Donizetti night, Donizetti live

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Donizetti night, forse la più bella serata che questa città ha vissuto negli ultimi x anni.

50 spettacoli, concertini, performance, esibizioni, tutto in 4 ore (con la coda della sleep concert all night long), tutto in 500 metri, e il centro città da un borgo all’altro, da piazzetta S. Spirito a piazza Pontida, finalmente fluido, unito, il Sentierone extended play, notturno, vivibile, giocoso;

un’orgia, un orgasmo scenico, nella città riservata, introversa, e per una notte esplosiva, con quell’arroganza dei timidi, e conla follia della donna sottomessa che a una certa dice no, che è la follia della Lucia di Lammermoor, che è ormai la Lucia 2.0 della città, la Lucia maledetta, cui hanno cavato non gli occhi, ma l’anima.

Una specie di funeral party dionisiaco, perché in realtà si celebrava la chiusura del teatro, che andrà in restyling – vedi nella foto di Gianni Canali la Lucia di L. assisa sulla catasta delle poltroncine rosse davanti all’ingresso, che già sembrava un rogo – ed ecco che allora, chiuso il teatro, la città stessa diventa un teatro, e musicisti e cantanti si aggirano e si esibiscono in libertà per la città, proprio come quando abbiamo chiuso i manicomi, e lasciato i pazzi in libertà.

Piccoli sipari inquadravano un palco; nelle corti, nei giardini, nei cortili trovavi cancelli aperti, portoni aperti, passaggi, connessioni, naturalmente pensi a Barthes, a Benjamin:  un città la capisci dai sui “passages”.

Al centro della città-teatro – dove s’incrociano il Viale e il Sentierone, cardo e decumano di Bergamo bassa –   sotto la torre dei Caduti, ecco una grande piazza/teatro, con Porta Nuova come ingresso, e Città Alta con fondale di scena.

Qui lo spettacolo clou, “Matti da slegare”, meta-recital, contaminazione di teatro-canzone e multimedia show, una specie di racconto-varietà, un cabaretelling, quattro figure, il pianista, la cantante, il narratore e Gaetano, interpretato da Elio delle storie tese, con la storia del nostro, la vita, le opere, e sullo schermo le citazioni e ei rimandi dalla lirica italiana al cinema americano. Se questo spettacolo aveva la mission impossible di trasmettere l’orgasmo della lirica alle persone comuni di oggi, ormai lontane dal bel canto, bene, ci è riuscito.

Ho visto persone che godevano. Agli accenni, agli attacchi delle arie, che forse molti sentivano per la prima volta, mentre scorrevano immagini di film che invece tutti riconoscevano, ecco il miracolo della lirica (ma solo per cuori puri, cuori semplici):

qualcosa che ti prende visceralmente, una scossa che dalla pelle ti arriva nella cassa toracica come un pugno, un’onda d’urto che poi si dilata, corporale, è l’orgasmo del cuore;

sono momenti nei quali sei posseduto dalle divinità dell’amore, della passione, potresti fare qualsiasi cosa, e però non fai niente, perché godersi l’istante, assorbire questo piacere, è già il massimo che puoi fare, se normalmente vivi in frigorifero…

La lezione della d.night è questa: se davvero vogliamo costruire identità e valore di città d’arte, bisogna tirare fuori i gioielli dai caveau, cioè tirare fuori la lirica dai teatri, e il teatro dai teatri, e la storia dai musei, e l’arte dalle gallerie, e il sapere dalle università, e far lavorare gli artisti, i musicisti, i writers, e produrre lo spettacolo della città, mettere in scena la sua storia.

Non bastano shopping e drink e food per essere un centro urbano attraente, e non basta nemmeno avere belle pinacoteche, belle biblioteche, bei teatri e bei musei: ci vuole la vita culturale vera, viva, non morta, lo spettacolo live della cultura portata nelle piazze, persone vive che trasmettono a persone vive, in linguaggio vivo.

Se l’intento era quello di appassionare alla lirica, e/o contestualmente rivitalizzare il centro, il risultato ci dice che le due cose vanno insieme, e dunque la lirica funziona come spettacolo urbano, e la città funziona come città lirica.

La missione della Fondazione Donizetti è far vivere l’arte e le opere di Donizetti nel nostro tempo e presso le nuove generazioni. Investire in eventi come la d.night, e cioè usare la città come teatro – e far lavorare i nuovi Donizetti – è chiaramente 10 volte più efficace che limitarsi a curare la stagione lirica e l’edificio-teatro. Le persone che la d.night ha toccato ed emozionato in una sera sono 10 volte, se non più, il pubblico-bene della stagione teatrale.

Effettivamente, viene da pensare, con quello che costerà la ristrutturazione-maquillage del teatro, potremmo farci la d.night una sera al mese, tutti i mesi, per i prossimi dieci anni. Cosa che porterebbe visitatori e fan a Donizetti e alla sua città, e diletto ai cittadini.

La d.night indica precisamente che bisogna manipolare, osare, contaminare, creare, rischiare, produrre la nuova versione del patrimonio culturale;

e pensiamo alla Carrara, non basta riempire la città di totem spiritosi o sostituire le didascalie con i QR code, occorre far vedere l’arte in città, far lavorare gli artisti di oggi su questo tema, senza snobismo, con amore vero rispetto a un corpus artistico, a uno spirito, e liberarsi dai vincoli, dalle filologie vetuste, dall’ossessione leguleia per le fonti, ed essere capaci di mimesis, di energia intellettuale-corporale.

Va bene conservarli, ma bisogna anche goderli, questi benedetti beni culturali. Con la cultura bisogna fare l’amore, mica dire messa.

 

Trambai tribe

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CRESPIcentrale

Una lingua di terra sempre più esigua tra due corsi d’acqua, da una parte il canale, gonfio e rapido, dall’altra il fiume, placido e sinuoso. Improvvisamente dietro un’ansa appare il grande edificio d’altri tempi, che torreggia sulle acque, con dentro macchine gigantesche, grandi come astronavi, dipinte di nero.

In questo scenario da Metropolis + Indiana Jones, in una mattina di sole, ecco un gruppo eterogeneo di persone –  giornalisti, assessori, atleti e alcuni selvaggi tatuati e barbuti – che bevono insieme birre spillate da un impianto montato al momento, e non è nemmeno mezzogiorno.

“Tutto comincia qualche anno fa negli Usa, una festa di compleanno di un gruppo di amici che amano la birra, e sono tutti bike messengers, i fattorini in bicicletta, e si sfidano in una gara improvvisata nel quartiere. Subito la moda arriva in Europa, parliamo di gare semiclandestine notturne, in zone industriali, a Milano, a Bologna, nasce una tribù, un fenomeno. Parlando con Giovanni (boss del maglificio sportivo Rosti, ndr) ci viene l’idea di fare una gara del genere nel villaggio operaio di Crespi d’Adda. Da perfetto sconosciuto vado a bussare all’amministrazione comunale” (Alessandro Gallo, Balanders’ crew – team fixed).

“Subito sono rimasta colpita dalla serietà e dalla professionalità di queste persone (gente con gli orecchini e la barba lunga trenta centimetri, ndr) e l’idea mi ha conquistata, qui ci piacciono le sfide, questo luogo deve tornare a vivere, è un gioiello di storia, un volano di energia” (Valeria Radaelli, sindaco di Crespi d’Adda)

“Si corre su un circuito urbano, con curve secche, ma con una bici da pista, a scatto fisso, pedalata continua, niente freni… per rallentare pedali all’indietro, in contropedalata, come facevi da ragazzino con la Graziella della nonna… arrivi alla curva a 50km/h, devi riuscire a fare una skittata, hai bisogno di tante forza fisica e tanta tecnica, sia di gambe che di testa, insomma: tanta adrenalina, e cervello, perché se sei stanco…” (Manuel Scerbo, squadra corse team Beltrami Criterium Italia)

“Per il food avremo la Casa di Enzino, una comunità creata da Don Mazzi in Val Camonica, e poi le birre Balanders’. Dicendo Balander in dialetto si intende un poco di buono: però buono, e benvoluto” (Gottardo Ferrati, birrificio Balanders’)

“No io non parlo, cosa c’è da dire? Che il ricavato andrà in beneficienza? C’è bisogno di dirlo?” (Giovanni Alborghetti, maglificio Rosti)

Succedeva stamattina (25 maggio, ndr), alla vecchia centrale idroelettrica di Crespi d’Adda, “cattedrale” di archeologia industriale che un tempo faceva “girare” la fabbrica, e oggi è stata rimessa in funzione, in ottica sustineable-energy. Era la conferenza stampa di presentazione della Trambai Rosti Criterium, gara fixed che si correrà il 10 giugno, nelle strade del villaggio operaio di Crespi d’Adda (luogo che è patrimonio Unesco).

“Una vera conferenza stampa si fa così: prima si beve, poi si parla. Nessun discorso preparato, niente sedie, palchi o microfoni. L’evento parla da sé” (Leone Belotti, Calepio Press) (Photo: interno della centrale di Crespi d’Adda).

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Quando sharing/condivisione si diceva comunione

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Prima ti confessavi, poi ti comunicavi.  Facebook ce l’hanno installato da piccoli.

La parrocchia era la community, l’oratorio il social network. La confessione è stata la nostra prima chat. La comunione ci ha portati all’happy-hour. La ridondanza dei messaggi – comandamenti, preghiere – ci ha predisposti alla pubblicità.

Il titolo di quel vecchio libro del grande laico Benedetto Croce, “Perché non possiamo non dirci cristiani”, funziona ancora.

Sono queste le cose che mi dice il me-bambino della foto Wells. Primi anni Settanta, prima comunione. Chiesa di S. Anna, Borgo Palazzo.

 

Compagno di Banca

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IMG_20170323_184501 Dedicato a tutti i compagni bancari, agli impiegati, ai colletti bianchi col cuore a sinistra, che da sempre devono sopportare la facile ironia altrui, a cominciare da quella strofa di Venditti (“compagno di scuola, ti sei salvato, o sei finito in banca pure tu”).

Un’emozione che mi ha travolto per caso, facendo una ricerca storica di una noia mortale, leggendomi tutti i verbali dei Consigli d’Amministrazione della Banca Popolare di Bergamo dal 1869 ad oggi: finché un paragrafo mi ha improvvisamente trafitto con la forza di una pugnalata, di un pugno che demolisce i luoghi comuni.

Seduta del CdA dell’8 maggio 1945:

Consigliere Tadini: «…senza sfoggio di quella retorica che egli non ama, testimoniamo la nostra ammirazione al Dott. Agliardi, che ha saputo rimanere se non l’unico, uno dei rarissimi direttori di banca in Italia non tesserati al partito fascista…»

Chiede la parola il Dott. Agliardi: «Ringrazio, ma più di me, sono da ammirare e ricordare il capo ufficio Grassi, e i giovanissimi impiegati che rifiutarono di iscriversi al partito, e seppero resistere ad ogni persecuzione, contribuendo all’azione di resistenza e dando prova di grande ardimento, come Rodari, e di spirito di sacrificio, come Biava, Dell’Orto e Urio, caduti per piombo fascista».

Lavoravano in Banca! Gli eroi, i martiri della Resistenza al nazi-fascismo in città, erano impiegati della Popolare.  Da sempre sentiamo questi nomi di ragazzi trucidati giovanissimi, ci sono targhe commemorative in città, ma io mai avrei immaginato o saputo che fossero dei bancari, se non mi fossi imbattuto in questo verbale.

Compagno di Banca, non vergognarti del tuo lavoro, né dei tuoi ideali. Altri si devono vergognare.

(immagine: filiale della Banca Popolare di Dezzo di Scalve)

San Valentino 1797

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Io l’ho vista una sola volta, la perfezione che risplende al di sopra delle stelle, ciò che la nostra anima cerca e allontana sino alla fine dei nostri giorni, questa perfezione io l’ho sentita presente.

Era qui, questo essere supremo, nella sfera della natura umana e delle cose reali. L’ho vista, l’ho conosciuta.

Voi che cercate l’altezza e la perfezione nella profondità del sapere, nella foga dell’azione, nelle ombre del passato, nei labirinti del futuro, e vi aggirate tra le tombe e le stelle, conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto?

Il suo nome è bellezza.

(Friedrich Holderlin, Iperione, 1797; imago: Rodin, Orfeo ed Euridice, 1893)

 

Cosa vuol dire “alla sera leoni”

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Corro il rischio, so cosa stai pensando, ma corro il rischio, perché voglio dirti cosa significa realmente essere alla sera leoni, quando calano le tenebre, nel momento dell’incertezza, del pericolo, quando i conigli scappano, e solo chi ha forza e coraggio esce dalla tana, per difendere chi sta nella tana.

Questo è il mio lavoro, il mio carattere, e vado d’accordo con le aziende all’apparenza mansuete, ma che nascondono un cuor di leone, e sono pronte a ruggire, ad assalire quando la preda è in vista, e a difendere il nido dalle insidie della notte.

Non chiamarmi per fare un lavoro qualsiasi, chiamami quando vuoi compiere un’impresa, una missione impossibile, quando vuoi sfidare Golia, abbattere i giganti, o conquistare il mercato.

Io sono uno scrittore, e quello che possiedo è la tecnologia della parola. Ho lavorato in grandi agenzie, per grandi marchi moda e design, ho scritto romanzi e racconti per grandi editori, biografie, storie e filosofie aziendali per grandi gruppi, e grandi capitani d’impresa.

Ma prima ho fatto tutti i lavori del mondo, e ho studiato di tutto, in tutte le facoltà.

Sono al servizio di chi mi vuole, di chi cerca lo specialista nella traduzione di un desiderio, una pulsione, una scelta o un progetto in un messaggio, una strategia, un sistema di comunicazione efficace.

Ti sembrerà arrogante questa presentazione, ma in realtà ti sto promettendo dedizione e umiltà, perché la creatività, come ogni professione, senza passione è sterile. Che si tratti di trovare una parola, un nome, uno slogan, o costruire una storia, un concept, una reputazione, il tuo problema diventa il mio, il tuo bisogno la mia sfida.

Mi trovi negli uffici Multi, ma di fatto, come avrai capito, lavoro di notte: e tornando al titolo concorderai con me che è senz’altro preferibile evitare un appuntamento mattutino, specialmente se  anche tu sei un leone.

(auto-presentazione by Leone Belotti,  http://www.multi-consult.com/author/lbelotti/ immagine: F. Depero, necessità di auto-rèclame, 1927)

 

Visit Bergamo giù dalle Mura

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Le Mura di Bergamo da 455 anni sono e si chiamano Mura Venete, come la Repubblica Veneta, di cui Bergamo è stata, con queste sue Mura, caposaldo di terraferma dal 1428 al 1796.

Veneziane invece sono le tendine, la scrittura, e le brioche alla crema.

Ci voleva il sito di promozione turistica della città, che dovrebbe essere la Crusca del patrimonio storico culturale, per cadere in questa topica, e proprio sul monumento più visibile della città, in predicato di diventare patrimonio dell’umanità.

Da mesi sul sito Visit Bergamo io vedo la home con “Le Mura Veneziane ti aspettano”, e da mesi aspetto che correggano, ma i mesi passano, e le brioche restano lì, indigeste.

Per favore, non ce la faccio più: errata corrige!

il codice etico dell’artigiano

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BgKaput

1)   Siamo tutti figli del nostro tempo, e della madre terra.

2)   Abbiamo fame di verità e sete di libertà.

3)   Disponiamo di una vita, mille desideri, alcune possibilità.

4)   Fin dalla nascita, cerchiamo il senso della fine.

5)   Coltiviamo direttamente tolleranza e solidarietà.

6)   Il bisogno di lavorare è più grande del bisogno di soldi.

7)   Più delle conoscenze ci interessa la conoscenza.

8)   Quello che facciamo, cerchiamo di farlo bene.

9)   Nel nostro piccolo, comportiamoci da grandi.

10) La vera ricchezza, è condivisibile.

(2016 by Leone Belotti, a disposizione di tutti gli artigiani/piccole imprese che lo vogliano adottare, impegnandosi a rispettarlo.)

 

 

Piazzale degli Alpini progetto Orobia Felix

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Immagina di essere un grande uccello migratore. Stai sorvolando il territorio orobico da sud a nord. Sotto le tue ali, scorre un paesaggio transitivo: la bassa pianura, poi la fascia urbanizzata – con le nervature di comunicazione intrecciate ai corsi e agli specchi d’acqua – quindi le Valli e le Prealpi. Il centro di questo quadro multicolore, di questo reticolo ondulato, attira la tua attenzione: è la Città dei Mille, con le sue mura e le sue torri.

Ti lanci in picchiata-zoom, in pochi istanti sei sopra la città. Il tuo occhio è attirato da un quadrato verde con al centro una vasca d’acqua e due alte torri che quasi si sfiorano, unite da una forma antropomorfa. Decidi di appollaiarti per osservare l’area sottostante. Subito ti rendi conto di avere le zampe sul cappello di un alpino. Guardi giù. Quello che vedi ha l’aspetto di un’area degradata.

Sul lato sud osservi un melting-pot d’adolescenti border line; sul lato est bivacchi di tossicodipendenti, alcolisti e clochard. Nella zona centrale, riunioni e merende di badanti. Nessuno cittadino “indigeno” (bergamasco bianco) utilizza l’area. Gli “indigeni” vanno e vengono dalla stazione “tirando dritto”, come se il piazzale non esistesse: non lo attraversano nemmeno, piuttosto lo circuiscono. Le forze dell’ordine compiono mini-operazioni di polizia, entrando in auto nelle zone pedonali e svolgendo controlli con finalità di prevenzione e dissuasione.

Poi vedi due ometti senza capelli che camminano, si fermano, indicano, parlano animatamente. Sono un architetto e uno scrittore. Focalizzi il tuo super-udito su di loro e ascolti i loro discorsi.

“Il sistema monumento e specchio d’acqua risulta quasi estraneo. L’acqua non è visibile da chi passa sul viale, non è invitante, le vasche hanno un tono e un contegno cimiteriale.”

“L’area viene vissuta intensamente solo in occasione di eventi come street food, che occupano la piazza come fosse vuota, mentre la fruizione dell’area nel quotidiano è di fatto a bassa intensità, come zona di “siesta” lungo le sedute che delimitano la zona asfaltata, e unicamente da persone extracomunitarie”.

“Risulta evidente da un’osservazione delle dinamiche d’uso che nonostante la sua centralità urbana questa è un’area periferica, senza identità, risultato di una progettazione astratta, positivista, razionalista, con intenzioni e visioni di ordine urbano e progresso sociale oggi superate.”

“Non possiamo fare un progetto asettico-elegante in un’area melting pot: sarebbe fuori luogo e ignorato.  Dobbiamo affrontare il progetto con forza e semplicità: usare un linguaggio/stile multiculturale e immediato, dare una suggestione funzionale di ampio consenso, offrire un utilizzo inclusivo e aperto alle collaborazioni dei soggetti collettivi”.

“Due sono le cose che ci servono: un’idea nuova, e il linguaggio per esprimerla”

“Immagina di essere un bambino”

“Se fossi un bambino prenderei una ruspa e comincerei ad allargare le vasche d’acqua fino a formare un vero laghetto, dove andare in barchetta con la mia fidanzata. La terra rimossa la userei per ricreare nella zona nord la morfologia delle valli, in modo che questa area diventi un parco mini-orobie in scala 1:1000, rappresentativo del territorio, per accogliere turisti, viaggiatori e bambini”

“Immagino la zona sud, la pianura, come l’area del gioco: una zona bambini recintata, e un piccolo palco per artisti di strada, trasformando il dislivello con la zona autolinee in una gradinata-platea aperta (che sfrutta anche il cono ottico libero e ti permette di ammirare lo sky line di città alta). La zona centrale, con il laghetto-innamorati e la zona cani sarà l’area del sentimento. La zona nord, con i rilievi e i chioschi, sarà l’area del cibo”

“Come un foglio piegato, un tessuto architettonico leggero e colorato, in vetroresina riciclata (nuove tecnologie per nuove ecologie) corre perimetralmente lungo il piazzale, delimitando e significando il parco. Questo pattern rappresenta la capacità di un muro di piegarsi a ogni disponibilità, variando forma, facendo accoglienza. Un linguaggio semplice, popolare, facilmente comprensibile per connotare uno spazio “zoioso”, fruibile, percorribile, infantile, giocoso.”

“Con questo linguaggio multicolore e multifunzione, giocoso e pop, delimitiamo, segnaliamo il parco, e diamo vita alle piccole architetture funzionali: il chiosco-trattoria/shop, il chiosco-caffè, il chiosco-aperitivi, il piccolo padiglione tecnologico (ricarica dispositivi, wi-fi, etc), e soprattutto i servizi igienici pubblici, che immagino esemplari, bellissimi, realizzati come show-room funzionante in sinergia con le aziende design e sanitari, riunite in questa mission di esibire i più servizi pubblici del mondo, made in Italy”.

“Bene! Ci resta la parte più delicata. Il fattore umano. Chi renderà questo luogo frequentabile? Chi garantirà la sicurezza? Chi muterà le paure in occasioni di comunicazione?”

“L’alpino è precisamente quel tipo umano sia “ostile” che “oste”, in grado di relazionarsi in modo non ipocrita con l’umanità altra: parliamo di accoglienza burbera, forse l’unica autenticamente nelle nostre corde.”

“Parliamo di gestione dell’area affidata all’associazione Alpini: del padiglione-trattoria Bergamo, della sorveglianza, della cura e manutenzione, dell’ordine pubblico. La trattoria Alpini, in piazzale Alpini, nel parco mini-prealpino, con vigilanza svolta dagli Alpini… porterebbe in primo luogo gli Alpini, che sono nonni, e quindi i nipotini. E gli Alpini sono forse gli unici e veri “operatori multiculturali” in grado di creare relazioni umane con stranieri, giovani, extracomunitari, badanti, etc.”

I due ometti adesso raggiungono una ragazza che sta arringando una piccola folla eterogenea: “Cari commissari, sappiate che questo non è solo un progetto d’architettura, ma un progetto sociale, che coinvolge la città, le associazioni, gli enti, gli operatori commerciali e le aziende del nostro territorio”.

“Noi vogliamo creare attrazione, accoglienza e promozione: 1) attrarre i bambini, in modalità mini-orobie 2) accogliere il turista con una rappresentazione “abitabile” del territorio e delle sue risorse 3) funzionare da piccola expo permanente per iniziative e prodotti del territorio 4) rendere sostenibile il progetto coinvolgendo enti, aziende, associazioni in grado di creare sinergie, sponsorizzazioni e project financing 5) dare identità e anima al luogo con la presenza degli Alpini, capaci  di garantire sia la sicurezza che l’accoglienza”.

L’architetto e lo scrittore annuiscono e riprendono a parlare fittamente. “La città salotto piccolo borghese è finita, Sentierone docet. Sul Sentierone campeggia l’iscrizione “civium commoditati et urbis ornamentum”, a comodità dei cittadini e ornamento della città. Con il parco-expo e gli alpini entriamo nella “civium condivisione et urbis securitas”, a sicurezza della città e condivisione dei cittadini.”

“Questa operazione psicologica e sociologica, è la parte delicata e decisiva del progetto.  Al di là dell’intervento d’architettura, il vero intervento è umano, e di comunicazione. Si tratta di restituire agli Alpini luogo, funzione, identità. Dove oggi c’è un monumento morto, avremo uno spazio vivo. Ci servono gli Alpini vivi.”

“In realtà dobbiamo superare la paura di sembrare provinciali, che ci porta a fare cose algide e morte. Non dobbiamo vergognarci del nostro Arlecchino, il pezzente capace di grande creatività, né dei nostri Alpini, montanari capaci di grande umanità”.

“Gli Alpini renderanno vivo e sano il Piazzale a loro dedicato, e lo spirito di Arlecchino, rivivendo nel pattern multicolore, sarà lì a dirci che la diversità è alla base di ogni possibilità di vita”

(testo e immagine tratti dalla relazione descrittiva del progetto presentato al concorso per la riqualificazione del Piazzale degli Alpini dal team di progetto Attilio e Barbara dello studio Pizzigoni + Leone Belotti. In merito ai risultati del concorso per la riqualificazione di Piazzale degli Alpini, la Giuria si è così espressa: “… per quello che riguarda l’ambito di piazzale degli Alpini i progetti presentati non hanno saputo risolvere con efficacia le numerose criticità del contesto e le esigenze di qualità urbana richieste nel bando”).

 

Sul logo del delitto (in luogo di diletto)

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Un racconto di love marketing (storie d’amore di marca, di seduzione, fedeltà di marca, tradimento d’immagine…) con sfumature giallo marketing (indagini di mercato) e finale fanta marketing (scenario futuro).

Ci sono prodotti, marchi, aziende che riconosci, e ami, come fossero cosa tua. Toccano i tuoi gusti, i consumi, le preferenze, le tue serate, la socialità, lo stile di vita.

Sono andato alla cascina Elav con lo stato d’animo dell’amante tradito, deluso, con la paura di trovare conferma negativa a una serie di dubbi e perplessità.

Ho amato birra Elav fin dalla prima volta, dal primo sorso, e ogni volta quando bevo una delle “mie Elav” (Punk, Indie, Grunge e Techno) le riconosco, e ritrovo quel qualcosa che mi aspettavo.

Ho amato allo stesso modo, incondizionatamente e fin da subito, anche la tribù elaviana, indistintamente, il capoclan, i guerrieri, le squaw, tutti indiani suburbani della bassa bergamasca, seguaci delle Dea Madre, che è Gea, la Terra-Madre simbolizzata dal marchio Elav, che come tutti sanno è un’incisione rupestre anatolica protostorica, d’epoca mitica-matriarcale, che rappresenta una grande vulva circo-solare con otto ovuli intorno (vedi il Bachofen, “La ginecocrazia nel mondo antico”) il che è decisamente di più e meglio della banca disegnata intorno a te (che ti mette al centro, è vero: e così ti ritrovi accerchiato).

Fino a poco tempo fa, andavi in giro a cercare i posti dove bere Elav. Adesso è difficile scovare un posto dove non la trovi. Il fatto è che le giovani aziende, come le giovani ragazze, a un certo punto si sviluppano, e passano dalla pubertà virginale alla configurazione puttanelle allegre.

Nel volgere di una stagione, Elav è passata dalle Indie e Yule Fest nel capannone della bassa a situazioni come l’estivo clerico-fighetto ad Astino, il notturno dj-set fighetto alla Gamec, i compleanni Trussardi…

alle partnership “alternative” con la piccola pasticceria di qualità, con le band metal, con il cinema d’autore, con il mondo vegano e con media antagonisti come Radio Popolare e CTRL, si sono sovrapposte le partnership con il business main stream, con i brand dei grandi gruppi tessili di Pitti Uomo, con l’avanguardia della GDO global all’Orioporto, e in cascina ecco l’avanguardia dell’industria tecno-cooking della cottura sottovuoto, per i nuovi carnivori…

Per capire cosa vuol dire questo percorso, e cosa rappresenti la cascina nell’universo elaviano in espansione, occorre fare uno approfondimento sull’evoluzione recente dello scenario birraio in Italia.

Quando non molte lune fa è iniziata la guerra d’indipendenza birraia (in sintesi: il consumo totale di birra in Italia è in calo, ma dentro a questo calo, o dietro, c’è il boom – o la bolla – delle birre artigianali) abbiamo visto gli addetti marketing dei grandi marchi mass market andare in esaurimento nervoso, e cominciare a scimmiottare, imitare il mood e lo spirito artigianale, in modo palesemente mistificante, a suon di spot, con lo zio Moretti in bicicletta nel luppoleto o nonno Poretti che getta i nove luppoli nel pentolone come uno home-brewer…

L’Expo è stata l’apoteosi di questa falsificazione, con la birra ufficiale che si dichiarava come birra a km0 in quanto prodotta a meno di 70 km da Milano!

Nel mentre, gli indiani delle tribù elaviane, svuotavano il calumet della pace e dissotterravano le asce di guerra.

E mentre già si verificavano i primi casi di acquisizione di birrifici artigianali da parte delle multinazionali (Birrificio del Borgo), le tribù elaviane, proprio come fecero i guerrieri sioux, apache, cheyenne e comanches delle grandi pianure ai tempi delle guerre indiane, invece di difendere la riserva, decidevano di scatenare una grande offensiva di conquista,

“se loro si appropriano del nostro linguaggio, dei nostri valori di indipendenza e artigianato, allora noi faremo nostri i linguaggi commerciali e industriali”,

questa, che mi era sembrata una provocazione intellettuale, incredibilmente, è diventata una strategia commerciale,

e dunque assistiamo a un singolare spettacolo di rovesciamento dei mondi,  per cui i grandi marchi si mettono a fare le ipa e a comunicare la poesia del mondo agro-sostenibile, mentre i temibili elaviani si mettono a conquistare il mercato di massa, il territorio, casa dopo casa, locale dopo locale, evento dopo evento, fortino su fortino, e con linguaggio “industriale”, martellante e continuo, ed evidentemente lavorando come pazzi, per essere ovunque e fare tutto quello che annunciano di fare.

Così si spiega la strategia super-commerciale elaviana, per cui vengono messe in campo sinergie non solo con i fratelli indie, ma anche con il sistema, e con chiunque, a scopo di espansione, occupazione, conquista territoriale. Una mission militare, diventare la birra di Bergamo, e cioè: non accontentarsi della nicchia internazionale di qualità, ma mettere radici forti, di dominio, nel proprio territorio, secondo la dinamica classica dell’uomo bianco.

E dunque: l’uomo bianco pensava di fottere i pellerossa usando arco e frecce, ma l’uomo rosso raccoglie i fucili winchester dell’uomo bianco e glieli rivolge contro. Il vero pericolo, naturalmente, è diventare come l’uomo bianco, ovvero produrre industrialmente una birra che fa schifo, con intorno una comunicazione farfallona, trionfalistica, e scientificamente ingannevole.

Precisamente a questo punto, sono entrato nel sito web di cascina Elav, e i miei dubbi hanno preso corpo.

Il logo di Cascina Elav è accattivante, industrial, ma concettualmente insensato: un corpo di fabbrica industriale, color maron, con una ciminiera che sputa una lampadina gialla. Una fabbrica per accendere una lampadina? L’effetto che fa è quello di un topolino partorito da una montagna.

Soprattutto, è fuorviante: ti immagini un’area ex industriale, tipo spazio Fase di Alzano, e invece il luogo reale è un’autentica, bellissima cascina medievale, pietra su pietra, con tanto di aia, muri di cinta, fienile, stalle, porticato e piccionaia!

Poi leggi il titolo-claim-concept: “un luogo dove il corpo si nutre di cibo, cultura e birra”, e hai quasi un accenno di nausea.

Apri la pagina “Il progetto” dove si spiega l’iniziativa virtuosa, la cascina “risalente al 1200” (c’è scritto proprio “risalente”) con i prodotti della terra km0 sostenuti da una dichiarazione di modestia stile bollicine: “prende i frutti della terra e li trasforma in arte”; ma nella pagina successiva, “beer&food”, ecco una micidiale mitragliata di still life zoom di costine – pollo – salmone -  trippa – hot dog, con effetto di menu plastificato di piatti pronti da fast food. E di birre non c’è traccia. Ti resta la prossimità nel menu di queste parole, il progetto/food&beer: sai che progetto!

Un birrificio apre una cascina-madre, mi sbatte in faccia di decine di piatti, di spettacoli, di film, e non una parola, non un’immagine riguardo le birre. Perché questa dimenticanza? Cosa significa?

Le birre Elav hanno sempre avuto problemi d’identità, d’immagine e identità per la precisione, a cominciare dalla Punk, quella con la bandiera inglese, che ha lo stesso nome della Punk di Brewdog, che è veramente inglese.

Le etichette sono tutte diverse, il dogma dell’immagine coordinata totalmente trasgredito, troppi colori, troppi segni, troppi stili: nemmeno il lettering del logo è sempre lo stesso, e l’emittente non è facilmente identificabile.

L’immagine è confusa, dispersiva, ma la sostanza è certa, forte: non le riconosci dall’etichetta, le riconosci dal sapore.

La prima paura del bevitore elaviano è che la birra non sia più lei. Il rischio è quello.  Il birrificio artigianale per sua natura è esposto a una serie di pericoli relativi alla qualità delle produzione, soprattutto nello sforzo di assecondare le quantità richieste. Già per sua natura la produzione artigianale non è mai identica a sé stessa, e forse dovrebbe essere segnalata la cotta, così come nel vino si indica l’annata. E poi esistono uomini bianchi “amici degli indiani” che si offrono di fare loro la produzione, altrove, in grandi numeri, a costi più bassi.

Così, se adesso vedo questo logo industriale, con ciminiera, e silenzio sulle birre, io mi pongo delle domande: che l’industrializzazione grafica della cascina nasconda, e riveli, l’industrializzazione produttiva della birra Elav?

I segni parlano, indicano, suggeriscono. Il logo cascina Elav è industrial. Il sito è commerciale. I contenuti paiono piovuti da fuori, da altrove. La mancanza delle birre è sintomatica.

E così entro in cascina. Tanto il logo è finto e industrial, tanto il luogo è autentico e contadino, bello, ti colpisce, ti fa respirare.

Muretti a secco, storti, fatti con sassi di fiume, beole, mattoni rossi, vecchie travi, sotto gli intonaci sgretolati si esibiscono nude superfetazioni che raccontano la storia minima della grande moralità contadina;

l’esperto riconosce e legge le epoche, il medioevo, il lunghissimo medioevo, nessuna traccia di rinascimento e barocco, fenomeni per classi agiate, qui si passa direttamente dal nome della rosa all’albero degli zoccoli, qui senti il tempo lungo del contado rurale, e negli interni vissuti fino a pochi anni fa, con le piastrelle brutte, senti la continuità esistenziale del vivere in cascina, una lotta continua contro la miseria,

mia nonna diceva “le travi a vista, i pavimenti in cotto” per indicare una casa di poveri contadini…

questo spirito autentico è il dato potente di cascina Elav, che trova armonia con le birre, che riconosci, e con l’idea di fare cinema e teatro nel fienile, uno spazio non grande, non progettato, ma perfetto,

(immagino di vedere qui – è in programma – quello che reputo il più grande film da multiorgasmo psico-ottico, creatore del linguaggio spot-adv contemporaneo, un film con un titolo indicibile, che è un’espressione pellerossa che vuol dire e suona esattamente così: “coioni scazzi”, e già godo)

poi provo l’hamburger, parlo con lo chef, un grande sforzo per offrire a costi “umani” una qualità culinaria (e alimentare) superiore, la cucina del futuro, la cottura lenta, sottovuoto, una grande attenzione alle proprietà organolettiche degli alimenti, va bene, mi hai convinto, ma perché tutta quella roba, e proposta in quel modo: se devi farmi la cosa vera, la cosa speciale, fammi tre cose, quattro, e dagli altri nomi, e mostramele in altro modo…

Dunque la cascina, a dispetto del sito e del logo, non è una fabbrica per l’ingrasso dei clienti e del fatturato, ma piuttosto un presidio, un avamposto che appaga bisogni interiori, profondi, difficilmente esplicabili dai linguaggi correnti del social networking e dello story telling. Qui emergono parole radicali, coraggio, semplicità, verità; parliamo di una cascina fatiscente come tante, con un destino già scritto, abbandono, degrado, o peggio ancora recupero e rilancio con qualche iniziativa turbo-capitalista d’eccellenza, luxury resort per nuovi ricchi o residenze pseudo nobiliari invendibili.

Situazioni cioè dove le finiture di pregio rappresentano il vero degrado, la vera causa di morte del genius loci. Si crede di recuperare un edificio storico, e invece lo si annichilisce per sempre. Riportato “a nuova vita”, tirato a lucido, solitamente  lo spazio risulta definitivamente morto.

Cascina Elav invece esibisce nuda e cruda la sua semplicità, l’autenticità, l’aia erbosa, il fico, la stalla, il fienile. Così bisogna fare. Prendere le vecchie cascine, e rimetterle in funzione, preservandole il più possibile così come sono.

Una visita che mi ha molto rassicurato. Resta l’assurdità di una immagine e comunicazione fuorviante e incoerente. Logo del delitto in luogo di diletto.

Qui veramente sei nel Mulino Bianco dove Banderas fa i biscotti: perché truccarsi da fabbrica del vapore?

Senza paura, la cascina Elav è il vero Mulino Bianco, la cascina dei nonni, e dunque, se proprio,  invece della ciminiera, se hai il coraggio, bisogna stilizzare la piccionaia; e al posto della lampadina, mettere una colomba della pace, o anche un piccione viaggiatore.

E servirebbe titoli più adeguati allo spirito della cascina: “il progetto beer&food” e “un luogo dove nutrire il corpo di cibo, cultura e birra” vanno bene per i locali regimental, qui vogliamo lo spirito indie, le radici della tribù.

Da qualche parte, non molto tempo fa, ho visto un manifesto del “codice elavetico”, che iniziava così:

siamo tutti figli del nostro tempo, e della madre terra,

abbiamo fame di verità e sete di libertà…

e finiva così:

la vera ricchezza, è condivisibile.

E a questo proposito, la vera riflessione, la scommessa, la grande sfida con i marchi industriali per diventare un marchio territorialmente radicato sarebbe una sola: la politica di prezzo.

Le tribù elaviane stanno dimostrando di essere capaci di fare i miracoli. Sarebbe bello che la birra madre, nella cascina madre, fosse proposta a un prezzo popolare.