la pubertà in sagrestia dell’intellettuale sovversivo

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Da bambino passavo le estati in mezzo ai vigneti, in valle del Fico,  in una vecchia e grande casa a mezza collina, in via delle Rimembranze, terra battuta, cipressi, destinazione cimitero,

era una casa tetra, buia e silenziosa, che mi faceva paura,

abitata da un orco col bastone, il bisnonno, ex podestà del paese, e da una strega con lo scialle, la zia Tina, la figlia zitella, acida e severa,

ma anche da una fatina con le ali, la nonna Lina, e da un grande mago occhialuto, lo zio Bruno, Don Bruno, il prevosto sovversivo, il mitico Don Bruno,

che durante la guerra, a Schilpario, nascondeva partigiani in sagrestia, e per poco non era stato fucilato dai todesch,

più tardi, negli anni della contestazione, già epurato dalla curia di Bergamo come prete-ribelle,  si era costruito una chiesetta in proprio, in Valle del Fico, la Madonna dei Campi, totalmente abusiva, bellissima, lavorando il sabato  e le domeniche con i muratori-vignaioli-alpini, era una festa continua, il primo acquisto la campana, usata per fare la polenta…

poi al vescovo era toccato venire a benedirla,  col geometra del comune al seguito.

Questo succedeva nel 1972, io avevo 6 anni, e nel cantiere della chiesa ho avuto le mie prime sbornie da merlot della bergamasca.

Lo zio Bruno per me bambino era come i supereroi dei cartoni animati.

Aveva il potere di rendere fantastico il mondo.

Era riuscito a trasformare questa comunità di contadini-manovali taciturni e “semper all’ostia” in un collettivo gaudente di catto-buontemponi “sempre alegher”.

Quando andavo al mercato con la nonna Lina, dal momento che l’unica parola che dicevo dai 3 ai 6 anni era “roia”, c’era sempre qualcuno che chiedeva: ma è figlio di chi, quel bambino qui?  Io dicevo: so lo scet del preost, sono il figlio del prevosto, dello zio Bruno.

Così per prima cosa lui mi prendeva a pedate nel sedere, chiamandomi “Sennacherib”,

poi mi metteva addosso una tuta da astronauta, andiamo a trovare le api, mi diceva.

Con addosso quella palandra di juta e rete, venivo ricoperto da milioni di api. Era per insegnarmi “il sangue freddo”, e anche a pregare.

D’estate mi portava in valle di Scalve, guidando pericolosamente lungo la via Mala una vecchissima Topolino senza freni, carica di bottiglioni di valcalepio rosso e grappa di foresto,

zaino in spalla, e schioppettone, ci inerpicavamo nella fitta boscaglia sopra Schilpario, la mia missione erano more e mirtilli, la sua lepri e volatili,

se ti perdi, Sennacherib, mi diceva, ci ritroviamo al passo del Vivione.

L’ultima vacanza con lui in Sardegna, in camper, avevo già quindici anni, ci presentavamo nei villaggi turistici, sacerdote con nipote chierichetto, contrattava, barattava la piazzola e il vitto con il servizio messe, due al giorno, mattina e sera, lui diceva messa, e io servivo.

Avevamo una scorta gigante di vino e ostie per la comunione, che consacrava e sconsacrava a seconda del bisogno, buonissime le ostie col patè di fegato, ma anche col gelato.

In certi orari mi diceva di sparire. Aveva da fare le confessioni. In camper.

Quando gli avevo chiesto come mai fossero sempre donne ad andare a confessarsi in camper, mi aveva risposto:

perché gli uomini, quando vogliono confessarsi, vanno a donne;

invece le donne, quando hanno pensieri peccaminosi, vengono a confessarsi.

(in memoriam di Don Bruno Belotti, pronunciata da Leone Belotti alla messa a 25 anni dalla morte, Madonna dei Campi, Valle del Fico, 22 Luglio 2013)

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