uliveto acqua della tristezza

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delpierobaby

Segnalo Uliveto e Del Piero come pubblicità tristezza. Del Piero non gioca a calcio da diversi anni, e da parecchi non veste la maglia della nazionale (dal 2008), eppure Uliveto continua a cavalcare e a prorogare l’effetto scia, la coda della cometa,

e così Del Piero deve ancora esibirsi in stop e palleggi, in mezzo ai bambini, con l’uccellino sulla spalla, e parlargli (con battute come: “tu fai l’arbitro, devi solo fischiare!”).

Uno spettacolo penoso, non sapresti dire chi recita peggio tra Del Piero e i bambini. Sforzato, innaturale, noioso, ti lascia addosso una specie di tristezza, ti comunica falsità, vecchiaia, e a un certo punto anche in mezzo ai bambini ti sembra di essere in una casa di riposo. Sarà anche “l’acqua della salute”, ma ti rovina la salute mentale, l’umore.

La cosa strana è che stiamo parlando di un giovane uomo non stupido, non brutto, non ignorante, non arrogante, già grande campione di calcio, fisicamente in forma e molto ricco: eppure riesce a farti pena, e sei sinceramente dispiaciuto per lui.

In mezzo a questi bambini che evidentemente non sanno chi sia – essendo nati quando era già sul viale del tramonto – è proprio un pesce fuor d’acqua;

Come se i creativi, il brand, il marketing più che promuovere il marchio fossero interessati a svalutare il testimonial.

Il matrimonio Uliveto-Del Piero risale ai tempi che furono (dal 1998!) e forse durerà per sempre. Nonostante la condanna del Giurì come pubblicità ingannevole (nel 2004 e nel 2013) continua a definirsi come acqua della salute. Nella famiglia Uliveto-Del Piero sono comparse nel tempo figure come: una specie di amica o fidanzata, decisamente antipatica, poi una suora, una vicina sexy, quindi un figlio o nipote col quale Del Piero ha complicità anti-donne; e svariati amici-animali come l’uccellino con cui parla, e il cane che lo segue fedele.

In tutti questi contesti, da anni, Del Piero è fuori ruolo, e molto poco credibile.

Vogliono usare Del Piero come figura rassicurante, ma il fatto è che Del Piero non può giocare in difesa; Del Piero è un fantasista, uno che crea, inventa, scatta, non puoi fargli fare quello che sta dietro, rassicurante, non ha nemmeno il fisico;

Del Piero era uno che ti fregava con le finte, la finzione è una dinamica che fa parte del calcio, l’avversario lo superi di forza o d’abilità, cioè d’astuzia, ingannandolo.

Del Piero è questo, è l’amico rapido di mente e di parola, imprevedibile, intelligente, che ti fa fare quello che vuole.

Con Uliveto invece finge di essere quello che non è mai stato, affidabile, sicuro, lento.

Probabilmente Del Piero farà il testimonial per tutta la vita, farà le assicurazioni, le crociere e finirà con amplifon e polident. Però sarebbe meglio che interpretasse sé stesso, il tipo di giocatore che è stato, un attaccante, un fantasista. Con Uliveto ormai è letale, è “out live”, lo dice la parola (uliveto, in anagramma).

Questi ex calciatori sono di fatto, nella realtà, uomini che non sanno cosa fare da grandi, e se interpretassero sé stessi con sincerità e ironia, invece di recitare da bravi ragazzi mortalmente falsi e noiosi a beneficio di mamme e suocere, potrebbero essere molto più persuasivi, e impattare con forza il target del maschio “peter pan”, che ha lo stesso problema di Del Piero.

(imago: Del Piero ragazzino, con la grinta che manca totalmente ai ragazzini dello spot)

molti spot poco messaggio

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20160605_121818

Ieri sera, come faccio almeno una volta al mese per non perdere il contatto con la mentalità main stream, ho guardato mezz’ora di tv generalista,

in particolare ho assorbito la carrellata di spot a contorno della partita della Nazionale di calcio, la trasmissione col più alto indice di ascolto,

le partite dell’Italia rappresentano una sorta di forma di vita religiosa nazionale, è il momento dell’identità collettiva italica e del rispecchiamento massivo di aspirazioni, speranze, eccetera.

In rapida sequenza, dopo il finale di partita, sono stati trasmessi 8 spot commerciali,

quello che sperimento e mi colpisce sempre è l’effetto complessivo della carrellata sulla mia psiche, e la questione che voglio evidenziare è questa: chi produce spot e compra spazi ragiona sul proprio spot come fosse un messaggio unico, con un inizio e una fine e un obiettivo di comunicazione, ma nella realtà lo spettatore “assume” gli spot in serie, uno via l’altro, e l’effetto vero è determinato dalla fusione, dalla marmellata/carrellata del blocco di spot in sequenza.

Poiché i messaggi di ogni singolo spot sono sempre più blandi e scontati, quello che emerge sono le stonature, le associazioni mentali che nascono per contrasto o assimilazione tra ogni spot e lo spot che lo precede e lo segue.

Il treno di 8 spot sorbito ieri sera è esemplare, e la domanda finale è sempre la stessa: le correlazioni che ne escono sono volute, o casuali?

Dopo la cornice dei cartelli “top sponsor” della Nazionale (Tim, Fiat, Eni) ecco in successione:

1)    la carne in scatola Montana (“se cerchi carne italiana la migliore è Montana”);

2)    l’integratore alimentare Meritene;

3)    UBI banca (con immagini cartoon di contadino che coltiva i frutti della terra mentre si parla di risparmi)

4)    Fiat Tipo (offerta a un “prezzo stratosferico” visivamente ben evidenziato di €12.500)

5)    la carne in scatola Simmenthal (“De Sica? No, Simmenthal!” con la scritta “sapori italiani” in evidenza);

6)    l’integratore alimentare Multicentrum (“Tutti vogliono una vita a colori”)

7)    FINECO banca (con un bambino che dorme)

8)    Skoda Fabia (a un prezzo visivamente ben evidenziato di €10.500)

Come si vede si tratta di 4 coppie di prodotti/servizi concorrenti, e l’effetto evidente è che i primi 4 servano a lanciare/spingere i successivi: Montana mi parla di carne italiana, e poi arriva De Sica con i sapori italiani; Ubi promette relax e poi arriva Fineco con i sogni d’ori; Fiat grida un prezzo basso e subito dopo Skoda rilancia al ribasso.

Spengo la Tv e penso: bah! Ti fanno una testa così sulla pubblicità come strumento scientifico, quando progetti una comunicazione ti senti investito di una grande responsabilità, ma di fatto poi tutto dipende da chi costruisce la scaletta, dal contesto più o meno congruo a un certo messaggio.

Prima di andare a dormire, vedo un altro treno: Banca Intesa finisce con lo slogan “sharing ideas” e subito dopo Coppa del Nonno inizia con: “ti ricordi quando per condividere bisognava essere insieme?”

Paradossalmente, se io fossi un inserzionista, mi limiterei a piazzare un cartello col nome del mio prodotto nell’interstizio giusto tra un spot che mi faccia da introitus ideale e uno che mi faccia da exitus ideale.

Qual è l’effetto di uno spot fantastico sulla crema alla nocciola, se è preceduto da un prodotto anti dissenteria e seguito da cinque piani di carta igienica?

(photo: Biennale di Architettura, padiglione Montenegro)

Il respiro – una decisione

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AUSSTELLUNG "THOMAS BERNHARD UND DAS THEATER" IM ÖSTERREICHISCHEN THEATERMUSEUM

Il malato è un veggente, nessuno possiede un’immagine del mondo più chiara della sua. L’artista, e soprattutto lo scrittore, ha addirittura l’obbligo di farsi ricoverare di tanto in tanto in un ospedale, e poco importa se questo ospedale è un ospedale vero o una prigione o un convento.

L’artista, e soprattutto lo scrittore, che non si faccia di tanto in tanto ricoverare in ospedale, che non si faccia perciò ricoverare in un quartiere del pensare come questo, di vitale e decisiva importanza per la sua esistenza, finisce col tempo per smarrirsi nella futilità perché rimane impigliato ala superficie delle cose.

L’artista o lo scrittore che per un motivo o per l’altro si sottragga a questo compito è condannato in partenza a diventare una nullità. In questo quartiere del pensare ci è possibile raggiungere un  grado di coscienza che è impossibile raggiungere al di fuori del quartiere del pensare.

In questo quartiere del pensare otteniamo ciò che al di fuori di esso non è mai possibile ottenere, la coscienza di noi stessi e la coscienza di tutto ciò che è.

(Thomas Bernarhd, Il respiro, 1978. Prima lettura, 1989. Rilettura: ieri)

La Lobbia 2.0

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LeoLobbia

Amato da Churchill, dai gangster e dai jazzisti, la Lobbia è un cappello sui generis, a partire dal nome, che è il nome del personaggio da cui nasce, come il Montgomery o il Cardigan,

siamo nel secondo Ottocento, l’epoca in cui nascono tutti i classici della divisa maschile, e parliamo di Cristiano Lobbia, già garibaldino e deputato “radicale” del Regno d’Italia, che denunciò in Parlamento, quando la capitale d’Italia era Firenze, la “lobby” del tabacco e il relativo monopolio nato dalla corruzione.

Per questo il nostro onorevole fu aggredito e bastonato, ma non intimidito, tanto che il giorno dopo si presentò in Parlamento incerottato a denunciare il fatto, ed esibendo all’assemblea il proprio cappello che recava il segno della bastonata, un’infossatura sulla sommità.

La vicenda colpì l’immaginario popolare, e un cappellaio fiorentino, parimenti dotato di spirito anarchico e senso commerciale, mise in produzione il cappello con la sommità infossata, chiamandolo Lobbia: da quel giorno è il cappello di chi non si tira indietro nemmeno dopo esser stato preso a bastonate.

Oggi questo classico, che ebbe grande fortuna nell’età del jazz,  viene riproposto come must fashion, “da portare come tocco classico con divise informali da personaggi eclettici, testimonial di nuove aggregazioni fuori dal coro”

Nella foto, tre onorevoli membri della Lobbia del Leone:

la locandina del magazine CTRL, che sta in piedi senza contributi pubblici e senza essere sostenuto da nessuna lobby finanziaria o politica, dando lavoro e occasioni a giovani creativi con progetti d’innovazione culturale (come gli spettacoli di scrittura collettiva, i concerti invisibili o le gare di nascondino);

la felpa Rosti, maglificio sportivo indipendente, qui un modello vecchio di 10 anni, con il logo dell’uomo che salta nel canale per salvare il suo cane, gesto da cui è nata l’impresa, e lo spirito d’impresa, che oggi sponsorizza atleti, squadre ed imprese sportive di carattere antagonista, e fa disegnare le proprie linee di prodotto a giovani artisti;

la t-shirt Elav, la birra che vale, partner o sponsor di festival musicali, film meeting e fanzine di controcultura,

“perché a un certo punto le dissonanze diventano un controcanto, e impongono una nuova linea tonale: è lo spirito del free jazz, nuove sonorità da nuova mescolanza, è il codice della musica contemporanea”,

è questo il discorso che mi ha fatto il mio amico Akam nel regalarmi la Lobbia 2.0 da lui prodotta (creazioni AkamArt): un gran bel discorso, devo ammetterlo,

come il cappellaio fiorentino che per primo l’ha prodotto 150 anni fa, Akam è prima di tutto un artigiano che vuole vendere le sue creazioni, e proprio per questo ha capito che oggi insieme al cappello bisogna offrire una mentalità, qualcosa di nuovo da mettere in testa.

i Lombardi con le braghe calate

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Oggi alle 16.15 meridiane due comunicati tra loro slegati, provenienti dalla stessa istituzione, la Regione Lombardia, hanno prodotto in me, nella mia coscienza storica, il succitato titolo;

(premessa metodologica in 10 righe che puoi anche saltare o leggere infine:

come dicevano Braudel e i suoi amici della scuola degli Annales, la grande storia si scrive rintracciando il filo che lega i piccoli fatti,

la microstoria spiega la grande storia: il vero tono, il senso storico di quel che accade, più che nei grandi eventi istituzionali, è nella catena dei banali provvedimenti quotidiani;

per questo serve un metodo certosino di raccolta dati e poi una capacità creativa e ordinativa di visione globale.

Allora io che con gli Annales sono cresciuto oggi ho riprovato quel brivido che è l’orgasmo dell’investigatore quando in due fatti insignificanti riconosce una prova del delitto)

h.16.10 la prima notizia, parlando con una collega, molto delusa mi dice che Regione Lombardia non rinnoverà il sostegno a Dimore&Design, progetto no lucro di valorizzazione del patrimonio storico/architettonico, nato a Bergamo, per aprire gratuitamente al pubblico palazzi nobiliari normalmente chiusi, invitando, provocando noti designer ad arredarli per l’occasione;

stiamo parlando di edifici che racchiudono la nostra storia, a volte in modo non esibito, trasandato, ma autentico, dimore che non sono ancora state comprate da divi televisivi o sceicchi o da società finanziarie per farne la loro sede di rappresentanza,

perché è questa la fine che faranno,

i giornali titoleranno grazie alla XZY palazzo WJK tornerà a nuova vita, e invece noi sappiamo che morirà completamente, e con l’edificio morirà la nostra storia, e un po’ anche noi;

da qualche decennio stiamo perdendo l’idea di “patrimonio pubblico”, per cui una comunità a un certo punto è in grado di trasformare beni materiali privati, come un castello o un palazzo nobiliare, in beni culturali pubblici, con utilità e uso pubblici, di vario tipo, anche sociale;

l’iniziativa Dimore&Design dietro l’apparenza glamour ha lo scopo di creare conoscenza, coscienza, senso di appartenenza tra il pubblico contemporaneo e queste dimore storiche; senza questa coscienza non si può nemmeno ipotizzare il vero discorso;

il vero discorso te lo esemplifico subito: il più bel parco di Città Alta, la più grande area verde, la più scenografica è il parco di Palazzo Moroni, tra la Fara e la Rocca,

questo parco potrebbe diventare un parco pubblico, basterebbe un gesto serio del comune, invece un bel giorno leggeremo che il Palazzo e il parco sono stati acquistati da una multinazionale, come l’Italcementi, e tutte le anime belle cadranno dalle piante;

dunque la Regione Lombardia dice: non ci interessano le dimore storiche della città di Bergamo.

Va bene, si sa che le spese “cultura”, “patrimonio storico” per quanto esigue sono sempre le prime a essere tagliate.

h. 16.15 parlando con un’altra collega, molto allegramente mi informa che Regione Lombardia ha messo sul piatto una bella somma a fondo perduto per sostenere i piccoli esercenti in crisi,

e va bene, e immagini che le condizioni per usufruire dell’aiuto siano il legame col territorio, con i prodotti e l’economia e l’identità del territorio,

e invece incredibilmente Regione Lombardia aiuterà quei piccoli negozi che decideranno di entrare a far parte di una catena di franchising,

non ho capito,

hai capito, per esempio tu nel tuo paesino o nel tuo quartiere hai una trattoria che da tre generazioni fa da mangiare con roba presa alla cascina dietro l’angolo e la Regione Lombardia ti finanzia a fondo perduto se entri in una catena di ristorazione sushi di tendenza;

lo stesso se hai una merceria, una panetteria…

ha capito cosa ci resta dell’Expo a Milano?

il paradosso è che questo “paghiamo tutto noi” di solito è proposto dalle grandi catene stesse, adesso invece è la Regione, cioè noi, che finanziamo il suicidio delle botteghe del territorio, creando zombie, non negozi, con non prodotti, per non persone,

dunque la notizia non è “Regione Lombardia aiuta i piccoli esercenti” ma casomai “Regione Lombardia aiuta le grandi catene”,

noi lombardi abbiamo una specie di orgoglio regionale, legato al lavoro, all’etica, all’amministrazione virtuosa,

quando andiamo in Trentino siamo ammirati per come spendono bene i soldi pubblici, quando andiamo in Sicilia l’opposto,

oggi alle 16.15 la Regione Lombardia mi è calata nel Gattopardo, nella logica del paradosso, sostenere gli esercenti per farli sparire, trascurare il patrimonio pubblico per lasciarlo privatizzare,

i Lombardi, i politici lombardi in un colpo solo mi fanno capire l’intenzione, svendono il commerciante lombardo e il palazzo lombardo, e al loro posto promuovono il punto vendita e la sede della catena multinazionale…

ci sono tanti modi per diventare schiavi, per finire in catene…

eppure Lombardo, longobardo, significa longo bardus, bardato a lungo, è questo che ha sconvolto l’impero romano, l’uso dei pantaloni lunghi, l’uso della cucitura, ignota ai romani,

portare i pantaloni significa essere capaci di decidere del proprio destino, essere autonomi, uomini liberi, con libere assemblee…

penso alla Fara, che era il campo longobardo dove si tenevano le assemblee dei guerrieri, ferocemente determinati ad abbattere l’impero,

e penso con vergogna a noi Lombardi di oggi, con le braghe calate.

(imago: Palazzo Moroni, Bergamo)

 

le parole che fanno sito

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Io non cambio,

non mi adeguo, non condivido, non tradisco,

non mi illudo, non rinuncio, non smetto, non mi arrendo,

non mi fermo, non prometto, non chiedo, non aspetto,

non nascondo quello che ho dentro.

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Quello che ho dentro,

quella forza inespressa, quella tensione che cresce, quella voce che urla,

una voglia esplosiva, uno scatto rabbioso,un mondo che brucia,

un vento di libertà, quello che ho dentro lo sento a pelle.

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 Lo sento a pelle,

l’animale che mi porto dentro, scalpita, suda, spinge,

sui pedali, in sella, su strada, in pista, nei boschi, in montagna,

in scalata, in gruppo, in volata, nella polvere,

in fuga da me, per tornare in me,

perchè io non cambio. ( > da capo) 

Nota: questi 3 mood/poems sono l’anima testo/immagine del nuovo sito Rosti, maglificio sportivo di qualità.

Il tema di questa lezione di web writing è come si scrivono i testi per i nuovi siti web, quelli con grandi immagini e grandi parole che, come la locandina di un film, devono dire tutto, farti sognare ed entrare in sala.

Per ottenere questo, mediamente usiamo non una, ma 3 locandine, perché il nostro cinema-sito è sempre un multisala;

questi 3 film devono dire tutto del marchio, dell’azienda, del prodotto, e il nostro compito è dargli voce, esprimere a parole, essere lo sceneggiatore del film, il paroliere della canzone;

a volte ti chiedono di partire dalle parole, poi si realizzano le immagini; altre volte, come nel caso in esempio, ricevi i 3 mood, le 3 immagini guida già fatte e la richiesta è unicamente di copy writing: head lines, subheadlines e body copy (cioè titoli, sottotitoli e brevi testi).

L’operazione, la concettualizzazione pre-creativa da fare, è: che cosa dobbiamo dire, quali sono i punti di forza del marchio/prodotto?

Nel caso in esempio, il maglificio sportivo Rosti, vogliamo dire 3 cose:

1) che è un marchio connotato da una forte passione/identità;

2) che ha sviluppato una grande qualità/tecnologia;

3) che ha raggiunto una leadership di prodotto/immagine.

Il bravo copy scriverebbe le 3 head più o meno così: la nostra identità nasce dalla passione… la nostra qualità è il risultato della tecnologia… la nostra immagine è immediatamente riconoscibile….

Tutto giusto, Rosti è uno dei marchi di punta del vero made in Italy, di qualità, fatto con passione e creatività: il nostro problema è che tutte queste parole ormai sono vuote, consumate, per l’abuso che ne hanno fatto le grandi griffe.

Il cattivo copy perciò cerca un altro linguaggio, realmente sintonizzato sui 3 mood.  Dobbiamo esprimere le 3 immagini/valori con altre parole, non razionali, ma emotive, dobbiamo dire i 3 stati d’animo costitutivi delle 3 dimensioni dell’universo Rosti:

come claim di identità/passione, scegliamo: io non cambio

come claim qualità/tecnologia, scegliamo: quello che ho dentro

come claim prodotto/immagine, scegliamo:lo sento a pelle

io non cambio / quello che ho dentro /lo sento a pelle

queste 3 head lines (che devono essere in connessione e poter funzionare random) sono sostenute da 3 body copy costituite in realtà da 33 sub-headlines, autonome e modulari (che potranno essere utilizzate in X mesi come altrettanti temi/post per il lancio social marketing di tutta la gamma).

Scrivere i testi di un sito, come si vede, significa scrivere una canzone, nel senso rinascimentale del termine, in 3 o più stanze/accordi, con meccanismi di ripresa, versi d’attacco, di chiusura, e di modulazione.

Con questa “canzone”, tagliata e intonata sul mood immagini/prodotto, il marchio potrà fare la campagna, il sito, il social marketing.

Per arrivare alla “canzone”, alla narrazione che associata alle immagini diventa l’anima del brand,  abbiamo dunque svolte 2 lavorazioni:

1 di razionalizzazione, isolando i temi/valori di comunicazione, studiando prodotto, target, mercato, parlando con l’imprenditore, mettendosi dalla parte del marchio;

2 di liberazione emozionale, ricercando&sviluppando un linguaggio/tono e una narrazione concreta, diretta, in grado di far sentire/vivere i temi/valori, mettendosi dalla parte del fruitore, dell’utilizzatore, e dunque occorre usare il prodotto, farlo proprio, pedalare. Anche il pubblicitario, come l’attore o lo scrittore deve immedesimarsi nel personaggio, nel prodotto realmente adoperato, e dunque non esitare su questo punto, farsi dare prodotti e tempo per testarli, per entrare davvero nella psiche e nella tribù del marchio;

Il caso in esempio, bisogna dire, è il tipico lavoro ideale: un marchio in ascesa, un prodotto di qualità, un’immagine aggressiva, che rompe gli schemi.

Chi avrebbe il coraggio di usare come modelliuna ragazzo e una ragazza iper-tatuati, e questo per mostrare prodotti di maglieria? Qualsiasi art o fotografo sano di mente ti direbbe: questi sono pazzi (e parliamo di Giovanni Alborghetti, ad Rosti, sia nel senso di “titolare” che di art director e designer, e di Benedetto Zonca, che cura la comunicazione, il sito, gli shoot).

E non solo i modelli sono tatuati, ma addirittura esibiscono i tatuaggi, più che la maglieria: ma è proprio questo quello che colpisce e attira. Questa compresenza di segni grafici, skin tatoo + knitwear graphic design, in realtà ti sta dicendo che il prodotto è la tua seconda pelle, è come un tatuaggio, epidermico + autentico, come le sensazioni a pelle. E così arriviamo allo slogan “lo sento a pelle”.

Allo stesso modo, il testo “io non cambio”, non solo trasgredisce la prima regola del copy writing (mai usare la parola “non” e le negazioni in genere)  ma addirittura la “ribalta” (sempre e solo negazioni).

La “sovversione” tocca e dissacra anche una delle parole-culto di questi anni, quando insieme a non cambio e non mi adeguo dice non condivido,  

che suona come una bestemmia, nell’epoca del dominio della “condivisione”.

Oggi negli uffici, nelle riunioni, in politica – dagli assessori agli educatori ai manager – è tutto un “condividere”.

Dire non condivido è un segnale di controtendenza rivolto alle nuove generazioni, indottrinate alla condivisione, ma anche un richiamo vintage alla memoria collettiva delle generazioni precedenti,  quando si proclamava l’immaginazione al potere, e nelle assemblee l’espressione “non condivido”, oggi in disuso, era una delle più usate: “non condivido la posizione della compagna del collettivo…”

Questo per dire, cari ragazzi, che la generazione oggi al  potere, ci è arrivata a forza di “non condivido”.

Allo stesso modo, un marchio che vuole connotarsi, dopo aver ascoltato tutti i dossier psico-socio-statistico-marketing relativi a prodotto, target e mercato, deve avere la forza di dire “non condivido”, e dire qualcosa di diverso, ma realmente autentico…

Ph. by www.marchesi.net ; https://www.facebook.com/giovanni.marchesi.9

vedi il sito in oggetto qui: http://www.rosti.it/new/

 

Gori e Mussolini

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Per il nome che porta, l’istituto storico della resistenza (ISREC) dovrebbe avere il coraggio di trasmettere alle nuove generazioni come cosa viva i valori della resistenza, e della lotta ai regimi totalitari,

invece da decenni questo istituto si perde e si svaluta in sterili polemiche necrologiche noiose come le feste comandate  - pensiamo ai tradizionali e vibranti appelli contro il busto a Locatelli, morto nel 1936 –  e iniziative francamente ridicole che sembrano manfrine da operetta, come quella di questi giorni: la petizione e la richiesta al sindaco di revocare la cittadinanza onoraria a Mussolini, datata 1924, cui il sindaco Gori ha giustamente risposto scrivendo che ha altro da fare che schiaffeggiare le statue;

io credo che questa ossessione dell’ISREC per statue e cadaveri derivi dal fatto di avere degli scheletri negli armadi, scheletri locali in armadi locali,

e ovviamente penso e ripeto che questo istituto dovrebbe aprire i suoi archivi e dunque la sua coscienza e far luce sull’episodio più cruento avvenuto nella bergamasca, la fucilazione a Rovetta, a guerra finita, 3 giorni dopo la liberazione, di quaranta ragazzini tra i 15 e i 17 anni, gli ultimi patetici volontari in camicetta nera, bambini inermi, che pure avevano fiduciosamente consegnato le armi ai partigiani, e questo anche per rispetto ai veri martiri della resistenza;

Fatto questo, levati gli scheletri dagli armadi, verrà poi naturale dedicarsi a iniziative più utili e attuali e realmente antifasciste e cioè insegnare la resistenza da fare oggi, ai regimi totalitari di oggi.

Soltanto gente che vive nel passato e guarda solo le apparenze e le etichette può illudersi e bearsi di combattere il “fascismo” facendo scaramucce con le statue o con i gruppi di estrema destra, mentre i veri fascisti, non di nome ma di fatto, hanno il dominio assoluto del denaro e delle informazioni, e tengono in sudditanza totale masse intere di persone, ovunque nel mondo.

 

 

La freddezza nel lenzuolo

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morti

Ieri mi sei venuto in mente tre volte, e sempre per motivi di donne, e alla fine della giornata grazie a te ho fatto due buone azioni, e ritrovato un ricordo dimenticato.

La prima al semaforo, mentre si avvicinava il lavavetri, e pensando a te devo aver assunto un’espressione così arcigna che quello si è dirottato sull’auto accanto, dove c’era giovane mamma, che poi si stava quasi per mettere a piangere, perchè non aveva soldi per pagare il lavaggio, e allora io, sempre pensando a te, ho abbassato il finestrino, con voce sicura ho detto “ci penso io, signora!” e ho allungato l’euro al lavavetri, e tutto è andato a posto.

La seconda verso sera, al supermercato, scaffale dei vini, una badante non più giovane con in mano una bottiglia di vino rosso da 2 euro mi chiede se me ne intendo, se è buono, e di nuovo mi sei venuto in mente, o per meglio dire ho sentito il tuo spirito entrare in me, diventare me,

e allora ho tirato fuori il cinque euro che avevo in tasca – da dieci minuti mi aggiravo non sapendo cosa prendere -  e le ho detto “prenda questo signora, e lo beva alla salute degli amici lontani” e così dicendo le ho tolto dalle mani il vinaccio, e le ho messo in mano e il 5 euro e un chianti da 7 euro, e le sone scese subito le lacrime, e per un quarto d’ora mi ha spiegato che non potrebbe bere alcolici, perchè prende delle medicine, e  io le ho detto che anche questa medicina, il buon vino, è indispensabile, a volte;

e infine rientrando a casa, nella mia via, mi è tornata in mente quella volta, due o tre anni fa, era estate, stavamo aiutando un amico a fare un trasloco, eravamo su un furgone tenuto insieme a fil di ferro e scotch,

parlavamo di tecniche maschili per sgamare le tipe che fingono gemiti e tensioni che in realtà sono sbadigli, e tu citasti un caso tipico:

hai presente Leone quando risali da sotto le lenzuola con la forza di un vulcano, e sei un eccello infuocato che piomba nel nido, e la scopri, la copri, la scopi, e lei geme e tutto quanto: eppure ha la freddezza, nel groviglio di membra, per afferrare il lenzuolo, e coprire!

 

 

cosa vuol dire nylon

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cosa vuol dire nylon forse lo sai già, intendo dire proprio la parola nylon,

che è una sigla in inglese (tecnicamente: un acronimo anglofono)

che trascritta in estensione diventa “now you lose old nippon”

e tradotta vuol dire “adesso hai perso vecchio giappone”

[…]

la storia è semplice, 75 anni fa

giusto quando tuo nonno era appena nato,

l’america temeva di perdere la guerra nel pacifico,

pensava di vincere facile con invasioni di paracadutisti,

ma per fabbricare i paracadute servivano tonnellate di seta

e i giapponesi avevano chiuso la via della seta, dunque: che fare?

la guerra scatena il genio, questo accade sempre, da Leonardo

a Nobel, l’invenzione stravolgente non è mai per nobili fini,

poi le invenzioni di guerra si affermano in tempo di pace

e questo succede anche con la nuova seta artificiale

sintetizzata nei laboratori Dupont, e chiamata nylon

forse in origine NYL indicava New York + Londra,

e -ON la desinenza della fibra, come rayon, come cotton,

ma poi qualcuno, scherzando, disse: “Now You Lose Old Nippon”

da quel momento, sebbene apocrifo, quello divenne il senso

dell’acronimo di nylon, e segna l’inizio di  un nuovo mondo

di una nuova tecnologia delle fibre sintetiche artificiali

e la fine del mondo antico, elitario, della seta

[…]

c’è un solo modo per distinguere

un filo di nylon da un filo di seta: lo bruci.

Se si condensa in un pallina, è nylon;

se prende fuoco, è seta.

(photo e testi tratti dacosa vuol dire nylon - la luna e le fabbriche”

2014 by Virgilio Fidanza e Leone Belotti, ediz. fuori commercio Radici Group)

il piatto in cui mangio

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a un certo punto della tua vita sai in che piatto vuoi mangiare, in che tazza vuoi bere,

come cani, si desidera la propria ciotola, primo oggetto di benessere personale:

ricorre oggi un anno esatto da che mangio nel mio piatto, una ciotola con piatto, tazza e tazzina realizzata da un architetto che ha chiuso lo studio di architettura e ha aperto un laboratorio di ceramica;

in questo laboratorio ha ritrovato le sue origini, la sua infanzia nella terra “cotta” del Salento, e soprattutto il senso perfetto del progetto che diventa oggetto.

Quello che io ho ritrovato, invece, è il senso basilare del nutrirsi: questa ciotola ruvida, essenziale, imperfetta, con la sua tazza-bicchiere, e il piatto-vassoio, e la tazzina-bicchierino, che un essere umano, e non una macchina, ha creato per me, mi ha fatto cambiare abitudini alimentari;

da almeno dieci anni mi riproponevo di mangiare sano, potevo arrivarci prima che tutto comincia dal piatto, secondo l’unico dogma che mi è rimasto (il mezzo è il messaggio)

come molti individui randagi, nel “logorio della vita moderna” mi ero abituato a nutrirmi in modo nevrotico e anonimo, mangiando roba EsseLunga in stoviglie Ikea, ma più spesso mangiando direttamente dalle confezioni polistiroliche, bevendo dalle bottiglie, dalle lattine…

Avere una mia ciotola, la mia tazza, come da bambino, è stato il primo passo di uno stradello che mi ha portato a preparare sempre il mio pasto, una specie di rito religioso, una piccola liturgia, apparecchiare, servirmi, nutrirmi, sparecchiare, lavare, riporre, tutte operazioni che avevo perduto (usavo tutti i piatti, si accatastavano nel lavello, con grande pena nel cuore poi li dovevo lavare tutti).

Quando ho avuto il mio set, pensavo alla sua funzione estetica, di oggetti bellini, destinati a fare da portafrutta, o portamatite,

invece dopo il primo uso è diventato il mio oggetto-feticcio, transfert, traghetto verso la consapevolezza alimentare: dunque non le fidanzate bio-gas, non gli amici km0, o i soci equo solidali mi hanno portato a mangiare meglio, più sano, più slow, ma è stato il piatto in cui mangio,

è stato un architetto-vasaio (cultura vasai?) che ha messo il suo lavoro, le sue mani, il suo tempo nel cuocere la terra in forma/funzione di piatto per me.

(photo: il set Ciotoleo sul tavolo Calepio Press. Qui sotto trascrizione della conversazione con Luca Pedone un anno fa  - siamo alla slow comunication! –  all’apertura del suo laboratorio ClayLab in Pignolo)

Luca Pedone: “ho fatto il liceo artistico mille anni fa, lì ho iniziato a manipolare argilla. Poi ti ricordi di essere nato in Puglia… e ogni volta che ci vai ritrovi terracotta, piatti, piattini, forni, rimani sempre affascinato, e hai questo tarlo nella testa, come faranno a campare?

Vado avanti, Università, architettura, sia mai che uno può fare l’artista, vado in Finlandia con una borsa di studio, all’Università di Helsinki ci sono tutti i dipartimenti, interior design, fotografia,  pittura, serigrafia, scultura e c’è anche ceramica, proprio accanto a interior design, e pensavo “che bella cosa”, e spiavo dalla porta del laboratorio;

provo tutti i lab ma mi tengo a distanza da ceramica, non sarò mai in grado, troppo rispetto,

torno in Italia, mi laureo, faccio l’architetto, il grafico, i siti internet, dieci anni a impaginare cataloghi e flyer,

arriva la crisi, 2008, trovo un posto da insegnante in un Istituto privato, ma per tenere lo studio lavoravo per poter lavorare, non per vivere, chiudo, insegno dal 2008 ad oggi,

comincio a sentire il bisogno di sporcarmi le mani, cinque anni fa seguo un corso di somelier, tutti e tre i livelli, e penso che si debba cominciare dalla vigna, non so,

finalmente, per caso, per fato, due anni e mezzo fa il primo corso di ceramica raku: trovo il volantino giallo in colorificio, era per me, il raku una cottura che dovevo fare al Liceo e non avevo mai fatta, così vado, il fascino della terra su di me era vero, da allora non ho staccato la mani dalla terra,

“mani nella terra e testa tra le nuvole”, non voglio arrivare a seguire solo da pensionato la mia strada: proviamo, mi dico, a trasformare la passione in lavoro, camparci, non diventare ricchi;

dopo il corso avanzato faccio il corso base, cotture antiche, inizio ad allestire un piccolo laboratorio in casa, comprando forno, tornio, inondando la casa di polvere, terra,

poi a Firenze,  Certaldo, Varese, scuole internazionali, e capisco che è una strada percorribile, all’estero si laureano in ceramica, e ne fanno un mestiere,

in Italia siamo fermi a una tradizione, non c’è evoluzione,  nella ceramica tradizionale lo scambio non c’è, c’è chiusura, io faccio un pezzo, trovo uno smalto, e mi tengo il segreto: in Italia è così, ognuno deve cominciare da capo, farsi la sua strada, non c’è trasmissione del sapere, condivisione della ricerca,

le nuove generazioni di “creativi” pensano a fare la videoart, fotografia, performance digitali, nessuno riprende le tecniche della terra,

cerco uno spazio, lo trovo, lo metto a posto, devo inventarmi muratore, piastrellista, imbianchino,

apro il laboratorio, uno spazio microscopico, in una via del borgo storico degli artigiani e degli artisti,

oltre ai pezzi che faccio io, è uno spazio per fare corsi, imparare, insegnare, scambiare esperienza,

voglio mettere il lab a disposizione di chiunque voglia cuocersi la sua terra, come una volta i fornai”.