out of CTRL

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NulloChe

Per quattro anni ho dato l’anima per CTRL, ho creduto di prender parte a qualcosa di molto valido, poi un anno fa mi sono staccato da CTRL in seguito a inconciliabili diversità di vedute sulle scelte che hanno snaturato CTRL. Ho molto sofferto per questo distacco, ma ancora di più mi fa soffrire leggere oggi “stiamo scomparendo”. E mi fa anche molto arrabbiare.

CTRL free fun magazine si proponeva al mercato sghignazzando, diceva al sistema: “una risata vi seppellirà”. Oggi la “rivista letteraria” – nel nome del fu CTRL – supplica il sistema ed elemosina fondi come fosse una categoria protetta.

E per che cosa? Per “mandare degli scrittori e dei fotografi a fare dei reportage” in giro per l’Italia minore “sulle lingue morte”, e poi fare un bel libro foto-testi con i ritratti dei vecchi sdentati. Mi manca la saliva per bestemmiare. Non si fa così. Bisogna rivolgersi alla community per fare le scelte giuste, non per fargli pagare quelle sbagliate.

Dobbiamo dire la verità: non c’è nessun CTRL da salvare, perché CTRL è già morto da mesi, da quando ha rinunciato alla sua identità terra-aria di free fun magazine fuori di testa sovversivo e inconfondibile per trasformarsi in una testata di aria-fritta letteraria, molto seria ma anche piuttosto triste.

Il senso speciale di CTRL fun era in quel mix che non c’è più di cultura da strada e universitaria, topi da biblioteca + tipi da discoteca, rubriche di 1 pagina da leggere in 1 minuto, pisciando in un locale. Le cover story irriverenti sui personaggi storici, il TRIPPA advisor sempre molto scorretto, il RIP advisor ultra-pathos, le turbo minchiate terrible, la gente che le dice gros, l’oroscopo semiotico, il santo del mese, la messa, le pagine psico-porno, posti dove non andare mai, le interviste impossibili, gli eventi, la pubblicità ignorante.

Quell’adorabile CTRL non è stato ucciso dal mercato, dai cattivi, ma dai “buoni” che volevano “elevarlo” e l’hanno snaturato, e oggi in risposta a questo appello “per salvare CTRL” – ma di fatto si sta solo chiedendo di finanziare aspiranti scrittori -  mi viene da rispondere: non nominate CTRL invano, perché allora CTRL si rivolta nella tomba, con tutti quelli che hanno contribuito a crearlo. Sono due notti che non dormo e bestemmio. Dov’è che ho sbagliato? Dovevo pubblicare questo post un anno fa?

Personalmente, per 3-4 anni ho scritto, ideato, creato (con T e i Temp) quasi tutte le adv che hanno sostenuto CTRL, i titoli, gli slogan, le cover, le rubriche veloci, da 1 pagina, il fanta marketing, le porno-pagine, le pubblicità ignoranti, le interviste fotoromanzo, ho ideato le rubriche sulla messa del mese e il santo del giorno, ho inventato e scritto il RIP advisor sui cimiteri etc etc. Dimentico senz’altro molte cose, e vorrei citare le persone, i ragazzi – anche minorenni! – che hanno dato qualcosa di unico, ma non è il momento.

Ho rotto i coglioni per mesi per far capire ai CTRL che serviva una struttura che ne garantisse sostenibilità e sviluppo, prima di tirarmi fuori. Io dicevo: dove sono tutti questi laureati/e in scienze della comunicazione, perché non si trova nessuno che voglia fare il commerciale, l’account, il copy, la creatività pubblicitaria, le pr per fare partnership con le nuove aziende del food, del bio, del green. T ha sempre tenuto in piedi CTRL da solo, trovando e seducendo sempre nuovi inserzionisti. Ma non si poteva andare avanti così. Io dicevo: andiamo in edicola con un prezzo di copertina di 2 euro, e così possiamo avere i finanziamenti pubblici per pagare la stampa, come tutte le testate. Niente, parlavo con i sordi. Io dicevo: facciamo una cooperativa, prendiamo in gestione un centro sociale comunale tipo Polaresco, Edonè o Pilo e ci facciamo dentro il CTRL world, il locale, la stamperia, i concerti, il magazine, i video, le serate dj, le expo vintage, il teatro sperimentale, tutto il cazzo che si vuole, e col gestire il locale concerti + pub + cucina sosteniamo e sviluppiamo la redazione e la testata. Sappiamo tutti che è più facile vendere due birre e un panino che una rivista o un libro. Poi con tre figlioletti di puttana svegli + un vecchio stampatore pazzo avrei voluto creare e stampare ogni maledetta serata il CTRL sera, o la notte CTRL, e offrirlo fresco di stampa all’ora dell’ape, nel locale-factory CTRL. Un locale di culto, concerti, cucina, giochi, teatro, cabaret, concerti sperimentali, editoria, stamperia, legatoria, home made, mercatino vintage, e tutto il cazzo che ti viene in mente, un locale/factory adorato e detestato, ma certamente senza problemi di soldi, lo capisci.

Niente. Non interessava. Mi hanno detto: “Io non sono entrato nella redazione CTRL per fare il barista”. Ok. Va bene. Non c’è bisogno che ti citi Bukowski o Pulp Fiction. Le nostre strade si separano. Ai nuovi intellettuali CTRL che adesso vogliono andare a scrivere in collina l’idea di una vera factory creativa non interessava. All’ultima riunione di redazione cui ho partecipato gli “aspiranti scrittori” e “aspiranti fotoreporter” hanno detto chiaro e tondo di non volersi abbassare a fare la creatività pubblicitaria per gli inserzionisti locali.

Per pagare gli storytelling letterari e i fotoreportage artistici sarebbe bastato attingere ai budget delle grandi aziende nazionali. Elementare. Forse l’avevano letto su qualche manuale di scienze della comunicazione? Come avevamo fatto a non pensarci prima? Mandi una mail alla Barilla, all’Enel, alla Fiat, e subito piovono decinaia di migliaia di euro!

Ciao. Succedeva un anno fa, o poco più. Evidentemente qualcosa è andato storto.

Tolto dai coglioni il vecchio bastardo, si è scelto di fare la rivista letteraria pura, gli abbonamenti. E la cosa non sta in piedi. Non riuscendo a mantenere la promessa della rivista letteraria, adesso si chiede sostegno promettendo di fare un libro su un tema come la moria dei dialetti meridionali.

No, ma ragazzi dite sul serio? Scherzate, ditemi che scherzate, che è un film di Benigni. Perché se si chiede direttamente alla mafia, te lo finanziano subito.  La rivista letteraria, e adesso il libro reportage, vorrebbe campare da nobile con facciata crowfunding, donazioni, fondazioni e aziendone che “senza nulla pretendere in cambio” dovrebbero sovvenzionare lodevolmente iniziative e operatori culturali meritevoli (e politicamente innocui).  Il free fun magazine invece ha campato – e allegramente – per anni in autonomia con il volgarissimo retail pubblicitario locale, urbano e suburbano, e anche di quartiere, con le 200€ del piccolo negozio, del barettino, del pub, dei locali, cioè tutti inserzionisti legati alle tribù e ai consumi giovanili del territorio bg urban&suburban. Non si può chiedere a questi inserzionisti di sovvenzionare una rivista letteraria sui dialetti lucani e gli anziani del molise.

Insieme abbiamo fatto cose bellissime, mi sono dato senza badare alle spese interiori, e anche molto divertito. A un certo punto ho rinunciato ai miei compensi. Un errore. Da quel giorno ho perso autorità.

Ok, avevate il diritto di fare scelte sbagliate. Ma una pubblicazione pre-finanziata annuale! Non si può buttare via così CTRL. Con tutto l’affetto che vi porto: chi vuol fare lo scrittore solitario, o il fotografo in purezza, lo faccia per i fatti suoi, si trovi le sue risorse.

In molti avremmo accettato un CTRL alla conquista del potere, e ancor di più un CTRL duro e puro che combatte il potere. Quello che non possiamo vedere è un CTRL impotente, che si offre come servo del potere (dopo aver disdegnato di servire il popolo!).

Questo progetto “stiamo scomparendo”, questo svendere le copie in archivio: è chiaro che ci si vuole disfare di CTRL. Ma allora si abbia il coraggio. Si metta in vendita il marchio stesso, la proprietà del marchio CTRL.

Quanto vale CTRL? Cosa si può fare con CTRL? Io non voglio vedere scomparire CTRL. Chi vuole scomparire, si faccia da parte, e non trascini CTRL con sé. Io sono pronto a mettere in campo un vero progetto di rilancio del vero CTRL, e non credo di essere l’unico. CTRL serve qui, adesso, alla gente che l’ha creato, seguito, amato. Più dei soldi, servono le persone, le idee, la voglia, l’energia, l’ambizione, l’entusiasmo. C’è da cambiare il mondo, affrontare la realtà, lavorare. C’è da rompere i coglioni, combattere, non fuggire. Essere protagonisti, non vittime. Parlo con te, parlo con tutti. Questo è il momento di farsi avanti.

 

3 fiumi, 2 amici, 1 risposta

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3fiumi2amici Ferragosto in bici con un amico in quell’angolo dimenticato di Lombardia dove il Serio, l’Adda e il Po confluiscono l’uno nell’altro. 20 km di ciclabile, e non incontriamo nessuno. Ci fermiamo in un posto fantastico. Pace assoluta. Apro un libro.

Vedeva nemici dappertutto, si circondava di gente mediocre, che non facesse ombra. Se incontrava persone di qualche talento inizialmente le lusingava, chiedeva loro consiglio, ma quando quelle si illudevano di aver conquistato la sua fiducia, le azzannava. Una bestia senza pace, timorosa di essere sopraffatta da una relazione sincera.

Chiudo il libro e chiedo all’amico: ti ricorda qualcuno?

Mi stupisce rispondendo: si, una donna.

 

Donizetti night, Donizetti live

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Donizetti night, forse la più bella serata che questa città ha vissuto negli ultimi x anni.

50 spettacoli, concertini, performance, esibizioni, tutto in 4 ore (con la coda della sleep concert all night long), tutto in 500 metri, e il centro città da un borgo all’altro, da piazzetta S. Spirito a piazza Pontida, finalmente fluido, unito, il Sentierone extended play, notturno, vivibile, giocoso;

un’orgia, un orgasmo scenico, nella città riservata, introversa, e per una notte esplosiva, con quell’arroganza dei timidi, e conla follia della donna sottomessa che a una certa dice no, che è la follia della Lucia di Lammermoor, che è ormai la Lucia 2.0 della città, la Lucia maledetta, cui hanno cavato non gli occhi, ma l’anima.

Una specie di funeral party dionisiaco, perché in realtà si celebrava la chiusura del teatro, che andrà in restyling – vedi nella foto di Gianni Canali la Lucia di L. assisa sulla catasta delle poltroncine rosse davanti all’ingresso, che già sembrava un rogo – ed ecco che allora, chiuso il teatro, la città stessa diventa un teatro, e musicisti e cantanti si aggirano e si esibiscono in libertà per la città, proprio come quando abbiamo chiuso i manicomi, e lasciato i pazzi in libertà.

Piccoli sipari inquadravano un palco; nelle corti, nei giardini, nei cortili trovavi cancelli aperti, portoni aperti, passaggi, connessioni, naturalmente pensi a Barthes, a Benjamin:  un città la capisci dai sui “passages”.

Al centro della città-teatro – dove s’incrociano il Viale e il Sentierone, cardo e decumano di Bergamo bassa –   sotto la torre dei Caduti, ecco una grande piazza/teatro, con Porta Nuova come ingresso, e Città Alta con fondale di scena.

Qui lo spettacolo clou, “Matti da slegare”, meta-recital, contaminazione di teatro-canzone e multimedia show, una specie di racconto-varietà, un cabaretelling, quattro figure, il pianista, la cantante, il narratore e Gaetano, interpretato da Elio delle storie tese, con la storia del nostro, la vita, le opere, e sullo schermo le citazioni e ei rimandi dalla lirica italiana al cinema americano. Se questo spettacolo aveva la mission impossible di trasmettere l’orgasmo della lirica alle persone comuni di oggi, ormai lontane dal bel canto, bene, ci è riuscito.

Ho visto persone che godevano. Agli accenni, agli attacchi delle arie, che forse molti sentivano per la prima volta, mentre scorrevano immagini di film che invece tutti riconoscevano, ecco il miracolo della lirica (ma solo per cuori puri, cuori semplici):

qualcosa che ti prende visceralmente, una scossa che dalla pelle ti arriva nella cassa toracica come un pugno, un’onda d’urto che poi si dilata, corporale, è l’orgasmo del cuore;

sono momenti nei quali sei posseduto dalle divinità dell’amore, della passione, potresti fare qualsiasi cosa, e però non fai niente, perché godersi l’istante, assorbire questo piacere, è già il massimo che puoi fare, se normalmente vivi in frigorifero…

La lezione della d.night è questa: se davvero vogliamo costruire identità e valore di città d’arte, bisogna tirare fuori i gioielli dai caveau, cioè tirare fuori la lirica dai teatri, e il teatro dai teatri, e la storia dai musei, e l’arte dalle gallerie, e il sapere dalle università, e far lavorare gli artisti, i musicisti, i writers, e produrre lo spettacolo della città, mettere in scena la sua storia.

Non bastano shopping e drink e food per essere un centro urbano attraente, e non basta nemmeno avere belle pinacoteche, belle biblioteche, bei teatri e bei musei: ci vuole la vita culturale vera, viva, non morta, lo spettacolo live della cultura portata nelle piazze, persone vive che trasmettono a persone vive, in linguaggio vivo.

Se l’intento era quello di appassionare alla lirica, e/o contestualmente rivitalizzare il centro, il risultato ci dice che le due cose vanno insieme, e dunque la lirica funziona come spettacolo urbano, e la città funziona come città lirica.

La missione della Fondazione Donizetti è far vivere l’arte e le opere di Donizetti nel nostro tempo e presso le nuove generazioni. Investire in eventi come la d.night, e cioè usare la città come teatro – e far lavorare i nuovi Donizetti – è chiaramente 10 volte più efficace che limitarsi a curare la stagione lirica e l’edificio-teatro. Le persone che la d.night ha toccato ed emozionato in una sera sono 10 volte, se non più, il pubblico-bene della stagione teatrale.

Effettivamente, viene da pensare, con quello che costerà la ristrutturazione-maquillage del teatro, potremmo farci la d.night una sera al mese, tutti i mesi, per i prossimi dieci anni. Cosa che porterebbe visitatori e fan a Donizetti e alla sua città, e diletto ai cittadini.

La d.night indica precisamente che bisogna manipolare, osare, contaminare, creare, rischiare, produrre la nuova versione del patrimonio culturale;

e pensiamo alla Carrara, non basta riempire la città di totem spiritosi o sostituire le didascalie con i QR code, occorre far vedere l’arte in città, far lavorare gli artisti di oggi su questo tema, senza snobismo, con amore vero rispetto a un corpus artistico, a uno spirito, e liberarsi dai vincoli, dalle filologie vetuste, dall’ossessione leguleia per le fonti, ed essere capaci di mimesis, di energia intellettuale-corporale.

Va bene conservarli, ma bisogna anche goderli, questi benedetti beni culturali. Con la cultura bisogna fare l’amore, mica dire messa.

 

Trambai tribe

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CRESPIcentrale

Una lingua di terra sempre più esigua tra due corsi d’acqua, da una parte il canale, gonfio e rapido, dall’altra il fiume, placido e sinuoso. Improvvisamente dietro un’ansa appare il grande edificio d’altri tempi, che torreggia sulle acque, con dentro macchine gigantesche, grandi come astronavi, dipinte di nero.

In questo scenario da Metropolis + Indiana Jones, in una mattina di sole, ecco un gruppo eterogeneo di persone –  giornalisti, assessori, atleti e alcuni selvaggi tatuati e barbuti – che bevono insieme birre spillate da un impianto montato al momento, e non è nemmeno mezzogiorno.

“Tutto comincia qualche anno fa negli Usa, una festa di compleanno di un gruppo di amici che amano la birra, e sono tutti bike messengers, i fattorini in bicicletta, e si sfidano in una gara improvvisata nel quartiere. Subito la moda arriva in Europa, parliamo di gare semiclandestine notturne, in zone industriali, a Milano, a Bologna, nasce una tribù, un fenomeno. Parlando con Giovanni (boss del maglificio sportivo Rosti, ndr) ci viene l’idea di fare una gara del genere nel villaggio operaio di Crespi d’Adda. Da perfetto sconosciuto vado a bussare all’amministrazione comunale” (Alessandro Gallo, Balanders’ crew – team fixed).

“Subito sono rimasta colpita dalla serietà e dalla professionalità di queste persone (gente con gli orecchini e la barba lunga trenta centimetri, ndr) e l’idea mi ha conquistata, qui ci piacciono le sfide, questo luogo deve tornare a vivere, è un gioiello di storia, un volano di energia” (Valeria Radaelli, sindaco di Crespi d’Adda)

“Si corre su un circuito urbano, con curve secche, ma con una bici da pista, a scatto fisso, pedalata continua, niente freni… per rallentare pedali all’indietro, in contropedalata, come facevi da ragazzino con la Graziella della nonna… arrivi alla curva a 50km/h, devi riuscire a fare una skittata, hai bisogno di tante forza fisica e tanta tecnica, sia di gambe che di testa, insomma: tanta adrenalina, e cervello, perché se sei stanco…” (Manuel Scerbo, squadra corse team Beltrami Criterium Italia)

“Per il food avremo la Casa di Enzino, una comunità creata da Don Mazzi in Val Camonica, e poi le birre Balanders’. Dicendo Balander in dialetto si intende un poco di buono: però buono, e benvoluto” (Gottardo Ferrati, birrificio Balanders’)

“No io non parlo, cosa c’è da dire? Che il ricavato andrà in beneficienza? C’è bisogno di dirlo?” (Giovanni Alborghetti, maglificio Rosti)

Succedeva stamattina (25 maggio, ndr), alla vecchia centrale idroelettrica di Crespi d’Adda, “cattedrale” di archeologia industriale che un tempo faceva “girare” la fabbrica, e oggi è stata rimessa in funzione, in ottica sustineable-energy. Era la conferenza stampa di presentazione della Trambai Rosti Criterium, gara fixed che si correrà il 10 giugno, nelle strade del villaggio operaio di Crespi d’Adda (luogo che è patrimonio Unesco).

“Una vera conferenza stampa si fa così: prima si beve, poi si parla. Nessun discorso preparato, niente sedie, palchi o microfoni. L’evento parla da sé” (Leone Belotti, Calepio Press) (Photo: interno della centrale di Crespi d’Adda).

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Quando sharing/condivisione si diceva comunione

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Prima ti confessavi, poi ti comunicavi.  Facebook ce l’hanno installato da piccoli.

La parrocchia era la community, l’oratorio il social network. La confessione è stata la nostra prima chat. La comunione ci ha portati all’happy-hour. La ridondanza dei messaggi – comandamenti, preghiere – ci ha predisposti alla pubblicità.

Il titolo di quel vecchio libro del grande laico Benedetto Croce, “Perché non possiamo non dirci cristiani”, funziona ancora.

Sono queste le cose che mi dice il me-bambino della foto Wells. Primi anni Settanta, prima comunione. Chiesa di S. Anna, Borgo Palazzo.

 

Compagno di Banca

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IMG_20170323_184501 Dedicato a tutti i compagni bancari, agli impiegati, ai colletti bianchi col cuore a sinistra, che da sempre devono sopportare la facile ironia altrui, a cominciare da quella strofa di Venditti (“compagno di scuola, ti sei salvato, o sei finito in banca pure tu”).

Un’emozione che mi ha travolto per caso, facendo una ricerca storica di una noia mortale, leggendomi tutti i verbali dei Consigli d’Amministrazione della Banca Popolare di Bergamo dal 1869 ad oggi: finché un paragrafo mi ha improvvisamente trafitto con la forza di una pugnalata, di un pugno che demolisce i luoghi comuni.

Seduta del CdA dell’8 maggio 1945:

Consigliere Tadini: «…senza sfoggio di quella retorica che egli non ama, testimoniamo la nostra ammirazione al Dott. Agliardi, che ha saputo rimanere se non l’unico, uno dei rarissimi direttori di banca in Italia non tesserati al partito fascista…»

Chiede la parola il Dott. Agliardi: «Ringrazio, ma più di me, sono da ammirare e ricordare il capo ufficio Grassi, e i giovanissimi impiegati che rifiutarono di iscriversi al partito, e seppero resistere ad ogni persecuzione, contribuendo all’azione di resistenza e dando prova di grande ardimento, come Rodari, e di spirito di sacrificio, come Biava, Dell’Orto e Urio, caduti per piombo fascista».

Lavoravano in Banca! Gli eroi, i martiri della Resistenza al nazi-fascismo in città, erano impiegati della Popolare.  Da sempre sentiamo questi nomi di ragazzi trucidati giovanissimi, ci sono targhe commemorative in città, ma io mai avrei immaginato o saputo che fossero dei bancari, se non mi fossi imbattuto in questo verbale.

Compagno di Banca, non vergognarti del tuo lavoro, né dei tuoi ideali. Altri si devono vergognare.

(immagine: filiale della Banca Popolare di Dezzo di Scalve)

San Valentino 1797

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orfeoeuridice

Io l’ho vista una sola volta, la perfezione che risplende al di sopra delle stelle, ciò che la nostra anima cerca e allontana sino alla fine dei nostri giorni, questa perfezione io l’ho sentita presente.

Era qui, questo essere supremo, nella sfera della natura umana e delle cose reali. L’ho vista, l’ho conosciuta.

Voi che cercate l’altezza e la perfezione nella profondità del sapere, nella foga dell’azione, nelle ombre del passato, nei labirinti del futuro, e vi aggirate tra le tombe e le stelle, conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto?

Il suo nome è bellezza.

(Friedrich Holderlin, Iperione, 1797; imago: Rodin, Orfeo ed Euridice, 1893)

 

Cosa vuol dire “alla sera leoni”

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Corro il rischio, so cosa stai pensando, ma corro il rischio, perché voglio dirti cosa significa realmente essere alla sera leoni, quando calano le tenebre, nel momento dell’incertezza, del pericolo, quando i conigli scappano, e solo chi ha forza e coraggio esce dalla tana, per difendere chi sta nella tana.

Questo è il mio lavoro, il mio carattere, e vado d’accordo con le aziende all’apparenza mansuete, ma che nascondono un cuor di leone, e sono pronte a ruggire, ad assalire quando la preda è in vista, e a difendere il nido dalle insidie della notte.

Non chiamarmi per fare un lavoro qualsiasi, chiamami quando vuoi compiere un’impresa, una missione impossibile, quando vuoi sfidare Golia, abbattere i giganti, o conquistare il mercato.

Io sono uno scrittore, e quello che possiedo è la tecnologia della parola. Ho lavorato in grandi agenzie, per grandi marchi moda e design, ho scritto romanzi e racconti per grandi editori, biografie, storie e filosofie aziendali per grandi gruppi, e grandi capitani d’impresa.

Ma prima ho fatto tutti i lavori del mondo, e ho studiato di tutto, in tutte le facoltà.

Sono al servizio di chi mi vuole, di chi cerca lo specialista nella traduzione di un desiderio, una pulsione, una scelta o un progetto in un messaggio, una strategia, un sistema di comunicazione efficace.

Ti sembrerà arrogante questa presentazione, ma in realtà ti sto promettendo dedizione e umiltà, perché la creatività, come ogni professione, senza passione è sterile. Che si tratti di trovare una parola, un nome, uno slogan, o costruire una storia, un concept, una reputazione, il tuo problema diventa il mio, il tuo bisogno la mia sfida.

Mi trovi negli uffici Multi, ma di fatto, come avrai capito, lavoro di notte: e tornando al titolo concorderai con me che è senz’altro preferibile evitare un appuntamento mattutino, specialmente se  anche tu sei un leone.

(auto-presentazione by Leone Belotti,  http://www.multi-consult.com/author/lbelotti/ immagine: F. Depero, necessità di auto-rèclame, 1927)

 

Visit Bergamo giù dalle Mura

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Le Mura di Bergamo da 455 anni sono e si chiamano Mura Venete, come la Repubblica Veneta, di cui Bergamo è stata, con queste sue Mura, caposaldo di terraferma dal 1428 al 1796.

Veneziane invece sono le tendine, la scrittura, e le brioche alla crema.

Ci voleva il sito di promozione turistica della città, che dovrebbe essere la Crusca del patrimonio storico culturale, per cadere in questa topica, e proprio sul monumento più visibile della città, in predicato di diventare patrimonio dell’umanità.

Da mesi sul sito Visit Bergamo io vedo la home con “Le Mura Veneziane ti aspettano”, e da mesi aspetto che correggano, ma i mesi passano, e le brioche restano lì, indigeste.

Per favore, non ce la faccio più: errata corrige!

il codice etico dell’artigiano

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BgKaput

1)   Siamo tutti figli del nostro tempo, e della madre terra.

2)   Abbiamo fame di verità e sete di libertà.

3)   Disponiamo di una vita, mille desideri, alcune possibilità.

4)   Fin dalla nascita, cerchiamo il senso della fine.

5)   Coltiviamo direttamente tolleranza e solidarietà.

6)   Il bisogno di lavorare è più grande del bisogno di soldi.

7)   Più delle conoscenze ci interessa la conoscenza.

8)   Quello che facciamo, cerchiamo di farlo bene.

9)   Nel nostro piccolo, comportiamoci da grandi.

10) La vera ricchezza, è condivisibile.

(2016 by Leone Belotti, a disposizione di tutti gli artigiani/piccole imprese che lo vogliano adottare, impegnandosi a rispettarlo.)