la gonna della nonna

play this post

20160702_184336

Lei non era mia nonna, era molto di più. Ma arriva un bel giorno in cui qualcuno svuotando un armadio ti dice: “forse questa la volevi tu…?”. Certo. Un pezzo di storia. Un capo d’abbigliamento speciale, una gonna in jersey degli  anni ‘40 color blu notte.

Nella mia follia di gonne così ne volevo almeno 3. Tutte uguali.  Ma non è stato possibile. Vediamo come e perché. Lei, che non era mia nonna è nata negli anni ’20, con la corporatura esile e con le ossa a punta.  Educata in Italia, vissuta in Inghilterra, cresciuta tra i bombardamenti e il thè delle cinque. Una “signorina” minuta di 80 anni, ma sempre una signorina, così la si poteva percepire. Così la percepivo io. E sentivo.

Deve esserci voluto del tempo e un gran dinamismo di storie per dare al suo sguardo quell’impronta unica di azzurro. Pensavo.  Come posso indossare una gonna forgiata su misura da un corpo che non sono io? Osservavo. Ma, cosa aveva di così speciale quella Gonna in jersey di cotone? Perché non è duplicabile? Iniziano le ricerche.

Per cominciare quel jersey di cotone è introvabile da decenni, le macchine per fabbricarlo sono state tutte svendute in Romania o chissà dove. Anche trovata la stoffa da fondi di magazzino, quello che non si trova è il colore. Un punto di blu scuro al limite del nero, davvero  introvabile. Senza quel blu niente divinità. Si, perché il blu scuro tinta unita richiama sempre qualcosa di divino, in particolare se  si esclude dal blu tutto ciò che potrebbe dar luogo a un’impressione di viola o di verde. Dicevamo, senza quel blu niente divinità.

Poi c’è il problema della linea, semi modellata ma morbida, scivolata ma anche secca, difficile da replicare anche da mani esperte.  E la struttura?  Due pieghe abbassate al punto giusto delle anche, e una cinturina a marcare la vita alta e stretta. Si potrà copiare su di me? Pensavo. Nell’insieme l’aspetto a trapezio così  vicino a certi abiti destrutturati  da stilista orientale è inarrivabile oggi.

Ci vogliono altre mani a creare un gonna così. Ma non cedo e tento la clonazione con i mezzi che ho. Un’altra sarta, un’altra stoffa e un altro monaco che tenta di farsi  l’abito.  Eh si!…non è l’abito a fare il monaco, è che ogni monaco si fa un abito diverso. Infatti: il risultato è la stessa gonna che è uguale ma diversa. Il risultato è un corpo 2.0 che tenta di muoversi in una gonna pensata per altri movimenti, altri atteggiamenti, altre storie. Questa è la storia.

(testo e photo by Alessandra Corti, a.danzarelunare@gmail.com )

 

 

eros e tempo

play this post

CharlotteOK

L’età non conta. Il sesso, come l’amore, non ha età.

Quando il buon Parise sostenne nel suo celebre saggio che il sesso è praticabile solo dai venti ai trent’anni, si riferiva alla ginnastica.

Qui parliamo di sesso vero, di orgasmi veri, apocalittici, di persone mortali, mosse da una concezione umanista della vita, non scimmiesca.

Le persone, i corpi delle persone, come le moto, o le case, quando sono nuove funzionano bene, ma non significano nient’alto che la propria funzione. Col tempo, con i segni del tempo, con i difetti, acquistano pregnanza, senso, carattere, umanità. Più rughe, più cicatrici, più segni sulla pelle.

Il corpo è un testo, una donna che ti guarda negli occhi mentre si sfila le mutande, quello è un libro aperto. Allora l’ansia di possesso diventa desiderio di condivisione.

Non so che farmene di una ragazzina acqua e sapone, casa e palestra. L’idea di scambiarci effusioni, kilowattora e umori circolanti non mi eccita. Io cerco la coscienza del corpo, il pudore della decadenza.

Voglio stringere decenni, non natiche sode. Voglio carezzare  seni cadenti, sudati, non mammelle rifatte, fredde, morte, da museo. Desidero entrare in altri mondi, vivere altre vite, percepire il passato altrui. Preferisco indossare camicie lise, maglie lasche, scarpe sformate, roba usata.

Non si tratta di fingere che il tempo si sia fermato, non parlo di ristrutturazioni che riportano all’antico splendore (che bestemmie ignoranti produce il nostro tempo!). Parlo del vero senso della bellezza e dell’eros, che è nel tempo incarnato, nell’edificio in rovina, nei segni profondi, che urlano d’amore, che più hanno vissuto e più bramano vita, brandelli di vita,  fotogrammi sbiaditi che valgono più di intere cineteche digitali.

In realtà la bellezza carnale, l’erotismo reale, fiorisce sul viso e nel corpo di una persona solo dopo che questa persona è consapevole di tutti i suoi anni. Gli sguardi, le parole: sto parlando del paradiso della conoscenza. L’unica zona erogena che conosco.

(dalla rubrica “Il maschio alfa” by Leone, leggi tutto su CTRL magazine. In photo: Charlotte Rampling) 

chi è Lele Mosina

play this post

Badante4occhi

Lele Mosina è il nuovo found raising manager del project group calepio press. Appena nominato, ha dichiarato:  “sono molto fiero alla mia età, l’età della Maresana, di essere stato scelto a rappresentare il gruppo  calepio press, tra i più importanti centri d’eccellenza nella produzione di cultura d’avanguardia made in Italy”

“c.press è la dimostrazione di come  un uomo solo, totalmente disorganizzato e inaffidabile, dedicandovi un’ora al giorno e alcuni pseudonimi, senza un euro di budget, e senza nemmeno avere la linea web, caricando i post al bar o da amici, possa essere non solo più influente di vere e proprie testate giornalistiche di regime con decine di collaboratori, redazioni, e centinaia di migliaia di euro di budget,

ma anche più produttivo in termini di idee e progetti innovativi  dei  grandi centri ricerca o incubatori d’impresa, finanziati dal regime per ragioni di facciata”

“quest’uomo non è un genio o un individuo eccezionale, ma semplicemente un uomo libero, preparato e dotato di senso critico, che ha il coraggio di scrivere le verità più lampanti taciute o mistificate dai gruppi di potere che controllano l’opinione pubblica”

“sostenere quest’uomo, questo nullatenente, significa sostenere la possibilità di superare l’ipocrisia mediatica ma soprattutto significa sostenere progetti reali d’innovazione culturale come:

> Adv zero, agenzia anti pubblicitaria (già Malomodo Communications) per la riduzione dell’inquinamento semiotico da pubblicità.

> FMKTG, fantamarketing, creata nel 2010 con Pierluigi Lubrina e BambooStudio, contaminazioni paraletterarie tra fantascienza e innovazione d’impresa.

> gentedimerda.it,  da un’idea di Federico Carrara, asocial network;

> BaDante, care&writing agency, sviluppata con Isabella Gentili e Athos Mazzoleni, casa editrice di riposo, nuova letteratura senile.

> Leone XIV, antipapa latinista, nato rivoluzionario vs PapaRazzinger, divenuto reazionario vs PapaFrancisco

> Upper Dog (con Jennifer Gandossi e Benedetto Zonca): idee e ricette per produrre cibo per animali con scarti macellaio fruttivendolo e fornaio di quartiere (nomi delle ricette: porco cane, popolo bue, trota padana, pota coniglio, master polaster, interiora design)

> #pensacheignoranza, dal 2013, con Anna Bonaccorsi e Athos Mazzoleni, web institute ricerche di mercato e sondaggi d’opinione

> PWS, pub writing session, est 2014 con CTRL magazine e ELAV brewery, lo show della scrittura, storie da pub ascoltate, trascritte e pubblicate al pub

> Mensa te!, est 2014, con Matteo Cremaschi, Athos Mazzoleni, Daniele Lussana e Virginia Coletta, mensa popolare / fabbrica delle idee, 1pasto 1idea.

“cliccando sul tasto LeleMosina potrete donare qualsivoglia cifra per sostenere questi progetti, lo trovate in home page, in alto al centro con la dicitura LeleMosina/donazione”

“se cercate la home, cliccate su domus”

C.press, è l’unico sito al mondo ad avere la domus invece della home.

un caffè con mia nonna

play this post

AlessandraKaiser4

Avevo circa 8 anni, un sorriso stampato in viso e tutto intorno il mare blu.

Guardando vecchie foto, questa mi ha subito colpito: io e mia nonna su una canoa, i visi rilassati, gli occhi sorridenti, qualche segno di scottatura sulla pelle.

Mia nonna paterna mi ha sempre un po’ viziato, forse perché pensava che, essendo i miei genitori divorziati, io fossi una bambina da coccolare.

Quando andavo a trovarla, mi preparava sempre qualcosa di speciale; la cucina era una delle sue passioni, faceva i biscotti, le torte, gli gnocchi, la pizza, la pasta fresca ma anche l’arrosto, l’ossobuco, le patate al forno.

I piatti che preferivo della sua cucina, quando ero piccola, erano gli gnocchi al burro e la pizza, l’odore che meglio ricordo è quello dei biscotti tedeschi che preparava prima di Natale.

Un’altra delle sue grandi passioni era il golf; appena ne aveva occasione, andava a giocare con gli amici. Non era solo un hobby, partecipava a gare che spesso vinceva, accumulando trofei che ancora oggi non sappiamo dove mettere.

Per dare un’idea di quanti sono, uno lo uso come posacenere.

La maggior parte delle fotografie che ho di lei la vedono infatti impegnata in qualche competizione, circondata da amici; il golf, per lei, era quasi uno stile di vita.

Era una donna super attiva, sempre in giro, mai stanca; quando ero adolescente mi veniva spesso a prendere alle feste – anche all’una di notte.

Insieme siamo andate più volte in vacanza; quella a Parigi fu la mia preferita. Non solo visite a musei e monumenti ma anche shopping, una crociera sulla Senna, baguette enormi, problemi con i taxisti e la distanza tra i nostri anni non si era quasi sentita.

Parlare con lei era sempre stimolante ed era una sorta di libro di storia vivente, se le chiedevi chi era un Re del Medioevo, lei te ne raccontava vita e miracoli, se non ricordavi una data, lei la sapeva.

Leggeva il giornale tutti i giorni ed aveva sempre un libro sul comodino.

Le piacevano anche le fiction, in particolare Un posto al Sole e Centovetrine, che lei reputava delle scemate, ma che la divertivano molto.

Era una donna molto acculturata ma sapeva anche non prendersi troppo sul serio.

Aveva tante amiche ma, dopo mio nonno, non aveva più avuto un uomo.

Si era sposata giovane, aveva avuto tre figli, tutti maschi, e aveva perso l’unica figlia femmina poche ore dopo la nascita.

Mio nonno è un uomo abbastanza freddo e distaccato e lei si era forse sentita trascurata, forse aveva cercato l’affetto altrove.

Del loro divorzio non so molto; la famiglia di mio padre non ama raccontare vicende del passato ed io, per non essere invadente, non ho mai chiesto nulla.

Era una donna elegante e raffinata, aveva vestiti bellissimi ed era sempre impeccabile senza mai ostentare.

Aveva ricevuto un’istruzione severa, avendo frequentato un collegio di suore, e cercava di insegnarmi come essere composti a tavola, come comportarsi in pubblico e come essere sempre sorridenti.

Io, da adolescente ribelle quale ero, rifiutavo alcuni insegnamenti, ma ho comunque imparato che l’educazione non passa solo per le buone maniere ma soprattutto per il rispetto per gli altri.

Era anche una nonna dolcissima e sempre piena di attenzioni; ricordo che ad un San Valentino, avrò avuto 12 anni, ero triste perché non avevo ricevuto nulla dal ragazzino che mi piaceva e lei mi aveva fatto trovare un vasetto di primule con un bigliettino che recitava: “dal tuo spasimante misterioso”.

Era molto giovanile, tanto che gli sconosciuti la scambiavano spesso per mia mamma.

Dopo il liceo, iniziai l’Università a Bergamo e, dato che mia mamma viveva in Val Seriana, mi trasferii a Treviolo da mia nonna.

Vissi con lei quasi tre anni; nonostante l’età e l’educazione ricevuta, mi lasciava molto più libera di quanto facesse mia mamma.

Potevo uscire quanto volevo, tornare quando volevo e non mi ha mai rimproverato, tranne quel sabato sera che rientrai alle 6 non proprio sobria.

Qualche sera estiva facevamo l’aperitivo in giardino, con vino bianco, focaccine e salamino.

Una volta ogni tanto si concedeva un gin tonic, rigorosamente con lime fresco.

Tutte le mie amiche la adoravano e ricordano gli aperitivi e le cene che organizzava, ma soprattutto il savoir-faire che la contraddistingueva.

Era anche testarda, parlare di politica era un inferno e guai a dirle che Libero è un giornale di parte.

Non le piaceva il mio fidanzato del tempo, lo considerava un bambinone e diceva che meritavo un uomo maturo e responsabile.

Forse aveva ragione ma, al tempo, neppure io ero matura e responsabile: studiavo e superavo bene gli esami ma ero la tipica ragazza universitaria che vuole divertirsi al massimo e fare baldoria.

Lei mi ha sempre sostenuta e ha sempre fatto da intermediaria tra me e mio padre, suo figlio, dato che i rapporti tra noi erano molto difficili.

Grazie a lei mi sono riavvicinata a lui e ho imparato come gestire il rapporto con la sua seconda moglie, nonostante ancora oggi sia molto complesso.

Quando mio zio, il suo secondo figlio, si tolse la vita, io vivevo già con lei e il dolore straziante la fece ammalare.

Ho vissuto con lei durante la sua malattia e l’ho vista cambiare, da donna attiva e sempre indaffarata, a persona affaticata e stanca.

La morte di suo figlio le aveva tolto ogni gioia, non si dava pace per quel terribile gesto e, forse, se ne dava la colpa.

Aveva smesso di curare il suo aspetto, non partecipava né organizzava più cene con gli amici, anche giocare a golf stava perdendo importanza.

Io ero paralizzata dallo shock, non sapevo come affrontare il mio di dolore, quindi non ero in grado di aiutarla ad affrontare il suo.

Le stavo accanto, cercavo di distrarla, la aiutavo nelle faccende domestiche, la coinvolgevo in ciò che studiavo ma vedevo che il suo sguardo era diverso, che il suo pensiero era sempre là, a quel giorno, all’immagine di mio zio.

La malattia se la portò via.

Nei miei sogni la sua casa è ancora arredata, e dalla cucina arriva qualche buon odorino. Entro in casa e penso: nonna sei ancora qui, allora è stato solo un brutto incubo!

Ci sediamo in cucina e chiacchieriamo davanti ad un caffè, sgranocchiando quei biscottini alla cannella che le piacevano tanto.

(storia di mia nonna by Alessandra Kaiser 2014)

bada!

play this post

bada

Dalle parti del mio babbo (i papà in Romagna non esistono) si dice: “bada!”.

Non è necessariamente un avvertimento severo, piuttosto un “fai attenzione!”, detto per il tuo bene.

Mio padre, ad esempio (e così mio nonno), diceva “bada!” o “scappa!” quando gli ero tra i piedi, mentre lui trafficava con qualcosa che potesse contenere una punta di pericolo per il prossimo, soprattutto se bambino o figlio.

Due verbi scorticati di ogni suono affettivo, privati della buccia di qualsiasi contatto; urgenti, maschili,

e pronunciati per spuntare guai, per prevenire e proteggere, che credo sia buona parte del compito di un  genitore, soprattutto se gli capita la ventura di chiamarsi padre.

Ora lui, e mi ba, non lo sento più dire “bada!”, perché non maneggia più con le cose per aggiustarle o per farne altre.

Vero è che è fermamente convinto tanto di aggiustarne quanto di farne e, di conseguenza, potrebbe ancora invitare qualcuno ad allontanarsi lasciando a lui il totale governo di una faccenda spiccia, cosa che gli è sempre riuscita egregiamente,

al contrario di altre, quelle, ad esempio, che si trascinano in bave di emozioni o restano addentate ai rebbi del conflitto.

Lì infatti si sperdeva e, per scappare, si irritava o taceva, invece di dire “bada!”.

Ora lui, e mi ba, è badato.

Ma non lo sa. O, se lo sa, non gli piace pensarci e, dunque, dice “scappa!” a quel pensiero.

In questo senso, mio padre è smemorato.

Ma vorrei sapere chi è dotato della memoria sufficiente per rintracciare, nei ricordi come nel contingente, ciò che ci dispiace riconoscere

e che causa non trova da nessuna parte, se non in come ci troviamo a essere.

(testo by Anna Bonaccorsi)

1 secolo in 2 libri

play this post

2libri

> 1914 da S.Zweig, “ll mondo di ieri”:

noi che abbiamo conosciuto il mondo di ieri possiamo testimoniare che l’Europa era davvero il mondo della libertà individuale, si compiaceva del suo caleidoscopio,

abbiamo goduto di maggior libertà civile rispetto ai giovani d’oggi, i quali sono costretti al servizio militare, al lavoro, e in molti paesi all’ideologia di massa e all’arbitrio della stolta politica mondiale.

Noi potevamo dedicarci all’arte, alle predilizioni intellettuali, plasmando liberamente la vita privata.

Potemmo vivere da cosmopoliti, il mondo intero ci era aperto innanzi. Viaggiavamo senza passaporti né permessi, andavamo dove ci piaceva, nessuno ci chiedeva le idee, la provenienza, il reddito.

Non v’erano costrizioni, si poteva parlare, pensare, ridere, inveire come si voleva; ognuno viveva a suo capriccio, in compagnia a solo, prodigo o economo, in gran lusso o da bohemienne,

vi era posto per ogni bizzarria, erano previste tutte le possibilità, nessuno si lasciava intimidire, si andava, si parlava, si dormiva con colui o colei che ci piaceva.

La parola aveva ancora potere, non era stata ancora calpestata a morte dalla menzogna organizzata, la “propaganda”, gli uomini ascoltavano ancora la parola scritta, l’attendevano,

per un poeta, per uno scrittore, non era vano dire una sua parola, la produzione intellettuale era in grande stima dalle più umili alle più alte stanze.

Nessuno aveva la pretesa di basare l’esistenza materiale sulle proprie disposizioni artistiche, i poeti e gli artisti sceglievano allora professioni medocri e senza ambizioni per aver quella minima sicurezza esteriore che garantisse loro l’indipendenza per l’opera interiore.

Con tale libertà, potevano ignorare i salotti, i vernissage e i grandi giornali corrotti e scrivere gratuitamente per le loro piccole riviste, mettendo in scena  le loro pieces in piccoli teatri sperimentali.

Non si vergognavano di vivere angustamente, pur di pensare con libertà e audacia in campo artistico.

In quelle serate amichevoli tutto era molto semplice e cordiale, sedie di paglia, tovaglia a quadretti, chiunque ben accetto, per cena miracoli su un fornelletto,

non avevano telefoni, macchine da scrivere, scrivevano i loro libri a mano, su carta riciclata (ndr: !), non erano più eleganti o ricchi dell’operaio sullo stesso ballatoio, che poteva unirsi e discorrere con loro.

Chi si preoccupava di quei fantocci solo più tardi gonfiati come la razza, la classe, l’origine?

Se oggi mi chiedo perché l’Europa nel 1914 è entrata in guerra, non trovo altra ragione che un eccesso di forza, di dinamismo, di pingui guadagni che congestionavano i governanti e montavano il sangue in testa.

Una guerra tra ricchi, per diventare i più ricchi.

Da allora, una certa ombra non si è più dispersa sull’orizzonte d’Europa, prima così limpido.

Oggi rabbrividiamo constatando come questo mondo per la sua furia suicida sia ottenebrato e ridotto a carcere e schiavitù,

e come l’uomo con sentimenti umani  sia ridotto nel XX secolo in orrendo isolamento e disperazione…

> 2014 da J.Attali, “Breve storia del futuro”:

La nuova classe creativa, un’iper-classe che dirigerà l’iper-impero, sarà costituita da  strateghi finanziari o d’impresa, a capo di compagnie d’assicurazioni e del tempo libero, architetti di software, creativi, giuristi, operatori di finanza, autori, designer, artisti.

Saranno donne  e uomini, dipendenti di sé stessi, concorrenti spietati, né impiegati né datori di lavoro, ma a volte esercitando più di un lavoro alla volta, gestendo la vita come un portafoglio di azioni, attraverso una competizione molto selettiva.

Ipocondriaci, paranoidi, megalomani, narcisisti, egocentrici, dovranno difendere le proprietà di capitali, software, brevetti, ricette, opere d’arte.

L’apprendimento sarà per loro una necessità vitale, la curiosità un’esigenza assoluta, la manipolazione una pratica corrente:

non avranno più frontiere tra lavorare, consumare, creare, allontanarsi, non conosceranno nessuna fedeltà né nazionale, né politica, né culturale,

saranno fedeli solo a sé stessi, si interesseranno innanzitutto all’organizzazione della propria vita erotica e del proprio suicidio.

Alcuni, più cinici degli altri, si metteranno al servizio dell’economia pirata e ne diventeranno i padroni.

Altri, al contrario, una volta fatta fortuna, investiranno nelle azioni umanitarie, diventando altruisti.

il patto Berluscov-Renzintropp

play this post

MolotovRibbentropStalin

prima dell’incontro Renzi-Berlusconi, la BaDante Anna F. aveva dichiarato: 

essendo polacca, so già a cosa serve l’incontro Renzi-Berlusconi:

così come il patto di “non aggressione” Molotov-Ribbentropp del 1939 è stato in realtà un patto di spartizione per cui l’Armata Rossa occupava i paesi baltici (Litu, Letto, Esto) e Hitler si prendeva la Polonia,

allo stesso modo oggi Berluscov e Renzintropp si spartiranno le terre di mezzo,

si tratta solo di capire chi da domani sarà baltico e chi polacco.

I piccoli partiti devono sparire, come i piccoli paesi, i piccoli proprietari e la piccola impresa individuale, su questo andranno oggi d’accordo il grande padrone della destra e il grande partito della sinistra.

Post scriptum: “con Berlconi c’è profonda intesa” ha dichiarato Renzi appena terminato l’incontro con Berlusconi

figli di papà

play this post

Edoardo-Agnelli

(discorso ai figli di papà della sig.ina G., 72 anni, ex sarta, ammiratrice di Edoardo Agnelli) 

> se prendi il Mereghetti, la Bibbia del cinema, e guardi nomi come Comencini, De Sica, Gassman, Risi, Tognazzi, Manfredi, Placido, Cervi, e molti altri,

scopri questa curiosa evidenza: mentre i padri hanno firmato le migliori pagine del cinema italiano, capolavori d’arte e/o successi internazionali, i figli, e le figlie, figurano tra il peggio assoluto, con film inguardabili, finanziati dallo stato

> se apri oggi l’Eco di Bergamo trovi che la città è in mano al sindaco Tentorio, all’ex sindaco Bruni, all’assessore Pezzotta, all’industriale Pesenti,

se apri l’Eco di Bergamo di 40 anni fa trovi che la città era in mano all’ingegner Tentorio, all’avvocato Bruni, al sindaco Pezzotta, all’industriale Pesenti,

idem se guardi i nomi dei professionisti di grido, avvocati, commercialisti, fotografi, architetti,

> se i peggiori imitatori di Jannacci, De Andrè e Dario Fo sono i loro figli, e ci vivono bene

> se i peggiori presidenti di Milan, Inter e Juve sono i loro figli, figlie o nipoti

> se l’attuale capo del governo recita per il centrosinistra la stessa parte tenuta da suo zio per il centrodestra negli ultimi 30 anni

> se esempi del genere sono ovunque, negli ospedali, nelle aziende, nei tribunali…

allora siamo rimasti il paese dei figli di papà, è questa la rovina dell’Italia contemporanea:

fino a quando l’economia lo reggeva, non ci siamo resi conto del peso del familismo e del nepotismo, di fatto il primo fattore di sclerosi sociale e di conservazione dello status quo, dal momento che impedisce il ricambio delle elites e la mobilità sociale e per il corpo sociale è esattamente come il colesterolo,

> dunque  più della mafia, anzi, più diffusamente della mafia, e più della finanza mondiale, la lobby parassitaria che ha governato il paese Italia è la “famiglia”,

da sempre la madre di tutte le lobby d’affari sorte per la conservazione del patrimonio attraverso il matrimonio e i legami di sangue.

e in realtà, i figli di papà oggi al potere nelle aziende, in politica e nella cultura si sono dimostrati la peggior elite possibile: hanno dissipato risorse, sprecato occasioni, perso tempo e denaro,

> così abbiamo finalmente capito il senso dell’Amleto: il marcio in Danimarca viene dalla famiglia, dal morbo-famiglia,  ed ora, come a Elsinore, qualcosa si è rotto nel palazzo,

> lo vediamo, lo sperimentiamo: i nuovi figli di papà sono in grossi guai: qualsiasi cosa facciano, è un fallimento,

se prendono in mano l’azienda, va tutti a rotoli,

se si dedicano a una propria idea d’impresa, sono soldi buttati,

tutto al contrario di quel che accadeva 20, 30, 40 anni fa, quando qualsiasi cosa facesse il rampollo, l’azienda andava bene;

e se decideva di dedicarsi a un nuovo business, andava bene anche quello!

> ora è il momento che i figli di papà cambino mestiere, e prendano esempio dall’unico genere di figli di papà davvero ammirevoli, e sono quelli che hanno fallito, che hanno rifiutato il ruolo,

quelli che fanno un lavoro qualsiasi, che non c’entra nulla con l’ingombrante genitore,

ma anche quelli che hanno dilapidato tutto fallendo in tutto,

e quelli che semplicemente si sono dimostrati incapaci di stare al mondo con quel nome, e hanno cercato col proprio fallimento di espiare il successo della famiglia,

> dovendo citare un esempio, io direi pure un martire, uno che si è dato fino in fondo a questo nobile “rifiuto” del ruolo, faccio il nome del primogenito dell’Avvocato Agnelli, Edoardo Agnelli,  intellettuale marxista-leninista e filo islamico, viaggiatore, eroinomane, esteta,

morto suicida gettandosi da un cavalcavia, lasciando come unico messaggio la sua Fiat nella piazzola d’emergenza,

> i figli di papà oggi sono un problema, sono in piazzola d’emergenza,

noi possiamo aiutarli: per cominciare, dicendogli che i figli di papà che si tirano indietro sono più utili al paese di quelli che portano avanti il nome e gli affari di famiglia,

> fate un passo indietro, dite mi spiace, caro papà, cara mamma, tutto questo ben di dio non è più replicabile, non è più eticamente praticabile.

> tagliate i ponti con la famiglia, cominciate una nuova vita, mollate ogni cosa, tornate alla terra, mollate ogni business, investimento estero, import-export, e.commerce, edilizia, trasporti, finanza, mollate tutto,

> poi, in un secondo tempo: figli di papà, unitevi

> comprate terreni agricoli nel vostro territorio, boschivi, aree dismesse, da bonificare,

tornate alla nuda terra, parlate ai lavoratori, proponetegli di diventare neo-contadini,

siate scaltri, folli, lanciatevi con nobile intento nell’impresa più lussuosa del made in italy, ridisegnare il mondo, stravolgendo le regole, disegnando, costruendo mondi nuovi,

> occorre un nuovo modello positivo di figlio di papà,

nuovo e antichissimo, che non agisca nel nome del padre, ma nello spirito del pianeta,

figli di papà, siate determinati, vi seguiranno, come hanno seguito Chiara e Francesco.

Bergamo capitale della vecchiaia

play this post

casa_del_sorriso_ingrid_thulin_marco_ferreri_006_jpg_chcn

il vero problema non è la vecchiaia ma la mentalità vecchia, che non ha età,

e ci impedisce di vedere e cogliere le opportunità del target senile,

siamo il paese più vecchio del mondo

ma essendo succubi della cultura anglo giovanilista consumista

soffriamo una carenza cronica di servizi, prodotti, idee e cultura “de senectute”,

mettiamoci nell’ottica che il mercato del futuro non sono i giovani, ma i vecchi,

parliamo dell’unica fascia di consumatori dotata di potere d’acquisto

la generazione over 70 detiene beni, case, privilegi e sicurezze

ma è stanca di viaggiare, mangiare e spendere, vorrebbe qualcosa di più,

e dunque meno centri commerciali e più servizi alla persona,

nuove figure professionali, nuove modalità di trasporto e utilizzo della città,

nuovo tipo di mobilità e di accoglienza,

rimoduliamo ogni parametro di beni e servizi, la casa, i trasporti, la cultura,

soprattutto, occorre ripensare la “casa di riposo”,

l’unico tipo di struttura ricettiva che ha sempre il tutto esaurito e code in lista di prenotazione, cominciamo a cambiare, arricchire la definizione,

pensiamo a delle cascine di riposo, dove vivere in benessere basico,

a degli agriturismo di riposo, a villaggi di riposo dove svernare,

pensiamo al vecio come risorsa, e non come peso, più “scambi” sociali intergenerazionali, più “pensionati” misti studenti/anziani con evidenti sinergie di convivenza tra studenti universitari fuori sede “ospitati” da nonni soli “resident” in cambio di service-badante,

pensiamo a case editrici di riposo, dove dedicarsi a riscrivere la propria vita come un romanzo, diffondiamo la letteratura senile come più eccitante e utile della letteratura giovanile,

non dimentichiamo i casini di riposo, perchè la vecchiaia non per tutti è pace dei sensi,

l’immagine di giovani uomini e donne dediti alla seduzione e di anziani sorridenti asessuati è superata, anche l’erotismo sta diventando roba per vecchi,

creiamo un festival-fiera della vecchiaia, con idee, prodotti, progetti in grado di andare oltre l’attuale offerta, che è inadeguata, soprattutto concettualmente.

Per diventare “capitale della cultura”, che è un concetto superato, vecchio e inutile, si sono messe in gara 20 città,

Per diventare “capitale della vecchiaia”, e creare davvero innovazione economica, sociale e culturale, nessuna.

Ho chiesto a un ex partigiano come dobbiamo relazionarci con queste vecchie amministrazioni sorde che col sorriso stampato fanno finta di promuovere la cultura per i giovani.

Risposta irripetibile per svariate ragioni, ma immaginabile.

Se pensavamo di liberarci dei vecchi, farli fuori, emarginarli, ridurli in miseria, pagargli l’ospizio, bene, abbiamo fatto fiasco,

i vecchi sono i padroni del paese, il futuro del paese è nelle loro mani,

saranno loro a ospitarci all’ospizio,

dunque cerchiamo di immaginare un mondo più gradevole per i vecchi di oggi,

e vivremo meglio  tutti.

(imago Dado Ruspoli e Ingrid Thulin, dal film “La casa dei sorrisi” di M. Ferreri, orso d’oro a Berlino 1991)

Bg2019/pianoB: progetto Berghumus

play this post

12casartist

La cultura non è un titolo, un business, una lobby o un bene di lusso,

ma un’arma di costruzione di massa, pericolosa, esplosiva.

Berghumus (berghost)

opportunità per artisti, studenti, designer, architetti, arredatori, sociologi, artigiani.

Start: un centro storico vive di botteghe, artigiani, osterie, ritrovi, circoli, anziani, scrittori, pittori, musicisti, cani e gatti.

Senza questo humus sociale la città d’arte perde identità.

Città alta senza artisti e residenti è una città morta.

Up: Berghumus è un programma di valorizzazione del centro storico attraverso la coltivazione in loco di nuovi artisti e la creazione di case d’artista;

il comune  dispone di aree, edifici, locali, residenze inutilizzate, “da riattare”, in città alta: le affidi per gara-concorso a nuclei-squadre di artisti che per un anno soggiorneranno gratuitamente in queste case, ristrutturandole, arredandole e “segnandole” del proprio operato artistico,

– ogni residenza affidata a n.4-5 artisti di diversa disciplina (arti visive, musicali, letteratura, video) selezionati con concorso pubblico/social

– in cambio dell’ospitalità l’artista si impegna con gli artisti conviventi a ristrutturare-arredare-valorizzare la casa di residenza

– dopo 2-3 anni vissuti da artista, la casa acquista valore  e cambia funzione, diventa B&B d’arte o è venduta alla classe colta/agiata

– con il reddito da casa d’artista il comune acquista nuovi locali “da riattare” e implementa l’humus artistico del centro storico.

In questo modo il Comune, cioè la città, diventa curatore del proprio patrimonio immobiliare-culturale, crea un humus artistico aperto ristabilisce il carattere “culturale” del centro storico.

– parallelamente alle case d’artista, il Comune promuove la permanenza (o il ritorno) nel centro storico della memoria storica umana, gli anziani, creando piccole “case editrici di riposo” dove persone che sono nate e hanno lavorato e vissuto una vita in città alta, anziché finire espulse dal “gioiello urbano”, ne costituiscono il filo connettivo:

nella “casa editrice di riposo” l’ottuagenario, affiancato da un giovane “badante-alighieri”, potrà dedicarsi alla vera missione della “senectus”: mettere per scritto la propria vita e con ciò contribuire alla produzione della memoria storica collettiva, base di ogni fermento culturale.

– parallelamente alle “case d’artista” e alle “case editrici di riposo” il Comune promuoverà la permanenza e il ritorno delle botteghe artigiane e degli esercizi storici, oggi espulsi dalle s-regole del mercato immobiliare,

e al contempo vieterà l’apertura di negozi e catene grandi marche che di fatto stanno trasformando il nervo vitale di città alta, l’asse via Colleoni/Corsarola, in un’anonima galleria commerciale, con perdita irreversibile di valore del centro storico.

Il crogiolo di artisti, artigiani e anziani è la base viva, l’humus, di ogni possibile carattere “culturale” della città.

2- segue

(photo by Mattia Dal Bello, abstract da Berghumus, linee di progetto per la trasformazione di Bergamo in città d’arte sostenibile,

Il pianoB prevede 5 aree d’intervento/progetti/iniziative  in 5 anni:

1 Bergomum  – valoriz. opere architettura storica, mura, arena, rocca

2 Berghumus  – coltivazione artisti nel cuore e nei borghi della città

3 Bergheimat  – creazione continua nuove opere d’arte per la città

4 Bergheimer – dignità di veri monumenti per le icone della città

5 Bergomens – infrastrutture ambientali, accessibilità, cintura verde)