CTRL esc

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DENTRO CTRL  by Nicola

Ciao Leo,
ti scrivo con le dita che tremano di incazzatura, ma anche di dubbi (viscerali) che mi ha insinuato la tua lettera pubblica.

Sono entrato in CTRL 6 anni fa: da semplice scrittore di un paio di rubriche.
Un paio d’anni dopo mi è stato chiesto di diventare direttore da Matteo Postini, l’editore (credo che sia quello che tu identifichi con T; perdonami ma ho voglia di fare nomi e cognomi): stavo ancora studiando all’università e ho accettato d’impulso; ho preso questa strada in maniera decisa, scegliendo di sbarrarne altre già aperte, già segnate, più sicure.
Riflettendoci forse un paio di minuti prima di decidere. Rifarei la stessa scelta anche oggi. Ma non m’interessa parlare di me. Su alcune cose che scrivi hai ragione tu. Su altre, sulla maggior parte, sono in completo, netto e furioso disaccordo.

Non c’ero quando è nato CTRL, ma ho visto dall’interno quella prima redazione; ne ho respirato l’energia, la carica folle, l’idea di mischiare alto e basso, di sfidare tutte le regole: delle categorie culturali, della comunicazione, del mercato editoriale.
C’era tanta ingenuità, ma era bello. E ne sono restato profondamente affascinato.

Ho abbracciato quell’atmosfera che ho respirato, l’ho presa e ho provato a portarla avanti da direttore, con le persone che hanno deciso di seguirmi: tra queste c’eri anche tu. L’ho fatto convinto che per preservare lo spirito originario, il furore barbarico originario, lo si dovesse rinnovare continuamente, senza paura, giocandosi tutto di volta in volta, a costo di scontentare qualcuno, anche i fan della prima ora, anche gli inserzionisti.
Sono nate (o continuate) sotto la mia direzione (cito) “le cover story irriverenti sui personaggi storici, il TRIP advisor sempre molto scorretto, il RIP advisor ultra-pathos, le turbo minchiate terrible, la gente che le dice gros, l’oroscopo semiotico, il santo del mese, la messa, le pagine psico-porno, posti dove non andare mai, le interviste impossibili, gli eventi, la pubblicità ignorante”.

Sai cosa penso? Penso che sia stata bellissima, quella fase; ma che a un certo punto ce la stavamo suonando e cantando tra di noi. Parlavamo a noi stessi, ai nostri lettori – sempre quelli, mai nuovi – ai nostri amici e nemici – sempre quelli, mai nuovi.
Ci stavamo facendo le seghe a vicende: e iniziavo a stufarmi. E Matteo, e la redazione, con me.  Così abbiamo deciso  di portare quell’energia primitiva verso qualcosa di nuovo. Uscire dalla nostra culla, dalla cameretta dei giocattoli; di uscire da Bergamo e rivolgerci anche a quelli fuori dalle mura. Diventare nazionali, che per me – e per noi – significava e significa multi-locali.  Non si trattò di disamore per la città in cui siamo nati e in cui continuiamo orgogliosamente ad avere la redazione. Non si trattò di quel complesso d’inferiorità da città di provincia che guarda alla prima città più grossa fuori dai suoi confini come se fosse New York, La Mecca, la Gerusalemme celeste. Si trattava di smettere di parlarsi, amarsi o odiarsi addosso. Mi dispiace che tu abbia letto questa scelta come un’usurpazione del buon nome del fu-CTRL, della trasformazione di quel buon CTRL magazine in una rivista letteraria inutile e segaiola. Mi dispiace, ma non posso farci nulla.

Nel tuo articolo scrivi: “Il senso speciale di CTRL fun era in quel mix che non c’è più di cultura da strada e universitaria, topi da biblioteca + tipi da discoteca, rubriche di 1 pagina da leggere in 1 minuto, pisciando in un locale.”

C’è un luogo dove puoi trovare tutto questo mix speciale, altissima cultura e cose da leggere in un minuto mentre si piscia in un locale: si chiama bacheca di Facebook. Ed è uno dei posti meno rivoluzionari che io conosca. Sia chiaro, noi lo facevamo con furia, passione e qualità. E con ingenuità. E sono orgoglioso e fiero di quel CTRL.
Ma è cresciuto.  E rimanere attaccati in maniera feticista al passato mi sembra stupido, infantile, egotico, sterile e contro-rivoluzionario. Dunque cosa abbiamo deciso, poco più di un anno fa? Diventiamo nazionali, restiamo locali (multi-locali), restiamo gratuiti e dedichiamoci al racconto della realtà. La realtà che è già di per sé alta e bassa, “universitaria” e “da strada”, da “discoteca” e da “biblioteca”, piscio e grandi ideali.
Abbiamo deciso di uscire dalla redazione, di andare nei luoghi a incontrare le persone.
Io credo – noi crediamo – che questa sia una cosa necessaria, utile, destabilizzante, provocatoria. Oggi più che mai.  Abbiamo deciso di fare soprattutto reportage.

A te non piace, credi che sia una strada sbagliata: ok, evviva la libertà!
M’intristisce – sinceramente, profondamente – questa guerra provinciale tra poveri, questa gara a chi ce l’ha più lungo, più originale, più autentico e più creativo. Grazie a questa guerra, chi non ha idee, chi non ha energia creativa, ma soldi, rete, posizioni assicurate vincerà sempre.

Reportage non è letteratura da torre d’avorio. Le pareti d’avorio le sento molto di più quando leggo (o scrivo) provocazioni da tastiera o stranezze senza sangue, che fanno finta di essere “contro il potere” (con le tue parole), pronte poi ad asservirsi a quel “potere” al grido di “semo-ragazzi-si-fa-pe’-scherzà”, provocazioni contro tutto (quindi contro niente). Passare una ventina di interi pomeriggi a Zingonia per raccontare – con foto e testi – le vite di chi ci abita (la vita “vera” oltre i titoli dei quotidiani “Il Ghetto”, “La Scampia del Nord”) non è torre d’avorio. Andare ai semafori di Bergamo per farsi raccontare le vite dei “rosari” – che se ne stanno sempre zitti, tutti li vedono, tutti danno loro il cinque, nessuno sa un cazzo di loro – non è torre d’avorio. Passare una giornata con un ergastolano in semilibertà a Perugia e raccontarne la vita – senza fare morali, senza fare pietismo, senza far ricami e merletti – non è torre d’avorio. Andare a casa di una famiglia di senegalesi che puliscono guarnizioni per grosse aziende – tutte buone-e-bergamasche, tutte familiari-per-bene – a cottimo, per pochi euro (questa storia sarebbe dovuta uscire sul nuovo numero e la pubblicheremo on-line) non è torre d’avorio.
Non è qualcosa (sempre con le tue parole) di “politicamente innocuo”. Questo abbiamo fatto in quest’anno o poco più.  Insieme a tante altre cose (sensate e cazzate).

Ora ci siamo ritrovati qui, senza più soldi per andare avanti. E abbiamo deciso di non nasconderlo a nessuno, contro ogni legge del marketing e della comunicazione (lo riconosci, quello spirito barbarico primigenio-CTRL che tanto ti affanni per raccontare e preservare?).
Abbiamo deciso di dire a tutti che non ce la stiamo facendo. Senza accampare scuse, stiamo dicendo a tutti che abbiamo sottovalutato – colpevolmente ingenuamente – la parte aziendale, economica, strutturale. La nostra attuale struttura economica-aziendale non ha senso, su questo sono completamente d’accordo con te. Lo sappiamo, l’abbiamo capito (troppo tardi? Noi crediamo di no). Matteo – da solo – in questi ultimi anni ha fatto l’imprenditore, l’editore, l’agente commerciale. Non poteva funzionare. E non ha funzionato. Ed è un portento che questa struttura non sia crollata su se stessa prima. Merito suo, e merito della passione dell’attuale redazione, delle redazioni precedenti, di tutti i collaboratori. Di chi – locali, università, aziende, brand – ha deciso di darci dei soldi, nonostante tutto. Quindi ora che si fa? Si fa di tutto per non far scomparire CTRL.  L’opposto di quello che fai tu: nella tua lettera CTRL scompare dietro il tuo ego da provocatore.

Cosa si sta già facendo nel concreto? Ci si spacca la testa tutti i giorni in redazione: per trovare nuove idee editoriali, per trovare idee commerciali, per trovare i soldi. L’attuale redazione (Viola Bonaldi, Alessandro Monaci, Michele Perletti, Mirco Roncoroni ed io; perdonami di nuovo, faccio ancora i nomi, non mi fanno paura) è pronta a prendersi carico di CTRL: anche per quanto riguarda la parte aziendale, societaria. Abbiamo iniziato a parlarne con Matteo, per capire come rifare da capo questa struttura, continuando a collaborare, ma in maniera diversa. Lo stiamo già facendo, mentre tu scrivi un insieme di cose di cui – francamente – fatico a trovare proprio il senso logico. Non mi sembrano nemmeno scritte da te: sai quanto stimo la tua intelligenza, la tua lucidità, il tuo sguardo sul mondo. Di queste cose – dei cambi di struttura, dei cambi societari – non si parla in pubblico, prima che siano concrete? Ora lo sto facendo. E me ne fotto.
Stiamo iniziando a ri-costruire; e mi turba, mi fa male, mi fa profondamente male – personalmente e come responsabile delle persone che formano la redazione – che nel frattempo tu ti sia impegnato a distruggere pubblicamente.
E non mi basta, non mi frega, la tua call-to-action finale. Cito: “Cosa si può fare con CTRL? Io non voglio vedere scomparire CTRL. Chi vuole scomparire, si faccia da parte, e non trascini CTRL con sé. Io sono pronto a mettere in campo un vero progetto di rilancio del vero CTRL, e non credo di essere l’unico. CTRL serve qui, adesso, alla gente che l’ha creato, seguito, amato. Più dei soldi, servono le persone, le idee, la voglia, l’energia, l’ambizione, l’entusiasmo. C’è da cambiare il mondo, affrontare la realtà, lavorare. C’è da rompere i coglioni, combattere, non fuggire. Essere protagonisti, non vittime. Parlo con te, parlo con tutti. Questo è il momento di farsi avanti.”
Una bella call-to-action, per tutti e per nessuno. Ah le magie del marketing, senza sangue, senza concretezza! Se ti sei sentito escluso, come parte fondamentale del fu-CTRL, ma anche dell’attuale CTRL, ti chiedo scusa e me ne prendo le responsabilità. Ti prego di credere alla mia sincerità. Se qualcuno altro, che legge in questo momento (se deciderai di rendere pubblica questa lettera) si sente escluso: chiedo scusa anche a lui/lei. Sai dove si trova la nostra porta blu. Se c’è qualcuno che non lo sa: via Bartolomeo Bono 43. Vogliamo parlare con più gente possibile, con più intelligenze possibili.

Forse ti tremavano le mani per la rabbia e la passione. La prossima volta, se ti capita ancora, prendi il telefono e componi il mio numero – o quello di Matteo, di Viola, di Alessandro, di Mirco, di Michele – e parliamoci.

Vorrei farti vedere i messaggi che ci stanno arrivando a decine in questi giorni. Abbonati che – di fronte alla nostra proposta di rimborso monetario dell’abbonamento – ci dicono che non vogliono niente, che vogliono il libro, che vogliono anche contribuire al crowdfunding. Che ci scrivono “siete un esempio che non possiamo permetterci che scompaia”, “Difficile trovare un progetto editoriale coraggioso come il vostro, è una realtà che vorrei mi accompagnasse ancora per molti anni a venire. Forza ragazzi!” Gente che si propone di aiutarci, con le sue competenze, ad andare avanti, a trovare soldi. Gente che si priva di soldi suoi, per darli a noi, sulla fiducia. Lettori e sostenitori silenziosi, che probabilmente non affollano le tue – o le nostre – camere dell’eco, bergamasche o non-bergamasche. Esistono, anche se non rumoreggiano.

Tu il crowdfunding lo liquidi come “elemosina” per scrittori che vogliono fare i “nobili”: per me, per noi, invece è un onesto mettere le carte sul tavolo, chiedere un aiuto. Ed esporsi al rischio di rendersi conto di parlare al nulla e a nessuno. Abbiamo appena iniziato, ma le prime risposte mi/ci dicono che quello che facciamo ha un senso; tanto che qualcuno – 58 persone in 2 giorni – ha deciso di investirci dei soldi: in cambio di un libro, di arretrati o di niente. In cambio di continuare a leggerci.

Leggendo e rileggendo più volte la tua lettera ho sentito forte l’amore e la passione verso CTRL. Lo dico davvero, anche se sono infuriato, e forse anche più amareggiato che infuriato. E ho sentito anche la passione e l’amore verso le persone che ora lo tengono in piedi, da dentro. Perdonami se sarò sincero fino alla spietatezza: m’intristisce profondamente vedere come questa tua passione e questo tuo amore siano restati impigliati nelle reti del tuo ego e della provocazione a tutti i costi. Che muove tutto e – in fondo – niente. È semplice, troppo semplice fare l’oracolo che parla lontano, che-te-l’avevo-detto-io, che lancia le bombe al sicuro da dietro il suo muretto, che dice: armiamoci e partite (e intanto pagatevi l’affitto). Se vuoi ri-partire con noi: benissimo, le porte sono aperte. Come sono aperte per tutti gli altri. Nuovi collaboratori. Nuovi lettori. Nuovi finanziatori. Venite, confrontiamoci: come, quando, dove volete. Scriveteci. Suonate al nostro campanello.

In uno dei (da te tanto odiati) reportage che abbiamo fatto quest’anno ho conosciuto Marcello Baraghini; uno che è finito in prigione con Pannella in Bulgaria per andare “contro il potere”; uno dei fondatori della Lega del Divorzio; uno che nel 1976 è stato condannato per incitamento all’aborto e all’obiezione di coscienza ed ha scelto la latitanza; uno che ha rivoluzionato il mondo editoriale con i suoi libri Millelire. Uno che ieri mi ha scritto dicendomi “voglio mandarti un centone per il crowdfunding, perché dovete continuare a fare quello che fate: dimmi come fare”.  Per scrivere il reportage su di lui, sono stato a casa sua una settimana. L’ultimo giorno gli ho chiesto perché la sua generazione – quella che ha fatto il ’68, le barricate, gli anni ’70, le bombe – ha fallito. Mi ha risposto che la rivoluzione è fallita per colpa dell’ego: dell’ego dei capi-popolo. Che la rivoluzione fallisce sempre così. Ha ragione: e – nel piccolo, nel microscopico – l’ho capito anche dal tuo articolo, appassionato, velenoso, innamorato; impigliato nell’ego.

Chiudo con una cosa che, in un certo senso, mi hai insegnato tu.  I “vecchi sdentati” (come li definisci tu) del Molise, della Basilicata, le vecchie della Val d’Aosta che cantano in casa di riposo, il taglialegna delle valli occitane del Piemonte con le loro storie non fashion, non food, non green, non craft (che racconteremo nel libro su cui abbiamo deciso di basare il nostro rilancio) sono più rivoluzionari di te, di me, e di noi “creativi”. Questa risposta al tuo articolo è a nome mio, a titolo personale, non è una risposta “di CTRL”, è piena della mia personale passione e della mia personale incazzatura; l’ho comunque condivisa preventivamente con le persone della redazione che ho citato sopra.  Se vuoi rendere pubblica questa lettera sulle tue pagine calepiopress, ne sarei felice. Ma la scelta, naturalmente, è tua.

Nicola

commento by Leone : CTRL esc 

Ok ragazzi, volevo darvi la carica, ricordarvi chi siete.

CTRL magazine è stato un universo germinale di comunicazione, e potenzialmente CTRL aveva tutti gli attributi per essere un super-marchio, del genere che le multinazionali si sforzano invano di creare a posteriori. Nel magazine: grafica must, esperimenti di mini letteratura potenziale, nuovi format, fotoromanzi sperimentali, pubblicità autoprodotta. Intorno al magazine: le avanguardia night dell’Invisible Show, i meeting ultra-pop del World Nascondino Championship, le Pub Writing Session et coetera. Si, poteva diventare un brand globale, editoria, eventi, start-up, abbigliamento, food&drink. Nuovi modi di comunicare, di fare impresa, nuovi stili di vita.

Ognuna delle iniziative CTRL potrà vivere da sola, anche quello che farete adesso – e sono certo che farete un buon lavoro – ma la fine del super marchio è la vera perdita. Quello che il marchio CTRL diceva, ovunque fosse, era qualcosa di più di un adesivo, di una testata, di un marchio su una locandina. Questo qualcosa in più, lo spirito CTRL, cioè il vero valore aggiunto, sparisce insieme al magazine, alla sua presenza fisica di periodico cartaceo. Un peccato, uno spreco, e non è tutta colpa vostra, o nostra, o dei mala tempora. Di fatto la città, il territorio, il sistema ha perso un’occasione.  Nessun attore di peso (aziende, istituzioni, fondazioni, gruppi editoriali) ha avuto il coraggio, la lungimiranza di sostenere veramente e appoggiare o anche sfruttare CTRL. E bastava poco, non stiamo parlando di milioni di euro. Pace.

Però, non svendete le copie d’archivio. Piuttosto, mandatele alle Università, come oggetto di studio e argomento di tesi.

 

 

 

out of CTRL

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NulloChe

Per quattro anni ho dato l’anima per CTRL, ho creduto di prender parte a qualcosa di molto valido, poi un anno fa mi sono staccato da CTRL in seguito a inconciliabili diversità di vedute sulle scelte che hanno snaturato CTRL. Ho molto sofferto per questo distacco, ma ancora di più mi fa soffrire leggere oggi “stiamo scomparendo”. E mi fa anche molto arrabbiare.

CTRL free fun magazine si proponeva al mercato sghignazzando, diceva al sistema: “una risata vi seppellirà”. Oggi la “rivista letteraria” – nel nome del fu CTRL – supplica il sistema ed elemosina fondi come fosse una categoria protetta.

E per che cosa? Per “mandare degli scrittori e dei fotografi a fare dei reportage” in giro per l’Italia minore “sulle lingue morte”, e poi fare un bel libro foto-testi con i ritratti dei vecchi sdentati. Mi manca la saliva per bestemmiare. Non si fa così. Bisogna rivolgersi alla community per fare le scelte giuste, non per fargli pagare quelle sbagliate.

Dobbiamo dire la verità: non c’è nessun CTRL da salvare, perché CTRL è già morto da mesi, da quando ha rinunciato alla sua identità terra-aria di free fun magazine fuori di testa sovversivo e inconfondibile per trasformarsi in una testata di aria-fritta letteraria, molto seria ma anche piuttosto triste.

Il senso speciale di CTRL fun era in quel mix che non c’è più di cultura da strada e universitaria, topi da biblioteca + tipi da discoteca, rubriche di 1 pagina da leggere in 1 minuto, pisciando in un locale. Le cover story irriverenti sui personaggi storici, il TRIPPA advisor sempre molto scorretto, il RIP advisor ultra-pathos, le turbo minchiate terrible, la gente che le dice gros, l’oroscopo semiotico, il santo del mese, la messa, le pagine psico-porno, posti dove non andare mai, le interviste impossibili, gli eventi, la pubblicità ignorante.

Quell’adorabile CTRL non è stato ucciso dal mercato, dai cattivi, ma dai “buoni” che volevano “elevarlo” e l’hanno snaturato, e oggi in risposta a questo appello “per salvare CTRL” – ma di fatto si sta solo chiedendo di finanziare aspiranti scrittori -  mi viene da rispondere: non nominate CTRL invano, perché allora CTRL si rivolta nella tomba, con tutti quelli che hanno contribuito a crearlo. Sono due notti che non dormo e bestemmio. Dov’è che ho sbagliato? Dovevo pubblicare questo post un anno fa?

Personalmente, per 3-4 anni ho scritto, ideato, creato (con T e i Temp) quasi tutte le adv che hanno sostenuto CTRL, i titoli, gli slogan, le cover, le rubriche veloci, da 1 pagina, il fanta marketing, le porno-pagine, le pubblicità ignoranti, le interviste fotoromanzo, ho ideato le rubriche sulla messa del mese e il santo del giorno, ho inventato e scritto il RIP advisor sui cimiteri etc etc. Dimentico senz’altro molte cose, e vorrei citare le persone, i ragazzi – anche minorenni! – che hanno dato qualcosa di unico, ma non è il momento.

Ho rotto i coglioni per mesi per far capire ai CTRL che serviva una struttura che ne garantisse sostenibilità e sviluppo, prima di tirarmi fuori. Io dicevo: dove sono tutti questi laureati/e in scienze della comunicazione, perché non si trova nessuno che voglia fare il commerciale, l’account, il copy, la creatività pubblicitaria, le pr per fare partnership con le nuove aziende del food, del bio, del green. T ha sempre tenuto in piedi CTRL da solo, trovando e seducendo sempre nuovi inserzionisti. Ma non si poteva andare avanti così. Io dicevo: andiamo in edicola con un prezzo di copertina di 2 euro, e così possiamo avere i finanziamenti pubblici per pagare la stampa, come tutte le testate. Niente, parlavo con i sordi. Io dicevo: facciamo una cooperativa, prendiamo in gestione un centro sociale comunale tipo Polaresco, Edonè o Pilo e ci facciamo dentro il CTRL world, il locale, la stamperia, i concerti, il magazine, i video, le serate dj, le expo vintage, il teatro sperimentale, tutto il cazzo che si vuole, e col gestire il locale concerti + pub + cucina sosteniamo e sviluppiamo la redazione e la testata. Sappiamo tutti che è più facile vendere due birre e un panino che una rivista o un libro. Poi con tre figlioletti di puttana svegli + un vecchio stampatore pazzo avrei voluto creare e stampare ogni maledetta serata il CTRL sera, o la notte CTRL, e offrirlo fresco di stampa all’ora dell’ape, nel locale-factory CTRL. Un locale di culto, concerti, cucina, giochi, teatro, cabaret, concerti sperimentali, editoria, stamperia, legatoria, home made, mercatino vintage, e tutto il cazzo che ti viene in mente, un locale/factory adorato e detestato, ma certamente senza problemi di soldi, lo capisci.

Niente. Non interessava. Mi hanno detto: “Io non sono entrato nella redazione CTRL per fare il barista”. Ok. Va bene. Non c’è bisogno che ti citi Bukowski o Pulp Fiction. Le nostre strade si separano. Ai nuovi intellettuali CTRL che adesso vogliono andare a scrivere in collina l’idea di una vera factory creativa non interessava. All’ultima riunione di redazione cui ho partecipato gli “aspiranti scrittori” e “aspiranti fotoreporter” hanno detto chiaro e tondo di non volersi abbassare a fare la creatività pubblicitaria per gli inserzionisti locali.

Per pagare gli storytelling letterari e i fotoreportage artistici sarebbe bastato attingere ai budget delle grandi aziende nazionali. Elementare. Forse l’avevano letto su qualche manuale di scienze della comunicazione? Come avevamo fatto a non pensarci prima? Mandi una mail alla Barilla, all’Enel, alla Fiat, e subito piovono decinaia di migliaia di euro!

Ciao. Succedeva un anno fa, o poco più. Evidentemente qualcosa è andato storto.

Tolto dai coglioni il vecchio bastardo, si è scelto di fare la rivista letteraria pura, gli abbonamenti. E la cosa non sta in piedi. Non riuscendo a mantenere la promessa della rivista letteraria, adesso si chiede sostegno promettendo di fare un libro su un tema come la moria dei dialetti meridionali.

No, ma ragazzi dite sul serio? Scherzate, ditemi che scherzate, che è un film di Benigni. Perché se si chiede direttamente alla mafia, te lo finanziano subito.  La rivista letteraria, e adesso il libro reportage, vorrebbe campare da nobile con facciata crowfunding, donazioni, fondazioni e aziendone che “senza nulla pretendere in cambio” dovrebbero sovvenzionare lodevolmente iniziative e operatori culturali meritevoli (e politicamente innocui).  Il free fun magazine invece ha campato – e allegramente – per anni in autonomia con il volgarissimo retail pubblicitario locale, urbano e suburbano, e anche di quartiere, con le 200€ del piccolo negozio, del barettino, del pub, dei locali, cioè tutti inserzionisti legati alle tribù e ai consumi giovanili del territorio bg urban&suburban. Non si può chiedere a questi inserzionisti di sovvenzionare una rivista letteraria sui dialetti lucani e gli anziani del molise.

Insieme abbiamo fatto cose bellissime, mi sono dato senza badare alle spese interiori, e anche molto divertito. A un certo punto ho rinunciato ai miei compensi. Un errore. Da quel giorno ho perso autorità.

Ok, avevate il diritto di fare scelte sbagliate. Ma una pubblicazione pre-finanziata annuale! Non si può buttare via così CTRL. Con tutto l’affetto che vi porto: chi vuol fare lo scrittore solitario, o il fotografo in purezza, lo faccia per i fatti suoi, si trovi le sue risorse.

In molti avremmo accettato un CTRL alla conquista del potere, e ancor di più un CTRL duro e puro che combatte il potere. Quello che non possiamo vedere è un CTRL impotente, che si offre come servo del potere (dopo aver disdegnato di servire il popolo!).

Questo progetto “stiamo scomparendo”, questo svendere le copie in archivio: è chiaro che ci si vuole disfare di CTRL. Ma allora si abbia il coraggio. Si metta in vendita il marchio stesso, la proprietà del marchio CTRL.

Quanto vale CTRL? Cosa si può fare con CTRL? Io non voglio vedere scomparire CTRL. Chi vuole scomparire, si faccia da parte, e non trascini CTRL con sé. Io sono pronto a mettere in campo un vero progetto di rilancio del vero CTRL, e non credo di essere l’unico. CTRL serve qui, adesso, alla gente che l’ha creato, seguito, amato. Più dei soldi, servono le persone, le idee, la voglia, l’energia, l’ambizione, l’entusiasmo. C’è da cambiare il mondo, affrontare la realtà, lavorare. C’è da rompere i coglioni, combattere, non fuggire. Essere protagonisti, non vittime. Parlo con te, parlo con tutti. Questo è il momento di farsi avanti.

 

cosa dicono i morti

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PAntheonB

Se parli con i morti, ti diranno in coro di non andare a trovarli in questi giorni, troppa gente, impossibile far due parole, non trovi neanche parcheggio e il fiorista non ti farà certo lo sconto.

Se approfondisci il discorso, non puoi che essere d’accordo con loro: la festa dei morti appartiene al genere delle festività ipocrite, come la festa della donna e simili, feste che in realtà rivelano la cattiva coscienza di una comunità che ignora i morti, e maltratta le donne.

In realtà, non è la festa dei morti, ma del peggior lato dei vivi: le apparenze. Il vero motivo della visita è fare vedere a parenti e conoscenti che la tomba è curata, i fiori freschi.

Stamattina sul giornale un prelato raccomandava di non lasciare le tombe spoglie…

E così il cimitero in questi giorni è affollato di una massa di individui compunti, affettati di gravità, che si sforzano vanamente di sentire una voce interiore, provare un sentimento, ma presto devono ammettere di non sentire niente, è questo che li rende tristi, e li conferma che venire al cimitero è inutile, è solo una formalità sociale annuale. E il discorso è chiuso.

Invece, chi ascolta le raccomandazione dei morti, e sta a casa, e va a trovarli nei giorni qualsiasi, negli orari qualsiasi, la mattina, o all’ora dell’happy hour, nella quiete, nel silenzio, ritroverà facilmente il dialogo con i propri cari che stanno nell’aldilà, cioè aldilà delle apparenze, aldilà dei luoghi comuni.

Se festa dei morti deve essere, i vivi devono stare fuori. Il giorno dei morti i cimiteri dovrebbero essere chiusi. Altrimenti è la festa dei morti viventi.

Immagine: Cimitero Vantiniano di Brescia, Pantheon rimesso a nuovo con espulsione dei “cittadini non illustri”, preview RIP advisor CTRL magazine next publishing,  ph. by Michele Perletti http://portraitreportage.weebly.com

 

La Lobbia 2.0

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LeoLobbia

Amato da Churchill, dai gangster e dai jazzisti, la Lobbia è un cappello sui generis, a partire dal nome, che è il nome del personaggio da cui nasce, come il Montgomery o il Cardigan,

siamo nel secondo Ottocento, l’epoca in cui nascono tutti i classici della divisa maschile, e parliamo di Cristiano Lobbia, già garibaldino e deputato “radicale” del Regno d’Italia, che denunciò in Parlamento, quando la capitale d’Italia era Firenze, la “lobby” del tabacco e il relativo monopolio nato dalla corruzione.

Per questo il nostro onorevole fu aggredito e bastonato, ma non intimidito, tanto che il giorno dopo si presentò in Parlamento incerottato a denunciare il fatto, ed esibendo all’assemblea il proprio cappello che recava il segno della bastonata, un’infossatura sulla sommità.

La vicenda colpì l’immaginario popolare, e un cappellaio fiorentino, parimenti dotato di spirito anarchico e senso commerciale, mise in produzione il cappello con la sommità infossata, chiamandolo Lobbia: da quel giorno è il cappello di chi non si tira indietro nemmeno dopo esser stato preso a bastonate.

Oggi questo classico, che ebbe grande fortuna nell’età del jazz,  viene riproposto come must fashion, “da portare come tocco classico con divise informali da personaggi eclettici, testimonial di nuove aggregazioni fuori dal coro”

Nella foto, tre onorevoli membri della Lobbia del Leone:

la locandina del magazine CTRL, che sta in piedi senza contributi pubblici e senza essere sostenuto da nessuna lobby finanziaria o politica, dando lavoro e occasioni a giovani creativi con progetti d’innovazione culturale (come gli spettacoli di scrittura collettiva, i concerti invisibili o le gare di nascondino);

la felpa Rosti, maglificio sportivo indipendente, qui un modello vecchio di 10 anni, con il logo dell’uomo che salta nel canale per salvare il suo cane, gesto da cui è nata l’impresa, e lo spirito d’impresa, che oggi sponsorizza atleti, squadre ed imprese sportive di carattere antagonista, e fa disegnare le proprie linee di prodotto a giovani artisti;

la t-shirt Elav, la birra che vale, partner o sponsor di festival musicali, film meeting e fanzine di controcultura,

“perché a un certo punto le dissonanze diventano un controcanto, e impongono una nuova linea tonale: è lo spirito del free jazz, nuove sonorità da nuova mescolanza, è il codice della musica contemporanea”,

è questo il discorso che mi ha fatto il mio amico Akam nel regalarmi la Lobbia 2.0 da lui prodotta (creazioni AkamArt): un gran bel discorso, devo ammetterlo,

come il cappellaio fiorentino che per primo l’ha prodotto 150 anni fa, Akam è prima di tutto un artigiano che vuole vendere le sue creazioni, e proprio per questo ha capito che oggi insieme al cappello bisogna offrire una mentalità, qualcosa di nuovo da mettere in testa.

Grillo scoop esclusivo per Calepio Press e CTRL magazine

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Leone:Grillo

Dopo una rapida riflessione, il capo Grillo ha dato ieri sera il suo assenso alla proposta di accordo 5stelle-Gori formulatagli sui due piedi in piazza V.Veneto/Sentierone  dal vostro blogger.

Pur stremato da una giornata terribile, segnata dall’incontro scontro con Renzi sull’Expo, e dopo aver arringato senza risparmiarsi il popolo bergamasco, il leader 5stelle ha trovato il tempo di ascoltare e approvare il progetto Gori uomo 5 stelle.

Premessa al progetto: considerato che Tentorio è più che bollito e soffre di piaghe da decubito (siede ininterrottamente da 44 anni a Palazzo Frizzoni!) che Gori è più che depresso ed è già stanco di passare le serate in attività verbose (ed è ormai evidente che la leadership politica non è la sua vocazione) e che i 5stelle sono la formazione più adatta a governare una città 5 stelle come Bergamo (ma avrebbero bisogno del sostegno e del voto di quella “buona metà” dell’elettorato pd&soci fatto di compagni capaci e onesti che tuttora sono nei ranghi della sinistra)

ecco il progetto esposto a Grillo: Gori annuncia il suo ritiro dalla corsa a palazzo Frizzoni, e indica al popolo pd di votare compatti 5stelle, e in cambio i 5 stelle gli danno l’esclusiva per produrrre e trasmettere il nuovo reality “Palazzo Frizzoni”,

> format sperimentale di video-democracy con Consiglio Comunale e Giunta in diretta (si vota da casa con un sms, come al grande fratello) da lanciare poi in ogni città

fino ad arrivare al power reality supremo, il “Montecitorio Show”,

e dunque a una nuova forma di governo, rilanciando in forma tecnologica l’unica vera forma di democrazia, la democrazia  diretta, così come è nata nell’antica Atene, con la partecipazione quotidiana di ogni cittadino, e finalmente superare la democrazia rappresentativa, causa di quasi tutti i mali,

in questo modo Tentorio va in pensione, Gori è contento perchè fa il mestiere che sa fare (produzioni televisive) e non per bassi motivi commerciali ma per una buona causa di evoluzione civile, e Bergamo sarà la prima città a sperimentare il buon governo dei cittadini, con il coinvolgimento e la trasparenza data dalla diretta tv,

> recepita questa proposta, il capo Grillo ha sorriso e ha dichiarato testualmente: “Ma certo, Gori è un bravo ragazzo, Gori capisce”

Il sasso è lanciato, non resta che attendere la risposta di Gori e la presa di coscienza di quella “buona metà” della sinistra, oggi incredibilmente costretta a militare sotto il giogo della chiesa, della grande impresa e delle banche.

(nella foto Postini-Reuters, il capo Grillo appena sceso dal palco del comizio di Bergamo, ascolta con attenzione l’inviato del blog Calepio Press. Sulla nuca del blogger è altresì riconoscibile l’ombra del logo CTRL)