cosa vuol dire banca immagine

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bancaimmagine

Passi interi pomeriggi on line sulle più grandi banche immagini, guardi migliaia di foto perfette, in alta definizione, e non ne trovi una che ti dica qualcosa. Paesaggi fantastici, uomini e donne bellissime, luci studiatissime, inquadrature intelligentissime: e non ti smuovono niente. Zero sentimento, zero suggestione.

Torni a casa, cambi epoca, ti si apre un mondo. La vera banca immagine è quella scatola di scarpe nell’armadio di tua madre, con dentro le vecchie foto di famiglia. Un patrimonio che andremo a perdere. Mi viene da ridere quando le anime belle digitali pensano di salvare questo patrimonio a colpi di scanner.

In realtà tutte le nostre schede di memoria, i giga, il cloud, i server sono tecnologie di perdizione. I miei romanzi degli anni Ottanta su floppy disk sono irrecuperabili. Il diario di mio bisnonno del 1880 è perfettamente leggibile. Credo che molto difficilmente potremo mostrare ai pronipoti le nostre bacheche facebook. A meno di stamparle, e metterle in banca, cioè in una scatola di scarpe, e in un armadio.

 

 

quello che un uomo cerca in una donna

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automat

Ma la vera violenza del desiderio, il vero fuoco di una passione che dura e che distrugge l’anima di un uomo, è la smania di identificarsi con la donna che ama. L’uomo vuole vedere con i suoi stessi occhi, toccare con lo stesso suo tatto, udire con le stesse orecchie, perdere la propria individualità, venire assorbito, venire sostenuto.

Perché, qualunque cosa si possa dire della relazione tra i sessi, non c’è uomo innamorato di una donna che non desideri ricorrere a lei per rinnovare il proprio coraggio, per vincere le proprie difficoltà. E sarà quella la molla prima del suo desiderio di lei.

Siamo tutti così impauriti, siamo tutti così soli – tutti abbiamo tanto bisogno di qualcosa che dall’esterno ci rassicuri sul valore della nostra esistenza.

Così, per una volta, se una tale passione arriva al godimento del suo bene, l’uomo otterrà ciò che vuole. Otterrà il sostegno morale, l’incoraggiamento, il sollievo di quel senso di solitudine, otterrà la certezza del proprio valore.

(da “Il buon soldato”, by Ford Madox Ford, 1915. Imago: Automat, by E. Hopper, 1927)

sei quello che mangi

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singlebollito

Volendo prendermi cura di me stesso, invece di mangiare in piedi davanti al frigorifero, ho fatto bollire un povero pezzo di lista con due umili patate, e a latere ho disposto quel che avevo in fatto di salse.

E improvvisamente, guardando compiaciuto la mia pietanza, sono stato trafitto da un fendente di auto-consapevolezza assassina:  sei quello che mangi, un single bollito.

 

la porta stretta

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«Ma io so cosa significa!», avevo protestato. Tra le mani brandivo il romanzo di Gide.

«Davvero? E cosa sai?», aveva ribattuto Monsignor P, la voce velata d’ironia.

Con un lieve tocco mi aveva guidato in uno di quegli stretti vicoli che tagliano e cuciono il tessuto urbano della Roma barocca. Pareva divertito dalla mia ingenuità. Anche nel modo di sorridere, come in ogni suo gesto o parola, esprimeva una specie di eleganza virile, un’aggressività controllata, da gentiluomo che tiene al guinzaglio un animale feroce. Sorrideva, ma i suoi occhi grigi ti fissavano con la potenza nuda di chi ti entra nella psiche col piglio del dominatore. Appena girato l’angolo, ci eravamo fermati davanti a una piccola e polverosa libreria apostolica.

«Mio giovane amico, se tu conoscessi davvero l’origine, e il senso occulto di quel versetto… potresti ben perdere la retta via!», disse. Mi ero sentito avvampare la faccia.

«La porta stretta “è” la retta la via!», avevo quasi declamato, calcando la “è” come un filosofo esistenzialista. Dovevo essere piuttosto comico, nel tentativo di dare una zavorra intellettuale ai miei diciott’anni. E lui, condiscendente, mentre si stringeva per farmi entrare nella piccola libreria, a bassa voce, quasi salmodiando: «Facilior est dromadi fibulam accedere, quam diviti intrare in regnum caeli.»

Sapevo che la “vexata quaestio” del cammello nella cruna dell’ago (paradosso? metafora? errore di trascrizione? di traduzione?) era una delle “Controversie” che l’avevano reso celebre. Il seme dell’indagine filologica era stato lanciato.

* * *

Io ero allora un ragazzino diversamente abile (crescendo mi sarei normalizzato). Al Liceo la mia intelligenza era motivo d’imbarazzo sia per i compagni che per i professori. Avevo conosciuto Monsignor P vincendo in primavera i campionati studenteschi di latino della comunità europea, a Magonza. Poi ero stato selezionato per i test d’ingresso alla Normale di Pisa, e li avevo superati. Ma non avevo ancor deciso il mio futuro. Ero attirato sia dalle facoltà umanistiche che dalla ricerca scientifica. Così avevo accettato l’invito e l’ospitalità di Monsignor P, che dichiaratamente intendeva “traviarmi” verso una carriera di super-topo da Biblioteca Vaticana.

Sono passati più di trent’anni, ma ricordo ogni cosa di quelle giornate romane.  Ero spaventato dal potere della sua mente, attirato dal suo sguardo, dalla voce, dalle mani. Doveva avere più di cinquant’anni, nonostante l’aspetto da quarantenne.

«Ti condurrò alla porta stretta», mi disse nel retro di quella libreria da preti. Scelse per me una decina di volumi e alcuni opuscoli, e nel consegnarmeli mi congedò così: «Hodie demotica, cras ieratica». L’indomani, pensai, mi avrebbe portato nella Biblioteca Vaticana.

Invece mi portò fuori Roma, alle Catacombe. Era il tramonto, gli ultimi turisti stavano uscendo. Il custode gli consegnò le chiavi e se ne andò.  «Seguimi», disse, e ci inoltrammo nei cunicoli. Non ero molto lucido. Avevo dormito pochissimo, avendo letto tutta la selezione “demotica”, con “la verità sui più noti segreti della Chiesa”:  vangeli apocrifi, rotoli del Mar Morto, donazione di Costantino e riunioni mistico-orgiastiche dei primi cristiani. Ero pronto a tenere una dissertazione sulla capacità della Chiesa di falsificare fatti, parole, testi, documenti relativi alla sua stessa storia.

Camminammo alcuni minuti, facendo diverse svolte, chiudendoci alle spalle diversi cancelli. Infine ci ritrovammo in una camera cubica, scavata nel tufo, simile a una tomba etrusca, con giacigli di pietra, sui quali erano posati eleganti cuscini damascati.

«Guarda» disse, accendendo un faretto, e dirigendolo sulle pareti.

* * *

Sette porte strette erano incise nella roccia, istoriate da figurine scurrili in stile pompeiano e da iscrizioni in gran parte abrase. Facilmente decifrabili, i nomi delle sette “porte strette”: partum, basium, fellatio, cunnilingus, penetratio, inculatio, dissolutio. Ripetuta in ogni porta: effundete per strictam ianuam intrare. Ricordo dei frammenti: cum tumida labia tibi adferentes in spatio alitus (il bacio);  verga virescit liquente vagina (la penetrazione) deinde infimo ano anelans contra naturam pulseris usque conculcata membra per idem motum spasimantes (si capisce).

«Avanti, mio giovane amico, aspetto un’ipotesi!»

Il mio cervello girava a mille. Di getto, dissi: «Sappiamo che tra i primi cristiani c’erano patrizi viziati, in cerca di svaghi erotico-religiosi… questo aspetto orgiastico, scompare in seguito alle persecuzioni: l’eros è bandito, e quando poi i padri della chiesa “creano” i vangeli, ogni riferimento sessuale viene bollato come apocrifo, oppure purificato: è il caso della porta stretta, in origine orifizio corporale, in seguito astratta porta della virtù.»

«Ottima sintesi! Ma la porta stretta è più di un orifizio: è l’orgasmo. Tutte le sette porte, compresa la nascita e la morte, sono esperienze d’orgasmo.»

Monsignor P continuò così: « Avevo la tua età, mio giovane amico, quando conobbi Andrè Gide. Prima de “La porta stretta” aveva scritto “L’immoralista”. Poi avrebbe scritto “I sotterranei del Vaticano”. E infine “I falsari”. Fu Monsignor T a condurlo qui, dove ora siamo noi. Era il 1947. L’anno in cui ebbe il premio Nobel. »

Spiegò che Monsignor T e Gide decenni prima lo avevano abbracciato e baciato al modo dei Templari, a suggellare l’affidamento del segreto della porta stretta.

«E adesso anche tu sai», concluse, e aprì le braccia verso di me. Mi cinse delicatamente le spalle, mi sfiorò con le labbra il volto, quindi mi strinse a sé…

La cosa più spaventosa, nel rendermi conto dell’approccio sessuale, fu la delusione spirituale. Ricordo anche un istante di paura, animalesca, nel chiedermi se la mia forza fisica potesse reggere la sua. Ma non ci fu alcuna violenza.

«Un segreto tra me e te. Pensi di poterlo tenere?», disse.

«Si», risposi. Quella sera stessa raccolsi le mie cose, andai alla Stazione Termini, tornai in Lombardia e  diventai architetto. Non vidi mai più Monsignor P.

* * *

Nella primavera dello scorso anno, leggo la notizia della sua morte. D’impulso decido, parto, vado al funerale. In treno inizio a mettere su carta appunti, ricordi. Nel corso della cerimonia funebre, un volto che conosco, ma non riconosco, mi colpisce, due file avanti, di lato. Comincio a osservarlo. Anziano, il volto un intrico di rughe, il corpo massiccio, un vero etrusco. E capisco, ricordo. Molti anni prima avevo diretto i lavori di restauro di una pieve in Toscana, lui era uno degli artigiani. Grande scalpellino, bottega da generazioni, i nonni famosi tombaroli. Lo stavo guardando quando l’officiante recitò “la porta stretta della virtù, del coraggio, della verità, anche a costo dello scandalo, del sacrificio e del martirio”: e vidi la sua smorfia sardonica. Dopo la funzione lo avvicinai.

«Abbiamo fatto diversi lavori per Monsignore. I lavori di “riproduzione” li faceva mio padre, lasciandomi i trattamenti di rifinitura per invecchiare il risultato»

«Iscrizioni di carattere erotico, in stile pompeiano?»

Qualcosa balenò nel suo sguardò impassibile, da etrusco.

Disse: «In certi casi ci pagava molto bene, ma con l’impegno alla riservatezza.»

Seguii il corteo al camposanto. Fu sepolto nelle nuda terra. E mentre ritiravano le funi, un flashback, James Joyce, l’Ulisse: le corde dei becchini come il cordone ombelicale, ecco la porta stretta, il mistero da cui proveniamo, e a cui torneremo. E come un sms, mi arrivano nella memoria frammenti dell’ultima porta (dissolutio – regressio ad terrae matris uterum) e della prima: partum -  quasi ex utero eiectum in vitam penetris per abruptam vocem.

Ecco la “morale stretta” di questa storia: anche in un falso, scritto da un uomo falso, con cuore falso, in una lingua morta, puoi trovare autentica poesia.

(Leone Belotti, La porta stretta, ArtApp n.17 , rivista di “arte, cultura, nuovi appetiti”,  http://www.artapp.it   https://www.facebook.com/artapp/ )

A Natale, ditele le cose!

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Ditele le cose, a Natale, le cose che avete in pancia, in gola, ditele, tiratele fuori, aprite i pacchi, questi sarebbero i veri regali da aprire, i nostri cuori: c’è regalo più prezioso?

Dimmela nel modo giusto, quella cosa tra noi, con garbo, umiltà, quella ferita, quell’incomprensione, quella richiesta inascoltata, quella delusione, dimmela, dammi la possibilità di chiederti scusa, perdono, di abbracciarti, di ricominciare, di risanarci insieme.

Natale è per tutti, è la festa della rinascita, finisce un ciclo lunare, ne inizia un altro, è questo l’origine del Natale, precristiana, pagana, è lo Yule nordico, e il significato è un vero e proprio bilancio di fine anno, un fare i conti con le cose importanti, le cose della tua vita, le scelte, i traguardi, i fallimenti, le persone, gli affetti, i comportamenti che hai tenuto: l’anno è finito, riconosci gli errori, paga i tuoi debiti, i debiti dell’anima, chiedi scusa e perdono, ammetti, e festeggiamo insieme, e da domani comincia un nuovo anno, e per cominciare bene questa notte di baldoria è fondamentale, è fondamentale la “pulizia” che si fa tra di noi, è per questo che facciamo baldoria, è dai regali del cuore che viene la gioia, e così il Natale è per tutti, è la festa della rinascita di noi, dei nostri affetti…

Invece, quello che succede, è una tragica caricatura, tutti cercano di interpretare la famiglia felice, e mettere in scena un giornata esemplare, di facciata, dove tutti sono felici, pasciuti, mielosi e capaci di menù, regali e presepi da copertina.

Poi c’è sempre qualcuno, la pecora nera, il cognato disoccupato, la nuora altezzosa o il nipote stronzo che a un certo punto non ce la fa più, e scoppia, e ubriaco dice la cosa sbagliata, nel modo sbagliato, e scatena il finimondo, la scenata,  il contrario esatto della rinascita.

Bisogna dire le cose nel modo giusto, nel momento giusto, bisogna avvisare prima, e quando vi chiedono “vieni a Natale?” bisogna dire “si, ma solo se festeggiamo davvero il Natale”, e gli spieghi questa cosa di aprire il cuore, e regalare il cuore.

In realtà, bisogna essere tutti più cattivi, a Natale, sia con sé stessi che con i propri cari, bisogna avere coraggio a Natale, il coraggio di riconoscere i propri torti, e anche il coraggio di chiedere all’altro ragione dei torti subiti, il coraggio e il bisogno di perdonare ed essere perdonati: allora questo è il Natale per tutti, anche per noi cani sciolti che non abbiamo la famiglia felice, e ci sentiamo male a vedere le luminarie, e il traffico da shopping.

Riprendiamoci il Natale, prepariamoci al Natale, abbiamo un anno per elaborare le nostre ulcere, curarle, leccarci le ferite, e poi far vedere ai nostri cari le nostre cicatrici – non i tatuaggi! – e raccontarle, e chiedere un bacio che benedica queste cicatrici.

Lascia perdere lo stress della corsa al regalo, non è nei centri commerciali che troverai la cosa giusta per me, ma dentro di te, nei giorni passati dentro di te, nelle cose sbagliate successe tra noi, nelle cose non dette.

Fammi un bel regalo a Natale, dimmi le cose che non mi hai detto, e lascia che io ti possa dire le cose che mi sono rimaste lì. Lo so, non è facile, non è detto che la riconciliazione sia automatica: ma mille volte meglio un autentico Natale difficile, di un buon Natale ipocrita. Non cureremo un’ipocrisia decennale in una sera, ma dobbiamo pure cominciare.

Capisci cosa ti sto dicendo, sorella, fratello, amico mio? Questi sono i miei auguri di Natale per te.

 

cosa vuol dire immacolata concezione

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LOTTO-Annunciazione-11 In realtà, si parla di diritto d’autore. Immacolata concezione significa che il codice sorgente è libero, e la creatura, che sia un software, un manufatto o un essere umano, non è di proprietà dei genitori naturali, ma è un dono del “padre nostro” all’umanità.

Questo è il ruolo dell’apparizione dell’arcangelo Gabriele, che l’ateo ignorante legge come un qualsiasi caso di gravidanza extramatrimoniale: il seme, la grazia creativa proviene dal padre di tutti, chiamalo Dio, Spirito del Pianeta, Padre che stai nei cieli o Madre Terra.

L’immacolata concezione è il momento nel quale accogli l’illuminazione creativa nel tuo ventre: ti viene affidato un dono, e il tuo unico compito è svezzarlo, e donarlo all’umanità.

L’unico copyright, l’unico prezzo da pagare all’Autore collettivo, in cambio di una vita libera, breve e autentica, è la morte corporale.

Da quando nasce a quando muore, il Bambino non è tuo, è figlio di Dio, di un free software, è frutto di un seme non in vendita, non di proprietà, e come tale è libero da ogni tag terrena e sciolto da qualsiasi obbligo di famiglia.

Questo vuol dire immacolata concezione. Nascere liberi.

(imago: annunciazione by Lorenzo Lotto)

 

il testamento del padre libertino

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RIP brescia 290916 9710 JMR  Nulla è più tragico per me che saperti tormentata da desideri che sei indotta a vincere, secondando la folle idea di sacrificarti, dopo aver perduto gli anni più belli della giovinezza, sposando un uomo che non muoverà un dito per farsi amare e che devi accettare comunque!

No, no, Eugenia, tali doveri non hanno senso: una fanciulla raggiunta l’età della ragione e avuta un’educazione  ella casa paterna, deve essere lasciata libera verso i quindici o i sedici anni di comportarsi come meglio crede e di diventare ciò che vuole.

Cadrai preda del vizio? E che importa! La funzione sociale di una donna che rende felici tutti coloro che la desiderano non è forse più importante di quella di colei che, isolandosi, si concede soltanto al suo sposo?

Il destino della giovane donna è simile a quello della femmina dei lupi: ella deve essere di tutti quelli che la desiderano. Seguiamo l’esempio della natura e delle leggi che regolano la vita degli animali e prendiamo esempio da questi, per una volta!

Eugenia, il tuo corpo appartiene a te e a nessun altro, solo tu potrai giudicare se hai diritto a goderne e a farne godere. Non perdere il tempo più felice della tua vita: sono corti e pochi gli anni felici del piacere!  L’intensità del piacere è tale che ti donerà dolcissime memorie nella vecchiaia.

(da “La filosofia nel boudoir”, Alphonse Francois de Sade, 1795; immagine: cimitero Vantiniano di Brescia, photo by Michele Perletti, http://portraitreportage.weebly.com)

 

Delitto e castigo in 4 sorsi di birra

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Mi mettono davanti una Raskol’nikov, il protagonista del romanzo più famoso di  Dostoevskij: “un’opera dove non esistono personaggi minori, ma dove ogni figura è portatrice di una voce, di una propria potente visione del mondo”.

È stato il critico Michail Bachtin a inventare l’espressione “romanzo polifonico” parlando di Dostoevskij: ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un punto di vista sulle cose”.

Siamo tutti Raskol’nikov, cioè: compiere un delitto, e passare il resto della vita a cercare di giustificarsi con sé stessi. Tutto è assurdo fin dall’inizio, e la Raskol’nikov è sicuramente una delle birre più strane del pianeta. Tutto strano, tutto illogico in linea con i tempi.

L’unica mentre si beve una Raskol’nikov?  Leggersi la biografia di Dostoevskij. Come si legge una biografia?  La vera lettura è la scrittura che ti fai nella mente quando decidi cosa ti devi ricordare! 4 cose al massimo.

1) A vent’anni è un rivoluzionario e scrive: “Le notti bianche”.

2) A trent’anni sposa una donna ricca, e cosa scrive? “Umiliati e offesi”.

3) A quaranta muore la moglie, lui inseguito per debiti, e scrive: “Delitto e castigo”.

4) A cinquant’anni  riesce ad acquistare una villetta in campagna dove si ritira a scrivere. E cosa scrive? “L’idiota”.

Meglio farsi un’altra  Raskol’nikov. In bocca è salata (sale rosso delle Hawaii!), acida, speziata, lamponata e persino luppolata, ma poco. Una rivisitazione delle classiche Gose di Lipsia. Ha un effetto vieppiù interessante: rende gli uomini più intuitivi e le donne  intelligenti.

testo di Alessandra Corti (ex conversazione con Papa LeoneXIV)

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una statua al cimitero bacia meglio di te

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Che cosa cerco nei cimiteri? Prove a sostegno di una vecchia tesi del Petrarca, il Trionfo dell’Amore sulla Morte.

Un vero bacio è una promessa d’eternità stipulata in modo commovente da creature mortali. E tuttavia l’energia di questa promessa può rendere eterno il gesto, e allora quell’istante si protrae e illumina l’esistenza, e non solo di chi lo dà, e di chi lo riceve, ma anche di chi lo vede, e viene catturato dalla voglia di baciare, ed essere baciato.

Sul soggetto “ultimo bacio”, nei cimiteri trovi capolavori in 3D+1 (la dimensione ultraterrena), con sfumature di marmo più erotiche di 50 pagine porno.

E ti vengono dei pensieri, come: ci sono statue che baciano meglio di te. Ma anche: puoi risvegliare un cadavere, animare una statua, con la forza del tuo bacio.

Bisogna rendere grazie a questi altari, dove l’amore trionfa sulla morte. Guardare queste statue, e imparare a baciare.

(immagine: preview Rip advisor, Cimitero Vantiniano di Brescia, next publishing su CTRL. Qui sotto, ultimo bacio cimitero Verona e Genova)

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dei tragici effetti dell’imitazione servile

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(in esclusiva per Calepio Press, un intervento di Pakati Tumulti) 

Ascoltavo Petrini parlare tempo fa in modo convincente del commerciante del futuro come di una figura chiave, strategica, del mondo sostenibile, autentico; un soggetto capace di garantire personalmente la bontà del prodotto, dalla terra alla tavola; e anche un comunicatore pro consapevolezza ed evoluzione dei consumatori.

Oggi faccio un giro in centro a Bergamo e vedo diverse attività commerciali che esibiscono piccole pseudo-Christate. Sul web leggo che ai commercianti sono state forniti “oltre 2 mila metri di pellicola plastica che per tonalità richiama il materiale utilizzato per rivestire le passerelle a pelo d’acqua: l’invito è quello di impacchettare le vetrine o creare piccoli allestimenti che evochino l’evento sul Sebino”.

Il problema è che non puoi evocare proprio un bel niente con “una tonalità che richiama” quella vera. Sei già destinato al disastro in partenza.  La pulizia formale è nulla senza la pulizia interiore. Senza l’onestà della sostanza, non potrai mai creare una forma attraente.

Quello che tutti pensano, vedendo queste vetrine, è: pecoroni, siamo dei pecoroni, nessuno di noi avrebbe dato credito a questo povero Christo se fosse entrato in un negozio, con quel suo aspetto da pensionato sociale. Adesso invece che sappiamo chi è siamo pronti al totale servilismo psicologico ed estetico, cioè il peggior servizio che si possa fare a un artista.

Così si svaluta il senso dell’intervento Floating Piers, così fai diventare questo gesto una banale confezione regalo, un pacchettino luccicante.

Bisogna capire che l’arte, specie l’arte contemporanea, non ha la funzione di dilettare con la rappresentazione del bello, ma di scandalizzare, colpire, denunciare, significare, provocare, scatenare crisi di coscienza, e anche di rigetto. Il senso di Christo sul paesaggio è una dimostrazione di impatto 100, l’opposto dell’impatto zero, lo stravolgimento totale dato da un solo grande intervento scombussolante e senza alcuna prospettiva futura. Come certe notti d’amore.

Tu questo non lo puoi capire, tu capisci solo che puoi usare questa cosa come una decorazione.  Hai una concezione decorativa dell’arte,  e forse anche della vita in generale.

Ma Christo si è vendicato, e ti ha riversato contro i suoi stessi nastrini.

La colonna dei portici, inguainata nel simil passerella, è patetica. Angoscianti sono le donne-manichino impacchettate e legate al piedistallo.

I coni di gelato. Io prendo un cono di gelato in gelateria perché mi fa schifo il gelato plastificato industriale. E tu mi metti i coni nella plastica.

Nulla sveglia un ricordo quanto un profumo, hai scritto sulla vetrina della profumeria. E davanti ci piazzi il portarifiuti impacchettato. Indimenticabile.

E cosa mi dice il micro-pacchettino nella vetrina della gioielleria? Mi dice: ma quale diamante, solo la plastica è per sempre!

Capisci adesso il tuo peccato, la tua arroganza? Tu hai pensato: cosa ci vuole, so bù a me, possiamo anche noi, impacchettare qualcosa, siamo anche noi artisti. Ecco i risultati. L’intervento non solo non è attraente, ma risulta per lo più repellente.

Ti squalifica culturalmente, perché ti presenta come uno che vuole palesemente cavalcare l’onda del momento, però senza mai aver messo piede su una tavola da surf.

Tu dovresti fare la guerra alla contraffazione, alle imitazioni servili, ma con questo gesto ti dichiari come imitatore, come impacchettatore, e non mi dice belle cose sulla tua autenticità,  sulla qualità dei tuoi prodotti: se il packaging è un’imitazione pretenziosa, come sarà il contenuto?

L’unico merito di questa vestizione, paradossalmente, è nel mettere a nudo la condizione di miseria spirituale del commerciante contemporaneo.  Dovrebbe essere il soggetto, l’esempio dell’essere attraenti. E invece indossa cose copiate, e di fatto non si sa vestire.

Per arrivare al commerciante evocato dal discorso di Petrini,  c’è davvero tanto da lavorare.

L’unico impacchettamento “artistico” capace di evocare Christo che un commerciante potrebbe fare – un gesto allo stesso tempo semplice ma sconvolgente, e non soltanto decorativo -  sarebbe quello di impacchettare il registratore di cassa, con tutto ciò che ne consegue…

(Pakati Tumulti è originario di un’antica famiglia di mercanti pakistani. Ha studiato ad Harvard ed alla Bocconi. Dopo aver lavorato per grandi società multinazionali, è oggi uno dei più autorevoli consulenti marketing del terzo settore. Lavora per enti non governativi e organizzazioni no profit tra Milano, Londra e New York)

fotografie (courtesy from CTRL) di Nicola Carrara,  http://www.nicolacarrara.photography

sullo stesso tema, vedi anche:  http://www.ctrlmagazine.it/christo-ci-ha-impacchettati-tutti-senso-di-the-floating-piers/