quando ascoltavamo making movies

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avevamo 16 anni, i capelli lunghi e l’aria sempre inkaz,

ascoltavamo i dire straits, si andava in moto senza casco

e l’unica malattia incurabile a trasmissione sessuale era la vita

 

la porta stretta

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«Ma io so cosa significa!», avevo protestato. Tra le mani brandivo il romanzo di Gide.

«Davvero? E cosa sai?», aveva ribattuto Monsignor P, la voce velata d’ironia.

Con un lieve tocco mi aveva guidato in uno di quegli stretti vicoli che tagliano e cuciono il tessuto urbano della Roma barocca. Pareva divertito dalla mia ingenuità. Anche nel modo di sorridere, come in ogni suo gesto o parola, esprimeva una specie di eleganza virile, un’aggressività controllata, da gentiluomo che tiene al guinzaglio un animale feroce. Sorrideva, ma i suoi occhi grigi ti fissavano con la potenza nuda di chi ti entra nella psiche col piglio del dominatore. Appena girato l’angolo, ci eravamo fermati davanti a una piccola e polverosa libreria apostolica.

«Mio giovane amico, se tu conoscessi davvero l’origine, e il senso occulto di quel versetto… potresti ben perdere la retta via!», disse. Mi ero sentito avvampare la faccia.

«La porta stretta “è” la retta la via!», avevo quasi declamato, calcando la “è” come un filosofo esistenzialista. Dovevo essere piuttosto comico, nel tentativo di dare una zavorra intellettuale ai miei diciott’anni. E lui, condiscendente, mentre si stringeva per farmi entrare nella piccola libreria, a bassa voce, quasi salmodiando: «Facilior est dromadi fibulam accedere, quam diviti intrare in regnum caeli.»

Sapevo che la “vexata quaestio” del cammello nella cruna dell’ago (paradosso? metafora? errore di trascrizione? di traduzione?) era una delle “Controversie” che l’avevano reso celebre. Il seme dell’indagine filologica era stato lanciato.

* * *

Io ero allora un ragazzino diversamente abile (crescendo mi sarei normalizzato). Al Liceo la mia intelligenza era motivo d’imbarazzo sia per i compagni che per i professori. Avevo conosciuto Monsignor P vincendo in primavera i campionati studenteschi di latino della comunità europea, a Magonza. Poi ero stato selezionato per i test d’ingresso alla Normale di Pisa, e li avevo superati. Ma non avevo ancor deciso il mio futuro. Ero attirato sia dalle facoltà umanistiche che dalla ricerca scientifica. Così avevo accettato l’invito e l’ospitalità di Monsignor P, che dichiaratamente intendeva “traviarmi” verso una carriera di super-topo da Biblioteca Vaticana.

Sono passati più di trent’anni, ma ricordo ogni cosa di quelle giornate romane.  Ero spaventato dal potere della sua mente, attirato dal suo sguardo, dalla voce, dalle mani. Doveva avere più di cinquant’anni, nonostante l’aspetto da quarantenne.

«Ti condurrò alla porta stretta», mi disse nel retro di quella libreria da preti. Scelse per me una decina di volumi e alcuni opuscoli, e nel consegnarmeli mi congedò così: «Hodie demotica, cras ieratica». L’indomani, pensai, mi avrebbe portato nella Biblioteca Vaticana.

Invece mi portò fuori Roma, alle Catacombe. Era il tramonto, gli ultimi turisti stavano uscendo. Il custode gli consegnò le chiavi e se ne andò.  «Seguimi», disse, e ci inoltrammo nei cunicoli. Non ero molto lucido. Avevo dormito pochissimo, avendo letto tutta la selezione “demotica”, con “la verità sui più noti segreti della Chiesa”:  vangeli apocrifi, rotoli del Mar Morto, donazione di Costantino e riunioni mistico-orgiastiche dei primi cristiani. Ero pronto a tenere una dissertazione sulla capacità della Chiesa di falsificare fatti, parole, testi, documenti relativi alla sua stessa storia.

Camminammo alcuni minuti, facendo diverse svolte, chiudendoci alle spalle diversi cancelli. Infine ci ritrovammo in una camera cubica, scavata nel tufo, simile a una tomba etrusca, con giacigli di pietra, sui quali erano posati eleganti cuscini damascati.

«Guarda» disse, accendendo un faretto, e dirigendolo sulle pareti.

* * *

Sette porte strette erano incise nella roccia, istoriate da figurine scurrili in stile pompeiano e da iscrizioni in gran parte abrase. Facilmente decifrabili, i nomi delle sette “porte strette”: partum, basium, fellatio, cunnilingus, penetratio, inculatio, dissolutio. Ripetuta in ogni porta: effundete per strictam ianuam intrare. Ricordo dei frammenti: cum tumida labia tibi adferentes in spatio alitus (il bacio);  verga virescit liquente vagina (la penetrazione) deinde infimo ano anelans contra naturam pulseris usque conculcata membra per idem motum spasimantes (si capisce).

«Avanti, mio giovane amico, aspetto un’ipotesi!»

Il mio cervello girava a mille. Di getto, dissi: «Sappiamo che tra i primi cristiani c’erano patrizi viziati, in cerca di svaghi erotico-religiosi… questo aspetto orgiastico, scompare in seguito alle persecuzioni: l’eros è bandito, e quando poi i padri della chiesa “creano” i vangeli, ogni riferimento sessuale viene bollato come apocrifo, oppure purificato: è il caso della porta stretta, in origine orifizio corporale, in seguito astratta porta della virtù.»

«Ottima sintesi! Ma la porta stretta è più di un orifizio: è l’orgasmo. Tutte le sette porte, compresa la nascita e la morte, sono esperienze d’orgasmo.»

Monsignor P continuò così: « Avevo la tua età, mio giovane amico, quando conobbi Andrè Gide. Prima de “La porta stretta” aveva scritto “L’immoralista”. Poi avrebbe scritto “I sotterranei del Vaticano”. E infine “I falsari”. Fu Monsignor T a condurlo qui, dove ora siamo noi. Era il 1947. L’anno in cui ebbe il premio Nobel. »

Spiegò che Monsignor T e Gide decenni prima lo avevano abbracciato e baciato al modo dei Templari, a suggellare l’affidamento del segreto della porta stretta.

«E adesso anche tu sai», concluse, e aprì le braccia verso di me. Mi cinse delicatamente le spalle, mi sfiorò con le labbra il volto, quindi mi strinse a sé…

La cosa più spaventosa, nel rendermi conto dell’approccio sessuale, fu la delusione spirituale. Ricordo anche un istante di paura, animalesca, nel chiedermi se la mia forza fisica potesse reggere la sua. Ma non ci fu alcuna violenza.

«Un segreto tra me e te. Pensi di poterlo tenere?», disse.

«Si», risposi. Quella sera stessa raccolsi le mie cose, andai alla Stazione Termini, tornai in Lombardia e  diventai architetto. Non vidi mai più Monsignor P.

* * *

Nella primavera dello scorso anno, leggo la notizia della sua morte. D’impulso decido, parto, vado al funerale. In treno inizio a mettere su carta appunti, ricordi. Nel corso della cerimonia funebre, un volto che conosco, ma non riconosco, mi colpisce, due file avanti, di lato. Comincio a osservarlo. Anziano, il volto un intrico di rughe, il corpo massiccio, un vero etrusco. E capisco, ricordo. Molti anni prima avevo diretto i lavori di restauro di una pieve in Toscana, lui era uno degli artigiani. Grande scalpellino, bottega da generazioni, i nonni famosi tombaroli. Lo stavo guardando quando l’officiante recitò “la porta stretta della virtù, del coraggio, della verità, anche a costo dello scandalo, del sacrificio e del martirio”: e vidi la sua smorfia sardonica. Dopo la funzione lo avvicinai.

«Abbiamo fatto diversi lavori per Monsignore. I lavori di “riproduzione” li faceva mio padre, lasciandomi i trattamenti di rifinitura per invecchiare il risultato»

«Iscrizioni di carattere erotico, in stile pompeiano?»

Qualcosa balenò nel suo sguardò impassibile, da etrusco.

Disse: «In certi casi ci pagava molto bene, ma con l’impegno alla riservatezza.»

Seguii il corteo al camposanto. Fu sepolto nelle nuda terra. E mentre ritiravano le funi, un flashback, James Joyce, l’Ulisse: le corde dei becchini come il cordone ombelicale, ecco la porta stretta, il mistero da cui proveniamo, e a cui torneremo. E come un sms, mi arrivano nella memoria frammenti dell’ultima porta (dissolutio – regressio ad terrae matris uterum) e della prima: partum -  quasi ex utero eiectum in vitam penetris per abruptam vocem.

Ecco la “morale stretta” di questa storia: anche in un falso, scritto da un uomo falso, con cuore falso, in una lingua morta, puoi trovare autentica poesia.

(Leone Belotti, La porta stretta, ArtApp n.17 , rivista di “arte, cultura, nuovi appetiti”,  http://www.artapp.it   https://www.facebook.com/artapp/ )

Cosa vuol dire “alla sera leoni”

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Corro il rischio, so cosa stai pensando, ma corro il rischio, perché voglio dirti cosa significa realmente essere alla sera leoni, quando calano le tenebre, nel momento dell’incertezza, del pericolo, quando i conigli scappano, e solo chi ha forza e coraggio esce dalla tana, per difendere chi sta nella tana.

Questo è il mio lavoro, il mio carattere, e vado d’accordo con le aziende all’apparenza mansuete, ma che nascondono un cuor di leone, e sono pronte a ruggire, ad assalire quando la preda è in vista, e a difendere il nido dalle insidie della notte.

Non chiamarmi per fare un lavoro qualsiasi, chiamami quando vuoi compiere un’impresa, una missione impossibile, quando vuoi sfidare Golia, abbattere i giganti, o conquistare il mercato.

Io sono uno scrittore, e quello che possiedo è la tecnologia della parola. Ho lavorato in grandi agenzie, per grandi marchi moda e design, ho scritto romanzi e racconti per grandi editori, biografie, storie e filosofie aziendali per grandi gruppi, e grandi capitani d’impresa.

Ma prima ho fatto tutti i lavori del mondo, e ho studiato di tutto, in tutte le facoltà.

Sono al servizio di chi mi vuole, di chi cerca lo specialista nella traduzione di un desiderio, una pulsione, una scelta o un progetto in un messaggio, una strategia, un sistema di comunicazione efficace.

Ti sembrerà arrogante questa presentazione, ma in realtà ti sto promettendo dedizione e umiltà, perché la creatività, come ogni professione, senza passione è sterile. Che si tratti di trovare una parola, un nome, uno slogan, o costruire una storia, un concept, una reputazione, il tuo problema diventa il mio, il tuo bisogno la mia sfida.

Mi trovi negli uffici Multi, ma di fatto, come avrai capito, lavoro di notte: e tornando al titolo concorderai con me che è senz’altro preferibile evitare un appuntamento mattutino, specialmente se  anche tu sei un leone.

(auto-presentazione by Leone Belotti,  http://www.multi-consult.com/author/lbelotti/ immagine: F. Depero, necessità di auto-rèclame, 1927)

 

Quando scrivevo romanzi molto veloci

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In fondo al rettilineo, prima della galleria, c’era una delle mie curve preferite. Conoscevo bene quella curva, a medio raggio, stringente, cieca, a destra, con la parete rocciosa da una parte e lo strapiombo sulle acque del Brembo river dall’altra. Una maledetta curva assassina, disassata, pericolosa, spesso scivolosa, con buche ai margini e brecciolino in carreggiata. Era una curva da prendere a 90-95 km/h in condizioni ideali.

Diedi un occhio rapido al tachimetro e realizzai che ci stavo volando dentro a 140 km/h pieni. Quando sei abituato a spremere al massimo i 30 cavalli scarsi del tuo 125, e ti dimentichi di essere su una belva da 110 cavalli, succedono cose come queste: ti rendi conto troppo tardi che stai entrando in curva troppo veloce per le leggi della fisica.

Mollai di colpo il gas e mi avvinghiai ai freni scalando a martello una marcia dietro l’altra. Un attimo prima ero un genio che voleva migliorare la staccata a gas spalancato. Adesso ero un idiota nel panico disperatamente appeso ai freni.

Le forcelle cominciarono a sbacchettare come martelli pneumatici. Cercai di esercitare una forza mostruosa sul manubrio, col risultato che già ai 60 metri i due dischi anteriori – due poveri Brembo di serie da 260 mm – mandavano bagliori arroventati. Stavano collassando. Ma soprattutto i 110 cavalli che avevo tra le gambe, pazzi di dolore per le mie violente scalate, ululavano come mandrie al macello, e parevano in procinto di sbiellare i due cilindri nei quali erano imbrigliati. Già mi immaginavo il carter sinistro esplodermi sulla caviglia, tra le altre cose.

Ad ogni modo, in questa situazione, e senza mollare i freni, buttai giù la moto in piega estrema, così, di colpo, con grande sangue freddo e anche con un certo sfoggio di tecnica speedway. La ruota posteriore cominciò a slittare e a saltellare come un bob su una pista con le gobbe. Tutto il retrotreno stava partendo in sovrasterzo: avrei dovuto controsterzare di avantreno per stare in carreggiata, ma avrei così innescato il noto effetto crazy horse, quando la moto si imbizzarrisce e ti disarciona esattamente come farebbe uno stallone selvaggio.

Ero nell’istante prima della caduta, quando hai la massima tensione e la piena consapevolezza, frutto d’esperienze già avute, che una sola impercettibile pressione sbagliata sul freno o sul gas significa essere catapultati in aria come il pilota di un caccia quando preme l’eject.

Fu proprio in quell’istante, mentre stavo per cadere, che, alzando gli occhi alla strada, dall’altra parte della carreggiata mi vidi apparire frontalmente e in tutto il suo splendore non già la Madonna, e nemmeno Atalanta, bensì la nota e massiccia sagoma di un furgone combinato modello magut, alla tipica andatura allegra noter gà mia tép de pèrd, con tre hulk in canottiera piantati nella cabina e i manici dei badili sporgenti mezzo metro fuori dal cassone, dalla mia parte.

Che cosa ci faceva un furgone magut di domenica mattina all’alba, in assetto da cantiere? Evidentemente stavano costruendo 18 villette a schiera nel fine settimana, ma sarebbero arrivati in ritardo quella domenica mattina, perché un sedicenne in moto si sarebbe spatarrato sul muso del loro Transit.

Potevo provare a evitare il frontale col Transit dei magut, con probabilità quasi certa di farmi schiacciare sulla roccia dalla mia stessa moto o volare insieme a lei giù dallo strapiombo. Niente poteva salvarmi. Era del tutto impossibile stare nella curva ed evitare il furgone. Era arrivato il momento cruciale.

In un istante ultrarapido nella mia mente si affacciò l’immagine del nonno, nella sua tipica posa da contro-predicatore, con la sua tipica espressione da vecchio gaudente monarcoide. Fin da quando ero bambino, il nonno mi aveva ripetuto: «Nessuna grande impresa è impossibile quando è animata da alti ideali». Me lo diceva quando avevo cinque anni, e a cinque minuti dalla fine perdevamo in casa con la Fidelis Andria, e me l’aveva ripetuto di recente, quando gli avevo chiesto se mai l’Atalanta avrebbe vinto la Champions League. Nessuna grande impresa è impossibile: come un mantra orientale, questa frase si era instillata nel mio cervello, ed era diventata un comandamento morale, un sentimento, un istinto, uno scatto in avanti. Fu questo che mi accese il cervello mentre stavo per ammazzarmi: la grande impresa.

Non c’era tempo per ragionare, né spazio per frenare; restava solo l’incoscienza della grande impresa. Così, davanti al muso del Transit dei magut, già quasi in fase di caduta per i fatti miei, lasciai per un istante che la moto seguisse la sua deriva, il suo istinto ad allargare, e poi iniziai a riprenderla in sbandata controllata, o derapagè. Ovviamente questa non era la manovra adatta a evitare il furgone. Le nostre traiettorie si sarebbero incontrate a centro curva, da manuale del frontale mortale. E qui ringrazio il Dio dei Magut, perché il driver in canotta comprese al volo la situazione, a invece di cercare di frenare o schivarmi – cosa che non avrebbe comunque impedito l’impatto – sterzò deciso all’interno, sicché io gli sfilai all’esterno, cioè dall’altra parte della carreggiata, all’inglese: manovra da urlo e oltre ogni codice, una cosa da tunnel dell’orrore, con il muso del furgone che ti si fionda davanti agli occhi e schizza via come un fotogramma.

Ero miracolosamente riuscito a infilarmi tra il furgone e il gard rail, sul lato strapiombo. Ora mi restava il secondo problema, cioè stare nella curva e non volare fuori per la tangente e giù dal dirupo roccioso verso le pozze verdi di acqua gelida ottanta metri più in basso. E qui ringrazio il Dio della Playstation che mi ha insegnato la guida di sponda, usando il gard rail come fosse il muretto-guida di una pista da micromachines. Dunque con la tranquillità dell’adolescente alla consolle presi a saggiare e strisciare il gard rail facendo skating col ginocchio sinistro – protetto dalle saponette para-rotul rinforzate con inserti di borchie metalliche – mentre la Yama riprendeva quel minimo di aderenza che mi diede la possibilità, subito sfruttata, di controsterzare, dare gas, e uscire a cannone dalla maledetta curva giusto mezzo metro prima del diabolico muretto, perché anche quando non ci sono più altri pericoli, anche quando hai evitato il frontale e lo strapiombo, c’è sempre un diabolico muretto killer ai lati della strada.

Nel breve rettilineo dopo la curva, a sessanta all’ora, le gambe mi tremavano come lenzuola stese al vento. La strada era sgombra e la moto aveva ripreso il suo assetto normale. Mi fermai sul ciglio della strada. Avevo distrutto la parte sinistra della tuta-salopette in pelle vintage, la saponetta era completamente abrasa, lo scarico ammaccato e il convogliatore d’aria in carbonio sfasciato.

Niente di grave sul lato danni fisici e materiali, ma uno sfacelo sul versante danni psichici. La mia carriera di centauro era ad un bivio. Avevo compiuto la grande impresa numero uno. Avevo portato in salvo i ciàp. Ero stato grande, e il nonno mi aveva come sempre ispirato, ma la mia manovra da urlo non sarebbe servita a niente se non fossi stato aiutato dall’alto. La Dea mi aveva salvato, era chiaro, proprio come nell’Iliade e nell’Odissea, quando le Dee si innamoravano di un guerriero mortale, e deviavano le frecce avverse.

Capivo che potevo essere morto, o restare traumatizzato a vita. Potevo non salir mai più su una moto o risalirci subito. Pensai di nuovo alla Dea, alla mia Dea personale che stavo per rivedere.

L’ultima volta che ci eravamo visti, quasi tre mesi prima, era salita dietro di me sul Caballero Competizione. Sull’onda di questo flashback la mia naturale idiozia di sedicenne ebbe il sopravvento: infilai la testa nel casco, balzai in sella come Zorro e con gesto sincronizzato avviai il motore, spalancai il gas e mollai la frizione.

La ruota posteriore, dopo aver frullato a vuoto come un frullatore senza frutta, fece presa e sparò in avanti me e la Yama come un’unica bestia che ruggisce e balza in avanti protesa e affamata. Divorai quel che restava del rettilineo in accelerazione rabbiosa con impennata continua e innesti al volo di prima, seconda e terza marcia. In fin di rettilineo planai dolcemente in carreggiata e lo stomaco, che era giunto in gola, ritornò al suo posto. Quindi mi alzai in piedi sulle pedane con l’idea di sgranchirmi, ruttare e scoreggiare. Ma sul bordo della strada vidi due ragazzini che mi osservavano a bocca aperta. Cosa ci facevano due ragazzini, uno bianco e uno nero, all’alba sui bordi della strada? Allora feci loro un cenno di saluto papale, con pollice, indice e medio in outsourcing, poi diedi gas stando in piedi sulle pedane per un’ultima penna trionfale prima di uscire dalla loro visuale.

(tratto da “Rapina al casinò”, by Leone Belotti 1993, classificatosi secondo al Premio Tedeschi Mondadori per il miglior giallo dell’anno. Vincitore quell’anno risultò Carlo Lucarelli. L’anno successivo, di nuovo arrivai secondo. Non contento, partecipai una terza volta. Arrivai secondo, e smisi di scrivere gialli d’azione.

Domenica scorsa, dopo aver perorato su questo blog l’idea di chiudere ai motori le Mura di Bergamo, con perfetta coerenza italiana, sono andato a farmi il mio giretto in moto sulle Mura, con la mia vecchia Yamati, ibrido telaio tipo Ducati e motore Yamaha TDM, quasi 20 anni su strada e 100.000 chilometri senza un problema.

Vedo questo fotografo con grande zoom che dal bordo strada mentre passo mi fotografa a ripetizione. Quando torno indietro lo rivedo, mi fermo, è giovane, mi dice di essere russo, si chiama Dimitri, indossa una maglietta Ducati, sta girando il mondo in compagnia di una bellissima ragazza, seguendo un progetto preciso, fotografare motociclisti di ogni paese.

Per questa sua capacità e voglia di mettere insieme le sue passioni, la fotografia e la moto (e la ragazza…) mi ricorda me alla sua età, quando scrivevo romanzi molto veloci, in venti giorni, con protagoniste le motociclette.

Ci scambiamo la mail, gli chiedo di mandarmi qualche scatto. Spesso queste promesse restano tali. Invece stamattina trovo le foto che mi ha fatto. Grazie Dimitri, se nel tuo giro del mondo ripassi da Bergamo, casa mia è casa tua!)

Photo by Dimitri Moseychuk; Instagram: @seitengewehr_98k - Facebook: https://www.facebook.com/dmitry.moseychuk.9

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cosa dicono i morti

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PAntheonB

Se parli con i morti, ti diranno in coro di non andare a trovarli in questi giorni, troppa gente, impossibile far due parole, non trovi neanche parcheggio e il fiorista non ti farà certo lo sconto.

Se approfondisci il discorso, non puoi che essere d’accordo con loro: la festa dei morti appartiene al genere delle festività ipocrite, come la festa della donna e simili, feste che in realtà rivelano la cattiva coscienza di una comunità che ignora i morti, e maltratta le donne.

In realtà, non è la festa dei morti, ma del peggior lato dei vivi: le apparenze. Il vero motivo della visita è fare vedere a parenti e conoscenti che la tomba è curata, i fiori freschi.

Stamattina sul giornale un prelato raccomandava di non lasciare le tombe spoglie…

E così il cimitero in questi giorni è affollato di una massa di individui compunti, affettati di gravità, che si sforzano vanamente di sentire una voce interiore, provare un sentimento, ma presto devono ammettere di non sentire niente, è questo che li rende tristi, e li conferma che venire al cimitero è inutile, è solo una formalità sociale annuale. E il discorso è chiuso.

Invece, chi ascolta le raccomandazione dei morti, e sta a casa, e va a trovarli nei giorni qualsiasi, negli orari qualsiasi, la mattina, o all’ora dell’happy hour, nella quiete, nel silenzio, ritroverà facilmente il dialogo con i propri cari che stanno nell’aldilà, cioè aldilà delle apparenze, aldilà dei luoghi comuni.

Se festa dei morti deve essere, i vivi devono stare fuori. Il giorno dei morti i cimiteri dovrebbero essere chiusi. Altrimenti è la festa dei morti viventi.

Immagine: Cimitero Vantiniano di Brescia, Pantheon rimesso a nuovo con espulsione dei “cittadini non illustri”, preview RIP advisor CTRL magazine next publishing,  ph. by Michele Perletti http://portraitreportage.weebly.com

 

Come Tessuto Non Tessuto

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Ero una ragazzina, erano gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, e dei jeans a zampa d’elefante. Sempre con il grembiule azzurro-bluette, cucivo a macchina gli angoli delle coperte. Avevo a fianco due signore che nastravano, io in mezzo a cucire gli angoli. Si lavorava dieci ore e mezza al giorno, lavorare otto ore in quegli anni era considerato da lazzaroni.

La sera, dopo il lavoro, andavo a scuola, a Fiorano, ai corsi serali dell’Istituto Tecnico per Segretarie d’Azienda. Così ogni giorno della settimana. Otto ore le facevo poi il sabato, dalle sei di mattina alle due pomeridiane.

Era la mentalità che allora tutti avevamo, una specie di religione del lavoro, ogni operaio considerava il suo lavoro come la sua attività, e l’azienda come la sua azienda.  Se dovevi mandare via il camion stavi lì fino alle otto, alle nove di sera a caricare, e a fare le fatture e i documenti di viaggio.

Cosa dire di 40 anni di lavoro, una vita per l’azienda, decenni di impegno quotidiano? Io sin da ragazzina avevo preso una decisione, dedicarmi al lavoro: è un patto che fai con te stessa: il lavoro non ti tradisce, e tu non tradisci il lavoro. L’amore per il proprio lavoro è questo.

ndr: tratto da “Come Tessuto Non Tessuto”, testi di Leone Belotti, immagini a cura di Andrea Zanoletti, pubblicazione in occasione dei 75 anni delle Tessiture Pietro Radici, progetto editoriale di Filippo Servalli, edizione fuori commercio RadiciGroup.

Si tratta del quarto volume di foto-racconto d’impresa realizzato per RadiciGroup (dopo “Cosa Vuol dire Nylon” e “Chi Fa Chimica”, dedicati a RadiciFil/Yarn e RadiciNovara, e “99 Radici +1 Anima”, dedicato a Gianni Radici); un lavoro con una struttura “tessile”, per trama e ordito, con testimonianze di lavoratori “intrecciate” a documenti/ricerche storiche.

Si cercano sempre storie e personaggi eccezionali da mettere in copertina, si elaborano strategie d’immagine coordinata, ma il vero progetto di comunicazione, i veri personaggi eccezionali, sono i lavoratori: persone che hanno lavorato una vita, e hanno una vita da raccontare. 

La “morale” che ricavo da queste esperienze, e che giro alle persone cui tengo, e con cui collaboro, dai CTRL boys alle Multi girls, è questa: le aziende sono miniere di memoria, il lavoro “normale” è la storia eccezionale da pubblicare, vedi anche quest’altro frammento:

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Era la fine dell’estate del 1959. Avevo appena compiuto i 14 anni. Era la prima volta che entravo nel capannone delle Tessiture Pietro Radici. Non avevo mai visto così tanti telai. Li guardavo a bocca aperta. “Ti piacerebbe aggiustarli?”

Pensavo fosse il direttore dello stabilimento, invece, come ho scoperto in seguito, chi mi parlava era il signor Gianni Radici in persona. Allora devo aver risposto qualcosa come: “Mi piacerebbe, ma non saprei da dove cominciare”. E lui: “To impareret!”. Con quella frase, in un colpo solo, mi stava dando una rassicurazione, e un ordine.

Quando nel 2000 sono andato in pensione il funzionario dell’INPS continuava a scartabellare nel mio faldone. “Non è possibile!” diceva. Cercava i giorni di malattia fatti nel corso di 40 anni di lavoro alle Tessiture. Non ce n’erano.

gente di Bergamo – troppi colpevoli

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Tre di notte. L’auto è una vecchia e anonima Fiat bianca, con il motore potenziato. Soltanto una minuscola targhetta metallica  la rivela come appartenente alla Questura.  Corre veloce oltre l’Oriocenter e l’aeroporto, sottopassa l’autostrada A4, la grande arteria, e si getta nel muro di nebbia. Al volante una donna dal viso segnato, gli occhi neri, le labbra carnose, niente trucco, capelli corti e un corpo giunonico che i jeans e il giubbino di pelle non riescono a nascondere.

Prende una strada tra i campi, supera la roggia, rallenta. Il capannone del birrificio appare dal nulla, un’astronave con gli oblò illuminati. Spegne il motore, prende la sua vecchia borsa di cuoio, gonfia di incartamenti,  scende, spinge il portone scorrevole, entra. «Ciao birraio!», si annuncia.

In cima a una scaletta che corre sopra i fermentatori, appena sotto il tetto del capannone, in salopette  e stivali, compare il birraio.

«Ciao Rosa.»

L’ispettore Rosaria Schillaci sorride, e non le capita di frequente. Molla la borsa su un tavolaccio.

«C’è qualcosa da bere?»

Il birraio scende dalla scaletta. «Sette od otto mila litri di birra dovrei averli.»

Le serve una birra scura, densa, speziata, eretica. Si guardano. Lei è meridionale,  funzionario pubblico, due lauree, una vita zingara, un sfilza di trasferimenti per “incompatibilità ambientale”. Lui è un artigiano del nord, senza titoli scolastici, radicato nella sua terra. Hanno una sola cosa in comune: l’amore per il proprio lavoro. E un certo sentimento da cani sciolti che li unisce al di là di tutte le differenze.

«Racconta.», le dice.

Lei si slaccia il giubbino, apre la borsa, ne estrae un grosso faldone. Sono diventati amici quasi per caso, e si sono subito piaciuti e ritrovati con un’intesa tutta psicologica, come due fratelli, senza la minima traccia di attrazione erotica. L’ispettore non ha famiglia né marito, e nemmeno amiche o amici. In compenso, si è fatta molti nemici. Non si fida dei colleghi, e nemmeno dei magistrati. Il birraio è uomo di poche parole, ma sa ascoltare.

L’ispettore apre il faldone, da una busta tira fuori alcune foto.

«Giulia Bonomelli, 16 anni, studentessa modello del liceo classico, famiglia molto nota, e molto agiata.»

Il birraio prende in mano la prima foto. «Ne dimostra di più. Ma… è davvero bellissima!»

«Era bellissima, è morta. Quella che stai guardando è una foto di sei mesi fa. Questa è più recente, e questa dell’anno scorso.»

Solo adesso il birraio nota che la busta dalla quale Rosa ha preso le foto ha un’etichetta con scritto “la vittima”.

«Qui è ancora una bambina», dice guardando la prima delle tre foto. Lo deduce dallo sguardo, dai lineamenti, dalle forme acerbe. Poi prende la più recente. Il sorriso solare è scomparso. Una magrezza eccessiva, da anoressia. La pelle tirata, le occhiaie.

«Qui è già vecchia. Cosa le è successo?»

«Aspetta.» risponde Rosa, e tira fuori la seconda busta, con la dicitura “indiziati”.

Sono parecchie immagini, ritratti di professionisti di successo, foto di gruppo di staff aziendali.

«Chi sono?»

L’ispettore glieli indica uno per uno, nomi e cognomi, incarichi e ruoli. Si tratta di due gruppi distinti di persone. Nel primo gruppo ci sono gli azionisti di maggioranza di tre grandi e noti marchi multinazionali: una casa di moda, una farmaceutica, una liquori e bevande. Nel secondo gruppo i responsabili comunicazione delle suddette aziende, e i creativi delle agenzie pubblicitarie che lavorano per loro. Il birraio conta 35 persone.

«Spiegami. Cosa hanno fatto?»

«Aspetta, ho bisogno di un’altra birra.»

Senza proferire parola, il birraio apre un piccolo fusto da 5 litri senza etichetta e spilla due boccali. Bevono.

«Buona. Che cos’é?»

«Non lo so nemmeno io. Non ha nome. Volevo provare alcune combinazioni. Non so nemmeno se la metterò in produzione, non riesco a capire se è finita così, o manca qualcosa…»

Rosa riprende il boccale e con un lungo sorso lo vuota.

«Direi che è finita!», dice. E mentre il birraio le rabbocca il bicchiere, prende la terza busta, che reca l’etichetta “corresponsabili”. Contiene solo due foto. La prima è la classica foto d’inizio anno scolastico, tutta la classe, alunni e docenti.

Il birraio osserva e nota che i volti di tre ragazzi e tre ragazze sono stati cerchiati in rosso, ed anche una docente.

«Non c’era bisogno di segnarli» dice. Sia i tre maschi che le tre femmine hanno qualcosa che li fa spiccare dai loro compagni.

«Perchè?»

«Sono più scafati. Più maturi. I loro compagni sono ancora bambini, questi sono già adulti. Fanno sesso, forse hanno già provato le droghe, o forse sono semplicemente molto più figli di papà dei loro compagni»

«Bravo.»

«E la profe?»

«Non è una professoressa qualsiasi. La psicologa della scuola.»

«Va bene, adesso raccontami la storia.»

Rosa annuisce.

«Si, ancora una cosa, poi ti espongo la mia ricostruzione»

Nel faldone c’è un’ultima busta. “La famiglia”. Una sola foto. Sul ponte di una vecchia barca a vela, la famiglia Bonomelli.

«Questa è Nora, la madre, bella e altera, ex modella, lo stesso viso della figlia Giulia, come vedi; il fratello più piccolo, Federico, biondo e impassibile, come il padre Giangiacomo, commercialista di primissimo livello, con denuncia dei redditi superiore al milione, e una lista infinita di partecipazioni azionarie e proprietà immobiliare. Collezionista di auto sportive d’epoca, buon tennista.»

Il birraio posa la foto sul tavolo. Dice: «bella famiglia.»

«Già. La storia per un certo verso è molto semplice, per un altro molto complessa. Giulia è stata violentata e uccisa, e non da una sola persona, ma da più soggetti, e i colpevoli sono da identificare nel gruppo degli indiziati e dei corresponsabili.»

«Violentata e uccisa?»

«Si, ma non è così semplice.»

«Abbiamo tutta la notte.»

«La storia inizia nella primavera dello scorso anno, quando il gruppo Jeunesse rileva dal gruppo BonTon il marchio Louisel.»

Sul tavolo ora ricompaiono le foto degli uomini della casa di moda: azionisti di maggioranza, stilista, art director, fotografo e copy writer dell’agenzia pubblicitaria.

«Il marchio Louisel è sempre stato la griffe di punta delle adolescenti acqua e sapone, per bene, con qualcosa di antico, della nonna, maglieria pastello, gonne a quadri, un po’ british, collegiale, insomma la divisa delle ragazzine bene.»

«Tu vestivi Louisel?»

«Io sono cresciuta in orfanatrofio, amico mio, e vestivo solo Caritas!»

«Che fa sempre tendenza!»

Ridono insieme, brindano. Anche il birraio è cresciuto in orfanatrofio.

«E allora?»

«E allora a un certo punto il gruppo Jeunesse decide di acquisire Louisel per fare un’operazione commerciale molto “coraggiosa”, così almeno hanno scritto le più famose giornaliste di moda.»

«E cioè?»

«Hanno presentato una nuova collezione, ma soprattutto una campagna pubblicitaria pervasiva al limite della denuncia per oltraggio al pudore. Le ragazzine bene che da due generazioni incarnavano la griffe Louisel sono diventate da un giorno all’altro, nei poster e negli spot, nelle pagine dei magazine di moda femminili, delle dark lady, delle femme fatale supersexy, supermagre, in ambienti superlusso, bui e fumosi, circondate da alcolici, gioielli, in pose lascive, lunghe gambe larghe, sguardi spenti o persi nel vuoto da tossicodipendenti…»

«Ho presente, anche io sono rimasto colpito da quelle immagini. Il prodotto reclamizzato era il sesso, o forse anche la depressione…»

«Hai ragione. Ma ha avuto un grande successo. Fatturato triplicato, e tutta la stampa a osannare questi tizi come fossero dei geni.»

«E cosa c’entra la nostra ragazzina?»

«La nostra ragazzina ha fatto parte del casting della nuova campagna.»

«Ah! Dunque era lei su quei manifesti…»

«No, lei faceva parte del cast, è apparsa nei servizi sui settimanali, ma di contorno, in secondo piano, non ha avuto la parte della protagonista, e non appare nelle foto scelte per le pagine pubblicitarie sui grandi quotidiani e sulle affissioni che hanno tappezzato l’Italia la scorsa primavera.»

«E come ha fatto una ragazzina di 15 anni a entrare in quell’ambiente?»

«La madre, è stata la madre a mandarla all’agenzia di modelle, una delle più grandi, la stessa per cui lei ha lavorato negli anni novanta, prima di sposarsi.»

Ora guardano insieme la foto di famiglia, osservano la linea perfetta della figura, il seno evidentemente rifatto, ma alla perfezione, così come le labbra.

«La madre», commenta il birraio, e poi ripete «la madre», con la voce spenta, priva di tono, che pure dice tutto, come una campana a morto.

«Già, la madre» riprende l’ispettore «la madre che, dopo che Giulia non è stata scelta come guest model della campagna, ha fatto alla figlia una scenata, culminata con “te lo dico io perchè non ti hanno scelto, non gliene frega un cazzo se tu sei la prima della classe in greco e latino, e non gliene frega un cazzo se non sai fare la faccia da troietta, te l’avrebbero insegnato, e te l’avrei insegnato io: il motivo per cui ti hanno scartata è questo! e solo questo!” e intanto le prendeva, e le strizzava con forza, con rabbia, le cosce, la pancia. Questo almeno a dare retta al racconto della governante. Da quel momento, Giulia ha iniziato a diventare anoressica. La psicologa della scuola invece sostiene che Giulia ha smesso di mangiare in seguito al “trauma” che le è capitato poco dopo. Ma c’è anche una terza spiegazione. Che viene dalla segretaria del padre, la quale mi ha riferito un fatto che ribalta tutto. Pare sia stato il padre a… »

Il cicalio di una suoneria interrompe il  resoconto dell’ispettore.

«Scusa un minuto, anzi: seguimi», dice il birraio.

«Sissignore!»

«Prendi uno di questi sacchi, e fai quello che faccio io.»

Salgono su una passerella, e svuotano lentamente, a pioggia, il sacco di luppolo nell’ammostatore. Poi il birraio compie una serie di gesti, manovra una serie di leve.

«A posto.», dice, e tornano al bancone di mescita.

«Il padre» dice il birraio, mentre spilla altre due birre.

«Il padre è stato avvertito da qualcuno dell’agenzia che sua figlia rischiava di diventare una lolita da copertina, ovvero che lui rischiava di aver problemi di reputazione, dal momento che metà dei suoi clienti sono istituti religiosi.»

«E quindi ha fatto due telefonate e la figlia è stata scartata.»

«Esatto. Ma adesso veniamo al “trauma”, per usare le parole della psicologa. Gita scolastica. Cinque giorni a Berlino.»

«A Berlino?»

«Si, con la scusa del festival del cinema. E qui tiriamo fuori la seconda multinazionale, quella degli alcolici.»

«Penso di aver capito… »

«Anche qui, grandi studi, indagini di mercato, progetto d’immagine geniale, social marketing, eccetera eccetera, ed ecco che questa bevanda, e i vari long drink e shoot dedicati, diventa il nuovo culto dei teen-ager, delle ragazze soprattutto, per l’ebbrezza facile.»

Il birraio adesso prende la foto di classe, osserva i volti dei ragazzini contrassegnati dal cerchio rosso.

Dice: «Un’orgia in gita scolastica.»

«Peggio, uno stupro di gruppo. Certo erano tutti ubriachi, forse anche fatti di cocaina. Giulia praticamente collassata, al pronto soccorso l’hanno letteralmente richiamata dalla morte,  è rimasta in coma due giorni.»

«Erano questi sei?»

«Si, avevano deciso di fare un festino privato in camera delle tre ragazze.»

«E come si è saputo dello stupro?»

«Aspetta. Una settimana dopo il ritorno dalla gita Giulia ha cominciato a vomitare. Era incinta. La madre si è infuriata, e più la madre si infuriava – riferisce la governante – più Giulia le negava quel che lei pretendeva di sapere, cioè come fossero andate le cose, chi fosse il padre. La madre dava per scontato che l’accaduto fosse colpa di Giulia, della sua sprovvedutezza in fatto di contraccezione.»

«Quindi non ha raccontato alla madre quello che era successo?»

«No: ha fatto ben altro. Ha preso carta e penna, e ha scritto tre lettere, ai genitori dei suoi tre compagni di scuola, dove raccontava di essere stata fatta ubriacare e poi violentata dai loro figli, aiutati dalle due amiche, che lei era incinta, che aveva intenzione di tenere il figlio, e che chiedeva il versamento di un assegno mensile alle tre famiglie per i prossimi diciotto anni. Aveva intenzione di andare a vivere da sola, secondo la governante, e le aveva persino chiesto la disponibilità a passare alle sue dipendenze!»

«Cristo!»

«I tre padri di famiglia, due avvocati e un architetto, sono andati a parlare col padre di Giulia: che è anche il loro commercialista.»

Il birraio alza gli occhi. Il grande orologio da stazione indica le cinque.

«Scusami Rosa, dobbiamo fare una pausa. Mezz’ora. Fai un pisolino da soldato.»

Si alza, e se ne va a curare le sue birre.

Rosa si allunga sulla panca, s’infila la borsa sotto la testa come un cuscino, e chiude gli occhi.

Da tre settimane questa ragazzina che non ha mai conosciuto, se non su un tavolo d’obitorio, la accompagna in ogni momento della giornata. Ha dedicato a questa indagine “risorse ingiustificate”, come ha detto il suo superiore. Ha parlato con tutti i ragazzi, con i professori, con i genitori, la governante, la segretaria del padre, l’amante del padre, l’amante della madre. Ha letto tutti i diari di Giulia, ha scaricato, stampato  e letto tutta la memoria del computer e del telefonino di Giulia, tutti i messaggi, le pagine facebook di tutti i ragazzi.

E sempre quel volto solare, da principessa, davanti agli occhi. Si addormenta profondamente, e si risveglia improvvisamente. Davanti a lei il birraio sta ridendo.

«Rosa! Russi come un orso!»

«Colpa delle tue birre.»

«Sono le sei. Caffettino al bar qui dietro?»

«Sarà meglio.»

Escono dal capannone, s’incamminano tagliando per i campi, raggiungono il piccolo paese, alcune vecchiette entrano in chiesa, davanti al bar ci sono un paio di furgoni da muratori. Entrano. Dietro il banco c’è un cinese. Sorseggiano senza mettere lo zucchero. Si guardano. Il birraio dice: «Fa schifo al punto giusto», e Rosa è d’accordo.

Escono dal bar, tornano al capannone. Attorno a loro i campi sono gelati e immersi nella nebbia.  Da qualche parte un cane abbaia stancamente.

«L’ha trovata la governante, un sabato mattina di tre settimane fa, quando è rientrata a casa dopo essere stata a fare le spese. La madre era al centro estetico. Il padre al circolo del tennis, o almeno avrebbe dovuto, in realtà era con l’amante al lago. Il fratello a scuola. Giulia da qualche giorno era a casa in malattia. Quando la governante l’ha trovata aveva un cuscino sul viso, un flacone di Morfeinol vuoto sul comodino, e una bottiglia di vodka vuota sotto il letto.»

Il birraio si ferma. Guarda l’amica.

«So cosa stai pensando. Anche il medico, quando la governante gli ha detto che l’aveva trovata col cuscino sul viso, si è posto la domanda. E quindi ci ha chiamato, e l’indagine è partita da lì, e il magistrato ha disposto l’autopsia. Appena arrivati i referti autoptici, l’indagine è finita, o meglio avrebbe dovuto essere finita, ma io l’ho portata avanti, ma adesso devo proprio chiuderla, “non un’ora di più” mi ha minacciato ieri sera il grande capo, “o ti devo sospendere”. E adesso sono qui a parlarne con te.»

«Rientriamo», dice il birraio. Davanti al capannone adesso ci sono le auto dei ragazzi che attaccano il primo turno.

«Andiamo in ufficio. E cosa ha detto l’autopsia?»

«La morte è da ascriversi al cocktail di medicinali e alcolici, su un fisico debilitato da uno stato ormai cronico di anoressia. Nessuno le ha premuto il cuscino sul viso, se non lei stessa. Sul suo diario ha scritto: oggi è previsto il parto. Come avrai già immaginato, dopo la sua iniziativa di scrivere ai nonni del bambino, Giulia fu affidata a un grande strizzacervelli, da 1000 euro l’ora. Poi mandata in una clinica in Inghilterra ad abortire. Poi di nuovo lo strizzacervelli. E a settembre di nuovo a scuola.»

«Come niente fosse?»

«Come niente fosse. Lo scandalo avrebbe travolto quattro famiglie, quattro onorati studi professionali della città bene, e probabilmente anche la scuola. Così, pensando “anche al bene della ragazza”, hanno deciso di mettere tutto a tacere… e per non dare adito a pettegolezzi, hanno deciso che Giulia avrebbe dovuto continuare a frequentare la scuola.»

«Ma…»

«L’hanno stritolata. Immagina le giornate di questa ragazzina, dover stare in quella classe, tornare poi a casa da quella madre. I tre ragazzi e le due ragazze sono stati esemplari, loro sì, non hanno ceduto di un millimetro, hanno sempre dichiarato all’unisono la stessa versione, ovvero che era stata Giulia quella che li aveva portati a bere fino a perdere il controllo, che era stata Giulia a voler fare sesso con tutti, e che a quel punto le due ragazze erano crollate a dormire, e di fatto non potevano dire di aver visto come fosse andato il rapporto sessuale. Come elemento a sostegno della loro versione, hanno portato l’abbigliamento che Giulia sfoggiava quella sera: il completino sexy Louisel, proprio quello della famosa pubblicità. Hanno negato di aver costretto Giulia a bere, e di averla tenuta ferma mentre i ragazzi la violentavano.»

«E tu non hai prove, ma sei certa che mentano.»

«Esatto. Non ho le prove. Come non ho le prove, anche se le ho, per considerare questo suicidio come un omicidio, e per attribuirne la responsabilità a tutti soggetti che abbiamo visto, le multinazionali che prosperano veicolando falsi miti, i compagni di scuola, la famiglia. Io li ritengo colpevoli di omicidio, tutti»

«Hai ragione.»

«Quando Giulia è tornata dalla clinica dove è stata mandata ad abortire in gran segreto, la madre ha cominciato a darle una serie di psicofarmaci della peggior specie, prodotti di cui lei abusa da dieci anni.»

«E con ciò arriviamo alla multinazionale farmaceutica.»

«Si.»

«…»

«Lo so, amico mio, è una storia triste.»

«Molto triste.»

«E il mio capo ha ragione, non posso sbattere in galera questa gente, anche se mi piacerebbe moltissimo.»

«Anche i genitori?»

«Soprattutto i genitori.»

«Cosa vuoi fare, allora?»

«Non c’è niente che possa fare. Devo chiudere quel faldone, e “andare a catturare un po’ di ladri di rame nei cantieri”, come mi consigliano i colleghi, “per il mio bene”. Ma mi sento addosso questa ragazzina che mi chiede: tutto qui?»

Dal campanile del paesino, arriva il rintocco delle campane.

«Le sette», dice il birraio.

«Ora che vada», dice l’ispettore, e raccoglie le foto nelle buste, le buste nel faldone, e i faldone nella borsa.

Il birraio la guarda.

«Rosa, mi dai un passaggio in città?»

«Certo.»

Poco dopo sono sull’asse interurbano. La nebbia si è diradata. Il traffico è già intenso.

«Dove è sepolta?»

«Al Monumentale.»

«Passiamo a darle un saluto?»

«Si.»

Prima di entrare si fermano a comprare dei fiori al chiosco. Il fiorista si sfrega le mani per il freddo.

Mentre si incamminano lungo i vialetti tra i cipressi, Rosa prende l’amico sottobraccio.

«La cosa più triste è stata la messa, c’era tutta la città, tutta la scuola, tutti i notabili, la cattedrale era piena come alla messa di Natale, tutti riuniti per ucciderla tutti insieme per la seconda volta.»

«Perchè dici questo?»

«Ti porterò la registrazione dell’omelia. Per fortuna, come al solito, non avevo con me l’arma d’ordinanza, perchè credo che avrei potuto sparargli, direttamente dal banco al pulpito…»

Improvvisamente è scossa da un accesso di pianto. Il birraio la sostiene. Lei cerca di sdrammatizzare, e ai singhiozzi trattenuti subentra  la risata: «Un prete a dieci metri dovrei riuscire a centrarlo!»

Davanti a loro c’è una lapide molto semplice. Sono passate due settimane dal funerale. I fiori sono ormai marci. Il birraio osserva i fiori che hanno portato, un piccolo mazzo di fiori di campo. In un attimo abbranca la massa di fiori marci e li porta nel bidone. Poi sistema il mazzo. Sulla lapide c’è la stessa foto, solo il volto, di Giulia non ancora anoressica, nel suo massimo splendore di principessina.

«Che cosa ha detto nella predica? Perchè gli avresti sparato?», chiede il birraio.

Rosa adesso si è ripresa. Con un cenno gli fa capire che possono andare. O forse non la va di raccontare davanti alla sua tomba quello che ha detto il prete al suo funerale.

Si allontanano.

«Un’omelia capolavoro. Tutta la città in lacrime. Un genio. Praticamente ha dato la colpa al Signore, che l’ha chiamata a sé. Il destino degli angeli!»

«Poveretto, magari non sapeva niente, ed era in buona fede.»

«In buona fede? Lo sai quanto avranno pagato per avere quel funerale? Lo sai che in caso di  suicidio l’obolo si moltiplica per dieci?»

«Tu sei anticlericale. Magari riesci a farti trasferire anche stavolta per “incompatibilità ambientale” con la curia.»

«Potrebbe succedere.»

Risalgono in macchina.

«Quindi non ne farai niente?»

«E cosa si può farne? Magari in pensione mi metterò a scrivere, e diventerò una giallista di successo. Ecco cosa posso farne di questa storia, un romanzo!»

Il birraio scuote la testa poco convinto.

«Troppi colpevoli», dice.

FINE

cosa vuol dire nylon

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cosa vuol dire nylon forse lo sai già, intendo dire proprio la parola nylon,

che è una sigla in inglese (tecnicamente: un acronimo anglofono)

che trascritta in estensione diventa “now you lose old nippon”

e tradotta vuol dire “adesso hai perso vecchio giappone”

[…]

la storia è semplice, 75 anni fa

giusto quando tuo nonno era appena nato,

l’america temeva di perdere la guerra nel pacifico,

pensava di vincere facile con invasioni di paracadutisti,

ma per fabbricare i paracadute servivano tonnellate di seta

e i giapponesi avevano chiuso la via della seta, dunque: che fare?

la guerra scatena il genio, questo accade sempre, da Leonardo

a Nobel, l’invenzione stravolgente non è mai per nobili fini,

poi le invenzioni di guerra si affermano in tempo di pace

e questo succede anche con la nuova seta artificiale

sintetizzata nei laboratori Dupont, e chiamata nylon

forse in origine NYL indicava New York + Londra,

e -ON la desinenza della fibra, come rayon, come cotton,

ma poi qualcuno, scherzando, disse: “Now You Lose Old Nippon”

da quel momento, sebbene apocrifo, quello divenne il senso

dell’acronimo di nylon, e segna l’inizio di  un nuovo mondo

di una nuova tecnologia delle fibre sintetiche artificiali

e la fine del mondo antico, elitario, della seta

[…]

c’è un solo modo per distinguere

un filo di nylon da un filo di seta: lo bruci.

Se si condensa in un pallina, è nylon;

se prende fuoco, è seta.

(photo e testi tratti dacosa vuol dire nylon - la luna e le fabbriche”

2014 by Virgilio Fidanza e Leone Belotti, ediz. fuori commercio Radici Group)

eros e tempo

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CharlotteOK

L’età non conta. Il sesso, come l’amore, non ha età.

Quando il buon Parise sostenne nel suo celebre saggio che il sesso è praticabile solo dai venti ai trent’anni, si riferiva alla ginnastica.

Qui parliamo di sesso vero, di orgasmi veri, apocalittici, di persone mortali, mosse da una concezione umanista della vita, non scimmiesca.

Le persone, i corpi delle persone, come le moto, o le case, quando sono nuove funzionano bene, ma non significano nient’alto che la propria funzione. Col tempo, con i segni del tempo, con i difetti, acquistano pregnanza, senso, carattere, umanità. Più rughe, più cicatrici, più segni sulla pelle.

Il corpo è un testo, una donna che ti guarda negli occhi mentre si sfila le mutande, quello è un libro aperto. Allora l’ansia di possesso diventa desiderio di condivisione.

Non so che farmene di una ragazzina acqua e sapone, casa e palestra. L’idea di scambiarci effusioni, kilowattora e umori circolanti non mi eccita. Io cerco la coscienza del corpo, il pudore della decadenza.

Voglio stringere decenni, non natiche sode. Voglio carezzare  seni cadenti, sudati, non mammelle rifatte, fredde, morte, da museo. Desidero entrare in altri mondi, vivere altre vite, percepire il passato altrui. Preferisco indossare camicie lise, maglie lasche, scarpe sformate, roba usata.

Non si tratta di fingere che il tempo si sia fermato, non parlo di ristrutturazioni che riportano all’antico splendore (che bestemmie ignoranti produce il nostro tempo!). Parlo del vero senso della bellezza e dell’eros, che è nel tempo incarnato, nell’edificio in rovina, nei segni profondi, che urlano d’amore, che più hanno vissuto e più bramano vita, brandelli di vita,  fotogrammi sbiaditi che valgono più di intere cineteche digitali.

In realtà la bellezza carnale, l’erotismo reale, fiorisce sul viso e nel corpo di una persona solo dopo che questa persona è consapevole di tutti i suoi anni. Gli sguardi, le parole: sto parlando del paradiso della conoscenza. L’unica zona erogena che conosco.

(dalla rubrica “Il maschio alfa” by Leone, leggi tutto su CTRL magazine. In photo: Charlotte Rampling) 

chi è Lele Mosina

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Badante4occhi

Lele Mosina è il nuovo found raising manager del project group calepio press. Appena nominato, ha dichiarato:  “sono molto fiero alla mia età, l’età della Maresana, di essere stato scelto a rappresentare il gruppo  calepio press, tra i più importanti centri d’eccellenza nella produzione di cultura d’avanguardia made in Italy”

“c.press è la dimostrazione di come  un uomo solo, totalmente disorganizzato e inaffidabile, dedicandovi un’ora al giorno e alcuni pseudonimi, senza un euro di budget, e senza nemmeno avere la linea web, caricando i post al bar o da amici, possa essere non solo più influente di vere e proprie testate giornalistiche di regime con decine di collaboratori, redazioni, e centinaia di migliaia di euro di budget,

ma anche più produttivo in termini di idee e progetti innovativi  dei  grandi centri ricerca o incubatori d’impresa, finanziati dal regime per ragioni di facciata”

“quest’uomo non è un genio o un individuo eccezionale, ma semplicemente un uomo libero, preparato e dotato di senso critico, che ha il coraggio di scrivere le verità più lampanti taciute o mistificate dai gruppi di potere che controllano l’opinione pubblica”

“sostenere quest’uomo, questo nullatenente, significa sostenere la possibilità di superare l’ipocrisia mediatica ma soprattutto significa sostenere progetti reali d’innovazione culturale come:

> Adv zero, agenzia anti pubblicitaria (già Malomodo Communications) per la riduzione dell’inquinamento semiotico da pubblicità.

> FMKTG, fantamarketing, creata nel 2010 con Pierluigi Lubrina e BambooStudio, contaminazioni paraletterarie tra fantascienza e innovazione d’impresa.

> gentedimerda.it,  da un’idea di Federico Carrara, asocial network;

> BaDante, care&writing agency, sviluppata con Isabella Gentili e Athos Mazzoleni, casa editrice di riposo, nuova letteratura senile.

> Leone XIV, antipapa latinista, nato rivoluzionario vs PapaRazzinger, divenuto reazionario vs PapaFrancisco

> Upper Dog (con Jennifer Gandossi e Benedetto Zonca): idee e ricette per produrre cibo per animali con scarti macellaio fruttivendolo e fornaio di quartiere (nomi delle ricette: porco cane, popolo bue, trota padana, pota coniglio, master polaster, interiora design)

> #pensacheignoranza, dal 2013, con Anna Bonaccorsi e Athos Mazzoleni, web institute ricerche di mercato e sondaggi d’opinione

> PWS, pub writing session, est 2014 con CTRL magazine e ELAV brewery, lo show della scrittura, storie da pub ascoltate, trascritte e pubblicate al pub

> Mensa te!, est 2014, con Matteo Cremaschi, Athos Mazzoleni, Daniele Lussana e Virginia Coletta, mensa popolare / fabbrica delle idee, 1pasto 1idea.

“cliccando sul tasto LeleMosina potrete donare qualsivoglia cifra per sostenere questi progetti, lo trovate in home page, in alto al centro con la dicitura LeleMosina/donazione”

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