non parlatemi di giornalismo

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L’ordine dei giornalisti mi scrive per comunicarmi che dopo aver “effettuato un controllo” si trova “obbligato” a cancellarmi dall’albo professionale, e con la più disonorevole delle motivazioni: “il mancato pagamento” della quota associativa, 100 euro, che “deve essere interpretato come un’evidente manifestazione di cessazione della professione giornalistica e quindi di inattività professionale”.

La verità è che oggi moltissimi giornalisti lavorano con compensi da fame, non arrivano a fine mese, e a fine anno non hanno nemmeno i soldi per pagare la quota. In realtà è l’ordine dei giornalisti quello che ha cessato di svolgere la sua funzione di tutela della professione e dell’etica del giornalismo, e dunque è l’ordine dei giornalisti, e chi lo dirige,  che deve darsi una regolata, o essere cancellato, e non i suoi associati, i giornalisti che continuano a lavorare anche sotto le bombe dell’inps e di equitalia.

Oggi abbiamo una minoranza, una casta di giornalisti con stipendi, contratti e garanzie da top manager, e che per lo più non scrivono niente, ma dirigono,

e una massa di free-lance che “fanno tutto il lavoro”, senza alcuna garanzia, che spesso  lavorano a proprie spese, con la propria macchina, il proprio computer, il proprio telefono, e sono pagati 30€ ad articolo, quando sono pagati.

Bene, se vuoi sapere perchè non ho pagato la quota, guarda il mio reddito, e capirai.

Se invece vuoi controllare davvero la mia attività professionale, ti basta digitare il mio nome in rete per trovare centinaia di miei lavori giornalistici,

controlla bene il mio lavoro, la quantità, qualità e l’efficacia del mio lavoro e poi fatti delle domande.

La credibilità di un giornalista non è nel suo conto corrente, ma nel suo lavoro, nei suoi articoli, reportage, inchieste, denunce.

Io su questo sfido l’ordine a dichiararmi indegno della qualifica di giornalista.

Immagino che una similettera con similfirma “cordiali saluti” (avrei preferito “distinti”) sia arrivata a migliaia di colleghi, con la nota finale “per qualsiasi chiarimento inviare una mail a: informatica@odg.mi.it

Invito tutti i colleghi che si riconoscono nella mia situazione a rispondere a questo indirizzo kafkiano, già per sé rivelatore, copiando questo mio appello,

nel quale chiedo all’ordine di togliere la tessera di giornalista non già a chi non ha i soldi per pagare la quota, ma a tutti quei giornalisti leccapiedi servi del potere che tradiscono l’etica professionale scrivendo scientemente falsità o non scrivendo verità: sono ovunque,  e anche un bambino è in grado di smascherarli.

E contestualmente suggerisco all’ordine di tornare alla realtà, scrivendo lettere d’altro tipo, magari offrendo l’opportunità al “caro collega in difficoltà” di pagare 10€ al mese, on line

(e non pretendendo l’intero importo più mora entro 15 gg da pagarsi su C/C postale)

o meglio ancora istituendo uno speciale albo dei “giornalisti meritevoli e privi di mezzi”, che siano esentati dal pagamento della quota, dimostrando  la qualità e la quantità del lavoro giornalistico svolto, con redditi sotto i 10.000 o 15.000 euro,

e queste quote siano invece versate dai più fortunati con redditi sopra i 100.000 euro, i quali potrebbero senza sforzo e anzi con piacere pagare una quota di 1000 euro l’anno, anziché 100, e così provvedere a 10 “meritevoli”.

A questo dovrebbe servire un vero organismo di categoria, a tutelare la professione, con i più elementari meccanismi di mutuo soccorso.

E poi, invece di scrivere a me, a noi giornalisti, una lettera chiusa, da recupero crediti, scrivere una vera lettera aperta a tutti i giornali: “il fatto che in questo paese i veri giornalisti nonostante lavorino giorno e notte  abbiano redditi  da fame, che non gli permettono di arrivare a fine mese,  è un’evidente manifestazione della crisi della professione giornalistica…”

E a quel punto l’ordine dovrebbe porsi anche delle domande sul proprio senso.

Sappiamo tutti cosa è successo in Italia negli ultimi 30 anni, e quale sia la causa madre dell’asservimento mediatico.

Il punto chiave è il rapporto tra pubblicità e lettori. Una testata che sta in piedi grazie ai lettori (copie vendute, abbonamenti) risponde ai lettori. Una testata  che sta in piedi (4/5 degli introiti, o anche più) grazie agli inserzionisti, risponde agli inserzionisti. Molto semplicemente, se tu vivi con la pubblicità di Armani, della Fiat e del Comune, difficilmente potrai denunciare le malefatte di Armani, della Fiat e del Comune, o anche solo informare in modo imparziale.

La deriva, la sclerosi verso l’irregimentazione viene da qui, e parte dall’alto.

I grandi sponsor non sostengono le testate più vivaci, indipendenti e capaci, ma le più affidabili e istituzionali, cioè le grandi testate. Allo stesso modo le grandi testate non chiamano i writer più acuti, ma i più malleabili. E possibilmente parenti di qualcuno, unico vero requisito di carriera in questo come in ogni settore chiave.

Una casta di pasciuti yesmen normalizzati, contornati da figli di papà e signorine di buona famiglia che fanno i giornalisti per motivi di status, con verve e intelligenza statuaria.

In questo contesto di asservimento, se c’è un soggetto collettivo che può contribuire al risveglio dell’informazione, non è certo l’elite dei grandi media, ma il popolo degli indipendenti, dei blogger, delle migliaia di professionisti che ogni giorno sputano lacrime e sangue per riuscire a far passare barlumi di verità nella marmellata di regime.

Togliere il tesserino di giornalista a chi è in trincea, significa togliergli la baionetta, e perdere la guerra.

(imago: redazione Calepio Press)

9 thoughts on “non parlatemi di giornalismo

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