c’era una volta l’extracomunitario perfetto

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ForestWhite

c’era una volta l’extracomunitario perfetto, onesto, lavoratore, umile, silenzioso, integerrimo, casa e lavoro, mai una parola di troppo, mai un giorno di malattia, mai un lamento, e con gli occhi dolci, e quel sorriso tipico delle persone buone, pacifiche, quasi evangelico, nonostante la differenza di credo religioso,

questo tipo d’uomo benvoluto da tutti in realtà c’è ancora, e numericamente rappresenta la maggior parte degli extracomunitari: semplicemente non se ne parla, si parla solo di extracomunitari che scavalcano, traversano e crepano affogati o delinquono, spacciano e rubano;

non delle masse di extracomunitari “buoni” che vengono quotidianamente sfruttati, spennati, truffati, presi in giro dalle aziende e dalle istituzioni,

questa gran massa silenziosa di buoni e onesti – proprio come le famose masse contadine di una volta – ha una gran capacità di sopportazione, ma tuttavia non infinita, ciò che tendiamo a dimenticare,

ti riporto frammenti di una storia vera, non unica, ma esemplare di questo lato della situazione extracomunitari di cui non si parla mai, il lato buono.

Frammento 1, il lavoro:

prima al mio paese facevo il muratore, cominciato a fare questo lavoro da quando sono in Italia, dieci anni fa

lavoro nei supermercati, scarico i camion e carico gli scaffali, avanti e indietro dal magazzino, metto i prezzi,  controllo le scadenze, tengo tutto ordinato e sempre assortito,

e cerco di essere invisibile ai clienti, noi dobbiamo essere invisibili,

i primi anni avevo un direttore bergamasco, arrivava alla mattina alle sei insieme a noi, salutava tutti, si toglieva la giacca, diceva cominciamo, era come una gara a chi lavorava di più,

alla sera ero morto, cascavo nel letto direttamente, ma ero contento, anche se a me facevano fare i lavori più pesanti – gli altri movimentavano i bancali col muletto, io col carrello tirato a mano – va bene, ero l’ultimo arrivato, ma ero contento,

dopo qualche anno, ero sempre l’ultimo arrivato, cioè il primo ad arrivare al lavoro e l’ultimo ad andare a casa, ma ancora ero contento, portavo a casa lo stipendio, mi sono sposato, ho avuto tre figli,

poi quattro anni fa c’è stato il passaggio, i nostri supermercati sono stati comprati da una catena più grande, una delle più grandi,

ci hanno promesso che tutti i posti di lavoro sarebbero rimasti, ma dovevamo dimostrare di meritarli, così per alcuni mesi abbiamo lavorato come pazzi, giorno e notte, 10 anche 12 ore al giorno, tutti straordinari non pagati,

a un certo punto ci avevano promesso un premio, quando alla fine abbiamo chiesto quanto fosse il premio, ci hanno detto 150 euro (facendo i conti, veniva 2-3 euro all’ora), va bene, sono passati tre anni, non tre mesi, e il premio non si è ancora visto, anche se ogni fine anno in bacheca scrivono che il prossimo anno verrà distribuito il premio,

mi hanno fatto un discorso, mi hanno detto che io ero uno di quelli che rendeva di più, e così mi tenevano, però a mezza giornata, e con un contratto a tempo, per cominciare,

per tenere il lavoro, ho dovuto dimostrare di rendere il doppio, alla fine mi hanno rinnovato il contratto, ma sempre temporaneo, e poi mi hanno fatto un altro discorso, che per una serie di motivi che convenivano a tutti, dovevano lasciarmi a casa un mese ogni tre, o due ogni sei, mi chiedevano di avere pazienza, questione di un anno al massimo, poi mi avrebbero fatto il contratto fisso, a tempo pieno,

nel frattempo ero diventato in pratica anche il responsabile, ero quello che sapeva tutto di come far funzionare un supermercato, perchè c’era sempre gente nuova, per tre mesi, che non aveva idea  di cosa fare, e io gli facevo da istruttore, e in pratica facevo doppio lavoro, dovevo sistemare anche le corsie dei nuovi, ragazzi spesso italiani, che dopo tre mesi venivano assunti fissi,

il direttore che abbiamo adesso arriva alle nove o alle dieci di mattina, passa in corsia camminando come un manager della pubblicità, parlando al telefono, non saluta nessuno, ogni tanto si ferma a guardare qualcosa, poi riparte, e sparisce fino alla sera, quando fa un altro giro da pubblicità;

ho chiesto come mai assumessero gente senza esperienza mentre io da anni aspetto di essere assunto e mi hanno detto che questi nuovi assunti hanno più titoli di me: sono laureati,

ma la laurea non gli serve proprio a niente nel lavoro, anzi, li fa essere distratti, pigri, la verità è che sono italiani, e non trovano altri lavori,

la realtà è che io per tenermi il lavoro devo fare il doppio del lavoro di un italiano in metà tempo, guadagnando la metà,

alla fine porto a casa 800 euro al mese, 350 l’affitto della casa, restano 450 per le spese, le bollette, le medicine, la scuola per tre bambini, e la moglie che non lavora,

Frammento 2, la casa

41 metri quadrati, il piccolo in camera con noi, le bambine in cucina, e pago 350 euro al mese, e siamo in un comune molto ricco, con grandi aziende multinazionali, e grandi entrate,

ci sono molte case popolari, ma la maggior parte è data a persone che non ne avrebbero il diritto, ho passato i sabati sera a studiare le leggi, a informarmi,

trovato il coraggio sono andato in comune, mi hanno detto che ne avevo diritto, dovevo mettermi in graduatoria, e poi aspettare che aggiornassero la graduatoria, ho chiesto quando, mi hanno detto che la graduatoria era ferma al 2003, ma presto l’avrebbero aggiornata,

intanto andavo a vedere chi viveva in queste case popolari, parlavo con loro, c’era uno che aveva la Porsche, un altro che guadagnava 2000 euro al mese, e la maggior parte non pagava nemmeno l’affitto popolare,

però ecco un miracolo, aggiornano la graduatoria, vado in comune tutto contento, tre figli, la moglie, e solo io che lavoro part time e non sempre,

non ci credo, sono ultimo nella graduatoria, non mi daranno la casa popolare, ma come è possibile chiedo, e mi dicono:

tu non avevi lo sfratto!

certo che no, ho fatto i salti mortali, non ho mangiato per pagare sempre l’affitto, la prima cosa che tolgo dallo stipendio,

tutti gli altri hanno lo sfratto esecutivo, hanno più diritto di te,

allora potevo non pagare l’affitto per due anni, vivere meglio, e adesso avrei la casa popolare,

questo mi ha ucciso, questo mi ha fatto decidere che dobbiamo andare via, io adesso voglio andare via,  pensavo all’Italia come la patria dei miei figli, invece devo cercarne un’altra, emigrare ancora, perchè non posso accettare di vivere in un posto dove ti fanno fare dieci anni di sacrifici per dirti alla fine che sei uno stupido.

Frammento 3, la caritas

mia moglie al quinto mese, e due bambine piccole, alla caritas, dove danno i vestiti usati, le dicono voi aspettate qui, in piedi, non le offrono una sedia, la fanno aspettare fuori in piedi,

di là c’è uno stanzone pieno di vestiti, le portano un sacchetto con dentro tre cose, da prendere senza discutere, cose che non vanno bene, non sono quello di cui c’era bisogno,

tu vai alla caritas perchè hai bisogno di vestiti, non hai bisogno di essere umiliato, ti trattato come uno che è in carcere e gli distribuiscono la razione, perchè non ti lasciano entrare nello stanzone a vedere le cose, scegliere quello che vorresti, e col loro permesso prenderlo?

Invece, vogliono decidere loro che vestiti usati devi mettere,

Parliamo del mangiare, allora, è peggio,

Io tutti i giorni al supermercato devo buttare via quintali di cibo, non c’è niente da fare, e se ti dovessero beccare a portare a casa una scatola di tonno da buttare via, ti lasciano a casa, davvero, è per una questione di principio, dicono,

come dipendenti della grande catena abbiamo altre facilitazioni: uno sconto del 15% sui prodotti non scontati della nostra catena che però non devono essere più del 50% di una spesa che deve essere superiore ai 35€ e solo se facciamo una tessera che costa 30€, giuro,

probabilmente l’ha pensata uno dei laureati, e il direttore l’ha ascoltato,

poi una volta al mese mia moglie, sempre alla caritas, riceve un sacchetto di aiuti alimentari, una spesa del valore di 5€, qualche pacco di pasta, e qualche scatola di fagioli, una volta al mese, io le ho detto di non andarci più, mi resta sullo stomaco, e non c’entra se è scaduta.

Frammento 4, questa storia

beh, scusa se ti ho fatto perdere tempo non so se la mia storia ti può servire per scrivere un articolo, non c’è niente di eccezionale, ma ogni giorno, in ogni cosa, una fatica di vivere…

hai ragione, gli dico, la tua storia non interessa ai mass media, bisognerebbe fare un romanzo, questo sì, un film,

(e penso con dispiacere che in Italia si scrivono e si filmano e si finanziano solo storie auto referenziali, psicologiche, di problemi col padre, o la madre, o storie di genere, ma accademiche, tarantiniane, senz’anima, e ci vorrebbe invece una botta di neo-neorealismo, tornare sulla strada, via dalle scuole di scrittura creativa)

nello specifico, gli dico, penso sia ora di parlare di quello che noi “cittadini italiani” rubiamo ogni giorno da anni all’extracomunitario perfetto, che lavora per tre, ed è pagato la metà,

perchè il vero asino da soma sul quale abbiamo caricato la crisi economica sei tu, l’extracomunitario onesto,

dieci anni fa riuscivi con sacrifici a dare da mangiare ai tuoi bambini, oggi non più: pur lavorando più di allora, guadagni meno, e le spese sono raddoppiate, ma è soprattutto la ruota della burocrazia pubblica ad essere diventata per te uno strumento di tortura, dimmi se sbaglio,

per anni hai dato tutto nel lavoro e speso soldi, sacrifici e tempo per vedere riconosciuto il tuo diritto al lavoro e alla casa, e  ora ti rendi conto di non avere ottenuto niente, e di essere diventato, così facendo, l’asino sulla cui groppa montano tutti, sia sul lavoro che nei rapporti con l’amministrazione pubblica;

se siamo intellettualmente onesti, dobbiamo ammettere che il vero problema d’integrazione in Italia è recepire la mentalità italiana, la furberia italiana, basata sull’ipocrisia cattolica,

per cui ognuno di noi nato in Italia sa benissimo che l’onestà non paga e le regole sono fatte per essere aggirate,

per cui è matematico che l’extracomunitario che vuole integrarsi onestamente e seguendo le regole, cercando di farsi strada con merito, finirà malissimo; mentre l’extracomunitario che vuole integrarsi disonestamente, illegalmente, lavorando nel cosiddetto crimine, e sfruttando la vita privata per farsi strada in società, ha ottime possibilità di riuscirci,

e di poter un giorno mantenere una famiglia e far studiare i figli, o pagarsi il dentista, ed essere rispettato dagli indigeni,

mentre il suo connazionale lavoratore onesto, quello come te, con grande vergogna, chiede aiuto ai parenti in patria, agli anziani genitori, ai fratelli più giovani, prima era lui a mandare le rimesse, e così facendo perde il rispetto di sé, e il suo sentimento è quello di un amante deluso, perchè lui amava l’Italia, voleva diventasse la patria dei suoi figli, e il suo pensiero è quello di emigrare nuovamente, andare in uno di quei paesi civili e freddi, senza sole, né allegria, nel nord europa, dove però i diritti sono reali, e si può vivere di lavoro onesto,

e allora la povera patria in realtà è questa, e lo diceva già Battiato.

Quindi non preoccuparti, gli dico, non mi hai fatto perdere tempo, perchè scriverò questa storia, o ci proverò.

Grazie, mi dice serio, hai capito, è proprio questa la storia da raccontare. Poi ride: così perderai il doppio del tempo!

Sì, ribatto, e in più faremo perdere un po’ di tempo anche a chi la leggerà. E intanto penso: adesso scrivo la sua storia, e la prossima volta che lo vedo gli farò vedere questo post, gli dirò: vedi questi likes, sono persone che hanno letto la tua storia, e sono con te, ti ringraziano per aver raccontato la tua storia. Non perdere il rispetto di te stesso.

 

One thought on “c’era una volta l’extracomunitario perfetto

  1. Potevy non deere ke hera estracommunitaryo. Povero bastava.

    Hill verou problema é ke il 90o/o della giente o.g. lavora alla ka…Rolona.
    Kessya xké yi distoyie del fesbuh?

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