47 TFIC – 15 paraletteratura lucrosa

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15 paraletteratura Mondadori

guadagnare milioni scrivendo a cottimo

L’editor di Confidenze mi chiama e mi dice che vuole pubblicare un racconto (l’ex porno).

Il compenso è 350.000 lire. Salto sulla mia Kawasaki e dopo 19 minuti, partendo da Bergamo,  sono nella redazione di Confidenze, a Segrate, palazzo Mondadori.

L’editor di Confidenze è una donna sui 55-60, immaginatevi Emilio Fede donna (forse era sua sorella naturale) e piacente.

Alle sue spalle una targa con una frase di Pitigrilli avvisa: “Va bene il bacio al lebbroso, ma la mano al cretino no”.

Il compenso è 350.000, mi dice. Ok.

Pseudonimo? Non ci avevo pensato.

Così scrive il mio nome e cognome, Leone Belotti, e improvvisa un anagramma: dopo pochi minuti, dal battito della Bic rossa, nasce l’immortale Iole Belnotte, destinata a diventare in breve la nuova autrice più amata del settimanale femminile più venduto (Confidenze).

Non prima di un piccolo giallo che vale la pena raccontare, perché rientra nelle cose assurde che possono capitare all’aspirante scrittore.

Succede questo: il mio primo racconto è stato appena pubblicato, è in tutte le edicole, ovviamente ne compro una copia e passo la serata a ubriacarmi nei bar, così la mattina dopo, quando mi suona il telefono prima delle 9, sono veramente rintronato e non capisco quello che mi dicono.

Mi dicono, dallo studio legale della Mondadori, che vogliono chiedermi 2 miliardi di danni. Cado dalle nuvole, e dal letto.

Crisi.

Il fatto è questo: nel numero di Grand Hotel già in edicola quando esce Confidenze, c’è un fotoromanzo che in pratica è la versione con foto, nuvolette e didascalie, tale e quale, stessi dialoghi, stessi nomi dei personaggi, del mio racconto su Confidenze.

L’assassino però non sono io, è il tizio a cui io in buona fede avevo mandato i racconti.

A me parlava come editore di una nuova iniziativa editoriale, intanto vendeva come suoi i miei racconti a Grand Hotel.

Quindi occhio alle fregature, quando mandi tua roba a gente che non conosci (ma anche a gente che conosci, dal momento che non si finisce mai di conoscere qualcuno) e soprattutto quando mandi la stessa roba a più gente, importante mettere per scritto “materiale in visione” e in seguito, trovato un acquirente, diffidare gli altri dall’uso.

Non si finisce mai di pararsi il culo.

Nel mio caso, rischiavo di essere citato per 2 miliardi, a causa di un racconto del valore di 350.000 lire.

Il danno era questo: che queste novelle vengono vendute per vere (e spesso lo sono) e dunque centinaia di lettrici leggendo la stessa storia su Grand Hotel e Confidenze hanno dedotto che queste storie sono finte e addirittura copiate, così hanno mandato lettere e telefonate di protesta, richieste di disdetta di abbonamenti, a entrambe le testate.

Un casino dal quale sono uscito fortunatamente indenne, stante il riconoscimento della mia buona fede (chiaramente il vecchio lupo si difendeva sostenendo che io gli avessi mandato quelle storie con piena disponibilità d’utilizzo, certo, intanto lui le pubblicava e vendeva a suo nome).

Superato questo shock, continuo a scrivere per Confidenze, in modo sempre più intenso. In certi numeri c’erano più novelle mie e a volte un romanzo breve staccabile.

Mi specializzo in storie ambientate nel Ventennio, frequento le case di riposo e faccio parlare le belle ottuagenarie. Le novelle e i romanzetti ambientati nel Ventennio riscuotono un grandissimo apprezzamento dalle lettrici.

Ogni tanto me le immaginavo: un milione di donne,  cioè dieci stadi di San Siro strapieni di donne che leggono la mia novella.

Dirai: il successo! Si, trecentomila copie vendute ogni settimana, forse un milione di lettrici e una montagna di lettere (indirizzate a Iole Belnotte, donne, amiche che fondamentalmente mi ringraziano per averle fatte piangere, a volte solo una parola, un complimento, quasi dei like di facebook ante litteram): non ci crederai, ma ti assicuro che non ci stavo dentro.

Questi qui, cioè la Mondadori, mi pagavano trecentomila lire per una novella con cui riempivano dieci pagine o seicentomila per un romanzetto di venticinque.

Mediamente portavo a casa un milione e mezzo al mese, a volte meno, perché cercando sempre di infilare temi pesanti nella leggerezza della storia d’amore spesso la caporedattrice mi guardava di traverso, e non pubblicava, e non pubblicando, non ti pagano.

Considera poi che tu consegni oggi una storia che va in stampa tra uno-due mesi, quando va in stampa aspetti la fine del mese, e a partire da quel momento passano tre mesi esatti prima che la grande amministrazione dia disposizione di fare il bonifico, dopodiché tra una banca e l’altra sono capaci di far passare un altro paio di settimane.

Morale: lavori oggi, prendi i soldi tra sei mesi, in banca, e se sei già in rosso non li vedi neanche.

Crisi.

Se fai i conti in pratica tu vendi per trentamila lire una pagina di sogni ed emozioni, questa pagina di prodotto a loro costa trentamila lire e gli permette di vendere a trenta milioni la pagina pubblicitaria,

e il marchio che acquista la pagina pubblicitaria accanto alla tua bella pagina diventa il vero autore dei sogni e delle emozioni che tu hai “svenduto” ai signori dell’editoria, pensando comunque di regalarle al pubblico, mentre in realtà le regali al padrone di un’azienda di creme rassodanti con la mediazione del grande editore.

A questo punto capisci di essere davvero una mosca del capitale, e della peggior specie, poi pensi anche al tuo affitto, sai che con  40 caratteri di head line o pay off o claim guadagni come 20.000 caratteri di grande letteratura popolare,

allora mandi a quel paese e il grande editore e la paraletteratura e l’intellettuale organico nazional-popolare, e fai il copy delle creme rassodanti e abbronzanti, e anche delle linee shampoo.

Crisi.

Ma ecco che una bella mattina, mentre sto prendendo il sole al lago di Garda, mi suona il telefono, è il direttore di Confidenze: nella notte Lady Diana si è schiantata come una qualunque shampista.

Bingoo! Cioè, pace all’anima sua, ci vuole un instant book, la missione è: 270 pagine in nove giorni!

Prendo tempo (!) faccio due telefonate, scopro che prima di me hanno interpellato una delle due “regine del rosa italiano” che ha chiesto tot, chiedo metà di tot, lo ottengo, mi firmo Alice Lewis, l’opera si intitola “Il sogno infranto”, è allegata a Confidenze.

Vedo Silvana Giacobini aggirarsi nei box delle redazioni di Segrate, sventola il mio capolavoro e dichiara: è la cosa migliore che ho letto quest’anno. Direi che questa è la massima soddisfazione che ho avuto come autore di paraletteratura.

Da non sottovalutare l’aspetto soldi, avendo portato a casa grazie a Lady Diana (sia lode) quel genere di cifra che ti permette la routine ideale dello scrittore, che a mio parere è questa:

in un mese nel bunker scrivi un romanzo che ti permette di vivere tre mesi,

cioè quello nel bunker e i due mesi successivi al cazzeggio integrale,

magari in qualche altra città o ambiente che ti attira per un qualche motivo,

o anche restandotene nel bunker a giocare a poker per entrare nello spirito giusto per buttare giù un sequel di “memorie del sottosuolo”,

o altro testo pro gloria imperitura o per caduco gaudio,

in attesa della prossima…

crisi.

imago: architetture sospese, 2013 by Jennifer Gandossi

www.jennifergandossi.it

 

 

47 TFIC – 13 paraletteratura rosa

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13 paraletteratura rosa

far piangere milioni di donne 

Scrivere rosa, far piangere le signorine, le loro mamme e anche le nonne, è sempre stata la via maestra per la carriera di scrittore, la prima palestra, l’esercizio di stile formativo, una lunga tradizione, tutti i grandi romanzieri ci si sono misurati, dai romanzoni-feuilleton francesi di fine ottocento, alla scuola italiana con lo sviluppo dei sotto-generi.

Ad autori come Liala, Salgari, Guido da Verona, Pitigrilli si deve l’esplosione della narrativa popolare in un arcobaleno di sfumature dal rosa al giallo al nero all’erotico, e l’invenzione di format nuovi, il fumetto, il fotoromanzo,

un periodo che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta-Settanta, quando la televisione uccide tutti i generi, e la scuola italiana  presenta l’ultimo maestro, il grande Scerbanenco, oggi autore di culto, idolo dei nuovi giallisti e ristampato in Adelphi, ma ai suoi tempi autore di novelle e romanzi rosa  per i settimanali femminili.

Ancora oggi ti capita di trovare su bancarelle o in librerie remainders prime edizioni di romanzi di Scerbanenco a 2 euro, con illustrazioni “rosa” in copertina, mentre in libreria lo stesso romanzetto viene proposto nella linea “alta cultura” a un prezzo dieci volte superiore con copertina design (lo stesso accade ai gialli di Simenon-Maigret), tale che mai uno si immaginerebbe che quel testo sia stato originariamente pubblicato a puntate su Intimità o Confidenze.

Scrivere novelle rosa vuol dire confrontarsi col grande pubblico.

Al grande pubblico non interessa minimamente chi tu sia e quanto sia bravo a scrivere, cioè a immaginare e fingere.

Il grande pubblico, nel caso del rosa, vuole divorare compulsivamente, sognare, emozionarsi, piangere per la storia in sé, come fosse vera, come fosse propria, la lettrice compulsiva capisce subito se stai menando il can per l’aia,  dunque non va sottovalutata la sincerità emotiva della storia, devi davvero tirarti fuori il cuore, o tirarlo fuori alle tue fonti.

L’approccio alla scrittura popolare, bassa, richiede più impegno, più dotazione psichica, più attenzione, più lavoro e responsabilità dello scrivere alto, “letterario”, artistico.

Se un tuo racconto letterario viene pubblicato su una rivista di poesia snob, sarà diffusa in qualche centinaio di case dove sarà letta da qualche decina di persone.

Poche ne vendono, e ancor meno vengono lette.

Se la tua novella rosa viene pubblicata su Confidenze sarà venduta in 300.000 copie e letta da un milione di persone, perché in ogni casa, da ogni parrucchiera, estetista, quella copia viene letta da 2,3,5, 10 persone.

E possiamo presumere che tu venga anche pagato.

Eppure su 1000 aspiranti scrittori forse 2 si misurano davvero con la narrativa di genere, popolare, il rosa, il giallo vero

(non quello di moda: qualsiasi romanzo strampalato con dentro un morto ti viene propinato come un giallo, magari con un aggettivo intrigante, tipo “un giallo gastronomico”, e io immagino le segrete vicende di un tuorlo d’uovo andato a male).

Il giallo vero, come il rosa e qualsiasi altro genere, ha delle regole, che tu puoi anche cambiare, infrangere, ma devi sapere che esistono, che sono nella mente dei lettori, che per questo ti comprano.

Ci sono regole, o meglio programmi, riguardo al lessico, ai tempi verbali, alla struttura narrativa, il meccanismo del climax, del flash-back, del flash-on, la doppia linea narrativa, armonia e melodia, la scansione dei movimenti-capitoli, adagio-allegro-andante, il patto con il lettore, il narratore interno o esterno.

Oltre a tutto questo, occorre la storia, una storia vera, con l’anima, la passione, il mistero, che catturi completamente i lettori come persone che pendono dalle tue labbra (pagine).

Le lettrici di rosa non sono lettrici annoiate, sono fameliche, e se gli dai il brodino allungato te lo sputano il faccia.

La prima cosa che mi ha detto l’editor di Harmony è stata:

per fare lo scrittore di seria A possono bastare le raccomandazioni, per fare lo scrittore di serie B devi essere davvero capace”. – segue

imago: architetture sospese, by J.Gandossi 

www.jennifergandossi.it