CTRL esc

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DENTRO CTRL  by Nicola

Ciao Leo,
ti scrivo con le dita che tremano di incazzatura, ma anche di dubbi (viscerali) che mi ha insinuato la tua lettera pubblica.

Sono entrato in CTRL 6 anni fa: da semplice scrittore di un paio di rubriche.
Un paio d’anni dopo mi è stato chiesto di diventare direttore da Matteo Postini, l’editore (credo che sia quello che tu identifichi con T; perdonami ma ho voglia di fare nomi e cognomi): stavo ancora studiando all’università e ho accettato d’impulso; ho preso questa strada in maniera decisa, scegliendo di sbarrarne altre già aperte, già segnate, più sicure.
Riflettendoci forse un paio di minuti prima di decidere. Rifarei la stessa scelta anche oggi. Ma non m’interessa parlare di me. Su alcune cose che scrivi hai ragione tu. Su altre, sulla maggior parte, sono in completo, netto e furioso disaccordo.

Non c’ero quando è nato CTRL, ma ho visto dall’interno quella prima redazione; ne ho respirato l’energia, la carica folle, l’idea di mischiare alto e basso, di sfidare tutte le regole: delle categorie culturali, della comunicazione, del mercato editoriale.
C’era tanta ingenuità, ma era bello. E ne sono restato profondamente affascinato.

Ho abbracciato quell’atmosfera che ho respirato, l’ho presa e ho provato a portarla avanti da direttore, con le persone che hanno deciso di seguirmi: tra queste c’eri anche tu. L’ho fatto convinto che per preservare lo spirito originario, il furore barbarico originario, lo si dovesse rinnovare continuamente, senza paura, giocandosi tutto di volta in volta, a costo di scontentare qualcuno, anche i fan della prima ora, anche gli inserzionisti.
Sono nate (o continuate) sotto la mia direzione (cito) “le cover story irriverenti sui personaggi storici, il TRIP advisor sempre molto scorretto, il RIP advisor ultra-pathos, le turbo minchiate terrible, la gente che le dice gros, l’oroscopo semiotico, il santo del mese, la messa, le pagine psico-porno, posti dove non andare mai, le interviste impossibili, gli eventi, la pubblicità ignorante”.

Sai cosa penso? Penso che sia stata bellissima, quella fase; ma che a un certo punto ce la stavamo suonando e cantando tra di noi. Parlavamo a noi stessi, ai nostri lettori – sempre quelli, mai nuovi – ai nostri amici e nemici – sempre quelli, mai nuovi.
Ci stavamo facendo le seghe a vicende: e iniziavo a stufarmi. E Matteo, e la redazione, con me.  Così abbiamo deciso  di portare quell’energia primitiva verso qualcosa di nuovo. Uscire dalla nostra culla, dalla cameretta dei giocattoli; di uscire da Bergamo e rivolgerci anche a quelli fuori dalle mura. Diventare nazionali, che per me – e per noi – significava e significa multi-locali.  Non si trattò di disamore per la città in cui siamo nati e in cui continuiamo orgogliosamente ad avere la redazione. Non si trattò di quel complesso d’inferiorità da città di provincia che guarda alla prima città più grossa fuori dai suoi confini come se fosse New York, La Mecca, la Gerusalemme celeste. Si trattava di smettere di parlarsi, amarsi o odiarsi addosso. Mi dispiace che tu abbia letto questa scelta come un’usurpazione del buon nome del fu-CTRL, della trasformazione di quel buon CTRL magazine in una rivista letteraria inutile e segaiola. Mi dispiace, ma non posso farci nulla.

Nel tuo articolo scrivi: “Il senso speciale di CTRL fun era in quel mix che non c’è più di cultura da strada e universitaria, topi da biblioteca + tipi da discoteca, rubriche di 1 pagina da leggere in 1 minuto, pisciando in un locale.”

C’è un luogo dove puoi trovare tutto questo mix speciale, altissima cultura e cose da leggere in un minuto mentre si piscia in un locale: si chiama bacheca di Facebook. Ed è uno dei posti meno rivoluzionari che io conosca. Sia chiaro, noi lo facevamo con furia, passione e qualità. E con ingenuità. E sono orgoglioso e fiero di quel CTRL.
Ma è cresciuto.  E rimanere attaccati in maniera feticista al passato mi sembra stupido, infantile, egotico, sterile e contro-rivoluzionario. Dunque cosa abbiamo deciso, poco più di un anno fa? Diventiamo nazionali, restiamo locali (multi-locali), restiamo gratuiti e dedichiamoci al racconto della realtà. La realtà che è già di per sé alta e bassa, “universitaria” e “da strada”, da “discoteca” e da “biblioteca”, piscio e grandi ideali.
Abbiamo deciso di uscire dalla redazione, di andare nei luoghi a incontrare le persone.
Io credo – noi crediamo – che questa sia una cosa necessaria, utile, destabilizzante, provocatoria. Oggi più che mai.  Abbiamo deciso di fare soprattutto reportage.

A te non piace, credi che sia una strada sbagliata: ok, evviva la libertà!
M’intristisce – sinceramente, profondamente – questa guerra provinciale tra poveri, questa gara a chi ce l’ha più lungo, più originale, più autentico e più creativo. Grazie a questa guerra, chi non ha idee, chi non ha energia creativa, ma soldi, rete, posizioni assicurate vincerà sempre.

Reportage non è letteratura da torre d’avorio. Le pareti d’avorio le sento molto di più quando leggo (o scrivo) provocazioni da tastiera o stranezze senza sangue, che fanno finta di essere “contro il potere” (con le tue parole), pronte poi ad asservirsi a quel “potere” al grido di “semo-ragazzi-si-fa-pe’-scherzà”, provocazioni contro tutto (quindi contro niente). Passare una ventina di interi pomeriggi a Zingonia per raccontare – con foto e testi – le vite di chi ci abita (la vita “vera” oltre i titoli dei quotidiani “Il Ghetto”, “La Scampia del Nord”) non è torre d’avorio. Andare ai semafori di Bergamo per farsi raccontare le vite dei “rosari” – che se ne stanno sempre zitti, tutti li vedono, tutti danno loro il cinque, nessuno sa un cazzo di loro – non è torre d’avorio. Passare una giornata con un ergastolano in semilibertà a Perugia e raccontarne la vita – senza fare morali, senza fare pietismo, senza far ricami e merletti – non è torre d’avorio. Andare a casa di una famiglia di senegalesi che puliscono guarnizioni per grosse aziende – tutte buone-e-bergamasche, tutte familiari-per-bene – a cottimo, per pochi euro (questa storia sarebbe dovuta uscire sul nuovo numero e la pubblicheremo on-line) non è torre d’avorio.
Non è qualcosa (sempre con le tue parole) di “politicamente innocuo”. Questo abbiamo fatto in quest’anno o poco più.  Insieme a tante altre cose (sensate e cazzate).

Ora ci siamo ritrovati qui, senza più soldi per andare avanti. E abbiamo deciso di non nasconderlo a nessuno, contro ogni legge del marketing e della comunicazione (lo riconosci, quello spirito barbarico primigenio-CTRL che tanto ti affanni per raccontare e preservare?).
Abbiamo deciso di dire a tutti che non ce la stiamo facendo. Senza accampare scuse, stiamo dicendo a tutti che abbiamo sottovalutato – colpevolmente ingenuamente – la parte aziendale, economica, strutturale. La nostra attuale struttura economica-aziendale non ha senso, su questo sono completamente d’accordo con te. Lo sappiamo, l’abbiamo capito (troppo tardi? Noi crediamo di no). Matteo – da solo – in questi ultimi anni ha fatto l’imprenditore, l’editore, l’agente commerciale. Non poteva funzionare. E non ha funzionato. Ed è un portento che questa struttura non sia crollata su se stessa prima. Merito suo, e merito della passione dell’attuale redazione, delle redazioni precedenti, di tutti i collaboratori. Di chi – locali, università, aziende, brand – ha deciso di darci dei soldi, nonostante tutto. Quindi ora che si fa? Si fa di tutto per non far scomparire CTRL.  L’opposto di quello che fai tu: nella tua lettera CTRL scompare dietro il tuo ego da provocatore.

Cosa si sta già facendo nel concreto? Ci si spacca la testa tutti i giorni in redazione: per trovare nuove idee editoriali, per trovare idee commerciali, per trovare i soldi. L’attuale redazione (Viola Bonaldi, Alessandro Monaci, Michele Perletti, Mirco Roncoroni ed io; perdonami di nuovo, faccio ancora i nomi, non mi fanno paura) è pronta a prendersi carico di CTRL: anche per quanto riguarda la parte aziendale, societaria. Abbiamo iniziato a parlarne con Matteo, per capire come rifare da capo questa struttura, continuando a collaborare, ma in maniera diversa. Lo stiamo già facendo, mentre tu scrivi un insieme di cose di cui – francamente – fatico a trovare proprio il senso logico. Non mi sembrano nemmeno scritte da te: sai quanto stimo la tua intelligenza, la tua lucidità, il tuo sguardo sul mondo. Di queste cose – dei cambi di struttura, dei cambi societari – non si parla in pubblico, prima che siano concrete? Ora lo sto facendo. E me ne fotto.
Stiamo iniziando a ri-costruire; e mi turba, mi fa male, mi fa profondamente male – personalmente e come responsabile delle persone che formano la redazione – che nel frattempo tu ti sia impegnato a distruggere pubblicamente.
E non mi basta, non mi frega, la tua call-to-action finale. Cito: “Cosa si può fare con CTRL? Io non voglio vedere scomparire CTRL. Chi vuole scomparire, si faccia da parte, e non trascini CTRL con sé. Io sono pronto a mettere in campo un vero progetto di rilancio del vero CTRL, e non credo di essere l’unico. CTRL serve qui, adesso, alla gente che l’ha creato, seguito, amato. Più dei soldi, servono le persone, le idee, la voglia, l’energia, l’ambizione, l’entusiasmo. C’è da cambiare il mondo, affrontare la realtà, lavorare. C’è da rompere i coglioni, combattere, non fuggire. Essere protagonisti, non vittime. Parlo con te, parlo con tutti. Questo è il momento di farsi avanti.”
Una bella call-to-action, per tutti e per nessuno. Ah le magie del marketing, senza sangue, senza concretezza! Se ti sei sentito escluso, come parte fondamentale del fu-CTRL, ma anche dell’attuale CTRL, ti chiedo scusa e me ne prendo le responsabilità. Ti prego di credere alla mia sincerità. Se qualcuno altro, che legge in questo momento (se deciderai di rendere pubblica questa lettera) si sente escluso: chiedo scusa anche a lui/lei. Sai dove si trova la nostra porta blu. Se c’è qualcuno che non lo sa: via Bartolomeo Bono 43. Vogliamo parlare con più gente possibile, con più intelligenze possibili.

Forse ti tremavano le mani per la rabbia e la passione. La prossima volta, se ti capita ancora, prendi il telefono e componi il mio numero – o quello di Matteo, di Viola, di Alessandro, di Mirco, di Michele – e parliamoci.

Vorrei farti vedere i messaggi che ci stanno arrivando a decine in questi giorni. Abbonati che – di fronte alla nostra proposta di rimborso monetario dell’abbonamento – ci dicono che non vogliono niente, che vogliono il libro, che vogliono anche contribuire al crowdfunding. Che ci scrivono “siete un esempio che non possiamo permetterci che scompaia”, “Difficile trovare un progetto editoriale coraggioso come il vostro, è una realtà che vorrei mi accompagnasse ancora per molti anni a venire. Forza ragazzi!” Gente che si propone di aiutarci, con le sue competenze, ad andare avanti, a trovare soldi. Gente che si priva di soldi suoi, per darli a noi, sulla fiducia. Lettori e sostenitori silenziosi, che probabilmente non affollano le tue – o le nostre – camere dell’eco, bergamasche o non-bergamasche. Esistono, anche se non rumoreggiano.

Tu il crowdfunding lo liquidi come “elemosina” per scrittori che vogliono fare i “nobili”: per me, per noi, invece è un onesto mettere le carte sul tavolo, chiedere un aiuto. Ed esporsi al rischio di rendersi conto di parlare al nulla e a nessuno. Abbiamo appena iniziato, ma le prime risposte mi/ci dicono che quello che facciamo ha un senso; tanto che qualcuno – 58 persone in 2 giorni – ha deciso di investirci dei soldi: in cambio di un libro, di arretrati o di niente. In cambio di continuare a leggerci.

Leggendo e rileggendo più volte la tua lettera ho sentito forte l’amore e la passione verso CTRL. Lo dico davvero, anche se sono infuriato, e forse anche più amareggiato che infuriato. E ho sentito anche la passione e l’amore verso le persone che ora lo tengono in piedi, da dentro. Perdonami se sarò sincero fino alla spietatezza: m’intristisce profondamente vedere come questa tua passione e questo tuo amore siano restati impigliati nelle reti del tuo ego e della provocazione a tutti i costi. Che muove tutto e – in fondo – niente. È semplice, troppo semplice fare l’oracolo che parla lontano, che-te-l’avevo-detto-io, che lancia le bombe al sicuro da dietro il suo muretto, che dice: armiamoci e partite (e intanto pagatevi l’affitto). Se vuoi ri-partire con noi: benissimo, le porte sono aperte. Come sono aperte per tutti gli altri. Nuovi collaboratori. Nuovi lettori. Nuovi finanziatori. Venite, confrontiamoci: come, quando, dove volete. Scriveteci. Suonate al nostro campanello.

In uno dei (da te tanto odiati) reportage che abbiamo fatto quest’anno ho conosciuto Marcello Baraghini; uno che è finito in prigione con Pannella in Bulgaria per andare “contro il potere”; uno dei fondatori della Lega del Divorzio; uno che nel 1976 è stato condannato per incitamento all’aborto e all’obiezione di coscienza ed ha scelto la latitanza; uno che ha rivoluzionato il mondo editoriale con i suoi libri Millelire. Uno che ieri mi ha scritto dicendomi “voglio mandarti un centone per il crowdfunding, perché dovete continuare a fare quello che fate: dimmi come fare”.  Per scrivere il reportage su di lui, sono stato a casa sua una settimana. L’ultimo giorno gli ho chiesto perché la sua generazione – quella che ha fatto il ’68, le barricate, gli anni ’70, le bombe – ha fallito. Mi ha risposto che la rivoluzione è fallita per colpa dell’ego: dell’ego dei capi-popolo. Che la rivoluzione fallisce sempre così. Ha ragione: e – nel piccolo, nel microscopico – l’ho capito anche dal tuo articolo, appassionato, velenoso, innamorato; impigliato nell’ego.

Chiudo con una cosa che, in un certo senso, mi hai insegnato tu.  I “vecchi sdentati” (come li definisci tu) del Molise, della Basilicata, le vecchie della Val d’Aosta che cantano in casa di riposo, il taglialegna delle valli occitane del Piemonte con le loro storie non fashion, non food, non green, non craft (che racconteremo nel libro su cui abbiamo deciso di basare il nostro rilancio) sono più rivoluzionari di te, di me, e di noi “creativi”. Questa risposta al tuo articolo è a nome mio, a titolo personale, non è una risposta “di CTRL”, è piena della mia personale passione e della mia personale incazzatura; l’ho comunque condivisa preventivamente con le persone della redazione che ho citato sopra.  Se vuoi rendere pubblica questa lettera sulle tue pagine calepiopress, ne sarei felice. Ma la scelta, naturalmente, è tua.

Nicola

commento by Leone : CTRL esc 

Ok ragazzi, volevo darvi la carica, ricordarvi chi siete.

CTRL magazine è stato un universo germinale di comunicazione, e potenzialmente CTRL aveva tutti gli attributi per essere un super-marchio, del genere che le multinazionali si sforzano invano di creare a posteriori. Nel magazine: grafica must, esperimenti di mini letteratura potenziale, nuovi format, fotoromanzi sperimentali, pubblicità autoprodotta. Intorno al magazine: le avanguardia night dell’Invisible Show, i meeting ultra-pop del World Nascondino Championship, le Pub Writing Session et coetera. Si, poteva diventare un brand globale, editoria, eventi, start-up, abbigliamento, food&drink. Nuovi modi di comunicare, di fare impresa, nuovi stili di vita.

Ognuna delle iniziative CTRL potrà vivere da sola, anche quello che farete adesso – e sono certo che farete un buon lavoro – ma la fine del super marchio è la vera perdita. Quello che il marchio CTRL diceva, ovunque fosse, era qualcosa di più di un adesivo, di una testata, di un marchio su una locandina. Questo qualcosa in più, lo spirito CTRL, cioè il vero valore aggiunto, sparisce insieme al magazine, alla sua presenza fisica di periodico cartaceo. Un peccato, uno spreco, e non è tutta colpa vostra, o nostra, o dei mala tempora. Di fatto la città, il territorio, il sistema ha perso un’occasione.  Nessun attore di peso (aziende, istituzioni, fondazioni, gruppi editoriali) ha avuto il coraggio, la lungimiranza di sostenere veramente e appoggiare o anche sfruttare CTRL. E bastava poco, non stiamo parlando di milioni di euro. Pace.

Però, non svendete le copie d’archivio. Piuttosto, mandatele alle Università, come oggetto di studio e argomento di tesi.

 

 

 

heavy male cooking

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Parliamo di cucina violenta, pesante, mascolina, utile a liberare le pulsioni ancestrali frustrate da troppe seratine vegane, vellutate, al vapore, con patate lesse bio e macrobio…

Per cominciare, ustionare a fuoco vivo i peperoni (per spellarli meglio!). Quindi stracciare a mano o a morsi un petto di pollo imburrato, salato, pepato e speziato. Infine gettare tutto in un battuto sfrigolante di burro e cipolle arricchito da un trito digitale (fatto usando le dita) di acciughe, capperi e peperoncino.

Reboiling ½ h a fiamma allegra in ½ lt di birra nera + implementazione di worcester + pioggia finale di paprika e cannella. Lasciare raffreddare.

Andare a fare 1h di corsa, nuoto, bici o altra attività corporale dispendiosa.  Al rientro, divorare. Meglio se direttamente dalla padella, e stando in piedi. Per aiutare la digestione, accompagnare con vodka liscia. Talking Heads e telefono spento.

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Fara Parking Flash Back 2010

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franarocca

Fara Parking è un interessante esperimento di sociologia a cielo aperto. Rappresenta lo scontro tra due civiltà: il mondo slogan e la logica login.

> Slogan, parola gaelica, slough-ahn, è letteralmente il “grido di battaglia” che ti scaturisce dal cielo, dai guerrieri morti, i tuoi avi,  e ti fa sentire parte di un gruppo e ti spinge a combattere in campo aperto. La Rocca è il museo degli slogan dei guerrieri morti.

> Login invece, log-in, è il “codice d’ingresso” che appartiene a te solo, ti distingue dalla massa, e ti permette di entrare in un campo chiuso, protetto, privato. Il Park è il tempio delle login dei non guerrieri vivi.

Riconoscersi in uno slogan, distinguersi con una login. La Rocca di Bergamo Alta, il punto più alto della città, dal 1927 è il parco della memoria della città (con piantumazione di un albero per ogni caduto nel parco-colle) e dei suoi slogan.

All’ingresso: INVICTIS SACRUM (e sotto: il Comune di Bergamo consacra ai caduti della patria la Rocca, sintesi di 2000 anni di storia).

Qui, ai tempi di Giulio Cesare, quando Bergomum è diventata Municipium, c’era il tempio, l’Ara di Giove. Qui la basilica paleocristiana di S. Eufemia. Quindi l’acropoli della città, la Rocca costruita dall’imperatore Giovanni di Boemia, e poi trasformata nella scuola dei “bombardieri” dal Colleoni. Qui combattimenti di guelfi e ghibellini, veneziani e francesi, garibaldini e austriaci.

Passeggiando, trovi le lapidi dei caduti “moderni”, con i loro slogan.

“NEC RECISA RECEDIT” (nemmeno se viene recisa recede, è la Guardia di Finanza”);

FEDELE NEI SECOLI” (Carabinieri)

PER L’ONORE, SI È SILENZIOSAMENTE IMMOLATA”  (Divisione Acqui martiri di Cefalonia);

NON LOQUENDO, SED MORIENDO CONFESSI SUNT” (Associaz. Reduci).

E poi gli alpini, l’aviazione, i carristi, i granatieri di Sardegna, i cacciatori delle Alpi, i garibaldini, la polizia, i marinai, i carbonari (qui fucilati dagli austrici), le vittime delle foibe, i genieri, i deportati ebrei. Un’assordante antologia di slogan, di guerrieri morti che urlano, fino al petrarchesco:

IO VO’ GRIDANDO PACE, PACE, PACE”  (mutilati di guerra).

Questo cimitero/sacrario della nostra storia, dei nostri padri/nonni e antenati, e dei nostri slogan, è oggi assediato dalle armate login. L’idea login si è sviluppata lungo l’ultimo decennio, in collaborazione tra giunte di centrodestra e centrosinistra: chiudere città alta al traffico (entri con una login) ristrutturare la città vecchia con finiture di pregio e adeguati allarmi (login), espulsione dei residenti storici e nuovi residenti (login) i quali non sono veri residenti, ma vip che vanno avanti e indietro con i loro suv, e dunque megaparcheggio interrato nel cuore della città, cioè nelle viscere del colle della Rocca, 500 posti già in prevendita-prenotazione (login sul sito della società Best Parking).

Nel 2008 iniziano i lavori (giunta di centro-sinistra, con i verdi!). In due mesi gli alberi della memoria sono abbattuti (proteste degli ecologisti: erano alberi con più di 80 anni!), la collina simbolo spianata da gigantesche ruspe e fatta sparire da 20.000 camion che fanno tremare le mura, e le porte rinascimentali – certo non costruite per reggere questi carichi.

Slogan del sindaco progressista: “Bergamo cresce, guarda avanti, si fa grande

Reazione dei guerrieri morti della Rocca: “CHI NON AMA LA PATRIA NON È DEGNO DI ACCOSTARSI AGLI INVITTI CHE PER LA PATRIA DIEDERO TUTTO IL SANGUE” (sul basamento del mastio). Per far capire meglio il concetto, il 30 dicembre 2008 i guerrieri morti sono passati dallo slogan al poltergeist, che è lo slogan perfetto, che scuote la terra, sradica gli alberi, abbatte i muri e devasta le coscienze.

Sollevandosi dalle tombe tutti insieme, i guerrieri morti (e chi altro?) dalla sommità della Rocca hanno abbattuto un gigantesco pino secolare, il più grande, sul cantiere sottostante, distruggendo il muro di cemento armato del parcheggio interrato, e innescando una frana che ha fatto temere il crollo di tutta la Rocca. Per giorni e notti, in preda al terrore che prende i dissacratori quando si rendono conto di quello che hanno fatto, gli uomini login hanno siringato la collina sacra di calcestruzzo. Poi hanno detto: la frana è ferma, non c’è pericolo di crollo.

Davanti al disastro, allo scandalo e alle polemiche gli uomini login hanno detto: adesso rimettiamo tutto a posto, chiariamo le responsabilità destra-sinistra, eventualmente facciamo un parcheggino molto più piccolo. Poi hanno coperto tutto con un telo azzurro e se ne sono andati.

Siamo nel 2010, la Rocca è transennata, pericolante, arroccata sopra la voragine lasciata dal cantiere abbandonato su un versante, mentre sull’altro versante, dove ci sono sempre stati gli orti, sono arrivati altri uomini login per costruire un altro parcheggio login. Poco lontano, sulle mura, una terza squadra di login sta costruendo un terzo parcheggio login nel sito della necropoli longobarda.

Sono passati due anni, nessuno ne parla più, e così adesso gli uomini login hanno deciso di riprendere i lavori, come nulla fosse.

L’esperimento Fara Parking, in definitiva, è stato fatto per rispondere a una domanda: può una comunità che si pretende città d’arte e città giardino – una comunità che in caso di terremoto o bombardamento ricostruirebbe tutto a tempo di record – può questa città tenersi per quasi 2 anni (ndr: oggi quasi 10) una ferita aperta sul colle dell’acropoli, una ferita aperta sventrando la Rocca per farci un parcheggio, distruggendo contestualmente il più bel parco-bosco della città, e rendendo pericolante la Rocca stessa, che dal 1300 domina la città e ne conserva la storia?

Può. Oggi lo sappiamo. Una tragedia civica, ammettiamolo. Però il parking non l’hanno ancora fatto, e i guerrieri morti sono ancora vivi.

(dall’archivio di Sean Blazer, blog Bamboostudio, 2010)

quando si faceva il bagno al diurno

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Milano_Diurno

La domenica mattina se ne andava tra scrivere a casa e fare il bagno, all’albergo diurno, perché la signora Gemma aveva lo scaldabagno guasto, e secondo lei c’era il pericolo che il gas facesse scoppiare ogni cosa.

Il diurno era sotto il piano della strada, e bisognava scendere una rampa di scale a chiocciola. Laggiù scoprivi un labirinto di corridoi a piastrelle bianche e tante porte. Una decina di donne cinquantenni e atticciate, con grembiule celeste e fazzolettone in capo, trottavano su e giù, portando asciugamani sporchi, secchi di liquido per disinfettare, spazzoloni di cencio per strofinare le vasche. I clienti invece stavano seduti in fila su certi sgabelletti cromati, in attesa del turno. All’ingresso ti davano un biglietto con il numero, e dovevi star bene attento, quando la donna lo chiamava, altrimenti c’era il pericolo che quella passasse al successivo, e il turno andava perso.

“Novantasei” urlava la donna. E Subito, se nessuno si alzava a dire “Io”, oppure “Presente!” secondo i casi, quella incalzava: “Novantasette”, e così via.

Con tanta gente bisognava far presto a lavarsi, altrimenti la donna ti bussava alla porta gridando con voce di naso: “Sollecitare!”. Così io non avevo mai tempo di tagliarmi con comodo le unghie dei piedi: ho sempre tenuto le forbicine apposta io, per le unghie dei piedi, di quelle che funzionano a molla, come le cesoie dei giardinieri.

(Luciano Bianciardi, L’integrazione, 1960. Immagine: il Diurno di Milano)

Domani 19 maggio dalle h18 il Diurno di Bergamo in piazza Dante, chiuso dal 1978, riapre in anteprima come Contemporary Locus (progetti d’arte in luoghi dismessi temporaneamente riaperti attraverso opere e progetti site specific di artisti internazionali).

Si scenderà da uno scalone dietro il Sentierone, ci si ritroverà in un grande salone sotterraneo, in origine costruito come rifugio antiaereo, quindi trasformato in albergo diurno. Bagno, manicure, pedicure, coiffeur, liquori, sigari, biliardo. Una specie di mix centro benessere-malessere. Negli ultimi anni era diventato il posto dove i perdigiorno-nottambuli della città andavano ad aspettare il tramonto. Qui sotto, immagine del Diurno di Piazza Dante.

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elegia dell’amor perduto

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Apro il frigorifero il mio frigorifero bello metallizzato alla moda e in fondo in basso a destra vedo un affarino bianco che mi risulta alieno è uno jogurt lo prendo in mano sull’etichetta a caratteri enormi la data di scadenza, sono passati quasi cinque mesi, e trovo questo jogurt che tu avevi preso per te, quando stavi con me, da me, e ti vedo, le tue labbra, la tua lingua, e sto fermo immobile con la portiera del frigorifero aperta, e questo jogurt in mano.

Spaesato devastato distrutto demolito esco di casa mi ritrovo sperduto in un paesaggio deserto con centinaia migliaia di bipedi che deambulano parlano esistono.

In poche settimane ho avuto più donne che pranzi, sono dimagrito, ero morbido, ora sono tutto nervi, tutto teso, verso chissà cosa, e non dormo,  e mi chiedo perché non dormo, perché in generale la gente non dorme, la gente che vive in questo sistema che ha questi valori queste suggestioni estetico erotiche che pure io pratico a piene mani ai massimi gradi vivendo attimi ore giornate come in un spot meglio che in uno spot, ma perché non riesco a dormire, mi chiedo.

Arriva l’estate, la prima estate senza di te, e sento arrivare la marea dei ricordi delle estati sempre in giro in moto la notte ovunque nel nostro piccolo mondo o anche nel vasto mondo quasi sempre ubriachi di voglia di vivere.

Ricordi quando in Corsica la moto non andava più eravamo io te la moto e una famigliola di capre in mezzo alla strada che ovviamente era una strada sperduta nell’interno boscoso montagnoso sentivamo il mare da qualche parte chissà dove e avevamo sonno eravamo stanchi faceva caldo così ci siamo sdraiati all’ombra ce ne siamo stati a riposare come sempre abbracciati la tua testa sul mio petto finché passato un po’ di tempo la moto è ripartita e da allora non ci sono più stati problemi.

Ricordi quell’altra volta in Grecia a nord a est al confine con la Turchia ci siamo accampati una sera vicino a un laghetto c’erano dei cavalli che ci guardavano montare la tenda poi la notte scese gelida la luna piena il cielo nitido e freddo non si dormiva avevamo bevuto troppo caffè turco tu hai cominciato a star male ad avere una congestione te ne stavi in riva al lago a tremare, ed io a stringerti forte, finché è arrivata l’alba ma il gelo della notte ci è rimasto addosso poi siamo arrivati in un villaggio baciato dal sole verso mezzogiorno finalmente il caldo ci ha fatto star meglio.

Ricordi quella baia sull’Oceano in Portogallo lasciavamo la moto sotto un albero scendevamo a piedi in mezzo ai rovi tu mi insegnavi le tecniche di discesa dalle pareti rocciose avevamo il nostro piccolo paradiso ci sdraiavamo poi al sole a leggere a guardare il mare io mi dilettavo a fare tuffi da rocce sempre più alte per il brivido per la vertigine di lanciarmi da cinque dieci anche quindici metri rischiando la vita e tu mi guardavi, io naturalmente dall’alto dei miei trampolini mortali vedevo il mare lontano sotto di me come un’ipotesi di morte felice vedevo in quell’acqua trasparente i tuoi occhi verdi la bellezza la luce della natura i colori le emozioni la pelle gli odori la vita tutto questo era un tuffo un lanciarsi a testa in giù.

Ricordi quando all’ombra di fiori di glicine al bar tucul sul piccolo promontorio tu leggevi “La disarmonia prestabilita” io su foglietti volanti elaboravo versi celebri  poi a passi tardi e lenti multas per gentes camminavamo al tramonto lungo la spiaggia andavamo a giocare a palettoni anche in acqua tiravamo sempre più forte tu hai sempre avuto un gran braccio in tutti gli sport da racchetta impiegavi un po’ a prendere confidenza con il terreno a recuperare il senso atletico del tuo corpo e poi eri una macchina spara lob.

Ricordi quella notte a Lisbona il ponte sul Tago le raffiche di vento l’asfalto viscido la paura di cadere solo per un attimo perché non c’era protezione perché avevamo violato le barriere dei lavori in corso ubriachi a centosettanta all’ora in moto su un ponte in una corsia chiusa ma libera senza ringhiere davvero pareva di correre su un arcobaleno su un ponte di luce nel buio della notte volando sul baratro d’acqua sotto di noi perché siamo sempre stati così ci siamo sempre buttati a capofitto nei pericoli, e poi così felici la notte di essere vivi insieme abbracciati.

Ricordi quando nei Paesi Baschi la Guardia Civil ci ha sequestrato la moto dopo mezz’ora di inseguimento sulla litoranea da San Sebastian a Laredo, i due sgherri con le loro Yamaha proprio non ci avrebbero mai presi, hanno chiamato l’elicottero hanno allestito un posto di blocco ci hanno fregati siamo rimasti sulla spiaggia di Laredo senza moto senza soldi senza documenti con una serie di imputazioni, attorno a noi l’industria turistica in piena attività noi completamente nei guai, ma che guai erano mai, eravamo insieme, non c’era alcuna paura, ricordi? Abbiamo mai avuto paura di qualcosa, tu ed io? No, mai, di niente e di nessuno.

Ricordi quel pomeriggio quell’estate noi due tra Siena e Firenze quando ci siamo arrampicati a nostro rischio e pericolo sulle mura di Monteriggioni naturalmente a che pro se non per omaggiare il padre della lingua italiana Dante Alighieri, ricordi quando io mi sono addormentato su un prato dietro una siepe nei giardini di Boboli tu non mi trovavi più, sei andata in una casa di Dio lì dietro a omaggiare il Pontormo io ti ho trovata in questa chiesa sola seduta nel primo banco tutta compresa come una beghina te ne stavi assorta a guardare i colori del Pontormo mi sono seduto al tuo fianco mi hai deliziato di uno dei tuoi sguardi di luce. Dormivamo allora di fronte a Palazzo Bartolommei a due passi da Santa Croce per due giorni ci siamo dedicati a Luca della Robbia la sera poi a piedi ubriachi di Tennent’s guardavamo l’Arno da Ponte Vecchio eravamo d’accordo con un anonimo che su un  muro della Loggia aveva scritto: W Bach padre il Kantor, creatore dell’universo.

Ricordi le migliaia di volte ma davvero migliaia che tu ed io siamo entrati in una sala cinematografica, abbiamo preso posto nelle due poltrone centrali della prima fila e poi ci siamo goduti il film come due infanti a occhi sbarrati a testa in su senza nessuna capoccia di bipede umano davanti a noi, ricordi quel film tedesco lungo ventisei ore che abbiamo goduto dal primo all’ultimo minuto, ricordi i cartoni animati, i filmoni, i filmetti, i filmini, i film d’avventura, d’azione, d’amore, i film italiani, i film in costume, i film musicali, i film francesi, inglesi, i film dei registi cattolici polacchi, i film iraniani turchi greci serbi spagnoli, i film assurdi giapponesi ungheresi i film insulsi i film campioni d’incassi noi abbiamo visto praticamente più di duecento film all’anno per dieci anni abbiamo visto di tutto, adesso sono tre mesi che non vado al cinema che ho il terrore di andare al cinema ci sono andato con V. con C. con S. e anche con G. e ogni volta sono stato malissimo mi sono sentito veramente disperato solo seduto in un cinema senza te accanto è chiaro che non andrò più al cinema in vita mia.

Ricordi i giri in macchina la notte a fumare una canna a parlare di tutto, ricordi i viaggi in macchina d’inverno a vedere qualche mostra in qualche città, ricordi il dibattito lungo ore che poi facevamo la notte tornando in autostrada fumando a proposito delle opere viste, ricordi quella volta a Cremona o forse a Crema quando il responsabile della mostra un parassita di lusso simpaticone ha avuto la cattiva idea di mettersi a parlare con noi e noi gli abbiamo detto quello che pensavamo chiari e diretti spiegandogli che se ormai il ragazzo morso dal ramarro di Caravaggio è come il prezzemolo sui maccheroni la colpa è anche sua, e che questa non è una bella cosa, come non è una bella cosa organizzare mostre idiote dal titolo che suona bene come Il metodo e l’arte, Il pennello e la ragione, I paesaggi dell’anima e degl’intestini, cose del genere, divulgative, ma perché divulgare ciò che è nobile, ci siamo sempre chiesti, non è meglio  aspettare che uno si nobiliti da sé, se proprio?

Ricordi tornando in macchina da Ferrara per stradine secondarie tra i campi lungo gli argini dei fiumi mentre il sole scendeva ricordi quel che mi dicevi a proposito di Dosso Dossi, ricordi i colori di Dosso e ricordi i colori di quel tramonto? Ricordi la sbronza presa a Pavia dopo l’ubriacatura di Madonne del Bergognone, ricordi il mio entusiasmo puerile davanti al Battesimo nell’Incoronata, ricordi il mio entusiasmo quando mi dicesti: questo luogo, questa chiesa dipinta su questa tela, esiste, è a Lodi, ti porterò a vederla, e ricordi poi la notte in giro per la vasta pianura  padana a bere in locali simil west in mezzo al popolo bue che noi per anni abbiamo servito quando la nostra ideologia era quella di servire il popolo, ricordi poi l’alba sonnecchiando in macchina in mezzo a un campo in riva al Ticino, e la mattina cappuccio e brioche nel bar delle sciure a Lodi, e finalmente siamo entrati insieme nella chiesa dell’Incoronata?

Ma che tristezza ascoltare gli spot radiofonici veramente brutti e deprimenti anche questi sono momenti che con te erano belli spiritosi allegri sensati, ma che tristezza stamattina aprendo il giornale leggendo delle mostre che s’inaugurano a Lugano sul Borromini, a Venezia sui Bellini, che commozione vedere riprodotta l’immagine di quella Madonna del Bellini, la mia preferita, lo sai, che tristezza vedere stampata sul giornale come nella mia mente la piantina di San’Ivo, ricordi quando tu ed io a naso in su sotto la cupola di San’Ivo a Roma commentavamo i commenti del Bellori, gli aggettivi, gotico, barbaro, e insieme decidevamo che il Borromini era il vero genio inquieto, non il Bernini, così come l’avevamo deciso a proposito del Lotto, che tristezza chiedermi: con chi andrò a vedere queste mostre? Con chi vorrò andare?

Adesso devo introiettare questo meccanismo della vita randagia lo vedo in tutti quelli che stanno soli: si dice che si farà una cosa, e subito dopo non si ha più voglia di farla, e quindi si fa qualcos’altro o, meglio, non si fa niente.

Ho provato a sostituirti, ti ho sostituita con nove donne, due per parlare, tre per fare l’amore, una per andare in giro a zonzo, una per mangiare insieme, una per drogarmi e ubriacarmi, una per dormire, eppure non mi bastano, mi stancano e non mi bastano.

Torno a casa distrutto dalle mie peregrinazioni, mi sdraio a letto, l’angoscia mi viene giù dal soffitto e mi travolge come l’onda di una diga squarciata.

E finalmente mi sento me stesso.

Finalmente posso stare un po’ con te.

Solo la tua assenza mi dà pace.

(tratto da “Riduzione Uomo”, inedito, immagine by Lorenzo Mattotti)

 

Birreria Sentierone 1891

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Ingegner Giuseppe Murnigotti, chi era costui? Considerato l’inventore della motocicletta (Wikipedia), l’ingegner Giuseppe Murnigotti da Martinengo, nel 1879, cioè sei anni prima di Daimler, depositò il brevetto del prototipo del velocipede a motore, il cosiddetto motociclo.

Inventò poi una macchina per produrre il cemento e nuovi sistemi per sistemare le sponde dei fiumi. A Milano fondò l’ordine degli Ingegneri e convinse la città a trasformare la piazza d’armi in un parco (Sempione).

Pochi anni dopo, nel 1891, l’ingegner Murnigotti presentava in Comune il progetto-madre cui si deve la “invenzione” del centro di Bergamo bassa.

Il nostro ingegnere per primo ha la vision, l’idea del cono ottico;  intuisce, prevede e progetta il nuovo cardo-decumano e il nuovo foro della città lungo l’asse Sentierone-Ferdinandea (oggi Vittorio Emanuele) e disegna per Porta Nuova/Sentierone la funzione già di Piazza Vecchia: agorà, foro, salotto, passeggio, city finanziaria.

La richiesta era quella di risanare l’area della Fiera che, dopo essere stata per quasi mille anni l’anima del Sentierone, commercialmente “uccisa” dalla Ferrovia e dall’Unità d’Italia, era diventata una zona degradata.

Con questo progetto, il centro di Bergamo “trasloca” in città bassa. Fin troppo “preveggente”, il progetto Murnigotti 1891 sarà ripreso e modificato da diversi architetti, fino alla versione “pasticceria” realizzata dal Piacentini più di trent’anni dopo.

La cosa che oggi ci colpisce e incuriosisce, è che nel progetto 1891 il nostro Murnigotti prevedesse che un intero stabile, dove poi si è insediato il Balzer, fosse destinato a Birreria (v. legenda, edificio E: birreria).

Chissà che nel prossimo futuro, con il nuovo concorso per il rilancio dell’area, la E/birreria immaginata dall’ingegnere non possa finalmente rivelarsi di perfetta attualità, e contribuire a rivitalizzare il Sentierone. (E magari anche il Balzer!)

Noi che oggi siamo tutti luppolo-dipendenti, al tempo eravamo Balzer-addicted, adolescenti brufolosi divoratori di krapfen, di focaccine con la crema di pollo e di gelati molto cremosi con sopra una spessa corazza di cioccolato fuso a caldo, e tempestato di mandorle e nocciole…

L’astronomia d’impresa è una nuova scienza che considera le imprese come corpi celesti che si attraggono, si scontrano, danno vita a nuovi pianeti. Studiando le orbite e le traiettorie passate, si possono prevedere le congiunzioni astrali future. Oggi B è una stella cadente, avrebbe bisogno di incontrare un astro nascente.

Ora, 125 anni dopo, vedendo la dicitura E/birreria, quale birrificio bergamasco ci viene in mente che inizi per E? E prima di fondare il birrificio E, cosa faceva il futuro birra-fondaio? Lavorava al Balzer!

L’ingegnere ci vedeva molto lontano.

(immagini: progetto Murnigotti 1891)

 

Troppa opinione di sé medesimi

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15338468_1682368892093992_1195552417979039744_nSi parla tanto del nuovo direttore dell’Accademia Carrara, la Daffra, in procinto di essere sostituito dal vecchio, la Rodeschini, quasi a chiarire il più evidente anagramma di Bergamo (gambero!).

Mi sarà sfuggito, ma non ho letto da nessuna parte quella nobile avvertenza, che io ho trovato nella “Guida inutile di Bergamo” di Vittorio Polli e Sandro Angelini (ediz. Bolis, 1939) e che mi pare degna d’essere ripetuta in questa circostanza, venendo direttamente dal testamento del conte Giacomo Carrara, il quale lasciò la sua raccolta alla città ponendo questa condizione:

“Che si guardino bene dal nominare ed eleggere di quelli che hanno troppa opinione di sé medesimi, li quali male soffrono d’essere contraddetti e che non venga accettata la loro opinione buona o cattiva che sia; a riparo di quel disordine ordino e perciò voglio che ogni qual volta avranno ad eleggere un nuovo Commissario, il sig. Cancelliere legga loro il presente paragrafo perché non inciampino in elezione di tali soggetti quali sarebbero perpetuamente molesti”.

(dal testamento del conte Giacomo Carrara, 1796)

 

rileggendo le notti bianche

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Rileggendo “Le notti bianche” di Dostoevskij 30 anni dopo (una volta si firmavano e datavano i libri: e sulle “Notti bianche” trovo un “Leone Belotti, 1986”) mi rivedo e mi risento giovane e ingenuo, e sorrido: non avevo capito niente, allora.

Ne “Le notti bianche”, ambientato a San Pietroburgo nel periodo dell’anno in cui c’è il sole a mezzanotte, un giovane “sognatore” incontra su un ponte una fanciulla infelice per amore; questa fanciulla un anno prima si era promessa a un burbero, suo coinquilino in partenza, il quale le aveva a sua volta promesso di tornare dopo un anno a sposarla, e questo era stato tutto quello che era successo tra  loro;

ma adesso un anno è passato, e il burbero non si vede: così, per quattro notti consecutive, il sognatore consola la fanciulla, le dice cose bellissime, le apre il cuore, lei s’intenerisce, e di fatto passano quattro notti scambiandosi parole d’amore, cioè d’infelicità d’amore,

infine il sognatore, gli occhi lucidi, le confessa di amarla a sua volta, e a quel punto anche la fanciulla capisce di amare il suo consolatore (…al core gentile repara sempre amore), che è un uomo in carne e ossa, che le parla, e le dice di amarla, mentre il burbero è solo un fantasma, una proiezione…

ma ecco che sul più bello, mentre il sognatore tocca il cielo con un dito, compare il burbero (deus ex machina…) e la fanciulla come niente fosse molla il sognatore e se ne va con il burbero. E il sognatore cosa fa? Spara la frase di culto del romanzo, il colpo finale.

Quasi ancora a consolare e ringraziare la fanciulla che pure lo sta mollando, le dice: “Un istante di felicità! Fosse anche il solo nella vita di un uomo, è forse poco?”.

Ecco, al tempo io l’avevo letto come una sublimazione del romanzo romantico.

Invece, stanotte lo capisco, è una sublime, feroce ironia, un sarcasmo tranciante sul romanzo romantico, e sul sentimentalismo idiota che ci rende burattini di una sceneggiatura assurda, fatta di aspettative irreali, e di fissazioni fuori dalla realtà.

E i tre “eroi”, in gara a chi è più romantico, mi si rivelano per quello che sono. Prefigurazioni de “L’idiota”, e anche di “Aspettando Godot”. Marionette patetiche, che recitano un copione, un cliché amoroso basato sulle “grandi aspettative”.

In realtà, il sognatore è un felice e inconsapevole uomo-oggetto, usa e getta. Il burbero è un felice e inconsapevole promesso sposo cornuto. La fanciulla romantica è una felice e inconsapevole puttanella.

E mi vengono in mente le parole con cui David Linch, Palma d’Oro a Cannes 1990 per Cuore Selvaggio, interrompe la giornalista italiana, che sproloquiava sul senso del film, dichiarando annoiato: “Non è altro che una storia d’amore tra due idioti!”.  E mi figuro Fiodor chiosare: “Le notti bianche? La storia d’amore tra tre idioti!”.

Dall’essere impregnato di amore romantico, sembra dirci Fiodor, si riconosce l’idiota: “Quel tipo di uomo… assolutamente buono!”.  E assolutamente inconsapevole sia del male che fa che di quello che gli viene fatto giocando all’amore romantico: che è senza dubbio la più pericolosa delle perversioni erotiche, come tutti noi ormai sappiamo, consigliabile solo a individui dotati di eccezionali mezzi psicologici e morali.

La perversione erotico-romantica, mi ha spiegato una professionista della psiche (consigliandomi di rileggere “Le notti bianche”), può essere vista da due lati: dal lato buono, ti fa essere attratto sessualmente solo da persone a cui vuoi molto bene e per le quali provi grande stima; dal lato non buono, al contrario, ti fa credere di voler molto bene e ti porta a stimare molto le persone da cui sei attratto sessualmente…

 

 

Quando scrivevo romanzi molto veloci

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In fondo al rettilineo, prima della galleria, c’era una delle mie curve preferite. Conoscevo bene quella curva, a medio raggio, stringente, cieca, a destra, con la parete rocciosa da una parte e lo strapiombo sulle acque del Brembo river dall’altra. Una maledetta curva assassina, disassata, pericolosa, spesso scivolosa, con buche ai margini e brecciolino in carreggiata. Era una curva da prendere a 90-95 km/h in condizioni ideali.

Diedi un occhio rapido al tachimetro e realizzai che ci stavo volando dentro a 140 km/h pieni. Quando sei abituato a spremere al massimo i 30 cavalli scarsi del tuo 125, e ti dimentichi di essere su una belva da 110 cavalli, succedono cose come queste: ti rendi conto troppo tardi che stai entrando in curva troppo veloce per le leggi della fisica.

Mollai di colpo il gas e mi avvinghiai ai freni scalando a martello una marcia dietro l’altra. Un attimo prima ero un genio che voleva migliorare la staccata a gas spalancato. Adesso ero un idiota nel panico disperatamente appeso ai freni.

Le forcelle cominciarono a sbacchettare come martelli pneumatici. Cercai di esercitare una forza mostruosa sul manubrio, col risultato che già ai 60 metri i due dischi anteriori – due poveri Brembo di serie da 260 mm – mandavano bagliori arroventati. Stavano collassando. Ma soprattutto i 110 cavalli che avevo tra le gambe, pazzi di dolore per le mie violente scalate, ululavano come mandrie al macello, e parevano in procinto di sbiellare i due cilindri nei quali erano imbrigliati. Già mi immaginavo il carter sinistro esplodermi sulla caviglia, tra le altre cose.

Ad ogni modo, in questa situazione, e senza mollare i freni, buttai giù la moto in piega estrema, così, di colpo, con grande sangue freddo e anche con un certo sfoggio di tecnica speedway. La ruota posteriore cominciò a slittare e a saltellare come un bob su una pista con le gobbe. Tutto il retrotreno stava partendo in sovrasterzo: avrei dovuto controsterzare di avantreno per stare in carreggiata, ma avrei così innescato il noto effetto crazy horse, quando la moto si imbizzarrisce e ti disarciona esattamente come farebbe uno stallone selvaggio.

Ero nell’istante prima della caduta, quando hai la massima tensione e la piena consapevolezza, frutto d’esperienze già avute, che una sola impercettibile pressione sbagliata sul freno o sul gas significa essere catapultati in aria come il pilota di un caccia quando preme l’eject.

Fu proprio in quell’istante, mentre stavo per cadere, che, alzando gli occhi alla strada, dall’altra parte della carreggiata mi vidi apparire frontalmente e in tutto il suo splendore non già la Madonna, e nemmeno Atalanta, bensì la nota e massiccia sagoma di un furgone combinato modello magut, alla tipica andatura allegra noter gà mia tép de pèrd, con tre hulk in canottiera piantati nella cabina e i manici dei badili sporgenti mezzo metro fuori dal cassone, dalla mia parte.

Che cosa ci faceva un furgone magut di domenica mattina all’alba, in assetto da cantiere? Evidentemente stavano costruendo 18 villette a schiera nel fine settimana, ma sarebbero arrivati in ritardo quella domenica mattina, perché un sedicenne in moto si sarebbe spatarrato sul muso del loro Transit.

Potevo provare a evitare il frontale col Transit dei magut, con probabilità quasi certa di farmi schiacciare sulla roccia dalla mia stessa moto o volare insieme a lei giù dallo strapiombo. Niente poteva salvarmi. Era del tutto impossibile stare nella curva ed evitare il furgone. Era arrivato il momento cruciale.

In un istante ultrarapido nella mia mente si affacciò l’immagine del nonno, nella sua tipica posa da contro-predicatore, con la sua tipica espressione da vecchio gaudente monarcoide. Fin da quando ero bambino, il nonno mi aveva ripetuto: «Nessuna grande impresa è impossibile quando è animata da alti ideali». Me lo diceva quando avevo cinque anni, e a cinque minuti dalla fine perdevamo in casa con la Fidelis Andria, e me l’aveva ripetuto di recente, quando gli avevo chiesto se mai l’Atalanta avrebbe vinto la Champions League. Nessuna grande impresa è impossibile: come un mantra orientale, questa frase si era instillata nel mio cervello, ed era diventata un comandamento morale, un sentimento, un istinto, uno scatto in avanti. Fu questo che mi accese il cervello mentre stavo per ammazzarmi: la grande impresa.

Non c’era tempo per ragionare, né spazio per frenare; restava solo l’incoscienza della grande impresa. Così, davanti al muso del Transit dei magut, già quasi in fase di caduta per i fatti miei, lasciai per un istante che la moto seguisse la sua deriva, il suo istinto ad allargare, e poi iniziai a riprenderla in sbandata controllata, o derapagè. Ovviamente questa non era la manovra adatta a evitare il furgone. Le nostre traiettorie si sarebbero incontrate a centro curva, da manuale del frontale mortale. E qui ringrazio il Dio dei Magut, perché il driver in canotta comprese al volo la situazione, a invece di cercare di frenare o schivarmi – cosa che non avrebbe comunque impedito l’impatto – sterzò deciso all’interno, sicché io gli sfilai all’esterno, cioè dall’altra parte della carreggiata, all’inglese: manovra da urlo e oltre ogni codice, una cosa da tunnel dell’orrore, con il muso del furgone che ti si fionda davanti agli occhi e schizza via come un fotogramma.

Ero miracolosamente riuscito a infilarmi tra il furgone e il gard rail, sul lato strapiombo. Ora mi restava il secondo problema, cioè stare nella curva e non volare fuori per la tangente e giù dal dirupo roccioso verso le pozze verdi di acqua gelida ottanta metri più in basso. E qui ringrazio il Dio della Playstation che mi ha insegnato la guida di sponda, usando il gard rail come fosse il muretto-guida di una pista da micromachines. Dunque con la tranquillità dell’adolescente alla consolle presi a saggiare e strisciare il gard rail facendo skating col ginocchio sinistro – protetto dalle saponette para-rotul rinforzate con inserti di borchie metalliche – mentre la Yama riprendeva quel minimo di aderenza che mi diede la possibilità, subito sfruttata, di controsterzare, dare gas, e uscire a cannone dalla maledetta curva giusto mezzo metro prima del diabolico muretto, perché anche quando non ci sono più altri pericoli, anche quando hai evitato il frontale e lo strapiombo, c’è sempre un diabolico muretto killer ai lati della strada.

Nel breve rettilineo dopo la curva, a sessanta all’ora, le gambe mi tremavano come lenzuola stese al vento. La strada era sgombra e la moto aveva ripreso il suo assetto normale. Mi fermai sul ciglio della strada. Avevo distrutto la parte sinistra della tuta-salopette in pelle vintage, la saponetta era completamente abrasa, lo scarico ammaccato e il convogliatore d’aria in carbonio sfasciato.

Niente di grave sul lato danni fisici e materiali, ma uno sfacelo sul versante danni psichici. La mia carriera di centauro era ad un bivio. Avevo compiuto la grande impresa numero uno. Avevo portato in salvo i ciàp. Ero stato grande, e il nonno mi aveva come sempre ispirato, ma la mia manovra da urlo non sarebbe servita a niente se non fossi stato aiutato dall’alto. La Dea mi aveva salvato, era chiaro, proprio come nell’Iliade e nell’Odissea, quando le Dee si innamoravano di un guerriero mortale, e deviavano le frecce avverse.

Capivo che potevo essere morto, o restare traumatizzato a vita. Potevo non salir mai più su una moto o risalirci subito. Pensai di nuovo alla Dea, alla mia Dea personale che stavo per rivedere.

L’ultima volta che ci eravamo visti, quasi tre mesi prima, era salita dietro di me sul Caballero Competizione. Sull’onda di questo flashback la mia naturale idiozia di sedicenne ebbe il sopravvento: infilai la testa nel casco, balzai in sella come Zorro e con gesto sincronizzato avviai il motore, spalancai il gas e mollai la frizione.

La ruota posteriore, dopo aver frullato a vuoto come un frullatore senza frutta, fece presa e sparò in avanti me e la Yama come un’unica bestia che ruggisce e balza in avanti protesa e affamata. Divorai quel che restava del rettilineo in accelerazione rabbiosa con impennata continua e innesti al volo di prima, seconda e terza marcia. In fin di rettilineo planai dolcemente in carreggiata e lo stomaco, che era giunto in gola, ritornò al suo posto. Quindi mi alzai in piedi sulle pedane con l’idea di sgranchirmi, ruttare e scoreggiare. Ma sul bordo della strada vidi due ragazzini che mi osservavano a bocca aperta. Cosa ci facevano due ragazzini, uno bianco e uno nero, all’alba sui bordi della strada? Allora feci loro un cenno di saluto papale, con pollice, indice e medio in outsourcing, poi diedi gas stando in piedi sulle pedane per un’ultima penna trionfale prima di uscire dalla loro visuale.

(tratto da “Rapina al casinò”, by Leone Belotti 1993, classificatosi secondo al Premio Tedeschi Mondadori per il miglior giallo dell’anno. Vincitore quell’anno risultò Carlo Lucarelli. L’anno successivo, di nuovo arrivai secondo. Non contento, partecipai una terza volta. Arrivai secondo, e smisi di scrivere gialli d’azione.

Domenica scorsa, dopo aver perorato su questo blog l’idea di chiudere ai motori le Mura di Bergamo, con perfetta coerenza italiana, sono andato a farmi il mio giretto in moto sulle Mura, con la mia vecchia Yamati, ibrido telaio tipo Ducati e motore Yamaha TDM, quasi 20 anni su strada e 100.000 chilometri senza un problema.

Vedo questo fotografo con grande zoom che dal bordo strada mentre passo mi fotografa a ripetizione. Quando torno indietro lo rivedo, mi fermo, è giovane, mi dice di essere russo, si chiama Dimitri, indossa una maglietta Ducati, sta girando il mondo in compagnia di una bellissima ragazza, seguendo un progetto preciso, fotografare motociclisti di ogni paese.

Per questa sua capacità e voglia di mettere insieme le sue passioni, la fotografia e la moto (e la ragazza…) mi ricorda me alla sua età, quando scrivevo romanzi molto veloci, in venti giorni, con protagoniste le motociclette.

Ci scambiamo la mail, gli chiedo di mandarmi qualche scatto. Spesso queste promesse restano tali. Invece stamattina trovo le foto che mi ha fatto. Grazie Dimitri, se nel tuo giro del mondo ripassi da Bergamo, casa mia è casa tua!)

Photo by Dimitri Moseychuk; Instagram: @seitengewehr_98k - Facebook: https://www.facebook.com/dmitry.moseychuk.9

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Nell’ambito di Bergamo Scienza

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A cena in un palazzo nobile, sede di un circolo femminista-vegano, dove si mangia molto eticamente (cioè: esci che hai una fame porca).

Sono con un amico neo-maschilista, carnivoro consapevole, e la fame ci rende creativi. L’idea imprenditoriale che sviluppiamo tra un chicco d’orzo del malawi e un bastoncino di zenzero di zanzibar è una cascina-allevamento basso-padana, con animali ruspanti che tu, dopo adeguata formazione, possa catturare personalmente, uccidere, scuoiare e macellare per la tua famiglia e la tua tavola. Una scelta virile, responsabile, morale. Ne parliamo sussurrando come due teneri gay.

Ma ecco che improvvisamente gli occhi del mio amico si accendono e la colonna vertebrale gli si raddrizza. Seguo il suo sguardo e vedo questa giovane donna divinamente bella, con stacco di gamba over the table e pube aggettante sull’infinito.

«Marina!» esclama l’amico. Lei è russa, ma parla un buon italiano. L’amico le chiede cosa ci fa a Bergamo, lei risponde qualcosa “nell’ambito di Bergamo Scienza”. Accetta con piacere di sedersi al nostro tavolo e abbandonare il suo gruppo di “noiosi cervelloni”. Nel frattempo l’amico molto rapidamente mi spiega: l’inverno scorso, nel bordello più esclusivo di San Pietroburgo. Ma eccola tornare con borsa e mini giubbino-pelliccia (che suscita occhiate di disapprovazione femminile). E inizia a raccontare.

Un progetto di ricerca sugli acidi gastrici e gli enzimi della digestione. Due anni di ricerche, finanziato dai militari e dalla camera della moda russa. Obiettivo: rimedi naturali per migliorare la digestione, l’assimilazione, e la riduzione dei grassi.

Lo spunto viene dall’usanza dei contadini – che lei ricorda dall’infanzia, ma citata anche in Tolstoj – di masticare, o meglio succhiare, per delle mezz’ore, dopo i pasti, un nocciolo di prugna.

Mesi di analisi sui noccioli di prugna. Niente. Poi l’intuizione. Il nocciolo della questione (!) non è nella prugna, ma nella masticazione a vuoto, con tanto di salivazione e continuo deglutire. I neuro-trasmettitori, credendo che tu stia mangiando, attivano in continuazione gli enzimi e gli acidi gastrici, e questo ti permette di digerire molto meglio.

Per verificare questa ipotesi, ecco il progetto da lei stessa ideato e diretto. Per un anno, 25 ragazze di una casa di piacere di San Pietroburgo si sono prestate alla ricerca scientifica, praticando dopo i pasti attività continuata di fellatio. I risultati parlano chiaro. Rispetto al campione di controllo, queste ragazze hanno una digestione migliore, defecano meglio e non ingrassano pur mangiando di più.

Complimenti sinceri, questa ricerca merita la pubblicazione. Ragioni di opportunità, ci spiega, hanno consigliato di presentare questi risultati in via preliminare solo agli addetti ai lavori (“nell’ambito di Bergamo Scienza”) ma prossimamente, ci assicura, questa “scoperta” finirà su tutti i telegiornali, e non fatichiamo a crederle.

Noi abbiamo sempre pensato che la fellatio avesse effetti benefici anche su chi la pratica. Ora abbiamo le prove scientifiche. E anche le amiche vegane, dopo i cinque cereali con la soia, potranno prendersi un bel pezzo di carne in bocca.

 (photo by Benedetto Zonca)