

50 pag. > 5 racconti di birra-lett (gialla, rosa, rossa, nera, bianca)

80 pag. > raccolta racconti/testimonianze di imprenditori

100 pag. > foto-romanzo pocket per collezione moda

1 pag. > naming evento + testo invito x evento aziend nataliz x azienda n1

1 pag. > naming evento + testo invito x evento aziend nataliz x azienda n2

1 pag. > naming evento + testo invito x evento aziend nataliz x azienda n3

1 pag. > naming evento + testo invito x evento aziend nataliz x azienda n4

1 pag. > naming evento + testo invito x evento aziend nataliz x azienda n5

10 pag. > persone che in qls momento ti chiamano per chiederti “mi scrivi questa paginetta, grazie!” e riagganciano prima che tu riesca a dirgli di no.

TOT: prosaicamente, 255 pagine in 5gg, cioè programma Stakanowriter:

51 pag.  produz. min. giornaliera in 12-16h alla tastiera.

Premio di produzione orario: sigaretta.

Premio di produzione giornaliero: partita alla playstation.

Premio di produzione di qualità: una birra giù al pub.

L’avvertenza è questa: al pub non provare anche tu a lamentarti della dura giornata di lavoro come fanno tutti i tuoi amici, dal manovale al manager. Cominceranno a divertirsi e a prendere per il culo te e tutta la categoria dei “creativi”: non avete idea di cosa vuol dire lavorare, faticare, produrre! Vorrei farlo io il tuo lavoro! 

c’era una volta l’extracomunitario perfetto

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ForestWhite

c’era una volta l’extracomunitario perfetto, onesto, lavoratore, umile, silenzioso, integerrimo, casa e lavoro, mai una parola di troppo, mai un giorno di malattia, mai un lamento, e con gli occhi dolci, e quel sorriso tipico delle persone buone, pacifiche, quasi evangelico, nonostante la differenza di credo religioso,

questo tipo d’uomo benvoluto da tutti in realtà c’è ancora, e numericamente rappresenta la maggior parte degli extracomunitari: semplicemente non se ne parla, si parla solo di extracomunitari che scavalcano, traversano e crepano affogati o delinquono, spacciano e rubano;

non delle masse di extracomunitari “buoni” che vengono quotidianamente sfruttati, spennati, truffati, presi in giro dalle aziende e dalle istituzioni,

questa gran massa silenziosa di buoni e onesti – proprio come le famose masse contadine di una volta – ha una gran capacità di sopportazione, ma tuttavia non infinita, ciò che tendiamo a dimenticare,

ti riporto frammenti di una storia vera, non unica, ma esemplare di questo lato della situazione extracomunitari di cui non si parla mai, il lato buono.

Frammento 1, il lavoro:

prima al mio paese facevo il muratore, cominciato a fare questo lavoro da quando sono in Italia, dieci anni fa

lavoro nei supermercati, scarico i camion e carico gli scaffali, avanti e indietro dal magazzino, metto i prezzi,  controllo le scadenze, tengo tutto ordinato e sempre assortito,

e cerco di essere invisibile ai clienti, noi dobbiamo essere invisibili,

i primi anni avevo un direttore bergamasco, arrivava alla mattina alle sei insieme a noi, salutava tutti, si toglieva la giacca, diceva cominciamo, era come una gara a chi lavorava di più,

alla sera ero morto, cascavo nel letto direttamente, ma ero contento, anche se a me facevano fare i lavori più pesanti – gli altri movimentavano i bancali col muletto, io col carrello tirato a mano – va bene, ero l’ultimo arrivato, ma ero contento,

dopo qualche anno, ero sempre l’ultimo arrivato, cioè il primo ad arrivare al lavoro e l’ultimo ad andare a casa, ma ancora ero contento, portavo a casa lo stipendio, mi sono sposato, ho avuto tre figli,

poi quattro anni fa c’è stato il passaggio, i nostri supermercati sono stati comprati da una catena più grande, una delle più grandi,

ci hanno promesso che tutti i posti di lavoro sarebbero rimasti, ma dovevamo dimostrare di meritarli, così per alcuni mesi abbiamo lavorato come pazzi, giorno e notte, 10 anche 12 ore al giorno, tutti straordinari non pagati,

a un certo punto ci avevano promesso un premio, quando alla fine abbiamo chiesto quanto fosse il premio, ci hanno detto 150 euro (facendo i conti, veniva 2-3 euro all’ora), va bene, sono passati tre anni, non tre mesi, e il premio non si è ancora visto, anche se ogni fine anno in bacheca scrivono che il prossimo anno verrà distribuito il premio,

mi hanno fatto un discorso, mi hanno detto che io ero uno di quelli che rendeva di più, e così mi tenevano, però a mezza giornata, e con un contratto a tempo, per cominciare,

per tenere il lavoro, ho dovuto dimostrare di rendere il doppio, alla fine mi hanno rinnovato il contratto, ma sempre temporaneo, e poi mi hanno fatto un altro discorso, che per una serie di motivi che convenivano a tutti, dovevano lasciarmi a casa un mese ogni tre, o due ogni sei, mi chiedevano di avere pazienza, questione di un anno al massimo, poi mi avrebbero fatto il contratto fisso, a tempo pieno,

nel frattempo ero diventato in pratica anche il responsabile, ero quello che sapeva tutto di come far funzionare un supermercato, perchè c’era sempre gente nuova, per tre mesi, che non aveva idea  di cosa fare, e io gli facevo da istruttore, e in pratica facevo doppio lavoro, dovevo sistemare anche le corsie dei nuovi, ragazzi spesso italiani, che dopo tre mesi venivano assunti fissi,

il direttore che abbiamo adesso arriva alle nove o alle dieci di mattina, passa in corsia camminando come un manager della pubblicità, parlando al telefono, non saluta nessuno, ogni tanto si ferma a guardare qualcosa, poi riparte, e sparisce fino alla sera, quando fa un altro giro da pubblicità;

ho chiesto come mai assumessero gente senza esperienza mentre io da anni aspetto di essere assunto e mi hanno detto che questi nuovi assunti hanno più titoli di me: sono laureati,

ma la laurea non gli serve proprio a niente nel lavoro, anzi, li fa essere distratti, pigri, la verità è che sono italiani, e non trovano altri lavori,

la realtà è che io per tenermi il lavoro devo fare il doppio del lavoro di un italiano in metà tempo, guadagnando la metà,

alla fine porto a casa 800 euro al mese, 350 l’affitto della casa, restano 450 per le spese, le bollette, le medicine, la scuola per tre bambini, e la moglie che non lavora,

Frammento 2, la casa

41 metri quadrati, il piccolo in camera con noi, le bambine in cucina, e pago 350 euro al mese, e siamo in un comune molto ricco, con grandi aziende multinazionali, e grandi entrate,

ci sono molte case popolari, ma la maggior parte è data a persone che non ne avrebbero il diritto, ho passato i sabati sera a studiare le leggi, a informarmi,

trovato il coraggio sono andato in comune, mi hanno detto che ne avevo diritto, dovevo mettermi in graduatoria, e poi aspettare che aggiornassero la graduatoria, ho chiesto quando, mi hanno detto che la graduatoria era ferma al 2003, ma presto l’avrebbero aggiornata,

intanto andavo a vedere chi viveva in queste case popolari, parlavo con loro, c’era uno che aveva la Porsche, un altro che guadagnava 2000 euro al mese, e la maggior parte non pagava nemmeno l’affitto popolare,

però ecco un miracolo, aggiornano la graduatoria, vado in comune tutto contento, tre figli, la moglie, e solo io che lavoro part time e non sempre,

non ci credo, sono ultimo nella graduatoria, non mi daranno la casa popolare, ma come è possibile chiedo, e mi dicono:

tu non avevi lo sfratto!

certo che no, ho fatto i salti mortali, non ho mangiato per pagare sempre l’affitto, la prima cosa che tolgo dallo stipendio,

tutti gli altri hanno lo sfratto esecutivo, hanno più diritto di te,

allora potevo non pagare l’affitto per due anni, vivere meglio, e adesso avrei la casa popolare,

questo mi ha ucciso, questo mi ha fatto decidere che dobbiamo andare via, io adesso voglio andare via,  pensavo all’Italia come la patria dei miei figli, invece devo cercarne un’altra, emigrare ancora, perchè non posso accettare di vivere in un posto dove ti fanno fare dieci anni di sacrifici per dirti alla fine che sei uno stupido.

Frammento 3, la caritas

mia moglie al quinto mese, e due bambine piccole, alla caritas, dove danno i vestiti usati, le dicono voi aspettate qui, in piedi, non le offrono una sedia, la fanno aspettare fuori in piedi,

di là c’è uno stanzone pieno di vestiti, le portano un sacchetto con dentro tre cose, da prendere senza discutere, cose che non vanno bene, non sono quello di cui c’era bisogno,

tu vai alla caritas perchè hai bisogno di vestiti, non hai bisogno di essere umiliato, ti trattato come uno che è in carcere e gli distribuiscono la razione, perchè non ti lasciano entrare nello stanzone a vedere le cose, scegliere quello che vorresti, e col loro permesso prenderlo?

Invece, vogliono decidere loro che vestiti usati devi mettere,

Parliamo del mangiare, allora, è peggio,

Io tutti i giorni al supermercato devo buttare via quintali di cibo, non c’è niente da fare, e se ti dovessero beccare a portare a casa una scatola di tonno da buttare via, ti lasciano a casa, davvero, è per una questione di principio, dicono,

come dipendenti della grande catena abbiamo altre facilitazioni: uno sconto del 15% sui prodotti non scontati della nostra catena che però non devono essere più del 50% di una spesa che deve essere superiore ai 35€ e solo se facciamo una tessera che costa 30€, giuro,

probabilmente l’ha pensata uno dei laureati, e il direttore l’ha ascoltato,

poi una volta al mese mia moglie, sempre alla caritas, riceve un sacchetto di aiuti alimentari, una spesa del valore di 5€, qualche pacco di pasta, e qualche scatola di fagioli, una volta al mese, io le ho detto di non andarci più, mi resta sullo stomaco, e non c’entra se è scaduta.

Frammento 4, questa storia

beh, scusa se ti ho fatto perdere tempo non so se la mia storia ti può servire per scrivere un articolo, non c’è niente di eccezionale, ma ogni giorno, in ogni cosa, una fatica di vivere…

hai ragione, gli dico, la tua storia non interessa ai mass media, bisognerebbe fare un romanzo, questo sì, un film,

(e penso con dispiacere che in Italia si scrivono e si filmano e si finanziano solo storie auto referenziali, psicologiche, di problemi col padre, o la madre, o storie di genere, ma accademiche, tarantiniane, senz’anima, e ci vorrebbe invece una botta di neo-neorealismo, tornare sulla strada, via dalle scuole di scrittura creativa)

nello specifico, gli dico, penso sia ora di parlare di quello che noi “cittadini italiani” rubiamo ogni giorno da anni all’extracomunitario perfetto, che lavora per tre, ed è pagato la metà,

perchè il vero asino da soma sul quale abbiamo caricato la crisi economica sei tu, l’extracomunitario onesto,

dieci anni fa riuscivi con sacrifici a dare da mangiare ai tuoi bambini, oggi non più: pur lavorando più di allora, guadagni meno, e le spese sono raddoppiate, ma è soprattutto la ruota della burocrazia pubblica ad essere diventata per te uno strumento di tortura, dimmi se sbaglio,

per anni hai dato tutto nel lavoro e speso soldi, sacrifici e tempo per vedere riconosciuto il tuo diritto al lavoro e alla casa, e  ora ti rendi conto di non avere ottenuto niente, e di essere diventato, così facendo, l’asino sulla cui groppa montano tutti, sia sul lavoro che nei rapporti con l’amministrazione pubblica;

se siamo intellettualmente onesti, dobbiamo ammettere che il vero problema d’integrazione in Italia è recepire la mentalità italiana, la furberia italiana, basata sull’ipocrisia cattolica,

per cui ognuno di noi nato in Italia sa benissimo che l’onestà non paga e le regole sono fatte per essere aggirate,

per cui è matematico che l’extracomunitario che vuole integrarsi onestamente e seguendo le regole, cercando di farsi strada con merito, finirà malissimo; mentre l’extracomunitario che vuole integrarsi disonestamente, illegalmente, lavorando nel cosiddetto crimine, e sfruttando la vita privata per farsi strada in società, ha ottime possibilità di riuscirci,

e di poter un giorno mantenere una famiglia e far studiare i figli, o pagarsi il dentista, ed essere rispettato dagli indigeni,

mentre il suo connazionale lavoratore onesto, quello come te, con grande vergogna, chiede aiuto ai parenti in patria, agli anziani genitori, ai fratelli più giovani, prima era lui a mandare le rimesse, e così facendo perde il rispetto di sé, e il suo sentimento è quello di un amante deluso, perchè lui amava l’Italia, voleva diventasse la patria dei suoi figli, e il suo pensiero è quello di emigrare nuovamente, andare in uno di quei paesi civili e freddi, senza sole, né allegria, nel nord europa, dove però i diritti sono reali, e si può vivere di lavoro onesto,

e allora la povera patria in realtà è questa, e lo diceva già Battiato.

Quindi non preoccuparti, gli dico, non mi hai fatto perdere tempo, perchè scriverò questa storia, o ci proverò.

Grazie, mi dice serio, hai capito, è proprio questa la storia da raccontare. Poi ride: così perderai il doppio del tempo!

Sì, ribatto, e in più faremo perdere un po’ di tempo anche a chi la leggerà. E intanto penso: adesso scrivo la sua storia, e la prossima volta che lo vedo gli farò vedere questo post, gli dirò: vedi questi likes, sono persone che hanno letto la tua storia, e sono con te, ti ringraziano per aver raccontato la tua storia. Non perdere il rispetto di te stesso.

 

la pilsner, la ipa e lanik

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lanik

(ceca di sera, all’alba diventa scozzese, e a mezzogiorno italiana)

appartengo al target “piccola borghesia – grande apatia”,

vittima delle mode culturali e delle tendenze/stili di vita,

passato decenni a far finta di farmi la cultura del vino,

adesso ci tocca la cultura della birra…

* * *

io di formazione birraia pub anni 80

la mia è la ceres generation, poi tennent’s

ma anche le rosse chimay, adelscott, john martin

e anche tante moretti prese al supermercato

e più in basso le extra-strong sottomarca,

superalcol facile da zuccheri aggiunti

e nausee al termine della notte…

* * *

poi sono arrivate le birre artigianali

la scoperta del luppolo, dell’amarezza,

della birra non trasparente, non freddissima,

e nemmeno molto gasata, e spesso

nemmeno troppo alcolica

ma in compenso

carissima!

* * *

poi ti spiegano, capisci, e approvi

il procedimento naturale, niente estratti,

niente conservanti chimici, niente coloranti,

e alla fine queste scelte si tramutano in costi:

il luppolo in quantità costa, il malto di qualità costa,

il procedimento naturale è lungo, manuale, dispendioso,

alla fine una birretta da 33 da asporto mi costa 5 euro,

20 volte una lattina del discount di pari gradazione…

* * *

curiosamente dunque il prodotto sostenibile

si rivela insostenibile economicamente

non diversamente dalla carne bio,

dovresti limitarti a una bistecca

alla settimana, e una birretta…

* * *

e dopo un po’ la vera domanda è psicologica

ci chiediamo cioè se questo nuovo gusto

ce l’abbiamo davvero, o siamo solo

suggestionati da riti e liturgie

* * *

a questo proposito riferisco di un test

che mi è capitato senza premeditazione:

un amico mi porta un cartone di birre senza etichetta…

oggi sei circondato da amici che conoscono e ti procurano birra

proprio come anni fa c’erano spacciatori di vino ovunque…

* * *

(parentesi vintage/alla ricerca del tempo perduto:

e pensare che mi ricordo la prima rivendita

di vino sfuso a Bergamo, vini pugliesi

in zona piazza Pontida, erano

vini di Trani, da cui il modo

di definire quei piccoli bar

per avvinazzati, i “trani”

“l’è propre un trani”)

* * *

veniamo al test, ferragosto in città

in seguito al mio appello “disabile cerca

cibi pronti a domicilio” ecco una cena luculliana

dopo divorato salumi e antipasti, contorni e arrosti

e dopo bevute due bocce di bollicine perfette Faccoli

e una di rosso Tenores da 16,5% incredibilmente selvaggio

a pancia satolla mi viene in mente il mitico epulone Nero Wolfe

che a fine pasto, a tavola sparecchiata, si faceva due birre, per digerire

e così ingollo due di quelle bionde leggere prese dal cartone senza etichetta,

e mi sembrano senza dubbio delle ferrose Pilsner boeme, Urquell o Budweiser.

* * *

ma il giorno dopo, a mezzogiorno, a stomaco vuoto,

ne bevo un’altra allegramente, e mi pare tutt’altro,

non che mi sembri più forte di una Pilsner,

ma più luppolata, è una IPA luppolata,

magari una Elav, forse la Stakanov…

* * *

infine la terza impressione, solitaria,

12 ore dopo, leggendo e bevendo, e fumando,

e ascoltando bela bartok,  e i pensieri della notte,

improvvisamente, con certezza, so che sto bevendo

una delle mie birre preferite, la IPA Brewdog,

la famosa lattina da 33cc a 5 euro…

* * *

chiamo l’amico e glielo dico,

ma lui risponde: no, la birra che

hai bevuto era la nuova bionda leggera

di Elav, e come si chiama, si chiama “lanik”.

* * *

questo non è il resoconto di una degustazione da esperto,

questo è un test sul consumatore mediamente ignorante, che sono io,

e mi rendo conto che in situazione d’ignoranza media le condizioni contingenti

risultano decisive: a pancia piena, a stomaco vuoto diurno, da meditazione notturna,

e anche la modalità, ingollata dalla bottiglia è una Pilsner industriale,

invece nel bicchiere giusto, con la sua schiuma e la sua opacità,

era una birra artigianale italiana, e al buio era una scozzese…

* * *

non contento, e avendone ancora, decido di fare il test

su consumatori ancora più ignoranti di me, e qui apparirò scorretto,

la faccio provare a due amici, una ragazza e un marocchino, analfabeti

in fatto di birra: entrambi non sono ancora “entrati” nel gusto/vizio del luppolo

bevono solo bionde industriali, e ogni volta che ho provato a far bere loro birre

artigianali ho avuto reazioni negative, come fai a bere quella roba qui, non è buona:

sorpresa, entrambi dicono “buona”, finalmente una birra normale, che “sa di birra”

si, un “pochino amarina”, ma si può bere, anzi, “quasi quasi mi piace”…

* * *

a questo punto chiamo Antonio, il birraio che ha generato lanik,

e gli dico: bravo, hai realizzato il classico prodotto d’accesso,

“lanik”  è esattamente la birra da far bere agli scettici

la bionda non impegnativa, facile, sorridente,

confidenziale, e sottilmente seducente

* * *

e vorrei anche dirgli:

essendo un prodotto d’accesso

dovrebbe avere un prezzo accessibile!

Ci sarà pure un modo perchè voi facciate birre

più economiche, o la grande industria più buone e sane!

Potresti passare la ricetta ai tuoi vicini della Heineken-Moretti!

O diventarne il centro stile! Oppure al contrario farti prestare l’impianto!

E lui con ogni probabilità risponderebbe: allora non hai capito un cazzo, Leone…

(ph. by A.Kaiser)

la dieta break

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dietaBreak

La dieta break è una dieta di rottura (break bones) dai risultati strepitosi:

meno 10 kg di massa grassa persi in 30 gg e più 5kg di massa muscolare, praticamente quello che inseguivo vanamente da anni,

per perdere peso giocavo a calcio, giocando a calcio mi sono distrutto un ginocchio, con la gamba rotta ho scoperto la dieta break,

morale: per diventare un palestrato ho dovuto diventare un invalido!

Come dice lo zio Bob: nulla è per caso!

(nella photo:  il soggetto con sigaretta nella mutanda e libro nel gambone. > la vera storia di come ho conosciuto lo zio Bob qui: http://calepiopress.it/2013/07/19/la-giornata-dello-scrittore-sovversivo/ )

Baleri non è ieri

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Baleri Ho conosciuto Enrico Baleri un pomeriggio d’estate dei primi anni Ottanta, nella sua cascina bianca di via dell’Allegrezza sui colli di Bergamo: allora, mi dice subito, tu vuoi scrivere, sì, bene, ascolta, Philippe ha disegnato questo tavolo che io produrrò, tu invece adesso mi scrivi un testo su questo tavolo, ti siedi a questo tavolo e scrivi un testo sul tavolo, un testo poetico a proposito del tavolo, se ti piace l’idea, e se vuoi sapere qualcosa sul tavolo chiedi a Philippe, tu lo parli il francese, no?

Il Philippe in questione era Philippe Starck quando ancora non era Philippe Starck. Io ero il direttore, fondatore e redattore unico del giornalino del liceo Bergamo bene. Avevo dieci in italiano, e sedici anni. Una ragazzina nell’intervallo mi aveva detto che suo padre, Enrico Baleri, aveva letto i miei articoli e voleva conoscermi.  Adesso avevo davanti questo re vichingo che mi diceva: dai, scrivi, fammi vedere cosa sai fare, a me serve un copywriter che scriva di design, ma non il solito copywriter, vuoi qualcosa da bere, un caffè?

Baleri fa così, ti chiama e butta lì la palla. Baleri in realtà vuole giocare. Il suo marchio è un gallo rosso, il suo slogan “mobili in festa”. Che tu sia un geometra neo-diplomato di 20 anni o un archistar mondiale di 80 anni per lui non cambia, ti tratta allo stesso modo,  butta lì la palla, e ti mette comunque in moto. Baleri vi chiederà sempre tutto e subito, e vi tratterà, anche duramente, come se voi foste dei geni creativi, e parecchi, in questo modo, lo sono diventati davvero.

Imprenditore, designer, catalizzatore, motivatore, comunicatore, affabulatore, ha fatto ricerca, cultura, impresa, business, ha creato gruppi, società, aziende, fondazioni, ha formato designer, architetti, grafici, critici, imprenditori, ha lavorato con fotografi, musicisti, artisti, intellettuali, accademici, industriali, registi, artigiani, tecnici, informatici, soprintendenti, direttori marketing, stilisti, ricercatori, teologi, chimici, vetrai, filosofi.  Ha creato oggetti, eventi, messaggi, e tutto questo sempre con qualcuno, soci, amici, nemici, grandi maestri, giovani promesse.

Chiunque sia entrato in contatto con Baleri sa che ci sono due Baleri. Uno è il Baleri bianco, giovanile e swing, socratico e affabulatore,  l’altro è il Baleri nero, asperrimo e crudele, ferale e ieratico. Il Baleri bianco lavora sull’amore che l’allievo nutre per il maestro. Il Baleri nero invece si basa sull’odio, sul desiderio che il figlio ha di uccidere il padre, il padrone, il patrigno, l’orco, il tiranno. Il risultato non cambia.

Quando Baleri è tetro, quando Baleri è gelido, in configurazione severità e rigore, è un re shakesperiano, fa davvero paura, ci sono nel mondo decine di segretarie e di designer che hanno superato le loro paure ancestrali superando la paura del Baleri nero. Quando ti ritrovi col Baleri nero in una stanza interamente bianca con i tavoli di vetro e le sedie grigie hai anche il terrore di aver sbagliato il colore delle scarpe.

Sono passati più di 30 anni dal nostro primo incontro. Ha un piede ingessato,  e lo sguardo indignato dell’Achille vulnerato. E’ successo giocando a golf, ammette. Come non pensare a MrBean che inciampa nella buca?

Baleri ti mette di buonumore anche involontariamente. C’è sempre in Baleri una riemersione del comico e del goliardico, anche in pieno registro tragico o drammatico, anche quando recita la parte del demolitore critico o dell’imprenditore furioso, c’è sotto il Baleri bianco, quello che vuole giocare con tutti, che preme e spinge, e fa scherzi.

Se guardi bene, Baleri ha sempre un piede ingessato, la pancia che gorgoglia, qualcosa di suo che non gli va giù, un problema, un’ansia, un handicap di cui lui è consapevole, e per il quale ti chiede con forza d’intervenire. In questo domandare Baleri rivela la sua umanità. Baleri chiede idee, chiede il nuovo e chiede l’eterno.  Con la forza, la caratura di queste richieste, gli è un poi gioco chiedere soldi per realizzarle.

Baleri è un uomo capace di infiammare insieme chi progetta e chi produce, soggetti che solitamente non comunicano, e riesce a fare questo perché ha una visione integrata delle due fasi, e questa visione gli viene dall’aver vissuto in ogni modo la terza fase, quella di chi vende. E dopo che il Baleri bianco ti ha fecondato, arriva il Baleri nero, quello che sa trovare i difetti, e ti costringe a rimediare, a ricreare, per passare dal progetto perfetto sulla carta al prodotto perfetto nei negozi.

Collaborazioni, incontri e scontri con Baleri a proposito di idee, progetti, diritti o soldi, sono sempre e comunque inquadrati dalla legge unica Baleri, e la legge Baleri è questa: nessuno ha rapporti sereni e continuativi con Baleri, ma tutti con Baleri hanno prima o poi innamoramenti intensi. Non si escludono separazioni brusche, né innamoramenti successivi, questo anche ripetutamente, nel tempo, come certi amori, certe attrazioni/repulsioni tecnicamente sporadiche, in realtà eterne.

(photo, al centro, Enrico Baleri) 

is this Domus?

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domusBG

Bergamo Experience: ieri, in piazza Dante, una signora inglese, utrasettantenne, una specie di Maggie Thatcher, me la trovo davanti rigida e formale, un depliant in mano, indica la Domus, e mi pone la domanda: is this Domus?

Segue una three minutes absurd conversation, tutto un is this Domus e this is Domus. In sintesi mi chiede: è questa la Domus? Rispondo: sì, è questa la Domus.

Scusandosi, mi chiede di nuovo: ma dov’è la Domus? E io indico la struttura: è qui, è questa la Domus. Lei la osserva, la sua mente è al lavoro. Sospettosa, conclude: dunque non c’è la Domus?

Come sempre, dinanzi ai casi umani, mi scatta la pietas. Così cerco di capire, sorridere, rassicurare.

Faticosamente, riesco a dipanare la questione: la Thatcher, appassionata di rovine romane, avendo visto su un depliant un’immagine della Domus, dava per certo che la struttura suddetta fosse l’ingresso, o la copertura, di un’area archeologica, di una  Domus romana sotterranea.

Non ho il coraggio di dirle che sotto la Domus c’è l’ex Diurno, cioè un rifugio antiaereo riciclato come bagno diurno, uno spazio che ha avuto 30-40 anni di vita, e non 2000.

D’altra parte, sullo stesso depliant si parla di rovine romane nel sottosuolo della città, alludendo evidentemente alle Domus romane più o meno nascoste o non segnalate in città alta (dietro la Mai, sotto il S.Lorenzo, in via Solata).

Le spiego il “qui pro quo” (yes, we have Domus, but not marked as Domus. This one is marked as Domus, but is not a Domus, is a wine bar) e la indirizzo in città alta.

Morale della Domus: per vedere una parola fuori luogo, serve qualcuno che non sia del luogo.

 

Gori veranda Domus

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goridomus1

Il sindaco Giorgio Gori complici due calicini di cabernet svela: “la Domus vetrina della città? Uno scherzo! La verità è che avevo in giardino una veranda che ho dovuto smontare da solo  – che tra l’altro mi occupava spazio in garage – e ho pensato di donarla alla città e farla montare a una squadra di architetti. Tutto qui”.

“Ma ci deve far riflettere il fatto che l’opinione pubblica si sia bevuta come un calice di merlot la favola della vetrina della città: come se nella città dei costruttori per metter giù un box temporaneo servissero 4 studi di architettura, con più di 20 architetti, 52 aziende sponsor  e 15 partner culturali! Scherziamo? ”

“Sarebbe veramente autolesionista, una vetrina del genere, sia per i costruttori, che per i comunicatori! Basta andare sul sito dedicato ( http://www.alta-qualita.it/bergamo-wine-2015/sponsor-patrocini/ ) per vedere che metà dei link non portano in nessun sito!”

“In realtà la veranda-domus è una puntata di scherzi a parte!”