Consiglio di classe

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“Nelle scuole, e soprattutto nelle scuole superiori ossia secondarie, l’indole naturale dell’allievo si snatura a causa delle inutili e marce nozioni con cui questi allievi vengono continuamente ingozzati,

e quando abbiamo a che fare con allievi di cosiddette scuole superiori, e cioè di scuole secondarie, abbiamo a che fare soltanto con individui snaturati, la cui indole naturale è stata annientata in queste cosiddette scuole superiori ossia secondarie;

le cosiddette scuole secondarie e soprattutto i cosiddetti licei-ginnasi servono in sostanza unicamente alla corruzione dell’indole umana,

ed è ora di riflettere su come possano essere soppressi questi centri di corruzione, dal momento che senz’altro dovrebbero essere soppressi, perché da tempo sono ormai riconosciuti come centri di corruzione dell’indole umana, esistono le prove di questo: le cosiddette scuole secondarie, insomma, dovrebbero essere soppresse,

il mondo si troverebbe meglio se sopprimesse le cosiddette scuole secondarie, i licei ginnasi, le scuole superiori, eccetera, e ci si concentrasse soltanto sulle scuole elementari e sulle università …”.

 

 

il fantasma del Sentierone

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Il centro piacentiniano è la cattiva coscienza della città, che si nutre tanto di ignoranza storica quanto di ipocrisia sociale.  Si parla di “centro piacentiniano” come se fosse un’opera di qualità, come fossero “le stanze di Raffaello”, ma basta guardare il ritratto dell’uomo per capire l’opera: pomposo, ingessato, vanesio, ridicolo, Piacentini è il vero volto servile del fascismo, e la sua opera occupa il Sentierone da quasi un secolo a esibire il volto servile della città.

Nel 1907, il 26enne architetto figlio d’arte (o di papà) Marcello Piacentini vince il concorso per il nuovo centro di Bergamo, che poi egli stesso realizzerà tra il 1922 e il 1926, in piena epoca di “sventramenti” dei centri cittadini per l’edificazione del modello di città fascio-monumentale, senza tenere in alcuna considerazione storia e senso del luogo.

Il Sentierone non nasce storicamente come area centrale, ma prende funzione nei secoli come zona connettiva, di incontro, di commercio tra i borghi storici, “discesi” come propaggini indipendenti dalle porte di città alta: da un lato Borgo S.Leonardo, che ha come suo centro Piazza Pontida, dall’altro Borgo Pignolo/Palazzo, che ha come suo centro Piazza S.Spirito. In mezzo, ecco quest’area vuota, che aveva nome di “prato di Sant’Alessandro”, solcato da un “sentierino” (tuttora visibile: è il filare di alberi tra S.Bartolomeo e l’inizio di via XX) divenuto poi “sentierone”, e quindi fiera della città, in seguito abbattuta, e quindi oggetto del concorso del 1907.

L’identità viva, di meeting point, “melting pot” dell’area viene totalmente travisata dalla retorica piacentiniana: basta leggere l’iscrizione sopra il quadriportico, “Civium commoditate et urbis ornamento”, cioè “per la comodità dei cittadini e a ornamento della città”. Difficile immaginare un intento più gretto, del tutto fuori luogo rispetto alla storia e al carattere della città e dei suoi abitanti: dinamici, spartani, poco inclini allo struscio e al salotto, che sono le funzioni disegnate dal giovane Piacentini, funzioni forse adatte a una città meridionale, mediterranea.

Ma mentre il nostro costruiva questo “pasticcio” di ispirazione Jugendstil e Art Nouveau, nell’architettura europea, e in quella fascista, avveniva una rivoluzione, che dalla Secessione viennese doveva condurre al Movimento Moderno, al rifiuto del decorativismo e a una nuova architettura, razionale, funzionale, moderna.

Questo passaggio lo vedi bene se confronti le due architetture “fasciste” di Bergamo centro: il Quadriportico/Sentierone di Piacentini e  Piazza/Palazzo della Libertà di Bergonzo. Tra le due opere ci sono poco più di 10 anni: ma sembrano un secolo!

Nel fascismo c’è sia un aspetto di servilismo/passatismo, succube e decorativo, che un aspetto di rivoluzione/futurismo, razionalista e moderno. Qui scatta l’ignoranza, la superficialità, che ci fa percepire come fascista l’opera di Bergonzo, che invece è autenticamente moderna, e non quella di Piacentini, che è ipocrita e  vetusta.

Vittime delle nostra ignoranza-ipocrisia, da 70 anni teniamo in naftalina l’edificio moderno, razionale, nato innovativo, e ci sforziamo da dare vita all’edificio vanitoso, agghindato, nato già vecchio. Sforzo inutile.

Il centro piacentiniano non è un’opera di qualità, non è funzionale: è un pastrocchio, opera giovanile e già vecchia di un tipico servo del regime, che “come architetto era già morto nel 1925” (parole di Zevi).

Facile chiedere di “revocare” la cittadinanza onoraria a Mussolini, ma se davvero si vuole togliere la patina, l’ipocrisia, l’ignoranza-arroganza vetero-fascista che soffoca la città nel suo stesso centro occorre affrontare il fantasma del Sentierone, cominciando con il guardarlo in faccia. La città ha bisogno di un’altra faccia, autentica, pulita, rispettosa della storia e dello spirito dei bergamaschi.

Alla città, agli architetti, alla giunta, all’immobiliare che ne detiene la proprietà: per cominciare, la soluzione più sensata, semplice, coraggiosa ed economica per ridare vita e funzione al centro di Bergamo è quella di abbattere, demolire, radere al suolo il cosiddetto centro Piacentiniano, cioè il quadriportico del Sentierone, Piazza Dante e Tribunale compresi.

Guardiamo la realtà. L’area chiede di tornare alla sua funzione storica di connessione tra i borghi: da un lato i borghi vivi, molto extracomunitari, e dall’altro i borghi autoctoni, pignolo/palazzo, più morti che vivi. Isole pedonali “isolate” tra loro, che non comunicano, separate e non unite da questo quadriportico falso, non funzionale. Basterebbe riportarlo all’origine, un prato, una piazza, anche un parcheggio avrebbe più capacità connettiva dell’attuale scatolone “comodità/ornamento”.

Siamo ridotti al punto che le persone vanno dove c’è parcheggio. All’Oriocenter c’è parcheggio. Un grande parcheggio centrale, e le persone verranno in centro, e gireranno a piedi per i borghi e le botteghe.

Immagina di radere al suolo il quadriportico, piazza Dante, il tribunale: avrai una grande area di ripensamento, dove il teatro Donizetti ottocentesco e il novecento di Palazzo della Libertà si guarderanno in faccia, senza ipocrisie di mezzo.

Quando hai la coscienza sporca, è inutile rifarsi il trucco, devi prendere coraggio, affrontare i fantasmi, e fare pulizia.

eco di bergamo pubblicitari furbissimi

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In prima pagina, oggi, titolo sul buon signor Persico (scafi per l’America’s Cup), che proclama l’orgoglio artigiano dichiarando “I miei 40 anni al lavoro senza un ufficio”.

A fianco della sua dichiarazione, anzi, a fianco della sua immagine, ecco la pubblicità “Regus – uffici arredati- sale riunioni”. Regus è la multinazionale degli uffici temporanei, con sede in Lussemburgo, e filiali in tutto il mondo, Bergamo compresa: guarda un po’, la filiale Regus di Bergamo ha sede in Palazzo Rezzara, che è anche la sede de L’eco di Bergamo…

Allora, signor Persico, stai pubblicizzando la Regus, ci metti la faccia, ci metti la tua storia aziendale, prendi i soldi o ti stanno prendendo in giro dedicandoti un articolo in prima pagina?

Un caso di pubblicità palese, occulta solo per il testimonial!

eco di bergamo vergogna

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Peggio del prete pedofilo, è il giornale paraculo.

Non è nemmeno necessario aprirlo, il numero di oggi, basta leggere il titolo d’apertura in prima pagina: “Sono angosciato per le vittime”;

chi parla è il parroco di Solza arrestato con l’accusa di prostituzione minorile (adescava ragazzini sul web, pretendeva prestazioni gratuite, e avviava alla prostituzione)

“ha avuto un atteggiamento collaborativo e si è detto addolorato per le vittime”;

una storia molto triste e non nuova, le figure che nella società cattolica dovrebbero essere educative, il parroco, il vigile, l’allenatore, e invece eccole insieme per violare e sfruttare minorenni: e tutto quello che ha da comunicare l’Eco è l’angoscia del carnefice!

Povero parroco, ridotto in angoscia dagli insensibili Carabinieri! Questo è giocare sporco, molto sporco. Tuo figlio è stato vittima di abusi, e il titolo del giornale è sui buoni sentimenti del prete-porco.

E poveri noi.L’Eco di Bergamo di oggi è la vergogna della città, ed è un peccato perché rappresenta una testata storica, con lettori fedeli, e anche collaboratori di qualità.

Ma tutto questo viene puntualmente “sputtanato” da uscite come quella di oggi, che azzerano l’etica giornalistica e confermano la malafede di base, cioè della proprietà, la Curia, il Vescovo, anche lui molto addolorato.

Io invece sono indignato, disgustato, irritato. Fermiamo questa barbarie.

 

 

gente di Bergamo – troppi colpevoli

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Tre di notte. L’auto è una vecchia e anonima Fiat bianca, con il motore potenziato. Soltanto una minuscola targhetta metallica  la rivela come appartenente alla Questura.  Corre veloce oltre l’Oriocenter e l’aeroporto, sottopassa l’autostrada A4, la grande arteria, e si getta nel muro di nebbia. Al volante una donna dal viso segnato, gli occhi neri, le labbra carnose, niente trucco, capelli corti e un corpo giunonico che i jeans e il giubbino di pelle non riescono a nascondere.

Prende una strada tra i campi, supera la roggia, rallenta. Il capannone del birrificio appare dal nulla, un’astronave con gli oblò illuminati. Spegne il motore, prende la sua vecchia borsa di cuoio, gonfia di incartamenti,  scende, spinge il portone scorrevole, entra. «Ciao birraio!», si annuncia.

In cima a una scaletta che corre sopra i fermentatori, appena sotto il tetto del capannone, in salopette  e stivali, compare il birraio.

«Ciao Rosa.»

L’ispettore Rosaria Schillaci sorride, e non le capita di frequente. Molla la borsa su un tavolaccio.

«C’è qualcosa da bere?»

Il birraio scende dalla scaletta. «Sette od otto mila litri di birra dovrei averli.»

Le serve una birra scura, densa, speziata, eretica. Si guardano. Lei è meridionale,  funzionario pubblico, due lauree, una vita zingara, un sfilza di trasferimenti per “incompatibilità ambientale”. Lui è un artigiano del nord, senza titoli scolastici, radicato nella sua terra. Hanno una sola cosa in comune: l’amore per il proprio lavoro. E un certo sentimento da cani sciolti che li unisce al di là di tutte le differenze.

«Racconta.», le dice.

Lei si slaccia il giubbino, apre la borsa, ne estrae un grosso faldone. Sono diventati amici quasi per caso, e si sono subito piaciuti e ritrovati con un’intesa tutta psicologica, come due fratelli, senza la minima traccia di attrazione erotica. L’ispettore non ha famiglia né marito, e nemmeno amiche o amici. In compenso, si è fatta molti nemici. Non si fida dei colleghi, e nemmeno dei magistrati. Il birraio è uomo di poche parole, ma sa ascoltare.

L’ispettore apre il faldone, da una busta tira fuori alcune foto.

«Giulia Bonomelli, 16 anni, studentessa modello del liceo classico, famiglia molto nota, e molto agiata.»

Il birraio prende in mano la prima foto. «Ne dimostra di più. Ma… è davvero bellissima!»

«Era bellissima, è morta. Quella che stai guardando è una foto di sei mesi fa. Questa è più recente, e questa dell’anno scorso.»

Solo adesso il birraio nota che la busta dalla quale Rosa ha preso le foto ha un’etichetta con scritto “la vittima”.

«Qui è ancora una bambina», dice guardando la prima delle tre foto. Lo deduce dallo sguardo, dai lineamenti, dalle forme acerbe. Poi prende la più recente. Il sorriso solare è scomparso. Una magrezza eccessiva, da anoressia. La pelle tirata, le occhiaie.

«Qui è già vecchia. Cosa le è successo?»

«Aspetta.» risponde Rosa, e tira fuori la seconda busta, con la dicitura “indiziati”.

Sono parecchie immagini, ritratti di professionisti di successo, foto di gruppo di staff aziendali.

«Chi sono?»

L’ispettore glieli indica uno per uno, nomi e cognomi, incarichi e ruoli. Si tratta di due gruppi distinti di persone. Nel primo gruppo ci sono gli azionisti di maggioranza di tre grandi e noti marchi multinazionali: una casa di moda, una farmaceutica, una liquori e bevande. Nel secondo gruppo i responsabili comunicazione delle suddette aziende, e i creativi delle agenzie pubblicitarie che lavorano per loro. Il birraio conta 35 persone.

«Spiegami. Cosa hanno fatto?»

«Aspetta, ho bisogno di un’altra birra.»

Senza proferire parola, il birraio apre un piccolo fusto da 5 litri senza etichetta e spilla due boccali. Bevono.

«Buona. Che cos’é?»

«Non lo so nemmeno io. Non ha nome. Volevo provare alcune combinazioni. Non so nemmeno se la metterò in produzione, non riesco a capire se è finita così, o manca qualcosa…»

Rosa riprende il boccale e con un lungo sorso lo vuota.

«Direi che è finita!», dice. E mentre il birraio le rabbocca il bicchiere, prende la terza busta, che reca l’etichetta “corresponsabili”. Contiene solo due foto. La prima è la classica foto d’inizio anno scolastico, tutta la classe, alunni e docenti.

Il birraio osserva e nota che i volti di tre ragazzi e tre ragazze sono stati cerchiati in rosso, ed anche una docente.

«Non c’era bisogno di segnarli» dice. Sia i tre maschi che le tre femmine hanno qualcosa che li fa spiccare dai loro compagni.

«Perchè?»

«Sono più scafati. Più maturi. I loro compagni sono ancora bambini, questi sono già adulti. Fanno sesso, forse hanno già provato le droghe, o forse sono semplicemente molto più figli di papà dei loro compagni»

«Bravo.»

«E la profe?»

«Non è una professoressa qualsiasi. La psicologa della scuola.»

«Va bene, adesso raccontami la storia.»

Rosa annuisce.

«Si, ancora una cosa, poi ti espongo la mia ricostruzione»

Nel faldone c’è un’ultima busta. “La famiglia”. Una sola foto. Sul ponte di una vecchia barca a vela, la famiglia Bonomelli.

«Questa è Nora, la madre, bella e altera, ex modella, lo stesso viso della figlia Giulia, come vedi; il fratello più piccolo, Federico, biondo e impassibile, come il padre Giangiacomo, commercialista di primissimo livello, con denuncia dei redditi superiore al milione, e una lista infinita di partecipazioni azionarie e proprietà immobiliare. Collezionista di auto sportive d’epoca, buon tennista.»

Il birraio posa la foto sul tavolo. Dice: «bella famiglia.»

«Già. La storia per un certo verso è molto semplice, per un altro molto complessa. Giulia è stata violentata e uccisa, e non da una sola persona, ma da più soggetti, e i colpevoli sono da identificare nel gruppo degli indiziati e dei corresponsabili.»

«Violentata e uccisa?»

«Si, ma non è così semplice.»

«Abbiamo tutta la notte.»

«La storia inizia nella primavera dello scorso anno, quando il gruppo Jeunesse rileva dal gruppo BonTon il marchio Louisel.»

Sul tavolo ora ricompaiono le foto degli uomini della casa di moda: azionisti di maggioranza, stilista, art director, fotografo e copy writer dell’agenzia pubblicitaria.

«Il marchio Louisel è sempre stato la griffe di punta delle adolescenti acqua e sapone, per bene, con qualcosa di antico, della nonna, maglieria pastello, gonne a quadri, un po’ british, collegiale, insomma la divisa delle ragazzine bene.»

«Tu vestivi Louisel?»

«Io sono cresciuta in orfanatrofio, amico mio, e vestivo solo Caritas!»

«Che fa sempre tendenza!»

Ridono insieme, brindano. Anche il birraio è cresciuto in orfanatrofio.

«E allora?»

«E allora a un certo punto il gruppo Jeunesse decide di acquisire Louisel per fare un’operazione commerciale molto “coraggiosa”, così almeno hanno scritto le più famose giornaliste di moda.»

«E cioè?»

«Hanno presentato una nuova collezione, ma soprattutto una campagna pubblicitaria pervasiva al limite della denuncia per oltraggio al pudore. Le ragazzine bene che da due generazioni incarnavano la griffe Louisel sono diventate da un giorno all’altro, nei poster e negli spot, nelle pagine dei magazine di moda femminili, delle dark lady, delle femme fatale supersexy, supermagre, in ambienti superlusso, bui e fumosi, circondate da alcolici, gioielli, in pose lascive, lunghe gambe larghe, sguardi spenti o persi nel vuoto da tossicodipendenti…»

«Ho presente, anche io sono rimasto colpito da quelle immagini. Il prodotto reclamizzato era il sesso, o forse anche la depressione…»

«Hai ragione. Ma ha avuto un grande successo. Fatturato triplicato, e tutta la stampa a osannare questi tizi come fossero dei geni.»

«E cosa c’entra la nostra ragazzina?»

«La nostra ragazzina ha fatto parte del casting della nuova campagna.»

«Ah! Dunque era lei su quei manifesti…»

«No, lei faceva parte del cast, è apparsa nei servizi sui settimanali, ma di contorno, in secondo piano, non ha avuto la parte della protagonista, e non appare nelle foto scelte per le pagine pubblicitarie sui grandi quotidiani e sulle affissioni che hanno tappezzato l’Italia la scorsa primavera.»

«E come ha fatto una ragazzina di 15 anni a entrare in quell’ambiente?»

«La madre, è stata la madre a mandarla all’agenzia di modelle, una delle più grandi, la stessa per cui lei ha lavorato negli anni novanta, prima di sposarsi.»

Ora guardano insieme la foto di famiglia, osservano la linea perfetta della figura, il seno evidentemente rifatto, ma alla perfezione, così come le labbra.

«La madre», commenta il birraio, e poi ripete «la madre», con la voce spenta, priva di tono, che pure dice tutto, come una campana a morto.

«Già, la madre» riprende l’ispettore «la madre che, dopo che Giulia non è stata scelta come guest model della campagna, ha fatto alla figlia una scenata, culminata con “te lo dico io perchè non ti hanno scelto, non gliene frega un cazzo se tu sei la prima della classe in greco e latino, e non gliene frega un cazzo se non sai fare la faccia da troietta, te l’avrebbero insegnato, e te l’avrei insegnato io: il motivo per cui ti hanno scartata è questo! e solo questo!” e intanto le prendeva, e le strizzava con forza, con rabbia, le cosce, la pancia. Questo almeno a dare retta al racconto della governante. Da quel momento, Giulia ha iniziato a diventare anoressica. La psicologa della scuola invece sostiene che Giulia ha smesso di mangiare in seguito al “trauma” che le è capitato poco dopo. Ma c’è anche una terza spiegazione. Che viene dalla segretaria del padre, la quale mi ha riferito un fatto che ribalta tutto. Pare sia stato il padre a… »

Il cicalio di una suoneria interrompe il  resoconto dell’ispettore.

«Scusa un minuto, anzi: seguimi», dice il birraio.

«Sissignore!»

«Prendi uno di questi sacchi, e fai quello che faccio io.»

Salgono su una passerella, e svuotano lentamente, a pioggia, il sacco di luppolo nell’ammostatore. Poi il birraio compie una serie di gesti, manovra una serie di leve.

«A posto.», dice, e tornano al bancone di mescita.

«Il padre» dice il birraio, mentre spilla altre due birre.

«Il padre è stato avvertito da qualcuno dell’agenzia che sua figlia rischiava di diventare una lolita da copertina, ovvero che lui rischiava di aver problemi di reputazione, dal momento che metà dei suoi clienti sono istituti religiosi.»

«E quindi ha fatto due telefonate e la figlia è stata scartata.»

«Esatto. Ma adesso veniamo al “trauma”, per usare le parole della psicologa. Gita scolastica. Cinque giorni a Berlino.»

«A Berlino?»

«Si, con la scusa del festival del cinema. E qui tiriamo fuori la seconda multinazionale, quella degli alcolici.»

«Penso di aver capito… »

«Anche qui, grandi studi, indagini di mercato, progetto d’immagine geniale, social marketing, eccetera eccetera, ed ecco che questa bevanda, e i vari long drink e shoot dedicati, diventa il nuovo culto dei teen-ager, delle ragazze soprattutto, per l’ebbrezza facile.»

Il birraio adesso prende la foto di classe, osserva i volti dei ragazzini contrassegnati dal cerchio rosso.

Dice: «Un’orgia in gita scolastica.»

«Peggio, uno stupro di gruppo. Certo erano tutti ubriachi, forse anche fatti di cocaina. Giulia praticamente collassata, al pronto soccorso l’hanno letteralmente richiamata dalla morte,  è rimasta in coma due giorni.»

«Erano questi sei?»

«Si, avevano deciso di fare un festino privato in camera delle tre ragazze.»

«E come si è saputo dello stupro?»

«Aspetta. Una settimana dopo il ritorno dalla gita Giulia ha cominciato a vomitare. Era incinta. La madre si è infuriata, e più la madre si infuriava – riferisce la governante – più Giulia le negava quel che lei pretendeva di sapere, cioè come fossero andate le cose, chi fosse il padre. La madre dava per scontato che l’accaduto fosse colpa di Giulia, della sua sprovvedutezza in fatto di contraccezione.»

«Quindi non ha raccontato alla madre quello che era successo?»

«No: ha fatto ben altro. Ha preso carta e penna, e ha scritto tre lettere, ai genitori dei suoi tre compagni di scuola, dove raccontava di essere stata fatta ubriacare e poi violentata dai loro figli, aiutati dalle due amiche, che lei era incinta, che aveva intenzione di tenere il figlio, e che chiedeva il versamento di un assegno mensile alle tre famiglie per i prossimi diciotto anni. Aveva intenzione di andare a vivere da sola, secondo la governante, e le aveva persino chiesto la disponibilità a passare alle sue dipendenze!»

«Cristo!»

«I tre padri di famiglia, due avvocati e un architetto, sono andati a parlare col padre di Giulia: che è anche il loro commercialista.»

Il birraio alza gli occhi. Il grande orologio da stazione indica le cinque.

«Scusami Rosa, dobbiamo fare una pausa. Mezz’ora. Fai un pisolino da soldato.»

Si alza, e se ne va a curare le sue birre.

Rosa si allunga sulla panca, s’infila la borsa sotto la testa come un cuscino, e chiude gli occhi.

Da tre settimane questa ragazzina che non ha mai conosciuto, se non su un tavolo d’obitorio, la accompagna in ogni momento della giornata. Ha dedicato a questa indagine “risorse ingiustificate”, come ha detto il suo superiore. Ha parlato con tutti i ragazzi, con i professori, con i genitori, la governante, la segretaria del padre, l’amante del padre, l’amante della madre. Ha letto tutti i diari di Giulia, ha scaricato, stampato  e letto tutta la memoria del computer e del telefonino di Giulia, tutti i messaggi, le pagine facebook di tutti i ragazzi.

E sempre quel volto solare, da principessa, davanti agli occhi. Si addormenta profondamente, e si risveglia improvvisamente. Davanti a lei il birraio sta ridendo.

«Rosa! Russi come un orso!»

«Colpa delle tue birre.»

«Sono le sei. Caffettino al bar qui dietro?»

«Sarà meglio.»

Escono dal capannone, s’incamminano tagliando per i campi, raggiungono il piccolo paese, alcune vecchiette entrano in chiesa, davanti al bar ci sono un paio di furgoni da muratori. Entrano. Dietro il banco c’è un cinese. Sorseggiano senza mettere lo zucchero. Si guardano. Il birraio dice: «Fa schifo al punto giusto», e Rosa è d’accordo.

Escono dal bar, tornano al capannone. Attorno a loro i campi sono gelati e immersi nella nebbia.  Da qualche parte un cane abbaia stancamente.

«L’ha trovata la governante, un sabato mattina di tre settimane fa, quando è rientrata a casa dopo essere stata a fare le spese. La madre era al centro estetico. Il padre al circolo del tennis, o almeno avrebbe dovuto, in realtà era con l’amante al lago. Il fratello a scuola. Giulia da qualche giorno era a casa in malattia. Quando la governante l’ha trovata aveva un cuscino sul viso, un flacone di Morfeinol vuoto sul comodino, e una bottiglia di vodka vuota sotto il letto.»

Il birraio si ferma. Guarda l’amica.

«So cosa stai pensando. Anche il medico, quando la governante gli ha detto che l’aveva trovata col cuscino sul viso, si è posto la domanda. E quindi ci ha chiamato, e l’indagine è partita da lì, e il magistrato ha disposto l’autopsia. Appena arrivati i referti autoptici, l’indagine è finita, o meglio avrebbe dovuto essere finita, ma io l’ho portata avanti, ma adesso devo proprio chiuderla, “non un’ora di più” mi ha minacciato ieri sera il grande capo, “o ti devo sospendere”. E adesso sono qui a parlarne con te.»

«Rientriamo», dice il birraio. Davanti al capannone adesso ci sono le auto dei ragazzi che attaccano il primo turno.

«Andiamo in ufficio. E cosa ha detto l’autopsia?»

«La morte è da ascriversi al cocktail di medicinali e alcolici, su un fisico debilitato da uno stato ormai cronico di anoressia. Nessuno le ha premuto il cuscino sul viso, se non lei stessa. Sul suo diario ha scritto: oggi è previsto il parto. Come avrai già immaginato, dopo la sua iniziativa di scrivere ai nonni del bambino, Giulia fu affidata a un grande strizzacervelli, da 1000 euro l’ora. Poi mandata in una clinica in Inghilterra ad abortire. Poi di nuovo lo strizzacervelli. E a settembre di nuovo a scuola.»

«Come niente fosse?»

«Come niente fosse. Lo scandalo avrebbe travolto quattro famiglie, quattro onorati studi professionali della città bene, e probabilmente anche la scuola. Così, pensando “anche al bene della ragazza”, hanno deciso di mettere tutto a tacere… e per non dare adito a pettegolezzi, hanno deciso che Giulia avrebbe dovuto continuare a frequentare la scuola.»

«Ma…»

«L’hanno stritolata. Immagina le giornate di questa ragazzina, dover stare in quella classe, tornare poi a casa da quella madre. I tre ragazzi e le due ragazze sono stati esemplari, loro sì, non hanno ceduto di un millimetro, hanno sempre dichiarato all’unisono la stessa versione, ovvero che era stata Giulia quella che li aveva portati a bere fino a perdere il controllo, che era stata Giulia a voler fare sesso con tutti, e che a quel punto le due ragazze erano crollate a dormire, e di fatto non potevano dire di aver visto come fosse andato il rapporto sessuale. Come elemento a sostegno della loro versione, hanno portato l’abbigliamento che Giulia sfoggiava quella sera: il completino sexy Louisel, proprio quello della famosa pubblicità. Hanno negato di aver costretto Giulia a bere, e di averla tenuta ferma mentre i ragazzi la violentavano.»

«E tu non hai prove, ma sei certa che mentano.»

«Esatto. Non ho le prove. Come non ho le prove, anche se le ho, per considerare questo suicidio come un omicidio, e per attribuirne la responsabilità a tutti soggetti che abbiamo visto, le multinazionali che prosperano veicolando falsi miti, i compagni di scuola, la famiglia. Io li ritengo colpevoli di omicidio, tutti»

«Hai ragione.»

«Quando Giulia è tornata dalla clinica dove è stata mandata ad abortire in gran segreto, la madre ha cominciato a darle una serie di psicofarmaci della peggior specie, prodotti di cui lei abusa da dieci anni.»

«E con ciò arriviamo alla multinazionale farmaceutica.»

«Si.»

«…»

«Lo so, amico mio, è una storia triste.»

«Molto triste.»

«E il mio capo ha ragione, non posso sbattere in galera questa gente, anche se mi piacerebbe moltissimo.»

«Anche i genitori?»

«Soprattutto i genitori.»

«Cosa vuoi fare, allora?»

«Non c’è niente che possa fare. Devo chiudere quel faldone, e “andare a catturare un po’ di ladri di rame nei cantieri”, come mi consigliano i colleghi, “per il mio bene”. Ma mi sento addosso questa ragazzina che mi chiede: tutto qui?»

Dal campanile del paesino, arriva il rintocco delle campane.

«Le sette», dice il birraio.

«Ora che vada», dice l’ispettore, e raccoglie le foto nelle buste, le buste nel faldone, e i faldone nella borsa.

Il birraio la guarda.

«Rosa, mi dai un passaggio in città?»

«Certo.»

Poco dopo sono sull’asse interurbano. La nebbia si è diradata. Il traffico è già intenso.

«Dove è sepolta?»

«Al Monumentale.»

«Passiamo a darle un saluto?»

«Si.»

Prima di entrare si fermano a comprare dei fiori al chiosco. Il fiorista si sfrega le mani per il freddo.

Mentre si incamminano lungo i vialetti tra i cipressi, Rosa prende l’amico sottobraccio.

«La cosa più triste è stata la messa, c’era tutta la città, tutta la scuola, tutti i notabili, la cattedrale era piena come alla messa di Natale, tutti riuniti per ucciderla tutti insieme per la seconda volta.»

«Perchè dici questo?»

«Ti porterò la registrazione dell’omelia. Per fortuna, come al solito, non avevo con me l’arma d’ordinanza, perchè credo che avrei potuto sparargli, direttamente dal banco al pulpito…»

Improvvisamente è scossa da un accesso di pianto. Il birraio la sostiene. Lei cerca di sdrammatizzare, e ai singhiozzi trattenuti subentra  la risata: «Un prete a dieci metri dovrei riuscire a centrarlo!»

Davanti a loro c’è una lapide molto semplice. Sono passate due settimane dal funerale. I fiori sono ormai marci. Il birraio osserva i fiori che hanno portato, un piccolo mazzo di fiori di campo. In un attimo abbranca la massa di fiori marci e li porta nel bidone. Poi sistema il mazzo. Sulla lapide c’è la stessa foto, solo il volto, di Giulia non ancora anoressica, nel suo massimo splendore di principessina.

«Che cosa ha detto nella predica? Perchè gli avresti sparato?», chiede il birraio.

Rosa adesso si è ripresa. Con un cenno gli fa capire che possono andare. O forse non la va di raccontare davanti alla sua tomba quello che ha detto il prete al suo funerale.

Si allontanano.

«Un’omelia capolavoro. Tutta la città in lacrime. Un genio. Praticamente ha dato la colpa al Signore, che l’ha chiamata a sé. Il destino degli angeli!»

«Poveretto, magari non sapeva niente, ed era in buona fede.»

«In buona fede? Lo sai quanto avranno pagato per avere quel funerale? Lo sai che in caso di  suicidio l’obolo si moltiplica per dieci?»

«Tu sei anticlericale. Magari riesci a farti trasferire anche stavolta per “incompatibilità ambientale” con la curia.»

«Potrebbe succedere.»

Risalgono in macchina.

«Quindi non ne farai niente?»

«E cosa si può farne? Magari in pensione mi metterò a scrivere, e diventerò una giallista di successo. Ecco cosa posso farne di questa storia, un romanzo!»

Il birraio scuote la testa poco convinto.

«Troppi colpevoli», dice.

FINE

isis e made in italy

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Astrea_HotelShow

Non prendiamoci in giro parlando di embargo allo stato islamico, a quelle 50 autocisterne di petrolio “in nero”: parliamo di embargo vero, totale, ai paesi che finanziano il Terrore – che il compagno Putin ha svelato al mondo -  e dunque tutti i paesi arabi ricchi, con tutte le ripercussioni che possiamo immaginare sulla nostra economia.

Questi nostri amici sceicchi finanziano l’isis in primis per non essere essi stessi il primo obiettivo del terrorismo, come sarebbe logico, cioè pagano per tenerli alla larga, non diversamente da quel che fece a suo tempo Papa Leone I Magno, quando si presentò incontro ad Attila con al seguito una carovana di carri carichi d’oro, chiedendogli di non oltrepassare il Po;

in secundiis per ragioni ideali, mossi da senso di colpa o simili, non diversamente da tanti nostri nababbi idealisti che pochi decenni fa finanziavano il terrorismo di estrema sinistra;

Vogliamo combattere il terrorismo? Dovremmo cominciare col dire la verità e avere il coraggio delle nostre azioni. Siamo pronti a tagliare ogni legame, a chiudere ogni attività commerciale, finanziaria, industriale con i ricchi sceicchi che lo finanziano?

E con ciò stendere un velo pietoso sulla mitologia del made in Italy moda e design, a finirla con questa commedia su “i nuovi ricchi che vogliono vestire italiano”.

(E questo vorrebbe dire rimetterci a produrre prodotti onesti, anonimi, competitivi, non drogati dal circolo pubblicità-finanza-propaganda, tornando a essere quel paese povero che in realtà siamo)

Con embargo e sanzioni, dovremmo altresì confiscare, requisire, nazionalizzare le proprietà degli sceicchi in occidente, in Italia, luxury brand, squadre di calcio, formula uno, immobili, a cominciare dal nuovo centro-bufala di Milano, che gli abbiamo appena venduto a prezzo triplo.

Di cosa parliamo quando parliamo di terrorismo islamico?

D’accordo, questi “terroristi” che si mettono a sparare random, non sono degni di essere chiamati uomini, e tantomeno soldati,

però non dimentichiamo che: le armi sono di nostra fabbricazione;

l’intelligence, la comunicazione e spesso perfino gli esecutori materiali sono cittadini occidentali,

e soprattutto i finanziamenti, che provengono da paesi o personaggi nostri amici, nostri partner in decennali business di sfruttamento delle risorse naturali del medio oriente, e questo a vantaggio di pochissimi membri di una elite reazionaria, maschilista, col risultato di affamare intere popolazioni ridotte in servitù;

Sappiamo perfettamente come stanno le cose, ma come tanti pecoroni preferiamo belare insieme ai nostri mass media;

Da 25 anni con ipocrisia sfacciatia offendiamo i nostri stessi valori (democrazia, diritti umani, pace) e bombardiamo, occupiamo, deprediamo  il medio oriente a scopo di lucro (petrolio, e cioè un’economa senza futuro, inquinante, dissipatoria, contraria al nostro stesso spirito scientifico e tecnologico).

Ora dopo tanto export bellico ci ritroviamo in casa il nostro stesso prodotto: violenza, distruzione, morte, terrore.

Se vogliamo ragionare seriamente, sulla base della nostra cultura, non possiamo far finta di non sapere che per ogni membro dell’aristocrazia saudita e affini (emirati, 2bai, 4tar, q8) nato ricco da petrodollari, schifosamente ricco, ci sono centinaia di migliaia di esseri umani che nel deserto accanto crepano di sete, fame, diarrea, bombe, epidemie, massacri, carestie, migrazioni,

e questo mentre lui, l’arabo di sangue blu, nostro amico, compra (da noi) yacht, aerei, elicotteri, auto sportive, gioielli, castelli, piscine, pellicce, borsette, autodromi nel deserto, piscine nel deserto, grattacieli nel deserto, fontane nel deserto, alimentando il peggio della nostra imprenditoria pseudo creativa, in realtà familista e ignorante, al pari della sua clientela.

Di cosa stiamo parlando quando parliamo di democrazia e diritti umani? Che cosa c’è di nuovo rispetto alla democrazia ateniese, basata sulla schiavitù di massa dei beoti, degli iloti, dei lavoratori della terra?

Sostenendo gli sceicchi sosteniamo un modello di sfruttamento improponibile nelle nostre comunità, e adesso ci ritroviamo a fare i conti con l’onda di ritorno, un’onda che sarà lunga, e fatta di sangue.

Per fare davvero la guerra al terrorismo, non serve chiudersi in casa, o ghettizzare la comunità islamica, e nemmeno fare della Siria un nuovo Vietnam,

occorre il coraggio di cambiare amicizie e vizi, smettere di drogarci di petrolio facile e di arricchire regimi anacronistici.

Non è dalle macerie siriane-irakene che viene il cancro del terrorismo, ma dal lusso degli emirati. Lo sappiamo.

Democrazia, diritti e libertà sono solo parole vuote se non c’è un minimo di uguaglianza.  Non dimentichiamo come e dove è nata la civiltà occidentale moderna: a Parigi, tagliando migliaia di teste, quelle di sangue blu, perchè erano delle sanguisughe. Un periodo che sui libri di storia si chiama il Terrore.

aldilà dell’amicizia

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S.giulia

Ti è simpatico a pelle. Quando lo incontri gli escono e ti escono cazzate a raffica su donne, soldi, sesso. Le cose importanti della vita.

Ci sono amici di amici che non sono propriamente tuoi amici, li vedi casualmente, sporadicamente, ma con i quali sei subito in libera sintonia, con quella complicità e leggerezza che con i tuoi amici-amici non hai più, per troppi vincoli.

Parliamo di questo giovane uomo molto sportivo e molto giramondo – tutto il contrario di te – faccia e voce da attore, molto comunicativo, probabilmente uno che piace molto alle donne, un privilegiato.

Da ragazzino l’avresti detestato e invidiato, da adulto ti è piaciuto a prima vista. Libertario, ipersensibile, acuto e ingenuo. Punte di snobismo, di iper-consapevolezza e autodenigrazione. Senso del grottesco, autoironia, momenti di grande affabulazione.  Impressioni riduttive, del tutto superficiali, o personali.

La notizia arriva sporca, incomprensibile, come una bomba che esplode in frammenti di verità parziali, da interpretare. L’hanno trovato morto nel suo letto. Stava facendo una cura.

Cerchi on line, vai su facebook, nei social: c’è tutto sulla sua vita, ma niente sulla sua morte. Ti tocca comprare il bugiardino. Sul giornale si invita a non mandare fiori, ma donazioni all’oncologia. Dunque, era malato?

No, l’oncologia non c’entra niente. Non l’hanno trovato morto nel suo letto. Si era chiuso in garage. Niente autopsia.

Raramente si ha il coraggio di dichiarare apertamente la tragedia delle tragedie.

Così ti ritrovi sul sagrato di una chiesa della città, dove magari eri stato una volta, a un matrimonio. Una giornata bellissima, luminosa, un cielo nitido. Cinquecento persone.

Ti stupisci che oltre agli amici del tuo giro avesse molti altri amici di altri giri, che bene o male a ben vedere conosci tutti, come  è normale quando hai una certa età, in una piccola città. Vedi gente che non vedevi da anni, scambi un muto cenno di saluto.

Arriva il carro funebre, si entra in chiesa. Il prete comincia parlando di libertà, poi parla di perdono, e allora ognuno trae le sue conclusioni.

Alla fine sono state le parole del prete a darti la notizia. Altre volte in chiesa hai provato forte disagio per l’esibita ipocrisia cattolica. Ti togli la vita perché non reggi più l’ipocrisia che hai intorno, o dentro. Ma nemmeno il tuo ultimo gesto sfugge al dominio dell’ipocrisia, la tua scelta è taciuta, negata, rimossa.

Invece, stavolta, sentire il prete parlare di libertà è stato quasi confortante.

E su questa parola venuta dal pulpito, tutti hanno cominciato a viaggiare in flash back. Quella volta che. Vengono in mente scene, ricordi, nottate, risate, sbronze, traslochi, pomeriggi di cazzeggio.

Finita la messa, lo portano fuori, vedi passare la bara.

Esci dalla chiesa, devi tornare al lavoro. La giornata è davvero bellissima. Pensi anche gli altri amici che hai perso in questi anni. Ti accorgi che la lista comincia ad essere lunga.

Prima di tornare in ufficio, entri in una bar a bere un caffè. E di nuovo ti capita sottomano il giornale. Eccolo lì, con gli occhiali da sole e i capelli arruffati, 40 anni, e nient’altro. Quello spazio bianco, senza parole, è una condanna. Accanto a lui è c’è chi “si è spento” o “ha raggiunto la casa del signore”.

Ripensi alle parole del prete. Forse la chiesa sta cambiando più rapidamente dei suoi mezzi d’informazione. Dovremmo poter leggere “si è tolto la vita”, con tutto il peso che comporta. Parliamo di rispettare le ultime volontà di chi muore, ma non rispettiamo mai chi ha come ultima volontà quella di morire.

Rivedi la foto del suo profilo facebook, lui che surfa splendido sull’onda perfetta, e come in una visione, vedi arrivare l’onda buona, rivoluzionaria, francescana, è un’onda che solleva tutti, anche i suicidi, anche il nostro amico, è nostra sorella acqua.

I morti non muoiono quando discendono nella terra, ma quando vengono dimenticati.

Mentire, non dire, è più facile, ma è già dimenticare. Si può ricordare solo se si ha il coraggio della verità. Ci sono verità che fanno molto male, che non si possono capire né accettare, ma soltanto affrontare e combattere ogni giorno.

Esci dal bar. Stai per entrare in ufficio, e lo senti che ti cammina a fianco. Gli dici subito che sei incazzato nero, di umore nero, hai buttato via due ore per andare al suo funerale e adesso hai 19 rotture di coglioni da risolvere.

Tranquillo, ti dice, non ti incazzare, ti dò io una mano. Entra con te in ufficio, dice la cazzata, e poi si mette a lavorare.  Due ore dopo uscite insieme dall’ufficio.

Era lunedì sera. Quella è stata l’ultima volta che l’hai visto. Era appena morto, ma stava bene.

 

spaghetti al dente avvelenato

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Il fatto: Alias pubblica una special edition della Spaghetti Chair, con dimensioni stravolte e dunque impressioni spiazzanti, con effetto d’alienazione;

l’antefatto: la Spaghetti Chair è un must del design made in Italy, e per molte ragioni, tecniche e culturali, legate all’atteggiamento mentale, ironico, e affettuoso, su una forma/funzione pop e un materiale banale che segnò un’epoca;

il postfatto: dal suo profilo fb, Enrico Baleri, che nella nascita della Spaghetti ha avuto una parte non secondaria, lancia strali ferali, evidentemente ferito, indignato, e si erge a difesa della memoria del designer della Spaghetti, il compianto Giandomenico Belotti…

allora, Enrico, il tuo furore è sincero, ma improprio: ti tranquillizzo, sono anche io un Belotti di Grumello del Monte come il grande Giandomenico, e qualora si fosse levato nella tomba sarei stato il primo a percepirlo: invece lo sento sghignazzare, e non per l’oltraggio perpetrato da Alias, ma per la tua ira funesta…

Sei tu l’oltraggiato, non Belotti, che della Spaghetti è stato il papà, mentre tu sei stato la mamma, e oggi da mamma italiana tiri fuori le unghie: non toccate il mio bambino!

Penso che se gli Alias men ti avessero chiamato, consultato, corteggiato, spiegandoti il senso dell’operazione, forse lo avresti anche condiviso: e l’operazione parla da sé, evidentemente è un omaggio alla Spaghetti in quanto classico, non modernizzabile, però ironizzabile…

Lo stravolgimento dimensionale, l’iperbole de-funzionale, se ci pensi dice proprio questo: la Spaghetti non si tocca, progetto perfetto, e la sua perfezione viene proprio dalla sua curiosa armonia longitudinale, mai vista, inedita e unica.

Perché, diciamolo, la Spaghetti è sproporzionata di suo, da progetto, è questa la sua caratteristica che oggi viene presa in giro, e omaggiata.

L’operazione Alias non mi pare un furbata commerciale con effetti deleteri, come lo sono molte operazioni del genere “make it big”, e penso ad esempio al Vasone che qualche anno fa ha invaso ogni garden o cortile italiano,

si tratta invece di un gesto, forse anche irriverente – come è destino delle icone classiche che resistono alla modernità, a partire dalla Monna Lisa “duchampata” – per richiamare l’attenzione sulla Spaghetti. Questi pezzi unici, variazioni non destinate alla produzione seriale, non recano alcun danno alla versione originale, anzi, ne sono uno spot, forse un test di rilancio…

Il mio dubbio, in questi casi, considerate le dinamiche perverse della comunicazione, è questo: che la polemica pepata pompata da Baleri si riveli utile all’operazione Alias più che qualsiasi consenso o plauso,

e questo vorrebbe dire che tu, Baleri, sei cascato nel classico trabocchetto che il sistema spalanca ai giovani e ingenui sovversivi, i famosi “utili idioti” (absit iniuria verbis).

Al punto in cui siamo, prima che la polemica degeneri nell’inciviltà, consiglio agli Alias di invitare Baleri come special guest alle presentazioni della special edition, e a Baleri di cogliere l’occasione per raccontare la vera storia della Spaghetti, senza dimenticare il ruolo di Emilio Tadini nella scelta del nome Spaghetti, che ha fatto la fortuna del prodotto: eppure eravate indignati e infuriati all’idea di darle un nome così Little Italy!

Un nome imposto dalla lobby che ha finanziato il progetto, perchè voi, denotando scarsa cultura marketing, e anche scarsa cultura tout court, volevate chiamarla Odessa! E in quel caso dalle tombe si sarebbe levato non uno, ma intere schiere di morti…

E poi, se proprio vogliamo tirare fuori le offese fatte alla Spaghetti, perchè non parliamo della oscena proposta, avanzata ai tempi dal simpatico Montezemolo, di farla più larga, cioè più facile per venderne di più, privandola così del suo vero tratto d’identità e unicità, quella sproporzione che la rende bella e per sempre attraente perché diversa da ogni altra sedia: quello sì che è stato un tremendo insulto al progetto, e al genio del Belotti!

 

a Bergamo Bassa c’è vita, perfino culturale

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Da sempre ci si sente dire da amici scienziati: come fai a startene a Bergamo, non c’è vita culturale! Ultimamente anche assessori, immobiliaristi e commercianti lamentano la mancanza di vita a Bergamo Centro.

Controcorrente, vorrei segnalare la presenza di tracce di vita in città, perfino culturale.

Non mi riferisco alla vita culturale istituzionale di consumo (eventi, festival, cartelloni) ma al sostrato, all’humus, al fermento: intendo persone, luoghi, discorsi, incontri, iniziative sperimentali no budget, intendo quella “temperie” che facilmente riscontri e vagheggi quando leggi i diari di Canetti o Zweig sulla Vienna belle epoque anni 10-20, quando alle terme o al caffè incontravi Freud, o Wittgenstein, o Kokoschka, o Karl Krauss; oppure la Parigi fin de siecle, dove potevi trovare Baudelaire in un bistrot, o discutere con Cezanne e Zola, e finire la serata la Moulin Rouge con Boldini e Toulouse-Lautrec e …

Il fatto è che chi sogna di incontrare Baudelaire al bar, quando lo incontra realmente, non se ne accorge nemmeno.

Invece, se hai lo spirito giusto, ovunque, anche a Bergamo bassa, puoi avere una vita intellettualmente eccitante come Krauss a Vienna o Zola a Parigi… cioè, devi fare mente locale… se ad esempio  entri al bar Moderno, classico bar qualsiasi zona Piazza Sant’Anna, ,vedrai un tipo che confabula con altri due: gli sta spiegando modi di dire in dialetto, ci sono improvvisi scoppi di risate,  lui non è un divo, è solo il capo-macellaio della Dimo-car (tipo sanguigno, battute taglienti…), e gli altri due sono writer di note agenzie pubblicitarie, che sbevazzano insieme, però…

Attraversi la strada, e a BgBirra trovi l’editore-birraio de l’Osservatore Elaviano che parla con un vecchio pittore. Appartati, come in cospirazione, ecco gli organizzatori clandestini degli Invisible Show, sotto lo sguardo del capellone secolare delle edizioni musicali Carrara. Ancora più capellone, su uno sgabello, alto e magro come una pertica, puoi vedere un giovane clavicembalista di livello internazionale, che abita qui dietro, e normalmente  è perso nella musica che ha in testa, per cui se lo vuoi salutarlo devi picchiargli dentro. Entra una donna poco appariscente, è un luminare della medicina, gli chiede: cosa bevi? E lui risponde: Bach, Bach padre.

Scendi a prendere il pane,  anche il fornaio, il Vanotti, è nello spirito giusto, ha riempito la bottega di libri in book-sharing, e ogni giorno scrive la sua massima assurda su una lavagnetta.

Il fatto è che a un tiro di sigaretta dalla piazza abbiamo almeno una decina tra redazioni e lab creativi: ti parlo di me, del centro sperimentale di comunicazione Calepio Press e della redazione di CTRL magazine, che ridendo e scherzando mese sì e mese no è segnalato come uno dei magazine più “avanti” a “livello europeo” (wow)

c’è il lab Multimmagine, fucina di video-creativi, e sempre nei pressi ci sono anche le redazioni “regimental” di Qui Bergamo, di Città dei Mille, e anche Cobalto edizioni e anche le millenarie edizioni musicali Carrara… manca giusto L’Eco di Bergamo…

effettivamente potremmo anche montarci la testa e dire che Piazza Sant’Anna è il “distretto del pensiero” di Bergamo Bassa, con relative bassezze:

per esempio a un certo punto in piazza appare la classica donna-pantera che scende dalla Mini a fare il bancomat o a comprare 1 mela una, aggressiva come una bresciana a Milano: è certamente una account del QuiBg o della Città dei 1000, una macchina da guerra capace di stoccare in mezz’ora di moine il 1000 o 2000 euro all’imprenditore per mettere lui, la sua villa e la sua macchina sul magazine patinato, mentre tu che scrivi due romanzi l’anno o i tuoi amici che suonano tutte le sere non riuscite a campare…

insomma, gli stessi problemi che avevano Baudelaire e Cezanne…

Quindi, ragazzi, non state a farvi troppo menate sulla vita culturale, sulla mentalità della piccola città, andate oltre, prendete quel che cola dalla realtà, mischiate con i riferimenti  culturali scolastici, con i grandi maestri morti da secoli, e li vedrete rivivere, e anche la vostra vita prenderà senso…

Se nella tua testa non c’è fermento, se nelle tue viscere non c’è fuoco, è inutile che trascini le membra a Berlino, o a Londra…

La cultura te la crei, te la vivi, o non ce l’hai.

Diceva Gigi Lubrina: tu immagina che la vita sia un romanzo, o un film: vedi uno, gli dici una cosa, e vedi cosa succede. La vita culturale è questa…

Ma questo bel quadretto non ti basta, lo so, tu vuoi un esempio concreto, vuoi la “case history”, vuoi che ti racconti di un qualche progetto divenuto un prodotto culturale vero, di rilevanza e spessore…

Allora ti racconto questo: una sera di un anno fa, redazione di ctrl magazine, si cercano idee per nuove rubriche – che noia il reportage dal rave party! – e provo a buttare lì un’idea stonata: perchè non fare delle recensioni delle messe in quanto spettacoli, dove raccontare la location, le vibrazioni, il carisma del front-man e l’integralismo della massa-pubblico…

un’idea non nuova, già Camillo Langone faceva qualcosa del genere sul Foglio…

quello che non mi aspettavo era che nascesse un serissimo e pimpante gruppo di ricerca dedicato, il gruppo Cultras, composto da x giovani menti brillanti (musicologi, sociologi, storici, letterati) che con pseudonimi vari, in modo Debord-ante, da ormai un anno firmano recensioni mai viste: la messa del vescovo, la messa in latino, la messa dell’invasato, la messa dei protestanti, dei testimoni di geova, dei mormoni, degli ortodossi…

Si tratta di un “lavoro culturale” destinato a rimanere: ricerca, divulgazione, scandalo, e anche correttezza ed equilibrio.

Lo stesso gruppo sta realizzando anche un altro “lavoro culturale” davvero interessante, il remake in linguaggio underground del martirologio cattolico, cioè le vita dei santi + immaginetta, ogni giorno il santo del giorno in una pagina, in linguaggio contemporaneo, con illustrazioni originali che riescono nella mission impossible: rinnovare l’iconografia cattolica….

una cosa che la Curia, L’Eco, la Fantoni e il Sant’Alessandro messi insieme con tutti i loro soldi, i loro biblisti e i loro madonnari non sono in grado di fare, limitandosi a pubblicare ogni anno sempre le stesse vite dei santi ingessate da decenni, o secoli…

Questo lavoro, che in realtà proprio perché sincero e rispettoso, raccontando i santi come personaggi contemporanei, reali, estremi, nella città più bianca e bigotta d’Italia, risulta  autenticamente dissacrante.

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Potrei raccontare molti altri progetti che conosco da vicino, a metà tra ricerca e provocazione, autofinanziati, sostenibili, come la Badante Alighieri, agenzia letteraria per scrivere la biografia del nonno; la Pub Writing Session, lo spettacolo della scrittura nei pub; gli Invisible Show; i Contemporary Locus…

Intanto, nei loro uffici, assessori e immobiliaristi, che di questi fermenti non sanno niente, vogliono, o dicono di volere, fare qualcosa per dare più vita al centro di Bergamo Bassa, al cosiddetto Centro Piacentiniano.

Ora, se vuoi veramente dare vita al centro, devi osservare quello che succede nei borghi, e studiare la storia della città. Il centro di Bergamo Bassa non nasce come località centrale, ma lo diventa in quanto “passante” tra i borghi. Devi allargare il quadro, e la prospettiva.

Non è ignorando o soffocando i fermenti dei borghi, che porti vita in centro, ma piuttosto restituendo vita e senso di connessione al Sentierone in forma di “passante verde”, tracciato pedonale da aprire con poca fatica materiale (e molta mentale!) tra la Carrara-Gamec e Piazza Pontida, attraverso i parchi Suardi-Montelungo-Caprotti (cancelli da aprire…) fino a S.Spirito, e poi via Tasso, Sentierone e via XX Settembre.

Con questo anello pedonale tu scendi dalle mura, da Porta S.Agostino/via S.Tomaso, traversi tutto il centro e risali da S.Alessandro in Porta San Giacomo: e così integri città alta e bassa nella fruizione turistica pedonale, storico-artistica,

questo i turisti lo apprezzerebbero, e così pure i commercianti del centro e dei borghi, che per loro natura miope sono incapaci di vedere che oltre l’isola pedonale -  la tomba dello shopping – c’è l’arcipelago pedonale, e la resurrezione urbana.

Se Bergamo deve rinascere come città d’arte-turismo-cultura, è chiaro che i fermenti verranno dai borghi, dai luoghi dove ci sono artisti, gallerie, editori, sono loro che faranno crescere la città come città d’arte e cultura, proprio come secoli fa gli artigiani e le botteghe dei borghi hanno creato la città commerciale…

non serve fare la partnership con l’università di Harvard e spendere milioni in progetti di Smart City, sto parlando di aprire cancelli e portoni, sto parlando di aprire la mente della città…

forse non tutti sanno che il Sentierone  in origine si chiamava Sentierino, ed era appunto un Sentierino che collegava i borghi attraversando il grande prato di Sant’Alessandro (dove oggi sorge il centro Piacentiniano).

Aumentando il flusso, il Sentierino divenne Sentierone,  quindi si costruì la fiera, quindi il centro Piacentiniano oggi desertificato.

Ma il tracciato del Sentierino lo vedi ancora, tu guarda la mappa del 1600, e riconosci il filare d’alberi che ancora oggi corre a lato del Sentierone tra la Chiesa di San Bartolomeo e Palazzo Frizzoni: quello è il Sentierino.

Ricoperto di vecchio asfalto, orlato da brutti pannelli con brutte affissioni pubblicitarie, meriterebbe maggior cura, e una targhetta che in poche righe racconti la storia, e il senso, del Sentierino che diventò un Sentierone.

Insegniamo alle persone ad attraversare Bergamo Centro a piedi, dalla Carrara alle 5 vie, e riavremo la centralità del Sentierone.

Ma qui abbiamo architetti che vanno in America a farsi spiegare come fare marketing urbano, e poi tornano masterizzati, e per rivitalizzare il centro hanno idee brillantissime come quella di cambiare nome a Largo Bortolo Belotti, perché “è un nome che non ha appeal turistico”.

Io questi li rinchiuderei due o tre mesi al Gleno a leggere bene la Storia di Bergamo e dei Bergamaschi di Bortolo Belotti in 10 tomi e 2000 pagine, da sapere a menadito per riavere la libertà.

Il fatto è che la cultura a volte manca proprio agli uomini di potere che vorrebbero promuoverla. E alle donne, pardon.

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il manifesto artigianista

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Il “Manifesto artigianista” o “dell’artigiano indipendente” è il tema-cover de l’Osservatore Elaviano n.4, fogliettone luppolaceo fresco di stampa edito dal birrificio Elav, curato e scritto da me, Leone/Calepio Press, e disegnato dallo studio Temp.

Il  manifesto artigianista nasce da conversazioni con Antonio: la “sovversione pubblicitaria” è il tema del numero, la divinità guida del numero è il Dio degli inizi, il Giano bifronte, che qui diventa l’artiGiano bifronte – -e divinità guida e cover dei n. precedenti sono: 1) la dea madre, 2) Iside regina d’inferno, 3) Eco e Narciso - e qui il linguaggio utilizzato, sovvertito, è quello della pubblicità.

Divertiti, spazientiti, stufi di vedere grandi spot scor.. retti di vario tipo, col nonno che va in bici a prendere il luppolo, e l’altro nonno che butta il luppolo nel pentolone, si è pensato di  scherzare, fare il verso, così, secondo lo slogan “David è Goliardico”,  abbiamo giocato a esagerare, a fare 8 grandi spot elav, scegliendo come testimonial Elav i grandi personaggi storici del territorio,

Colleoni, Nullo, Paci Paciana, il Quarenghi, il Beltrami, Fra Galgario, Fra Calepio, la Monaca di Monza, personaggi assolutamente Elaviani, oltre che hollywoodiani, ognuno a suo modo,

con la pubblicazione dei ritratti “bg-bastards” in 2000 battute che da alcuni anni sto scrivendo  (alcuni già pubblicati nelle cover “bergamanent” di CTRLmagazine, altri inediti).

Ogni testimonielav, come ad esempio Francesco Nullo, è “brutalmente” associato a un valore del brand (l’indipendendenza) e a un prodotto (birra Indie). Facciamo come loro, ragioniamo da giganti, da scienziati del marketing e comunicazione.

Il poster centrale è dedicatato all’atlantelav, con tutti i pianeti e i satelliti dell’universo elav.

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Il legame con il prodotto, le birre, come sempre è di pura ispirazione (“questo testo è stato scritto bevendo questa birra”) ma qui diventa anche iper o meta-pubblicitario, in modo esibito: però la cosa assurda, esagerata, e più sovversiva, è che questo Osservatore dedicato all’auto-pubblicità, super ridondante e auto riferito, finalizzato alla mitologia del marchio, non riporta in alcuna pagina, neanche microbo, il marchio Elav!

In origine le indicazioni allo studio Temp erano esattamente opposte, mettiamo il marchio ovunque, anche nella filigrana, rendiamo il marchio assordante! Ma i geni devono aver pensato bene che il silenzio è il suono più assordante,  e facendo finta di niente mi hanno proposto un lay-out senza alcun marchio, e io facendo finta di niente  l’ho accettato, e così Antonio. Parafrasando il Croce, “non possiamo non dirci no logo”.

L’Osservatore Elaviano è reperibile gratuitamente agli eventi e nei pub Elav – a Bg: Osteria della Birra di piazza Mascheroni, città alta; o al Monastero di Astino, o alla sede del  birrificio, a Comun Nuovo.