La freddezza nel lenzuolo

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morti

Ieri mi sei venuto in mente tre volte, e sempre per motivi di donne, e alla fine della giornata grazie a te ho fatto due buone azioni, e ritrovato un ricordo dimenticato.

La prima al semaforo, mentre si avvicinava il lavavetri, e pensando a te devo aver assunto un’espressione così arcigna che quello si è dirottato sull’auto accanto, dove c’era giovane mamma, che poi si stava quasi per mettere a piangere, perchè non aveva soldi per pagare il lavaggio, e allora io, sempre pensando a te, ho abbassato il finestrino, con voce sicura ho detto “ci penso io, signora!” e ho allungato l’euro al lavavetri, e tutto è andato a posto.

La seconda verso sera, al supermercato, scaffale dei vini, una badante non più giovane con in mano una bottiglia di vino rosso da 2 euro mi chiede se me ne intendo, se è buono, e di nuovo mi sei venuto in mente, o per meglio dire ho sentito il tuo spirito entrare in me, diventare me,

e allora ho tirato fuori il cinque euro che avevo in tasca – da dieci minuti mi aggiravo non sapendo cosa prendere -  e le ho detto “prenda questo signora, e lo beva alla salute degli amici lontani” e così dicendo le ho tolto dalle mani il vinaccio, e le ho messo in mano e il 5 euro e un chianti da 7 euro, e le sone scese subito le lacrime, e per un quarto d’ora mi ha spiegato che non potrebbe bere alcolici, perchè prende delle medicine, e  io le ho detto che anche questa medicina, il buon vino, è indispensabile, a volte;

e infine rientrando a casa, nella mia via, mi è tornata in mente quella volta, due o tre anni fa, era estate, stavamo aiutando un amico a fare un trasloco, eravamo su un furgone tenuto insieme a fil di ferro e scotch,

parlavamo di tecniche maschili per sgamare le tipe che fingono gemiti e tensioni che in realtà sono sbadigli, e tu citasti un caso tipico:

hai presente Leone quando risali da sotto le lenzuola con la forza di un vulcano, e sei un eccello infuocato che piomba nel nido, e la scopri, la copri, la scopi, e lei geme e tutto quanto: eppure ha la freddezza, nel groviglio di membra, per afferrare il lenzuolo, e coprire!

 

 

eros Badante veteros

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kawavintage

(testimonianza del sig. A. 84 anni, ex bancario, raccolta dal baDante Leone Belotti, per la serie letteratura erotica senile, che comprende sia racconti di sesso hard in terza età che ricordi erotici di lontane avventure, più soft)

Estate del 1979: per tutto l’anno mia moglie in previsione della “prova bikini” era stata maniacalmente a dieta ed era andata in palestra, diventando molto simile a un asse di legno, modello signorina Silvani, la segretaria di Fantozzi,

mentre io, peggio di Fantozzi, facevo tardi in ufficio per masturbarmi con gli special mensili “boobs” e “boots” – cioè “tettone” e “culone” – di Hustler, l’insuperata rivista porno,

che tenevo nel cassetto, e compravo con i soldi dell’azienda, con l’approvazione del sindacalista, a cui per tacito accordo la passavo alla fine del mese.

Arriva agosto e come sempre prendiamo la casa al mare un mese, ma io faccio quindici giorni di ferie,  e da ferragosto a fine mese quindici giorni, e quindici notti, da solo in città.

Il momento che aspetto da un anno, dovrei vergognarmi a dirlo, anche passati trent’anni, ma è la verità.

Le prime tre o quattro sere, dopo aver parlato al telefono con la moglie, mi ero messo in macchina e avevo girato delle ore inutilmente.

Ormai la mania della magrezza stava diventando una moda di massa,

in quegli anni c’era in giro moltissima eroina e alla fine quasi tutte le ragazze che trovavi per strada erano scheletriche e stordite, con i capellli lunghi e sporchi, e lo sguardo perso, come zombies

io cercavo una cavalllona vispa, capisci, una donnona, una tettona, una bolognese, una romagnola con le zeppe, se non proprio una texana in vacheros,

ma mi sarebbe andata benissimo anche una meridionale, culona, anche pelosa, purché vivace, verace,

il contrario di mia moglie, insomma,

e quindi anche giovane, fresca, una mozzarellona, una burrata,

così, non so perchè, una sera decido di uscire con la Kawasaki gialla del mio amico, che gli tenevo in garage mentre lui era in ferie, col permesso di usarla.

Faccio il giro della città senza più pensare alle donne con il piacere dell’aprire il gas e buttare giù la moto in piega e alzarla partendo ai semafori, bastava aprire la manopola e si alzava come una bestia che ruggisce.

A mezzanotte improvvisamente la vedo con la coda dell’occhio mentre sfreccio a manetta in centro, mi giro, la inquadro con lo zoom,

una figlia dei fiori, i capelli raccolti, pantaloni-salopette fantasia stile india, un borsone in spalla, e sacchetti vari: ma due tette enormi, vere.

Inchiodo, controllo la derapata, riparto contromano, la punto senza indugio e mi fermo alla sua altezza, spengo la moto, le chiedo: ti posso offrire un passaggio?

E lei, con una punta di dispiacere, e accento d’alta valle, dice la frase magica: sto lavorando!

Benissimo! Andiamo a lavorare! Le faccio la mia proposta, accetta subito, monta in sella, mi si stringe addosso.

Al semaforo dice: poi ti posso chiedere un piacere, se hai da darmi un paio di mutande, anche da uomo.

Ma certo!

Il reggiseno non lo uso, dice, con splendida volgarità di voce, e anche di gesto, premendomi le tette sulla schiena.

Illogicamente, accelero. Avrei dovuto frenare, e sentire la sua latteria dilatarsi sulla mia schiena.

Avrà un’ottava, penso, sarà sui venticinque anni. Tanta roba.

Al semaforo successivo spinge, e poi strofina, il pube sul mio coccige.

Ha trovato le maniglie posteriori, e spinge avanti il bacino.

Io abilmente mentre è rosso stacco dal manubrio e infilo dietro la mano sinistra (la destra tiene il freno) e in 2/10 di secondo col palmo aperto sulla vulva, attraverso i pantaloni leggerissimi di seta, percepisco, misuro e palpo il suo vaginone grandi labbra, clito estroflesso e umidità equatoriale.

Lei dice: brutto porco, cosa fai che poi mi agito! Piuttosto, ce li hai da darmi un paio di pantaloni della tuta, e una maglietta? E magari uno zainetto, perchè andare in giro con i sacchetti mi sembra di essere una barbona.

Ripartiamo e alla frenata successiva lei rapidamente e con precisione mi afferra a due mani e stringe delicatamente e brevemente scroto testicoli e pene.

Dice: e se hai qualcosa da mangiare, se non ti chiedo troppo, non mangio da stamattina.

Ma è un piacere sfamare gli affamati, lo dice anche il vangelo!

Quando arriviamo, fa una una certa fatica, o scena, a scendere dalla moto.

E se li hai, dice, un disinfettante, delle bende… devo ancora medicarmi la gamba, perchè il cretino che mi ha dato un passaggio prima in motocross faceva il bullo e siamo volati fuori strada, mi sono distrutta mezza gamba, tra la ghiaia e la scottatura sulla marmitta, ho messo su dei cerotti che mi ha regalato un ambulante.

Ok, bambina, eccoci a casa, ti preparo un bagno, e mentre ti fai il bagno ti preparo tutto quello che ti serve, mutande, calzini, calzoni, zainetto, salvietta, sapone.

Sapone devo stare attenta, mi dice, mentre si sfila la maglietta e le sue enormi tette cominciano a ballare davanti ai miei occhi come grosse otri di pelle di cerva colme di latte di bufala, devo stare attenta perchè sono allergica al nichel, il nichel è in quasi tutti i saponi e bagni schiuma, anche nel marsiglia, ci vuole proprio quello con scritto “senza nichel”.

Va bene, cerchiamo il sapone giusto.

Sei proprio gentile, ma lo sai che sei anche un bell’uomo?

Sarà stata anche una bugia, ma il coraggio di dirla l’ha trovato, a differenza di mia moglie, che dopo sposato non mi ha mai più degnato di un complimento.

Ti chiedo troppo se puoi mettere su una pasta, mentre faccio il bagno?

La faccio breve: uscita dal bagno, nuda e bagnata, ma con ai piedi le scarpe con i tacchi, e senza sedersi, ma piegandosi a novanta gradi sul tavolo della cucina, si era messa a mangiare i maccheroni al ragù star direttamente dalla marmitta con  le mani,

- mia moglie comprava ragù star in quantità industriali -

mentre io, inginocchiato sotto il tavolo, diventavo matto come un cane leccandola tutta dalle caviglie ai fianchi, e tra le gambe, da ogni verso,

avevo passato mesi di prove solitarie immaginando grandi chiavate multiple, in piedi, sul divano, sul tavolo, da dietro, da sopra, da sotto,

e invece dopo pochi minuti, mentre lei faceva “la scarpetta” alla pentola, io, mentre la leccavo, schizzavo come un ragazzino, avendole sdrusciato involontariamente il pene sul polpaccio,

cosa che mi aveva fatto perdere il controllo sulla miccia del missile, acceso ed esploso a razzo, con il proiettile liquido che mi colpiva esattamente al pomo d’adamo, mentre la seconda raffica, avendo chinato di scatto il capo,  mi finiva nell’occhio.

Lei rideva da matta, una vera risata grassa, e mentre io mi facevo piccolo piccolo mi aveva detto siediti qui, sul tavolo, e con la bocca arancione, cosparsa di ragù, aveva ingoiato in un sol boccone quello che restava del mio “gigante”,

miracolosamente rianimandolo in un tempo tutto sommato brevissimo, per i miei standard del tempo, quarantenne, quasi cinquantenne, e fumatore,

quindi aveva allontanato la bocca, e sempre tenendolo per mano, con la destra, e lubrificandosi nel contempo con il pollice e il medio della sinistra, si era alzata e girata con gesto fluido, e a gambe divaricate se l’era infilato, o meglio conficcato di forza, nel culo, con gesto secco, trascinandomi dal tavolo alle sue terga, cui restavo avvinghiato a koala, per meno di tre secondi, per poi afflosciarmi a terra, ridotto a vecchio peluche flaccido,

mi hai steso, le ho detto, mentre si rivestiva e ficcava un po’ nervosamente tutta la roba in un grosso sacco nero doppio, di quelli dell’immondizia,

ce l’hai uno stuzzicadenti? le era rimasto un tocchetto di ragù tra gli incisivi, che aveva belli distanziati.

notando che non aveva segni di buchi sulle braccia né sulle gambe, le dissi: si vede che non usi eroina

fa schifo quella merda, dice, mi sono fatta per 10 anni, ma adesso vado a cocaina, tutto un altro sballo, mi lasci qualcosa per il taxi, non mi sembra il caso adesso che mi accompagni, in quello stato lì

mentre aspettavamo il taxi, lei guardando dalla finestra, mi dice: la sai la vera favola di Cenerentola?

“Cenerentola va al festino del principe, ma il principe è parecchio sfigato, lei a mezzanotte deve rientrare al night, allora va sotto il tavolo e gli fa un pompino,

poi riemergendo dalle tovaglie sputa nel vassoietto da portata, dove sono rimaste solo due fettine di brie sciolto.

Prende su e va, e il principe la rincorre gridando: “Cenerentola! La scarpetta!”

Al che Cenerentola si gira e incazzata dice: “Pota ostia, va bene il pompino, ma la scarpetta no!”

Appena finita la favola era arrivato il taxi.

Non l’ho più rivista. Quella è stata l’ultima volta che sono andato con una donna da strada, e anche l’ultima volta che ho avuto un rapporto anale, e anche l’ultimo pompino, a essere sincero.

Qualche anno dopo mia moglie è stata una delle prime a farsi fare le tette in silicone.

(titolo originale: mia moglie comprava il ragù star – copyright BaDante-Calepio Press 2013)