montelungo fiato corto

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montelungo

Se questa è la riqualificazione urbana, dalla caserma al casermone, no grazie, mi tengo le aree dismesse.

Parliamo di un’area strategica completamente travisata, di un’opportunità che ha generato un mostro.

La Montelungo doveva essere il cuore del “passante verde”, ne parliamo da anni, un vero progetto urbanistico, non edilizio, per dare volto e funzione nuova alla città, in grado di unire città alta e bassa, Carrara e Sentierone, borghi orientali e occidentali, realizzabile aprendo porte, recinzioni, abbattendo muri…

Gori parlava di “rammendo” urbano, ed effettivamente qui si trattava di “cucire” e confezionare il parco-passante verde (S.Agostino/Carrara > orti S.Tomaso > parco Suardi > parco/cascina urbana Montelungo > parco Marenzi e Caprotti > Sentierone) per cui tu cittadino o turista potresti attraversare e vivere Bergamo Bassa a piedi seguendo un vero percorso-giardino d’arte, dalla Carrara al Sentierone, facendo tappa in S.Spirito e S.Bartolomeo ad ammirare i capolavori del Lotto (e non solo);

Il punto nevralgico, la ex-Montelungo, come tutti ripetiamo da anni, è da aprire, abbattere, piantumare, riqualificare come cascina urbana, non ri-edificare in mega-volumetria “casermone” ex Germania Est;

il progetto doveva essere un progetto di apertura, con soluzioni esemplari, bio-architettura, sostenibilità, mercato agricolo urbano, e invece qui abbiamo un progetto chiuso, una colata di cemento circondariale, del tutto fuori luogo e fuori tempo;

l’unico vero intervento – se proprio si vuole aprire un cantiere – sarebbe interrare il tratto di strada che oggi separa il Parco Suardi dall’area Montelungo (o in alternativa by passarla con strutture aeree pedonali);

doveva essere il polmone verde di città bassa, il tratto d’unione in grado di connettere e rivitalizzare l’area Carrara e il centro Piacentiniano,  e di unire i borghi s.caterina – palazzo – pignolo  con i borghi s.alessandro-leonardo, e non solo,

doveva essere il ring cultura/città bassa connesso al ring mura/città alta, il percorso sopra e sotto le mura venete,

insieme, dovevano essere i due polmoni della città d’arte sostenibile;

invece, nel polmone verde di città bassa si vuole costruire un ecomostro,

mentre il polmone verde di città alta, il parco fara-rocca, l’acropoli della città, è stato devastato, contaminato e poi abbandonato come una discarica da 8 anni (e a spese dei cittadini!).

Questi due polmoni, cruciali per dare aria, respiro, connessione di percorsi pedonali città alta-bassa, cultura e turismo, sono e saranno soffocati da colate di cemento.

Fiato corto. Manca l’aria.

Prendiamo atto di questo: la giunta degli architetti, la città degli architetti, molti dei quali paesaggisti, a cui si chiedeva di aprire la città con un parco/cascina/percorso, ha indetto un concorso-archistar per costruire un carcere di cemento.

La cui unica evidente utilità potrebbe essere richiuderci dentro tutti quelli che l’hanno concepito, e buttare via la chiave.

 

sold & sold out

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Gori-Pesenti

Siamo la città dei muratori, e abbiamo dismesso la materia prima, il cemento.  E questo mentre l’Europa lancia una strategia neo-industriale.

E non abbiamo capito niente di quello che sarebbe successo alla prima azienda bergamasca (ex).

Abbiamo ascoltato e creduto quello che ci hanno detto, le scene che hanno fatto.

Nei mesi precedenti la vendita c’è stato tutto un fiorire di iniziative virtuose e bei discorsi, all’I.lab, al km rosso, incontri con grandi architetti (Renzo Piano), con studenti, con università prestigiose, si parla di città sostenibile, di Bg 2035, di orti urbani, di progetto Rifo per riqualificare le aree dismesse;

e sempre in queste occasioni vedevi insieme questi due superfighi della città, Giorgio e Carlo, d’amore e d’accordo,

Carlo: «Le nostre città e il nostro territorio hanno bisogno di grandi interventi di riqualificazione. Una rinascita che cambi in meglio le realtà urbane, le periferie in particolare, e la vita stessa delle persone che le vivono. È un tema profondamente innervato nel sociale Quartieri più sostenibili, più belli, più vivibili, contribuendo alla rinascita. Economica e sociale di intere città. Noi ci sentiamo in prima linea su questo fronte, insieme a molte altre imprese italiane».

Giorgio: «Il recupero e la restituzione di aree dismesse e periferiche sono elementi centrali anche nell’azione amministrativa di una media città storica italiana come Bergamo, scelta anche come «caso studio» del progetto di ricerca Bergamo 2.035 condotto da Università di Bergamo e Harvard University con il supporto della Fondazione italcementi».

A partire da luglio, con la notizia della vendita, è ancora un fiorire di “come siamo bravi”, “come siamo coraggiosi”:

Carlo: «L’accordo raggiunto oggi, rappresenta sia per Italcementi che per HeidelbergCement la soluzione ottimale in termini di sviluppi futuri e creazione di valore, ben superiori a quelli che avrebbero potuto raggiungere le due società singolarmente».

Alla domanda sul futuro dei lavoratori, risponde di aver avuto tutte le rassicurazioni del caso dalla nuova proprietà: Italcementi ha già un grado di efficientamento superiore, per cui non sarà necessario tagliare il personale.

A quell’epoca mentre tutti i media osannavano Calepio Press pubblicava un post dal titolo “Italcementi sapendo di mentire”.

Giorgio, 5 ottobre: «Ho ragionato sulla vicenda Italcementi con ammirazione per la capacità lucida di cogliere l’opportunità di uscire da un settore maturo per portare nuove risorse in settori più promettenti»

12 ottobre, arriva “come uno schiaffo alla città” (L’Eco di Bergamo) la notizia che i nuovi padroni tedeschi lasceranno a casa 1080 persone, più di 400 nella sede storica di Bergamo.

Adesso i sindacati strillano (ma a luglio dov’erano? In ferie?) e Giorgio promette che si darà da fare per trattare a nome delle città, in qualità di sindaco, mentre Carlo understatement (!) non ha niente da dire.

La voce della verità, questo giro, è nelle parole dell’ex sindacoTentorio: «Ottenere a posteriori ciò che non era stato stabilito nel contratto originario non sarà facile. Se la politica, la tanto odiata politica, e i sindacati fossero stati maggiormente coinvolti queste clausole potevano essere inserite. Non è stato informato nessuno e ora la posizione della realtà bergamasca è molto debole, in una condizione di sudditanza, con il rimpianto che una grande realtà bergamasca non sia più tale».

Alla fine la vicenda Italcementi ci lascia con un’unica sensazione certa: quella di essere stati presi in giro da leader non all’altezza delle questioni reali, e paurosamente non aggiornati sulle reali dinamiche economiche del prossimo futuro.

Il fatto è che le favole sulla rivoluzione digitale sono già vecchie.

Di soli servizi e tecnologia non si vive, è questa la lezione: bisogna tornare a produrre in Europa se vogliamo realmente creare un modello sostenibile,

piaccia o no, il progetto/strategia futura dell’UE si chiama RISE, che sta per Renaissance of Industry for a Sustineable Europe,

e in quest’ottica ci sono settori che non si possono mollare a nessun costo: energia, alimentare, edilizia!  Cose che i nostri veci pre-digitale sapevano già.

 

Gori veranda Domus

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goridomus1

Il sindaco Giorgio Gori complici due calicini di cabernet svela: “la Domus vetrina della città? Uno scherzo! La verità è che avevo in giardino una veranda che ho dovuto smontare da solo  – che tra l’altro mi occupava spazio in garage – e ho pensato di donarla alla città e farla montare a una squadra di architetti. Tutto qui”.

“Ma ci deve far riflettere il fatto che l’opinione pubblica si sia bevuta come un calice di merlot la favola della vetrina della città: come se nella città dei costruttori per metter giù un box temporaneo servissero 4 studi di architettura, con più di 20 architetti, 52 aziende sponsor  e 15 partner culturali! Scherziamo? ”

“Sarebbe veramente autolesionista, una vetrina del genere, sia per i costruttori, che per i comunicatori! Basta andare sul sito dedicato ( http://www.alta-qualita.it/bergamo-wine-2015/sponsor-patrocini/ ) per vedere che metà dei link non portano in nessun sito!”

“In realtà la veranda-domus è una puntata di scherzi a parte!”

io sono bortolo

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Leo1

Caro Giorgio, caro Stefano, sindaco della Città e rettore dell’Università, dicendovi “io sono Bortolo” intendo segnalarvi tutto il disagio psichico che mi causa una topica colossale propalata a vostro nome, live e on line,

mi riferisco al questionario somministrato ai cittadini attraverso il “Bg public space” sul Sentierone e sul sito omonimo,

dove per rilanciare il centro di bg si propone ai cittadini una prima domanda “cretina” come “vorresti che il centro di Bg rappresentasse l’identità dei bergamaschi?” (con risposta plebiscitaria “si” al 98%, incredibile!)

e subito dopo ecco la domanda “truffa”: “come vorresti ridenominare Largo Bortolo Belotti? a) largo della Roggia Nuova (era tale nell’800) b) largo del Convento (che non c’è più) c) largo San Bartolomeo (in omaggio… alla chiesa!).

Nel dubbio, basta imboccare la domanda successiva: vorresti che venisse evidenziato il tracciato della roggia tramite pavimentazione e cartelli digitali, qr code, realtà aumentata?

A questo punto mi viene da urlare: “io sono Bortolo!”

A parte il fatto che le rogge, eventualmente, vorrei vederle riportate alla realtà normale, alla luce, laddove sensato,

la topica è questa: per rafforzare l’identità della città si propone di eliminare il buon Bortolo Belotti, cioè l’unico personaggio bergamasco cui è intitolata una via nell’area in oggetto, tra Petrarca, Verdi, Tasso, Roma, Vittorio Emanuele, Dante e Cavour?

Ti dico in 5 righe chi era Bortolo Belotti, e cosa rappresenta:

1) un grande avvocato, uno storico insigne, un poeta raffinato, uno studioso di fama, un parlamentare scomodo;  2) uno dei fondatori del partito liberale, un antifascista vero, arrestato dal regime, mandato al confino, morto in esilio; 3) autore della monumentale Storia di Bergamo e dei Bergamaschi; 4) è stato uno dei pochissimi intellettuali bergamaschi del novecento di statura nazionale; 5) uno dei pochissimi esempi di intellettuale di successo che ha avuto il coraggio civile di dire no al fascismo, e non come uomo di sinistra, ma come liberale, erede della tradizione di giustizia e libertà.

Ma chi se ne frega della storia, e chi se frega dei bergamaschi, tutti bortoli: chiamiamola via della roggia nuova, o del convento vecchio, che hanno un suono più turistico, più appeal, più app, più start up.

Così, mentre si annuncia di volerla valorizzare, si uccide la memoria e l’identità della città, e per far questo si cerca di usare – e si abbindolare – i bravi cittadini che partecipano al sondaggio.

Ma la domanda vera sarebbe da rivolgere a Giorgio e Stefano: perché? Perché volete eliminare Bortolo Belotti? Perchè volete il mio consenso per cancellare dalla toponomastica, e quindi dimenticare, un’icona della società civile locale, cosa che solitamente fanno le truppe d’occupazione?

Caro Giorgio, caro Stefano, vi assicuro che il 100% degli elettori al posto della realtà aumentata preferisce tenersi stretta la realtà storica, e la memoria di un grande studioso super partes che porta un nome e un cognome tipicamente Bergamo, cosa di cui io non mi vergogno.

O mi state dicendo che è proprio questo il motivo per cui si vuole farlo sparire, perché Bortolo Belotti, nella visione internazionale della città, suona troppo bergamasco, provinciale?

Così fosse, avremmo davvero un problema di provincialismo.

(PhotoAkam: Leone Belotti vestito da Bortolo)

the gori job

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S/W Ver: 99.21.08R

carte, gori, maratona, scopa, ora sappiamo cosa faceva Gori in quella veranda:

svelato the gori job, the gori revolution: trascinare il paese fuori dal debito-depression della ludopatia, dalla tristezza senza fine del gioco d’azzardo, con un’operazione di sano neo-realitysmo: no Lottomatica, no Sisal, no slot, no poker on line, si Masenghini, si Dal Negro, si briscola, si scopa!

e dunque legalizzazione della scopa e della briscola (oggi vietate nei luoghi pubblici) e contagio del pubblico giovanile attraverso tornei televisivi spettacolari,

una grande operazione culturale, politica ed economica, per riscoprire il piacere stupefacente/narcotico dei giochi autoctoni delle carte, soggettivamente più appaganti e socialmente più sostenibili, come sanno bene i nostri nonni:

quarti di vino, porconi, sigarette, battute volgari, risate, nei circoli dopolavoro, nelle case del popolo, nelle acli i nostri nonni non giocavano responsabilmente, ma come pazzi, facendo follie, rischiando insulti e scherni per fare una scopa, e chi perdeva pagava le consumazioni,

il partito comunista e le parrocchie erano i padroni di queste sale gioco, dove di fatto si cementava una comunità,

poi diventando una società moderna abbiamo vietato il gioco delle carte nei locali pubblici, in quanto “gioco d’azzardo”, e successivamente con totale ipocrisia giuridica di stato abbiamo riempito i luoghi pubblici di slot machine, e pubblicità del gioco on line,

e le10 società finanziarie (Sisal, Lottomatica, etc) che hanno in gestione il gioco in Italia (gratta e vinci, lotto, poker on line, slot, scommesse sportive), sono ormai la prima azienda del paese per fatturato: un fatturato che non ha alcun senso economico se non il dilapidare “direttamente dai cittadini alle multinazionali finanziarie” risorse, risparmi, redditi e rendite che altrimenti investite in imprese o semplicemente spese in consumi sarebbero ossigeno per tutto il sistema-paese (parliamo di un 10% del Pil!)

E inoltre: 7 di queste società hanno sede in Lussemburgo. E inoltre: diversi leader di ogni colore politico, compresi molti del partito democratico, come l’attuale primo ministro Renzi, e il suo predecessore Letta, sono membri della Fondazione Vedrò, il “laboratorio politico” finanziato dalle suddette società. E inoltre: i provvedimenti antislot (come i 1000 euro di bonus fiscale all’esercente che toglie una slot) vengono ridicolizzati da “modifiche unilaterali del contratto come previsto dal contratto” (l’esercito che toglierà una slot dovrà pagare 6000 euro di penalità) apportate 24h ore dopo…

C’è qualcosa di arcaico in un popolo che sacrifica ogni suo bene ammassandolo ai piedi di un dio-tiranno fagocitatore, vorace e crudele, segnala la regressione, il ritorno a quello che in un vecchio trattato di’antropologia è definito come il tipo primitivo, cavernicolo, pre homo sapiens, di società superstiziosa, anteriore non solo alla scrittura, ma alla parola stessa, in grado di emettere solo suoni gutturali associati a gesti elementari, indicativi, induttivi, incapace d’intendere e di volere, totalmente soggiogata da stregoni capaci di spacciare semplici fenomeni naturali come pratiche magiche.

Oltre ogni ipocrisia, il ritorno al gioco vero, a km0, associato alla unica vera forma di finanza etica, il risparmio egoistico (nel progetto si prevede questa doppia terapia: da un lato il piacere del gioco puramente ludico, dall’altro l’eccitazione del risparmio, con versamenti quotidiani sul proprio conto delle somme che oggi si bruciano nell’azzardo)

sarà il cardine di comunicazione di un neo-realitysmo virtuoso:

partendo da Bergamo, questo promo-reality, più scopa meno slot, sarà il modello per la diffusione nazionale del gioco sportivo/spettacolare e della nuova finanza ego-etica;

decisiva sarà la campagna pubblicitaria e d’opinione per la liberalizzazione del gioco delle carte nei locali pubblici, sostenuta da marchi storici di produttori di carte come Masenghini-Bergamo e Dal Negro-Treviso.

Ecco la super-mission di Giorgio Gori, ecco la tv-revolution, il neo-realitysmo etico e autoctono, per scardinare dall’interno la lobby pd-lottomatica e riportare gli italiani a credere in se stessi, godendo del vero spirito del gioco:

“vivi in modo responsabile, gioca liberamente”.

Bel Tramì

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Beltramì

Beltrami street, via Beltrami, con incipit in Marianna/colle aperto

e finish in S.Vigilio/Castagneta, nei primi anni Ottanta,

per noi liceali Bg-Bene aveva un senso ben preciso.

Parlo di due tempi Zundapp, Fantic, Ancillotti e Gori,

niente casco, niente specchietti, niente etilometri.

Beltrami Race era la nostra pista motard:

start da Wall Street (viale delle mura) derapage left a colle aperto,

ergo gas aperto con impennata plus  ante Marianna (niente rotonde),

inde su a cannone direzione cannoniera di San Marco, et coetera.

Poi una sera venne un tamarro da Mornico col Malanca,

quelle batoste che ti fanno crescere, stop alla Beltrami Race.

Pochi anni dopo, nel Minnesota, un’affascinante donna manager mi dice

Really you came from Bergamo, Italy, Beltrami?”.

Non può credere che io non sappia minimamente chi sia il Beltrami di via Beltrami.

The young Beltrami  dopo una giovinezza intensa dentro e fuori galera

in questa città e in questa Italia - oppressa dalla tirannia, oscurata dall’ignoranza

si innamora di una super nobile, Giulia qualcosa 3 cognomi, lo arrestano,

rischia di essere impiccato, fugge (Beltrami escaping) si fa Parigi, Londra, America.

A 42 anni prende una canoa e da solo risale 4000 km di Missisipi-Missouri

fino a scoprire le sorgenti (Beltrami explorer) scrive un dizionario sioux-inglese,

chiama Lago Giulia le sorgenti  (Il lago ha circa tre miglia di circonferenza: è fatto a forma di cuore e parla all’anima”)

ma soprattutto detta al ghost writer Fenimoor Cooper quella che sarà l’Eneide degli Americani, “L’ultimo dei mohicani” (Beltrami writer).

I monti e la contea del Minnesota prendono il suo nome (Beltrami Mountains, Beltrami County).

Lo stesso anno, in California, un ingegnere informatico indiano mi dice:

con canoa e ombrello, come software di navigazione e di protezione,

Beltrami è l’icona degli internauti.

Questo in America, quando da noi ancora il web non esisteva.

Poi una sera a Bergamo, bevendo martini con Gigi Lubrina,

giocando a titoli inediti, gli propongo un “Bel-Tramì”, eroe romantico, opera lirica tragica:

scopre nuovi mondi e antiche civiltà, ma nella sua città natale nessuno sa chi sia,

nemmeno i ragazzini che abitano nella via a lui intitolata. Una via del resto secondaria.

Tre martini dopo, il mio compagno di bevute dice:

E come vedresti un romanzo di fantascienza dal titolo

“2019: Bergamo capitale della cultura”!?

                 (testo prodotto da BaDante care&writing agency © 2013 

                  per CTRLmagazine; cover story n39 – marzo 2013,

                  in seguito alla richiesta di cui nel post: >

http://calepiopress.it/2013/03/13/io-sui-totem-ci-piscio/

imago: ritratto di Costantino Beltrami by Enrico Scuri, Accademia Carrara)