Donizetti night, Donizetti live

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Donizetti night, forse la più bella serata che questa città ha vissuto negli ultimi x anni.

50 spettacoli, concertini, performance, esibizioni, tutto in 4 ore (con la coda della sleep concert all night long), tutto in 500 metri, e il centro città da un borgo all’altro, da piazzetta S. Spirito a piazza Pontida, finalmente fluido, unito, il Sentierone extended play, notturno, vivibile, giocoso;

un’orgia, un orgasmo scenico, nella città riservata, introversa, e per una notte esplosiva, con quell’arroganza dei timidi, e conla follia della donna sottomessa che a una certa dice no, che è la follia della Lucia di Lammermoor, che è ormai la Lucia 2.0 della città, la Lucia maledetta, cui hanno cavato non gli occhi, ma l’anima.

Una specie di funeral party dionisiaco, perché in realtà si celebrava la chiusura del teatro, che andrà in restyling – vedi nella foto di Gianni Canali la Lucia di L. assisa sulla catasta delle poltroncine rosse davanti all’ingresso, che già sembrava un rogo – ed ecco che allora, chiuso il teatro, la città stessa diventa un teatro, e musicisti e cantanti si aggirano e si esibiscono in libertà per la città, proprio come quando abbiamo chiuso i manicomi, e lasciato i pazzi in libertà.

Piccoli sipari inquadravano un palco; nelle corti, nei giardini, nei cortili trovavi cancelli aperti, portoni aperti, passaggi, connessioni, naturalmente pensi a Barthes, a Benjamin:  un città la capisci dai sui “passages”.

Al centro della città-teatro – dove s’incrociano il Viale e il Sentierone, cardo e decumano di Bergamo bassa –   sotto la torre dei Caduti, ecco una grande piazza/teatro, con Porta Nuova come ingresso, e Città Alta con fondale di scena.

Qui lo spettacolo clou, “Matti da slegare”, meta-recital, contaminazione di teatro-canzone e multimedia show, una specie di racconto-varietà, un cabaretelling, quattro figure, il pianista, la cantante, il narratore e Gaetano, interpretato da Elio delle storie tese, con la storia del nostro, la vita, le opere, e sullo schermo le citazioni e ei rimandi dalla lirica italiana al cinema americano. Se questo spettacolo aveva la mission impossible di trasmettere l’orgasmo della lirica alle persone comuni di oggi, ormai lontane dal bel canto, bene, ci è riuscito.

Ho visto persone che godevano. Agli accenni, agli attacchi delle arie, che forse molti sentivano per la prima volta, mentre scorrevano immagini di film che invece tutti riconoscevano, ecco il miracolo della lirica (ma solo per cuori puri, cuori semplici):

qualcosa che ti prende visceralmente, una scossa che dalla pelle ti arriva nella cassa toracica come un pugno, un’onda d’urto che poi si dilata, corporale, è l’orgasmo del cuore;

sono momenti nei quali sei posseduto dalle divinità dell’amore, della passione, potresti fare qualsiasi cosa, e però non fai niente, perché godersi l’istante, assorbire questo piacere, è già il massimo che puoi fare, se normalmente vivi in frigorifero…

La lezione della d.night è questa: se davvero vogliamo costruire identità e valore di città d’arte, bisogna tirare fuori i gioielli dai caveau, cioè tirare fuori la lirica dai teatri, e il teatro dai teatri, e la storia dai musei, e l’arte dalle gallerie, e il sapere dalle università, e far lavorare gli artisti, i musicisti, i writers, e produrre lo spettacolo della città, mettere in scena la sua storia.

Non bastano shopping e drink e food per essere un centro urbano attraente, e non basta nemmeno avere belle pinacoteche, belle biblioteche, bei teatri e bei musei: ci vuole la vita culturale vera, viva, non morta, lo spettacolo live della cultura portata nelle piazze, persone vive che trasmettono a persone vive, in linguaggio vivo.

Se l’intento era quello di appassionare alla lirica, e/o contestualmente rivitalizzare il centro, il risultato ci dice che le due cose vanno insieme, e dunque la lirica funziona come spettacolo urbano, e la città funziona come città lirica.

La missione della Fondazione Donizetti è far vivere l’arte e le opere di Donizetti nel nostro tempo e presso le nuove generazioni. Investire in eventi come la d.night, e cioè usare la città come teatro – e far lavorare i nuovi Donizetti – è chiaramente 10 volte più efficace che limitarsi a curare la stagione lirica e l’edificio-teatro. Le persone che la d.night ha toccato ed emozionato in una sera sono 10 volte, se non più, il pubblico-bene della stagione teatrale.

Effettivamente, viene da pensare, con quello che costerà la ristrutturazione-maquillage del teatro, potremmo farci la d.night una sera al mese, tutti i mesi, per i prossimi dieci anni. Cosa che porterebbe visitatori e fan a Donizetti e alla sua città, e diletto ai cittadini.

La d.night indica precisamente che bisogna manipolare, osare, contaminare, creare, rischiare, produrre la nuova versione del patrimonio culturale;

e pensiamo alla Carrara, non basta riempire la città di totem spiritosi o sostituire le didascalie con i QR code, occorre far vedere l’arte in città, far lavorare gli artisti di oggi su questo tema, senza snobismo, con amore vero rispetto a un corpus artistico, a uno spirito, e liberarsi dai vincoli, dalle filologie vetuste, dall’ossessione leguleia per le fonti, ed essere capaci di mimesis, di energia intellettuale-corporale.

Va bene conservarli, ma bisogna anche goderli, questi benedetti beni culturali. Con la cultura bisogna fare l’amore, mica dire messa.

 

Amore per le istituzioni

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(Discorsi a margine di un evento sportivo, qui sopra Leone e Giovanni, photo by Francesca Musarò) 

“Apri un nuovo pannello, salva con altro nome, aggiungi ai contatti, invita…”

“Sembrano utilities, funzioni, strumenti, e invece è la nostra vita, il nostro essere persone in un mondo che in ogni istante, ad ogni schermata, ci chiede di cambiare mentalità, valori e sentimenti”.

“Solo alla fine della giornata, al cesso, ci rendiamo conto di essere periferiche biologiche dei motori di ricerca, così come l’operaio nostro padre era il terminale umano della catena di montaggio. Ma la sua era un’alienazione fisica, meccanica. La nostra è un’alienazione permanente, psicologica, 24h, 365 gg/anno. Riavvia il programma, cambia canale, profilo, lavoro, vita”.

“In questo panorama ipercinetico, avere un punto fermo è diventato il bisogno più grande. L’hanno capito anche i giganti del mercato, l’inversione di tendenza è cominciata, e Fiorello da alcuni mesi ripete lo slogan “Io non cambio” per una grande compagnia telefonica”.

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Questo slogan, “Io non cambio”, è stato ripreso – ma diciamo pure copiato – dal sito/manifesto del maglificio sportivo Rosti.  La filosofia “io non cambio / quello che ho dentro / lo sento a pelle” non nasce come progetto commerciale, ma come espressione autentica del carattere radicale, dello spirito antagonista che anima le ragazze e i ragazzi di questo laboratorio artigianale-hi tech. Perché quello che i grandi brand si sforzano di ottenere con grandi mezzi, e cioè la coesione, lo spirito di gruppo internamente, ed esternamente la fedeltà, l’amore dei clienti, queste piccole imprese creative (ma visceralmente creative) ce l’hanno nel sangue, gli viene naturale, sono fatti così, e piacciono così.

Sabato scorso (10 giugno) all’interno del villaggio operaio di Crespi d’Adda, si è corsa la prima edizione della Trambai Rosti, gara per bici e gente fixed, cioè con biciclette a scatto fisso, senza cambio, e senza freni.

Dai paddock osservavo queste tribù riunite di bergamo-bresciani fluviali (con il maglificio Rosti c’erano gli amici del birrificio Balanders’, dell’abbigliamento Prestorik, ed altri). Una specie di nazione indie, unita e distinta (e distinguibile) dalle diverse “fissazioni”: punk-tatoo, neo barbudos, bio-vegan, sport-fixed, grunge-metal, peace&love, new canapa, hop addicted, web nerd, e anche common people consapevole, out of fashion. E pensavo: questo consorzio umano apparentemente svagato, residuale, disimpegnato, è in realtà un panel sociale di nuova tendenza, la nazione indie. Persone che non frequentano i centri commerciali, non acquistano prodotti delle multinazionali, non seguono le mode, ma sono attenzionati dai guru della comunicazione, perché detengono la merce vera, l’energia vitale, interessi e passioni vere, e gusti propri, definiti, radicati.

E dunque: marchi indipendenti di artigiani creativi, un evento sportivo underground, una location proto-industriale (Crespi è un caso perfetto di villaggio operaio fine Ottocento rimasto esattamente così com’era, per questo è sito Unesco-patrimonio dell’umanità) ma soprattutto un clima sociale freedoom&sharing.

Benedetto, del maglificio Rosti, mi indica i big: Luis Porto, arrivato in mattinata dal Brasile; Mark Ryan, dalla Nuova Zelanda – gente che da cinque anni pratica questo genere di gare; poi due ex professionisti della Androni giocattoli, Ratto e Chicchi. Con la divisa Rosti, Luca Salvadeo, un over 55 reduce da un brutto infortunio, capace di arrivare settimo alla Milano-Sanremo in sella a una fixed (e mi mostra un video dove lo vedi alzare i piedi dai pedali, in un discesone).

La prima gara è quella riservata al pedale vintage, con biciclette e tenute inizio Novecento, sembrano usciti da un film muto, con braghe alla zuava e baffoni a manubrio.

Il mio ufficio stampa è una panca a distanza di braccio dalle spine Balanders’. Ascolto chiunque abbia una fissazione da raccontare.

Matteo è l’editore di CTRL magazine: “La mia fissazione, fin dall’asilo nido, è prendere il volo. Volevo volare, essere un uccello. Mi sentivo in gabbia. Poi un giorno sono uscito dal guscio,  ho preso il volo… è stato allora che ho cominciato a darmi delle arie”.

Valeria è il sindaco di Capriate, S.Gervasio e Crespi (una di quelle unificazioni amministrative che risalgono ai tempi del duce), le chiedo qual è la sua idea fissa. Mi dice: “Come sindaco la mia fissazione è una piazza che riunisca le tre comunità. Una scommessa urbanistica, e sociale, perché se a Capriate vogliono una cosa, a S. Gervasio vogliono il contrario, e a Crespi hanno le loro idee… La piazza avrebbe il senso di un’armonia, il superamento dei campanilismi, non so quando la faremo, perché questa piazza deve sorgere prima di tutto nell’anima dei cittadini, è a questo che lavoriamo”.

“Volevo andare al mare, ma l’altro giorno avevo la prima unione civile, non potevo non esserci, adesso sono in viaggio di nozze a Cuba, mi mandano le foto delle spiagge bianche con scritto  “un bacio grande dai tuoi sposini”. Quando li ho sposati ho citato Topler:  “Il cambiamento non è soltanto necessario alla vita, è la vita”

Le dico: scusa sindaco, ma stiamo andando fuori tema. Ridendo, mi dice: “Io non cambio, devono prendermi così, sono fatta così!”.

Alfredo è l’assessore alla mobilità e all’ordine pubblico: “La mia fissazione più forte è avere in macchina almeno 20 cd per ogni stato d’animo, per ogni tipo di strada, perché io giro molto in macchina, e la musica mi accompagna da sempre, sono un divoratore di musica, e compro ancora i cd, devo avere qualcosa come 3000 cd”.

“Qui da ragazzo avevamo fatto un centro sociale, si chiamava Fratelli Marx, qui hanno suonato gruppi poi diventati famosi, Africa Unite, Sud Sound System, Casino Royale”

“Io vengo da una gioventù fatta di radio libere, ti parlo di West Radio, facevo una trasmissione di musica italiana, ritmo tribale; ma prima ancora Radio Isola, a Bottanuco, il segnale arrivava si e no a 6 chilometri… Il programma si chiamava “My way”, e la sigla era la versione di Sid Viciuos…”

Gli chiedo quanti anni ha, parliamo da cinque minuti e mi sembra di conoscerlo da sempre, come fosse un mio ex compagno di classe.

“Sono del 1966, cresciuto nel post punk, Clash, Talking Heads, The Cure, i Police. Primi anni Ottanta, andavamo al Plastic a Milano, non potevi andare vestito normale, io non avevo i soldi per vestirmi da punkettone… ricordo una sera, mi infilo i mutandoni di mio papà del lavoro, la maglia di lana a maniche lunghe, e gli anfibi: e mi hanno fatto entrare”.

“Ma la mia vera fissazione è andare, partire, vedere il mondo, una voglia di conoscere il mondo che i ragazzi di oggi non hanno, perché se lo trovano sul telefonino”.

“Sono appena stato in Serbia per lavoro, in Voivdina, gente stupenda, una cosa profonda, rapporti umani, vita vera, mi veniva di piangere”.

Siamo al tramonto, è il momento della finale, venti giri partendo con l’ultima luce, e arrivo al buio. Davanti ai concorrenti, fa da moto-apripista Maurizio, sparato con una Vespa che deve averne viste. Vince Chicchi con distacco, e doppiando parecchi concorrenti.

Magari un giorno questa gara diventerà un must, sarà sponsorizzata dalla Heineken, trasmessa su Sky, e ci vorrà il pass. Ma ieri, alla prima edizione, organizzata friendly e in beneficenza, con l’altoparlante che diceva “manifestazione organizzata dal barrificio Rosti”, sembrava davvero di essere in un paese libero.

Alla fine quello che conta è il clima sociale. Mentre parlavo con l’assessore blues, ci fanno vedere la foto di me con il sindaco rock. Per la prima volta nella mia vita, provo amore per le istituzioni.

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ti rendering conto?

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Sabato scorso doppia pagina su L’Eco per “il rilancio del centro”, “la città green” “immaginiamo Bergamo senz’auto”, con una serie di rendering commoventi, che mi hanno fatto ripensare a quando all’asilo, per non sapere né leggere né scrivere, la maestra ci chiedeva di disegnare la piazza o il quartiere. Io mettevo gli indiani e i cow-boys a combattere sul ponte della Morla.

L’Eco mette una signorina in due pezzi in via Tiraboschi, e una panchina dalla prospettiva impossibile in Porta Nuova.

Se penso ai decenni di ricerche, alle decine di professionisti di ogni ambito (architetti, naturalisti, ingegneri, urbanisti…) che da anni cercano seriamente di fare la Bergamo green, e penso ad esempio al “passante pedonale verde” che dall’Accademia Carrara via Parco Suardi-Montelungo-Tasso arrivi al Sentierone”, oppure al sentiero sotto le mura, già proposto negli anni Trenta; oppure alla “riscoperta” della rete delle rogge che attraversa il centro, di cui evidentemente gli autori dei rendering non hanno la minima idea…

Se l’intento è realmente quello dichiarato (“immaginiamo Bergamo senz’auto”) certo queste immagini non rendono un buon servizio alla causa, anzi…

Se invece l’intento fosse esattamente quello opposto, e cioè screditare le visioni green e la città senz’auto, allora sono perfetti.

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Istruzioni per capire Bg – suore, soldi e soldati

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STORIA5 LUOGHI  Allegoria su foglio ufficiale rappresentante la Libertà vittoriosa in Bergamo. - B. Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi -

Prendi un libro di storia, vai all’indice. Trovi 98 uomini e 2 donne.

Prova a riscrivere la storia partendo dai personaggi donna. Ti troverai contro gli storici (anche gli storici donna) che ti diranno: e dove sono le fonti? Tu stai facendo narrativa!

Va bene. Resta il fatto che non puoi capire la storia di Bergamo Bassa senza le donne.

Per cominciare: Santa Grata, la fanciulla che prese in grembo la testa mozzata di Sant’Alessandro martire, e se la trascinò seco per mezza città, sanguinolenta. Dalle perdite di sangue della testa del Santo (nel grembo della Santa) su quel prato – poi detto di S.Alessandro – spuntano fiori, piante perenni, le stesse oggi piantate nel sentierino.

Ogni anno, nell’anniversario del martirio, in questo prato presero a ritrovarsi gruppi sempre più numerosi di credenti. Da questi assembramenti devozionali, nasce la Fiera di Sant’Alessandro, che darà anima e storia all’odierno Sentierone.

Poi, un esercito di suore. Tra il 1300 e il 1800, gli unici edifici presenti nell’attuale centro di Bergamo erano conventi e monasteri femminili. Che in seguito divennero caserme, o banche.

Santa Marta, “la nota antica della Bergamo Moderna”, è un convento di suore domenicane del 1335. Ci resta il chiostro, interamente circondato dalla sede della Banca Popolare.

Poi c’era Santa Lucia, proprio a fianco di Santa Marta, dove oggi sorge Palazzo Frizzoni, sede del Comune, anch’esso convento di domenicane. Più antico, sempre di suore domenicane, e tuttora “in esercizio”, il monastero di Matris Domini. Più periferici, scoperta di questi giorni, i conventi femminili nell’area della Caserma Montelungo.

In via Pignolo e in via S. Alessandro, altre suore di clausura, nonché la chiesa della Maddalena, sconsacrata (da fonti non attendibili: tra le mille imprese del Colleoni, l’aver trafugato il corpo della Maddalena da Senigallia, dove l’avevano portato i crociati, e l’averlo traslato a Bergamo).

Unica presenza maschile nell’area oggi centro della città: i frati di San Bartolomeo (domenicani pure loro).

Per centinaia di anni, l’unica possibilità di carriera e di potere, l’unica impresa che una donna poteva dirigere (e con profitto!), era il convento.

Suore, soldati, soldi: conventi che diventano caserme che diventano la city finanziaria.  In mezzo, la fiera, cioè la città commerciale, i cui proventi andavano all’ospedale di San Marco, in linea con la tradizione “ospitaliera” della città della suore. Santa Marta di Betania era la santa “ospitaliera” per definizione. Santa Grata stessa fondò un ospedale.

La più antica istituzione cittadina, la MIA, nasce nel 1265 per “prevenire l’eresia” sostenendo la popolazione bisognosa. Nel 1500 Bergamo ha 20.000 abitanti: ben 7000 sono “mantenuti” dalla MIA. In occasione della Fiera, la popolazione triplica. Commerci internazionali e finanza solidale.

Secoli dopo, con motivazioni moderne, ma assimilabili, nasce la Banca Popolare di Bergamo, che stabilirà la sua sede proprio dove sorgeva l’ex convento di Santa Marta (e assumendosi il compito di conservare e ristrutturare quel che ne restava: il chiostro).

Oggi le donne a Bergamo “hanno in mano” la cultura, e l’8 marzo l’Eco di Bergamo le intervista in coro. Ma io credo che per cambiare le cose, cioè per costruire una nuova cultura a partire dalle donne – cosa di cui c’è un gran bisogno – le donne dovrebbero prendere l’economia, il potere vero, la politica, la finanza.

E poi affidare la cultura agli uomini.

(Immagine: Allegoria della Libertà vittoriosa a Bergamo, da Storia di Bg e dei Bg di Bortolo Belotti)

 

Istruzioni per capire la città di Bergamo – il sentierino

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IMG-20170531-WA0005 (nella foto: il sentierino è quello a sinistra, alberato; il Sentierone a destra, lastricato)

 Bergamo è una donna. Ti diranno che è una donna chiusa, e questa chiusura è rappresentata dalle sue Mura, che come un decolleté incorniciano il suo volto incantatore dal profilo perfetto. Ti innamori della sua bellezza a prima vista. Ma se vuoi capirla, lascia stare Bergamo alta, e comincia da Bergamo bassa: la pancia, le gambe, la pulsazione della città.

Perché in realtà Bergamo è una donna aperta, molto aperta, anche un po’ puttana, e non da oggi. E le sue valli sono ancora più aperte, e ancora più puttane. Gli storici lo sanno.

Tutti hanno costruito mura a Bergamo. I Romani nell’evo antico, i Bergamaschi nel medioevo, i Veneziani nell’evo moderno. Ma come sempre, costruite con la scusa di proteggere dall’esterno, le mura servono poi a rinchiudere chi ci è dentro. E sempre i bergamaschi hanno trovato modo di abbatterle, o uscirne.

Bergamo bassa nasce come linfa fuoriuscita dalle mura di Bergamo alta. Colate di magma urbano che dalle porte scendono al piano. Botteghe, magazzini, opifici, edifici: i borghi.

Da Porta S. Agostino discendono verso Venezia le vie Pignolo, Borgo Palazzo, Santa Caterina, piazza S. Spirito, e via Tasso.

Da Porta S. Giacomo discendono verso Milano le vie S. Alessandro, S. Orsola, Borfuro, Piazza Pontida, e via XX Settembre.

In mezzo: il nulla. Un’area vuota che separa e unisce i due borghi, un prato, un’area periferica, adibita a pascolo, ma utilizzata un mese l’anno (fine Agosto e inizio Settembre) per dare vita a una delle più grandi -  e antiche -  fiere d’Italia e d’Europa (da cui: la città puttana commerciale): la Fiera di Sant’Alessandro.

E così, nel corso del tempo, il sentierino che attraversava questo prato è diventato il Sentierone, i borghi si sono saldati, e quella che era un’area periferica è diventata il nuovo centro della città: un centro commerciale. Non è per caso che oggi abbiamo l’Oriocenter. Ce l’abbiamo sempre avuto.

Poi, nel Novecento, negli stessi anni, mentre il nuovo centro di Bergamo Bassa veniva costruito ex novo come centro finanziario e dei servizi (da cui: la città puttana moderna)  la vecchia città alta, che era rimasta tagliata fuori, diventando a sua volta una zona degradata,  è stata “reimpaginata” come città d’arte (da cui: la città puttana turistica).

Piaccia o no, il caso Bergamo è stato il modello urbanistico di molte altre città “modernizzate” nel  ventennio, con soluzioni divenute poi di norma: e citiamo il rispetto del panorama urbano considerato come bene paesaggistico (il famoso cono ottico su città alta, da via Autostrada – sic! – a Porta Nuova).

Oggi, dal momento che la funzione di città puttana commerciale è ulteriormente migrata a sud (il nuovo Sentierone è l’aeroporto, e l’Oriocenter è il nuovo super-market) il centro piacentiniano è in fase di cambio d’identità e nuova consapevolezza da puttanella turistica, non in concorrenza, ma in sinergia con la puttana madre, Bergamo alta.

In questa dinamica psico-erotica, trova le sue motivazioni il progetto “sentierino”. Il sentierino è la traccia generativa della Bergamo Moderna oggi allestito come “percorso narrativo”, come viaggio nel passato della Bergamo Moderna, con 26 personaggi di diverse epoche che raccontano episodi, frammenti, scene dall’anno mille al duemila.

Rintracciare il sentierino nel Sentierone per riscoprire spirito, carattere, tempra dei nostri avi. Personaggi ostici, inclassificabili, spesso impresentabili, ma stranamente attraenti. Ne ho esaminati e proposti un centinaio prima di arrivare alla selezione finale.

Si, questa città è una puttana. Ma noi umani possiamo amare anche una puttana, insieme a tutti quelli che l’hanno amata prima di noi.

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Info su www.ilsentierino.it

 

 

 

santa maria sedativa

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Ieri sul Sentierone al Festival dell’Ambiente di Bergamo acquistata marijuana light (thc < 3) in libera vendita. 17 euro in promozione, 5 grammi, cartine in omaggio. Buona. Il commerciante mi dice: per il suo contenuto inferiore al limite di legge, è perfettamente legale, tuttavia potrebbero sequestrarla per esaminarla. Quindi?

Meglio evitare, se siete persone riservate, di andare in giro a fumarla vistosamente, perché l’aroma è quello. Nei primi tempi ci saranno dei controlli, ma possiamo abbastanza realisticamente prevedere che nel giro di x mesi/anni, tutti fumeranno tutto ovunque.

Trambai tribe

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CRESPIcentrale

Una lingua di terra sempre più esigua tra due corsi d’acqua, da una parte il canale, gonfio e rapido, dall’altra il fiume, placido e sinuoso. Improvvisamente dietro un’ansa appare il grande edificio d’altri tempi, che torreggia sulle acque, con dentro macchine gigantesche, grandi come astronavi, dipinte di nero.

In questo scenario da Metropolis + Indiana Jones, in una mattina di sole, ecco un gruppo eterogeneo di persone –  giornalisti, assessori, atleti e alcuni selvaggi tatuati e barbuti – che bevono insieme birre spillate da un impianto montato al momento, e non è nemmeno mezzogiorno.

“Tutto comincia qualche anno fa negli Usa, una festa di compleanno di un gruppo di amici che amano la birra, e sono tutti bike messengers, i fattorini in bicicletta, e si sfidano in una gara improvvisata nel quartiere. Subito la moda arriva in Europa, parliamo di gare semiclandestine notturne, in zone industriali, a Milano, a Bologna, nasce una tribù, un fenomeno. Parlando con Giovanni (boss del maglificio sportivo Rosti, ndr) ci viene l’idea di fare una gara del genere nel villaggio operaio di Crespi d’Adda. Da perfetto sconosciuto vado a bussare all’amministrazione comunale” (Alessandro Gallo, Balanders’ crew – team fixed).

“Subito sono rimasta colpita dalla serietà e dalla professionalità di queste persone (gente con gli orecchini e la barba lunga trenta centimetri, ndr) e l’idea mi ha conquistata, qui ci piacciono le sfide, questo luogo deve tornare a vivere, è un gioiello di storia, un volano di energia” (Valeria Radaelli, sindaco di Crespi d’Adda)

“Si corre su un circuito urbano, con curve secche, ma con una bici da pista, a scatto fisso, pedalata continua, niente freni… per rallentare pedali all’indietro, in contropedalata, come facevi da ragazzino con la Graziella della nonna… arrivi alla curva a 50km/h, devi riuscire a fare una skittata, hai bisogno di tante forza fisica e tanta tecnica, sia di gambe che di testa, insomma: tanta adrenalina, e cervello, perché se sei stanco…” (Manuel Scerbo, squadra corse team Beltrami Criterium Italia)

“Per il food avremo la Casa di Enzino, una comunità creata da Don Mazzi in Val Camonica, e poi le birre Balanders’. Dicendo Balander in dialetto si intende un poco di buono: però buono, e benvoluto” (Gottardo Ferrati, birrificio Balanders’)

“No io non parlo, cosa c’è da dire? Che il ricavato andrà in beneficienza? C’è bisogno di dirlo?” (Giovanni Alborghetti, maglificio Rosti)

Succedeva stamattina (25 maggio, ndr), alla vecchia centrale idroelettrica di Crespi d’Adda, “cattedrale” di archeologia industriale che un tempo faceva “girare” la fabbrica, e oggi è stata rimessa in funzione, in ottica sustineable-energy. Era la conferenza stampa di presentazione della Trambai Rosti Criterium, gara fixed che si correrà il 10 giugno, nelle strade del villaggio operaio di Crespi d’Adda (luogo che è patrimonio Unesco).

“Una vera conferenza stampa si fa così: prima si beve, poi si parla. Nessun discorso preparato, niente sedie, palchi o microfoni. L’evento parla da sé” (Leone Belotti, Calepio Press) (Photo: interno della centrale di Crespi d’Adda).

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quando si faceva il bagno al diurno

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La domenica mattina se ne andava tra scrivere a casa e fare il bagno, all’albergo diurno, perché la signora Gemma aveva lo scaldabagno guasto, e secondo lei c’era il pericolo che il gas facesse scoppiare ogni cosa.

Il diurno era sotto il piano della strada, e bisognava scendere una rampa di scale a chiocciola. Laggiù scoprivi un labirinto di corridoi a piastrelle bianche e tante porte. Una decina di donne cinquantenni e atticciate, con grembiule celeste e fazzolettone in capo, trottavano su e giù, portando asciugamani sporchi, secchi di liquido per disinfettare, spazzoloni di cencio per strofinare le vasche. I clienti invece stavano seduti in fila su certi sgabelletti cromati, in attesa del turno. All’ingresso ti davano un biglietto con il numero, e dovevi star bene attento, quando la donna lo chiamava, altrimenti c’era il pericolo che quella passasse al successivo, e il turno andava perso.

“Novantasei” urlava la donna. E Subito, se nessuno si alzava a dire “Io”, oppure “Presente!” secondo i casi, quella incalzava: “Novantasette”, e così via.

Con tanta gente bisognava far presto a lavarsi, altrimenti la donna ti bussava alla porta gridando con voce di naso: “Sollecitare!”. Così io non avevo mai tempo di tagliarmi con comodo le unghie dei piedi: ho sempre tenuto le forbicine apposta io, per le unghie dei piedi, di quelle che funzionano a molla, come le cesoie dei giardinieri.

(Luciano Bianciardi, L’integrazione, 1960. Immagine: il Diurno di Milano)

Domani 19 maggio dalle h18 il Diurno di Bergamo in piazza Dante, chiuso dal 1978, riapre in anteprima come Contemporary Locus (progetti d’arte in luoghi dismessi temporaneamente riaperti attraverso opere e progetti site specific di artisti internazionali).

Si scenderà da uno scalone dietro il Sentierone, ci si ritroverà in un grande salone sotterraneo, in origine costruito come rifugio antiaereo, quindi trasformato in albergo diurno. Bagno, manicure, pedicure, coiffeur, liquori, sigari, biliardo. Una specie di mix centro benessere-malessere. Negli ultimi anni era diventato il posto dove i perdigiorno-nottambuli della città andavano ad aspettare il tramonto. Qui sotto, immagine del Diurno di Piazza Dante.

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cosa vuol dire banca immagine

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Passi interi pomeriggi on line sulle più grandi banche immagini, guardi migliaia di foto perfette, in alta definizione, e non ne trovi una che ti dica qualcosa. Paesaggi fantastici, uomini e donne bellissime, luci studiatissime, inquadrature intelligentissime: e non ti smuovono niente. Zero sentimento, zero suggestione.

Torni a casa, cambi epoca, ti si apre un mondo. La vera banca immagine è quella scatola di scarpe nell’armadio di tua madre, con dentro le vecchie foto di famiglia. Un patrimonio che andremo a perdere. Mi viene da ridere quando le anime belle digitali pensano di salvare questo patrimonio a colpi di scanner.

In realtà tutte le nostre schede di memoria, i giga, il cloud, i server sono tecnologie di perdizione. I miei romanzi degli anni Ottanta su floppy disk sono irrecuperabili. Il diario di mio bisnonno del 1880 è perfettamente leggibile. Credo che molto difficilmente potremo mostrare ai pronipoti le nostre bacheche facebook. A meno di stamparle, e metterle in banca, cioè in una scatola di scarpe, e in un armadio.

 

 

Il consiglio del maschio antico

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MschioAntico

Corpo di ninfa, pelle di seta, bocca d’amore, occhi di brace.

Può ucciderti con uno sguardo, resuscitarti con un cenno.

Toglitela dalla testa. Portala nel cuore.

(consiglio del maschio antico, dal retro di una vecchia fotografia anni quaranta)