Sul logo del delitto (in luogo di diletto)

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Un racconto di love marketing (storie d’amore di marca, di seduzione, fedeltà di marca, tradimento d’immagine…) con sfumature giallo marketing (indagini di mercato) e finale fanta marketing (scenario futuro).

Ci sono prodotti, marchi, aziende che riconosci, e ami, come fossero cosa tua. Toccano i tuoi gusti, i consumi, le preferenze, le tue serate, la socialità, lo stile di vita.

Sono andato alla cascina Elav con lo stato d’animo dell’amante tradito, deluso, con la paura di trovare conferma negativa a una serie di dubbi e perplessità.

Ho amato birra Elav fin dalla prima volta, dal primo sorso, e ogni volta quando bevo una delle “mie Elav” (Punk, Indie, Grunge e Techno) le riconosco, e ritrovo quel qualcosa che mi aspettavo.

Ho amato allo stesso modo, incondizionatamente e fin da subito, anche la tribù elaviana, indistintamente, il capoclan, i guerrieri, le squaw, tutti indiani suburbani della bassa bergamasca, seguaci delle Dea Madre, che è Gea, la Terra-Madre simbolizzata dal marchio Elav, che come tutti sanno è un’incisione rupestre anatolica protostorica, d’epoca mitica-matriarcale, che rappresenta una grande vulva circo-solare con otto ovuli intorno (vedi il Bachofen, “La ginecocrazia nel mondo antico”) il che è decisamente di più e meglio della banca disegnata intorno a te (che ti mette al centro, è vero: e così ti ritrovi accerchiato).

Fino a poco tempo fa, andavi in giro a cercare i posti dove bere Elav. Adesso è difficile scovare un posto dove non la trovi. Il fatto è che le giovani aziende, come le giovani ragazze, a un certo punto si sviluppano, e passano dalla pubertà virginale alla configurazione puttanelle allegre.

Nel volgere di una stagione, Elav è passata dalle Indie e Yule Fest nel capannone della bassa a situazioni come l’estivo clerico-fighetto ad Astino, il notturno dj-set fighetto alla Gamec, i compleanni Trussardi…

alle partnership “alternative” con la piccola pasticceria di qualità, con le band metal, con il cinema d’autore, con il mondo vegano e con media antagonisti come Radio Popolare e CTRL, si sono sovrapposte le partnership con il business main stream, con i brand dei grandi gruppi tessili di Pitti Uomo, con l’avanguardia della GDO global all’Orioporto, e in cascina ecco l’avanguardia dell’industria tecno-cooking della cottura sottovuoto, per i nuovi carnivori…

Per capire cosa vuol dire questo percorso, e cosa rappresenti la cascina nell’universo elaviano in espansione, occorre fare uno approfondimento sull’evoluzione recente dello scenario birraio in Italia.

Quando non molte lune fa è iniziata la guerra d’indipendenza birraia (in sintesi: il consumo totale di birra in Italia è in calo, ma dentro a questo calo, o dietro, c’è il boom – o la bolla – delle birre artigianali) abbiamo visto gli addetti marketing dei grandi marchi mass market andare in esaurimento nervoso, e cominciare a scimmiottare, imitare il mood e lo spirito artigianale, in modo palesemente mistificante, a suon di spot, con lo zio Moretti in bicicletta nel luppoleto o nonno Poretti che getta i nove luppoli nel pentolone come uno home-brewer…

L’Expo è stata l’apoteosi di questa falsificazione, con la birra ufficiale che si dichiarava come birra a km0 in quanto prodotta a meno di 70 km da Milano!

Nel mentre, gli indiani delle tribù elaviane, svuotavano il calumet della pace e dissotterravano le asce di guerra.

E mentre già si verificavano i primi casi di acquisizione di birrifici artigianali da parte delle multinazionali (Birrificio del Borgo), le tribù elaviane, proprio come fecero i guerrieri sioux, apache, cheyenne e comanches delle grandi pianure ai tempi delle guerre indiane, invece di difendere la riserva, decidevano di scatenare una grande offensiva di conquista,

“se loro si appropriano del nostro linguaggio, dei nostri valori di indipendenza e artigianato, allora noi faremo nostri i linguaggi commerciali e industriali”,

questa, che mi era sembrata una provocazione intellettuale, incredibilmente, è diventata una strategia commerciale,

e dunque assistiamo a un singolare spettacolo di rovesciamento dei mondi,  per cui i grandi marchi si mettono a fare le ipa e a comunicare la poesia del mondo agro-sostenibile, mentre i temibili elaviani si mettono a conquistare il mercato di massa, il territorio, casa dopo casa, locale dopo locale, evento dopo evento, fortino su fortino, e con linguaggio “industriale”, martellante e continuo, ed evidentemente lavorando come pazzi, per essere ovunque e fare tutto quello che annunciano di fare.

Così si spiega la strategia super-commerciale elaviana, per cui vengono messe in campo sinergie non solo con i fratelli indie, ma anche con il sistema, e con chiunque, a scopo di espansione, occupazione, conquista territoriale. Una mission militare, diventare la birra di Bergamo, e cioè: non accontentarsi della nicchia internazionale di qualità, ma mettere radici forti, di dominio, nel proprio territorio, secondo la dinamica classica dell’uomo bianco.

E dunque: l’uomo bianco pensava di fottere i pellerossa usando arco e frecce, ma l’uomo rosso raccoglie i fucili winchester dell’uomo bianco e glieli rivolge contro. Il vero pericolo, naturalmente, è diventare come l’uomo bianco, ovvero produrre industrialmente una birra che fa schifo, con intorno una comunicazione farfallona, trionfalistica, e scientificamente ingannevole.

Precisamente a questo punto, sono entrato nel sito web di cascina Elav, e i miei dubbi hanno preso corpo.

Il logo di Cascina Elav è accattivante, industrial, ma concettualmente insensato: un corpo di fabbrica industriale, color maron, con una ciminiera che sputa una lampadina gialla. Una fabbrica per accendere una lampadina? L’effetto che fa è quello di un topolino partorito da una montagna.

Soprattutto, è fuorviante: ti immagini un’area ex industriale, tipo spazio Fase di Alzano, e invece il luogo reale è un’autentica, bellissima cascina medievale, pietra su pietra, con tanto di aia, muri di cinta, fienile, stalle, porticato e piccionaia!

Poi leggi il titolo-claim-concept: “un luogo dove il corpo si nutre di cibo, cultura e birra”, e hai quasi un accenno di nausea.

Apri la pagina “Il progetto” dove si spiega l’iniziativa virtuosa, la cascina “risalente al 1200” (c’è scritto proprio “risalente”) con i prodotti della terra km0 sostenuti da una dichiarazione di modestia stile bollicine: “prende i frutti della terra e li trasforma in arte”; ma nella pagina successiva, “beer&food”, ecco una micidiale mitragliata di still life zoom di costine – pollo – salmone -  trippa – hot dog, con effetto di menu plastificato di piatti pronti da fast food. E di birre non c’è traccia. Ti resta la prossimità nel menu di queste parole, il progetto/food&beer: sai che progetto!

Un birrificio apre una cascina-madre, mi sbatte in faccia di decine di piatti, di spettacoli, di film, e non una parola, non un’immagine riguardo le birre. Perché questa dimenticanza? Cosa significa?

Le birre Elav hanno sempre avuto problemi d’identità, d’immagine e identità per la precisione, a cominciare dalla Punk, quella con la bandiera inglese, che ha lo stesso nome della Punk di Brewdog, che è veramente inglese.

Le etichette sono tutte diverse, il dogma dell’immagine coordinata totalmente trasgredito, troppi colori, troppi segni, troppi stili: nemmeno il lettering del logo è sempre lo stesso, e l’emittente non è facilmente identificabile.

L’immagine è confusa, dispersiva, ma la sostanza è certa, forte: non le riconosci dall’etichetta, le riconosci dal sapore.

La prima paura del bevitore elaviano è che la birra non sia più lei. Il rischio è quello.  Il birrificio artigianale per sua natura è esposto a una serie di pericoli relativi alla qualità delle produzione, soprattutto nello sforzo di assecondare le quantità richieste. Già per sua natura la produzione artigianale non è mai identica a sé stessa, e forse dovrebbe essere segnalata la cotta, così come nel vino si indica l’annata. E poi esistono uomini bianchi “amici degli indiani” che si offrono di fare loro la produzione, altrove, in grandi numeri, a costi più bassi.

Così, se adesso vedo questo logo industriale, con ciminiera, e silenzio sulle birre, io mi pongo delle domande: che l’industrializzazione grafica della cascina nasconda, e riveli, l’industrializzazione produttiva della birra Elav?

I segni parlano, indicano, suggeriscono. Il logo cascina Elav è industrial. Il sito è commerciale. I contenuti paiono piovuti da fuori, da altrove. La mancanza delle birre è sintomatica.

E così entro in cascina. Tanto il logo è finto e industrial, tanto il luogo è autentico e contadino, bello, ti colpisce, ti fa respirare.

Muretti a secco, storti, fatti con sassi di fiume, beole, mattoni rossi, vecchie travi, sotto gli intonaci sgretolati si esibiscono nude superfetazioni che raccontano la storia minima della grande moralità contadina;

l’esperto riconosce e legge le epoche, il medioevo, il lunghissimo medioevo, nessuna traccia di rinascimento e barocco, fenomeni per classi agiate, qui si passa direttamente dal nome della rosa all’albero degli zoccoli, qui senti il tempo lungo del contado rurale, e negli interni vissuti fino a pochi anni fa, con le piastrelle brutte, senti la continuità esistenziale del vivere in cascina, una lotta continua contro la miseria,

mia nonna diceva “le travi a vista, i pavimenti in cotto” per indicare una casa di poveri contadini…

questo spirito autentico è il dato potente di cascina Elav, che trova armonia con le birre, che riconosci, e con l’idea di fare cinema e teatro nel fienile, uno spazio non grande, non progettato, ma perfetto,

(immagino di vedere qui – è in programma – quello che reputo il più grande film da multiorgasmo psico-ottico, creatore del linguaggio spot-adv contemporaneo, un film con un titolo indicibile, che è un’espressione pellerossa che vuol dire e suona esattamente così: “coioni scazzi”, e già godo)

poi provo l’hamburger, parlo con lo chef, un grande sforzo per offrire a costi “umani” una qualità culinaria (e alimentare) superiore, la cucina del futuro, la cottura lenta, sottovuoto, una grande attenzione alle proprietà organolettiche degli alimenti, va bene, mi hai convinto, ma perché tutta quella roba, e proposta in quel modo: se devi farmi la cosa vera, la cosa speciale, fammi tre cose, quattro, e dagli altri nomi, e mostramele in altro modo…

Dunque la cascina, a dispetto del sito e del logo, non è una fabbrica per l’ingrasso dei clienti e del fatturato, ma piuttosto un presidio, un avamposto che appaga bisogni interiori, profondi, difficilmente esplicabili dai linguaggi correnti del social networking e dello story telling. Qui emergono parole radicali, coraggio, semplicità, verità; parliamo di una cascina fatiscente come tante, con un destino già scritto, abbandono, degrado, o peggio ancora recupero e rilancio con qualche iniziativa turbo-capitalista d’eccellenza, luxury resort per nuovi ricchi o residenze pseudo nobiliari invendibili.

Situazioni cioè dove le finiture di pregio rappresentano il vero degrado, la vera causa di morte del genius loci. Si crede di recuperare un edificio storico, e invece lo si annichilisce per sempre. Riportato “a nuova vita”, tirato a lucido, solitamente  lo spazio risulta definitivamente morto.

Cascina Elav invece esibisce nuda e cruda la sua semplicità, l’autenticità, l’aia erbosa, il fico, la stalla, il fienile. Così bisogna fare. Prendere le vecchie cascine, e rimetterle in funzione, preservandole il più possibile così come sono.

Una visita che mi ha molto rassicurato. Resta l’assurdità di una immagine e comunicazione fuorviante e incoerente. Logo del delitto in luogo di diletto.

Qui veramente sei nel Mulino Bianco dove Banderas fa i biscotti: perché truccarsi da fabbrica del vapore?

Senza paura, la cascina Elav è il vero Mulino Bianco, la cascina dei nonni, e dunque, se proprio,  invece della ciminiera, se hai il coraggio, bisogna stilizzare la piccionaia; e al posto della lampadina, mettere una colomba della pace, o anche un piccione viaggiatore.

E servirebbe titoli più adeguati allo spirito della cascina: “il progetto beer&food” e “un luogo dove nutrire il corpo di cibo, cultura e birra” vanno bene per i locali regimental, qui vogliamo lo spirito indie, le radici della tribù.

Da qualche parte, non molto tempo fa, ho visto un manifesto del “codice elavetico”, che iniziava così:

siamo tutti figli del nostro tempo, e della madre terra,

abbiamo fame di verità e sete di libertà…

e finiva così:

la vera ricchezza, è condivisibile.

E a questo proposito, la vera riflessione, la scommessa, la grande sfida con i marchi industriali per diventare un marchio territorialmente radicato sarebbe una sola: la politica di prezzo.

Le tribù elaviane stanno dimostrando di essere capaci di fare i miracoli. Sarebbe bello che la birra madre, nella cascina madre, fosse proposta a un prezzo popolare.

 

Consiglio di classe

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“Nelle scuole, e soprattutto nelle scuole superiori ossia secondarie, l’indole naturale dell’allievo si snatura a causa delle inutili e marce nozioni con cui questi allievi vengono continuamente ingozzati,

e quando abbiamo a che fare con allievi di cosiddette scuole superiori, e cioè di scuole secondarie, abbiamo a che fare soltanto con individui snaturati, la cui indole naturale è stata annientata in queste cosiddette scuole superiori ossia secondarie;

le cosiddette scuole secondarie e soprattutto i cosiddetti licei-ginnasi servono in sostanza unicamente alla corruzione dell’indole umana,

ed è ora di riflettere su come possano essere soppressi questi centri di corruzione, dal momento che senz’altro dovrebbero essere soppressi, perché da tempo sono ormai riconosciuti come centri di corruzione dell’indole umana, esistono le prove di questo: le cosiddette scuole secondarie, insomma, dovrebbero essere soppresse,

il mondo si troverebbe meglio se sopprimesse le cosiddette scuole secondarie, i licei ginnasi, le scuole superiori, eccetera, e ci si concentrasse soltanto sulle scuole elementari e sulle università …”.

 

 

il fantasma del Sentierone

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Il centro piacentiniano è la cattiva coscienza della città, che si nutre tanto di ignoranza storica quanto di ipocrisia sociale.  Si parla di “centro piacentiniano” come se fosse un’opera di qualità, come fossero “le stanze di Raffaello”, ma basta guardare il ritratto dell’uomo per capire l’opera: pomposo, ingessato, vanesio, ridicolo, Piacentini è il vero volto servile del fascismo, e la sua opera occupa il Sentierone da quasi un secolo a esibire il volto servile della città.

Nel 1907, il 26enne architetto figlio d’arte (o di papà) Marcello Piacentini vince il concorso per il nuovo centro di Bergamo, che poi egli stesso realizzerà tra il 1922 e il 1926, in piena epoca di “sventramenti” dei centri cittadini per l’edificazione del modello di città fascio-monumentale, senza tenere in alcuna considerazione storia e senso del luogo.

Il Sentierone non nasce storicamente come area centrale, ma prende funzione nei secoli come zona connettiva, di incontro, di commercio tra i borghi storici, “discesi” come propaggini indipendenti dalle porte di città alta: da un lato Borgo S.Leonardo, che ha come suo centro Piazza Pontida, dall’altro Borgo Pignolo/Palazzo, che ha come suo centro Piazza S.Spirito. In mezzo, ecco quest’area vuota, che aveva nome di “prato di Sant’Alessandro”, solcato da un “sentierino” (tuttora visibile: è il filare di alberi tra S.Bartolomeo e l’inizio di via XX) divenuto poi “sentierone”, e quindi fiera della città, in seguito abbattuta, e quindi oggetto del concorso del 1907.

L’identità viva, di meeting point, “melting pot” dell’area viene totalmente travisata dalla retorica piacentiniana: basta leggere l’iscrizione sopra il quadriportico, “Civium commoditate et urbis ornamento”, cioè “per la comodità dei cittadini e a ornamento della città”. Difficile immaginare un intento più gretto, del tutto fuori luogo rispetto alla storia e al carattere della città e dei suoi abitanti: dinamici, spartani, poco inclini allo struscio e al salotto, che sono le funzioni disegnate dal giovane Piacentini, funzioni forse adatte a una città meridionale, mediterranea.

Ma mentre il nostro costruiva questo “pasticcio” di ispirazione Jugendstil e Art Nouveau, nell’architettura europea, e in quella fascista, avveniva una rivoluzione, che dalla Secessione viennese doveva condurre al Movimento Moderno, al rifiuto del decorativismo e a una nuova architettura, razionale, funzionale, moderna.

Questo passaggio lo vedi bene se confronti le due architetture “fasciste” di Bergamo centro: il Quadriportico/Sentierone di Piacentini e  Piazza/Palazzo della Libertà di Bergonzo. Tra le due opere ci sono poco più di 10 anni: ma sembrano un secolo!

Nel fascismo c’è sia un aspetto di servilismo/passatismo, succube e decorativo, che un aspetto di rivoluzione/futurismo, razionalista e moderno. Qui scatta l’ignoranza, la superficialità, che ci fa percepire come fascista l’opera di Bergonzo, che invece è autenticamente moderna, e non quella di Piacentini, che è ipocrita e  vetusta.

Vittime delle nostra ignoranza-ipocrisia, da 70 anni teniamo in naftalina l’edificio moderno, razionale, nato innovativo, e ci sforziamo da dare vita all’edificio vanitoso, agghindato, nato già vecchio. Sforzo inutile.

Il centro piacentiniano non è un’opera di qualità, non è funzionale: è un pastrocchio, opera giovanile e già vecchia di un tipico servo del regime, che “come architetto era già morto nel 1925” (parole di Zevi).

Facile chiedere di “revocare” la cittadinanza onoraria a Mussolini, ma se davvero si vuole togliere la patina, l’ipocrisia, l’ignoranza-arroganza vetero-fascista che soffoca la città nel suo stesso centro occorre affrontare il fantasma del Sentierone, cominciando con il guardarlo in faccia. La città ha bisogno di un’altra faccia, autentica, pulita, rispettosa della storia e dello spirito dei bergamaschi.

Alla città, agli architetti, alla giunta, all’immobiliare che ne detiene la proprietà: per cominciare, la soluzione più sensata, semplice, coraggiosa ed economica per ridare vita e funzione al centro di Bergamo è quella di abbattere, demolire, radere al suolo il cosiddetto centro Piacentiniano, cioè il quadriportico del Sentierone, Piazza Dante e Tribunale compresi.

Guardiamo la realtà. L’area chiede di tornare alla sua funzione storica di connessione tra i borghi: da un lato i borghi vivi, molto extracomunitari, e dall’altro i borghi autoctoni, pignolo/palazzo, più morti che vivi. Isole pedonali “isolate” tra loro, che non comunicano, separate e non unite da questo quadriportico falso, non funzionale. Basterebbe riportarlo all’origine, un prato, una piazza, anche un parcheggio avrebbe più capacità connettiva dell’attuale scatolone “comodità/ornamento”.

Siamo ridotti al punto che le persone vanno dove c’è parcheggio. All’Oriocenter c’è parcheggio. Un grande parcheggio centrale, e le persone verranno in centro, e gireranno a piedi per i borghi e le botteghe.

Immagina di radere al suolo il quadriportico, piazza Dante, il tribunale: avrai una grande area di ripensamento, dove il teatro Donizetti ottocentesco e il novecento di Palazzo della Libertà si guarderanno in faccia, senza ipocrisie di mezzo.

Quando hai la coscienza sporca, è inutile rifarsi il trucco, devi prendere coraggio, affrontare i fantasmi, e fare pulizia.

eco di bergamo pubblicitari furbissimi

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In prima pagina, oggi, titolo sul buon signor Persico (scafi per l’America’s Cup), che proclama l’orgoglio artigiano dichiarando “I miei 40 anni al lavoro senza un ufficio”.

A fianco della sua dichiarazione, anzi, a fianco della sua immagine, ecco la pubblicità “Regus – uffici arredati- sale riunioni”. Regus è la multinazionale degli uffici temporanei, con sede in Lussemburgo, e filiali in tutto il mondo, Bergamo compresa: guarda un po’, la filiale Regus di Bergamo ha sede in Palazzo Rezzara, che è anche la sede de L’eco di Bergamo…

Allora, signor Persico, stai pubblicizzando la Regus, ci metti la faccia, ci metti la tua storia aziendale, prendi i soldi o ti stanno prendendo in giro dedicandoti un articolo in prima pagina?

Un caso di pubblicità palese, occulta solo per il testimonial!

eco di bergamo vergogna

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Peggio del prete pedofilo, è il giornale paraculo.

Non è nemmeno necessario aprirlo, il numero di oggi, basta leggere il titolo d’apertura in prima pagina: “Sono angosciato per le vittime”;

chi parla è il parroco di Solza arrestato con l’accusa di prostituzione minorile (adescava ragazzini sul web, pretendeva prestazioni gratuite, e avviava alla prostituzione)

“ha avuto un atteggiamento collaborativo e si è detto addolorato per le vittime”;

una storia molto triste e non nuova, le figure che nella società cattolica dovrebbero essere educative, il parroco, il vigile, l’allenatore, e invece eccole insieme per violare e sfruttare minorenni: e tutto quello che ha da comunicare l’Eco è l’angoscia del carnefice!

Povero parroco, ridotto in angoscia dagli insensibili Carabinieri! Questo è giocare sporco, molto sporco. Tuo figlio è stato vittima di abusi, e il titolo del giornale è sui buoni sentimenti del prete-porco.

E poveri noi.L’Eco di Bergamo di oggi è la vergogna della città, ed è un peccato perché rappresenta una testata storica, con lettori fedeli, e anche collaboratori di qualità.

Ma tutto questo viene puntualmente “sputtanato” da uscite come quella di oggi, che azzerano l’etica giornalistica e confermano la malafede di base, cioè della proprietà, la Curia, il Vescovo, anche lui molto addolorato.

Io invece sono indignato, disgustato, irritato. Fermiamo questa barbarie.

 

 

isis e made in italy

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Non prendiamoci in giro parlando di embargo allo stato islamico, a quelle 50 autocisterne di petrolio “in nero”: parliamo di embargo vero, totale, ai paesi che finanziano il Terrore – che il compagno Putin ha svelato al mondo -  e dunque tutti i paesi arabi ricchi, con tutte le ripercussioni che possiamo immaginare sulla nostra economia.

Questi nostri amici sceicchi finanziano l’isis in primis per non essere essi stessi il primo obiettivo del terrorismo, come sarebbe logico, cioè pagano per tenerli alla larga, non diversamente da quel che fece a suo tempo Papa Leone I Magno, quando si presentò incontro ad Attila con al seguito una carovana di carri carichi d’oro, chiedendogli di non oltrepassare il Po;

in secundiis per ragioni ideali, mossi da senso di colpa o simili, non diversamente da tanti nostri nababbi idealisti che pochi decenni fa finanziavano il terrorismo di estrema sinistra;

Vogliamo combattere il terrorismo? Dovremmo cominciare col dire la verità e avere il coraggio delle nostre azioni. Siamo pronti a tagliare ogni legame, a chiudere ogni attività commerciale, finanziaria, industriale con i ricchi sceicchi che lo finanziano?

E con ciò stendere un velo pietoso sulla mitologia del made in Italy moda e design, a finirla con questa commedia su “i nuovi ricchi che vogliono vestire italiano”.

(E questo vorrebbe dire rimetterci a produrre prodotti onesti, anonimi, competitivi, non drogati dal circolo pubblicità-finanza-propaganda, tornando a essere quel paese povero che in realtà siamo)

Con embargo e sanzioni, dovremmo altresì confiscare, requisire, nazionalizzare le proprietà degli sceicchi in occidente, in Italia, luxury brand, squadre di calcio, formula uno, immobili, a cominciare dal nuovo centro-bufala di Milano, che gli abbiamo appena venduto a prezzo triplo.

Di cosa parliamo quando parliamo di terrorismo islamico?

D’accordo, questi “terroristi” che si mettono a sparare random, non sono degni di essere chiamati uomini, e tantomeno soldati,

però non dimentichiamo che: le armi sono di nostra fabbricazione;

l’intelligence, la comunicazione e spesso perfino gli esecutori materiali sono cittadini occidentali,

e soprattutto i finanziamenti, che provengono da paesi o personaggi nostri amici, nostri partner in decennali business di sfruttamento delle risorse naturali del medio oriente, e questo a vantaggio di pochissimi membri di una elite reazionaria, maschilista, col risultato di affamare intere popolazioni ridotte in servitù;

Sappiamo perfettamente come stanno le cose, ma come tanti pecoroni preferiamo belare insieme ai nostri mass media;

Da 25 anni con ipocrisia sfacciatia offendiamo i nostri stessi valori (democrazia, diritti umani, pace) e bombardiamo, occupiamo, deprediamo  il medio oriente a scopo di lucro (petrolio, e cioè un’economa senza futuro, inquinante, dissipatoria, contraria al nostro stesso spirito scientifico e tecnologico).

Ora dopo tanto export bellico ci ritroviamo in casa il nostro stesso prodotto: violenza, distruzione, morte, terrore.

Se vogliamo ragionare seriamente, sulla base della nostra cultura, non possiamo far finta di non sapere che per ogni membro dell’aristocrazia saudita e affini (emirati, 2bai, 4tar, q8) nato ricco da petrodollari, schifosamente ricco, ci sono centinaia di migliaia di esseri umani che nel deserto accanto crepano di sete, fame, diarrea, bombe, epidemie, massacri, carestie, migrazioni,

e questo mentre lui, l’arabo di sangue blu, nostro amico, compra (da noi) yacht, aerei, elicotteri, auto sportive, gioielli, castelli, piscine, pellicce, borsette, autodromi nel deserto, piscine nel deserto, grattacieli nel deserto, fontane nel deserto, alimentando il peggio della nostra imprenditoria pseudo creativa, in realtà familista e ignorante, al pari della sua clientela.

Di cosa stiamo parlando quando parliamo di democrazia e diritti umani? Che cosa c’è di nuovo rispetto alla democrazia ateniese, basata sulla schiavitù di massa dei beoti, degli iloti, dei lavoratori della terra?

Sostenendo gli sceicchi sosteniamo un modello di sfruttamento improponibile nelle nostre comunità, e adesso ci ritroviamo a fare i conti con l’onda di ritorno, un’onda che sarà lunga, e fatta di sangue.

Per fare davvero la guerra al terrorismo, non serve chiudersi in casa, o ghettizzare la comunità islamica, e nemmeno fare della Siria un nuovo Vietnam,

occorre il coraggio di cambiare amicizie e vizi, smettere di drogarci di petrolio facile e di arricchire regimi anacronistici.

Non è dalle macerie siriane-irakene che viene il cancro del terrorismo, ma dal lusso degli emirati. Lo sappiamo.

Democrazia, diritti e libertà sono solo parole vuote se non c’è un minimo di uguaglianza.  Non dimentichiamo come e dove è nata la civiltà occidentale moderna: a Parigi, tagliando migliaia di teste, quelle di sangue blu, perchè erano delle sanguisughe. Un periodo che sui libri di storia si chiama il Terrore.

aldilà dell’amicizia

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S.giulia

Ti è simpatico a pelle. Quando lo incontri gli escono e ti escono cazzate a raffica su donne, soldi, sesso. Le cose importanti della vita.

Ci sono amici di amici che non sono propriamente tuoi amici, li vedi casualmente, sporadicamente, ma con i quali sei subito in libera sintonia, con quella complicità e leggerezza che con i tuoi amici-amici non hai più, per troppi vincoli.

Parliamo di questo giovane uomo molto sportivo e molto giramondo – tutto il contrario di te – faccia e voce da attore, molto comunicativo, probabilmente uno che piace molto alle donne, un privilegiato.

Da ragazzino l’avresti detestato e invidiato, da adulto ti è piaciuto a prima vista. Libertario, ipersensibile, acuto e ingenuo. Punte di snobismo, di iper-consapevolezza e autodenigrazione. Senso del grottesco, autoironia, momenti di grande affabulazione.  Impressioni riduttive, del tutto superficiali, o personali.

La notizia arriva sporca, incomprensibile, come una bomba che esplode in frammenti di verità parziali, da interpretare. L’hanno trovato morto nel suo letto. Stava facendo una cura.

Cerchi on line, vai su facebook, nei social: c’è tutto sulla sua vita, ma niente sulla sua morte. Ti tocca comprare il bugiardino. Sul giornale si invita a non mandare fiori, ma donazioni all’oncologia. Dunque, era malato?

No, l’oncologia non c’entra niente. Non l’hanno trovato morto nel suo letto. Si era chiuso in garage. Niente autopsia.

Raramente si ha il coraggio di dichiarare apertamente la tragedia delle tragedie.

Così ti ritrovi sul sagrato di una chiesa della città, dove magari eri stato una volta, a un matrimonio. Una giornata bellissima, luminosa, un cielo nitido. Cinquecento persone.

Ti stupisci che oltre agli amici del tuo giro avesse molti altri amici di altri giri, che bene o male a ben vedere conosci tutti, come  è normale quando hai una certa età, in una piccola città. Vedi gente che non vedevi da anni, scambi un muto cenno di saluto.

Arriva il carro funebre, si entra in chiesa. Il prete comincia parlando di libertà, poi parla di perdono, e allora ognuno trae le sue conclusioni.

Alla fine sono state le parole del prete a darti la notizia. Altre volte in chiesa hai provato forte disagio per l’esibita ipocrisia cattolica. Ti togli la vita perché non reggi più l’ipocrisia che hai intorno, o dentro. Ma nemmeno il tuo ultimo gesto sfugge al dominio dell’ipocrisia, la tua scelta è taciuta, negata, rimossa.

Invece, stavolta, sentire il prete parlare di libertà è stato quasi confortante.

E su questa parola venuta dal pulpito, tutti hanno cominciato a viaggiare in flash back. Quella volta che. Vengono in mente scene, ricordi, nottate, risate, sbronze, traslochi, pomeriggi di cazzeggio.

Finita la messa, lo portano fuori, vedi passare la bara.

Esci dalla chiesa, devi tornare al lavoro. La giornata è davvero bellissima. Pensi anche gli altri amici che hai perso in questi anni. Ti accorgi che la lista comincia ad essere lunga.

Prima di tornare in ufficio, entri in una bar a bere un caffè. E di nuovo ti capita sottomano il giornale. Eccolo lì, con gli occhiali da sole e i capelli arruffati, 40 anni, e nient’altro. Quello spazio bianco, senza parole, è una condanna. Accanto a lui è c’è chi “si è spento” o “ha raggiunto la casa del signore”.

Ripensi alle parole del prete. Forse la chiesa sta cambiando più rapidamente dei suoi mezzi d’informazione. Dovremmo poter leggere “si è tolto la vita”, con tutto il peso che comporta. Parliamo di rispettare le ultime volontà di chi muore, ma non rispettiamo mai chi ha come ultima volontà quella di morire.

Rivedi la foto del suo profilo facebook, lui che surfa splendido sull’onda perfetta, e come in una visione, vedi arrivare l’onda buona, rivoluzionaria, francescana, è un’onda che solleva tutti, anche i suicidi, anche il nostro amico, è nostra sorella acqua.

I morti non muoiono quando discendono nella terra, ma quando vengono dimenticati.

Mentire, non dire, è più facile, ma è già dimenticare. Si può ricordare solo se si ha il coraggio della verità. Ci sono verità che fanno molto male, che non si possono capire né accettare, ma soltanto affrontare e combattere ogni giorno.

Esci dal bar. Stai per entrare in ufficio, e lo senti che ti cammina a fianco. Gli dici subito che sei incazzato nero, di umore nero, hai buttato via due ore per andare al suo funerale e adesso hai 19 rotture di coglioni da risolvere.

Tranquillo, ti dice, non ti incazzare, ti dò io una mano. Entra con te in ufficio, dice la cazzata, e poi si mette a lavorare.  Due ore dopo uscite insieme dall’ufficio.

Era lunedì sera. Quella è stata l’ultima volta che l’hai visto. Era appena morto, ma stava bene.

 

spaghetti al dente avvelenato

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Il fatto: Alias pubblica una special edition della Spaghetti Chair, con dimensioni stravolte e dunque impressioni spiazzanti, con effetto d’alienazione;

l’antefatto: la Spaghetti Chair è un must del design made in Italy, e per molte ragioni, tecniche e culturali, legate all’atteggiamento mentale, ironico, e affettuoso, su una forma/funzione pop e un materiale banale che segnò un’epoca;

il postfatto: dal suo profilo fb, Enrico Baleri, che nella nascita della Spaghetti ha avuto una parte non secondaria, lancia strali ferali, evidentemente ferito, indignato, e si erge a difesa della memoria del designer della Spaghetti, il compianto Giandomenico Belotti…

allora, Enrico, il tuo furore è sincero, ma improprio: ti tranquillizzo, sono anche io un Belotti di Grumello del Monte come il grande Giandomenico, e qualora si fosse levato nella tomba sarei stato il primo a percepirlo: invece lo sento sghignazzare, e non per l’oltraggio perpetrato da Alias, ma per la tua ira funesta…

Sei tu l’oltraggiato, non Belotti, che della Spaghetti è stato il papà, mentre tu sei stato la mamma, e oggi da mamma italiana tiri fuori le unghie: non toccate il mio bambino!

Penso che se gli Alias men ti avessero chiamato, consultato, corteggiato, spiegandoti il senso dell’operazione, forse lo avresti anche condiviso: e l’operazione parla da sé, evidentemente è un omaggio alla Spaghetti in quanto classico, non modernizzabile, però ironizzabile…

Lo stravolgimento dimensionale, l’iperbole de-funzionale, se ci pensi dice proprio questo: la Spaghetti non si tocca, progetto perfetto, e la sua perfezione viene proprio dalla sua curiosa armonia longitudinale, mai vista, inedita e unica.

Perché, diciamolo, la Spaghetti è sproporzionata di suo, da progetto, è questa la sua caratteristica che oggi viene presa in giro, e omaggiata.

L’operazione Alias non mi pare un furbata commerciale con effetti deleteri, come lo sono molte operazioni del genere “make it big”, e penso ad esempio al Vasone che qualche anno fa ha invaso ogni garden o cortile italiano,

si tratta invece di un gesto, forse anche irriverente – come è destino delle icone classiche che resistono alla modernità, a partire dalla Monna Lisa “duchampata” – per richiamare l’attenzione sulla Spaghetti. Questi pezzi unici, variazioni non destinate alla produzione seriale, non recano alcun danno alla versione originale, anzi, ne sono uno spot, forse un test di rilancio…

Il mio dubbio, in questi casi, considerate le dinamiche perverse della comunicazione, è questo: che la polemica pepata pompata da Baleri si riveli utile all’operazione Alias più che qualsiasi consenso o plauso,

e questo vorrebbe dire che tu, Baleri, sei cascato nel classico trabocchetto che il sistema spalanca ai giovani e ingenui sovversivi, i famosi “utili idioti” (absit iniuria verbis).

Al punto in cui siamo, prima che la polemica degeneri nell’inciviltà, consiglio agli Alias di invitare Baleri come special guest alle presentazioni della special edition, e a Baleri di cogliere l’occasione per raccontare la vera storia della Spaghetti, senza dimenticare il ruolo di Emilio Tadini nella scelta del nome Spaghetti, che ha fatto la fortuna del prodotto: eppure eravate indignati e infuriati all’idea di darle un nome così Little Italy!

Un nome imposto dalla lobby che ha finanziato il progetto, perchè voi, denotando scarsa cultura marketing, e anche scarsa cultura tout court, volevate chiamarla Odessa! E in quel caso dalle tombe si sarebbe levato non uno, ma intere schiere di morti…

E poi, se proprio vogliamo tirare fuori le offese fatte alla Spaghetti, perchè non parliamo della oscena proposta, avanzata ai tempi dal simpatico Montezemolo, di farla più larga, cioè più facile per venderne di più, privandola così del suo vero tratto d’identità e unicità, quella sproporzione che la rende bella e per sempre attraente perché diversa da ogni altra sedia: quello sì che è stato un tremendo insulto al progetto, e al genio del Belotti!

 

a Bergamo Bassa c’è vita, perfino culturale

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Da sempre ci si sente dire da amici scienziati: come fai a startene a Bergamo, non c’è vita culturale! Ultimamente anche assessori, immobiliaristi e commercianti lamentano la mancanza di vita a Bergamo Centro.

Controcorrente, vorrei segnalare la presenza di tracce di vita in città, perfino culturale.

Non mi riferisco alla vita culturale istituzionale di consumo (eventi, festival, cartelloni) ma al sostrato, all’humus, al fermento: intendo persone, luoghi, discorsi, incontri, iniziative sperimentali no budget, intendo quella “temperie” che facilmente riscontri e vagheggi quando leggi i diari di Canetti o Zweig sulla Vienna belle epoque anni 10-20, quando alle terme o al caffè incontravi Freud, o Wittgenstein, o Kokoschka, o Karl Krauss; oppure la Parigi fin de siecle, dove potevi trovare Baudelaire in un bistrot, o discutere con Cezanne e Zola, e finire la serata la Moulin Rouge con Boldini e Toulouse-Lautrec e …

Il fatto è che chi sogna di incontrare Baudelaire al bar, quando lo incontra realmente, non se ne accorge nemmeno.

Invece, se hai lo spirito giusto, ovunque, anche a Bergamo bassa, puoi avere una vita intellettualmente eccitante come Krauss a Vienna o Zola a Parigi… cioè, devi fare mente locale… se ad esempio  entri al bar Moderno, classico bar qualsiasi zona Piazza Sant’Anna, ,vedrai un tipo che confabula con altri due: gli sta spiegando modi di dire in dialetto, ci sono improvvisi scoppi di risate,  lui non è un divo, è solo il capo-macellaio della Dimo-car (tipo sanguigno, battute taglienti…), e gli altri due sono writer di note agenzie pubblicitarie, che sbevazzano insieme, però…

Attraversi la strada, e a BgBirra trovi l’editore-birraio de l’Osservatore Elaviano che parla con un vecchio pittore. Appartati, come in cospirazione, ecco gli organizzatori clandestini degli Invisible Show, sotto lo sguardo del capellone secolare delle edizioni musicali Carrara. Ancora più capellone, su uno sgabello, alto e magro come una pertica, puoi vedere un giovane clavicembalista di livello internazionale, che abita qui dietro, e normalmente  è perso nella musica che ha in testa, per cui se lo vuoi salutarlo devi picchiargli dentro. Entra una donna poco appariscente, è un luminare della medicina, gli chiede: cosa bevi? E lui risponde: Bach, Bach padre.

Scendi a prendere il pane,  anche il fornaio, il Vanotti, è nello spirito giusto, ha riempito la bottega di libri in book-sharing, e ogni giorno scrive la sua massima assurda su una lavagnetta.

Il fatto è che a un tiro di sigaretta dalla piazza abbiamo almeno una decina tra redazioni e lab creativi: ti parlo di me, del centro sperimentale di comunicazione Calepio Press e della redazione di CTRL magazine, che ridendo e scherzando mese sì e mese no è segnalato come uno dei magazine più “avanti” a “livello europeo” (wow)

c’è il lab Multimmagine, fucina di video-creativi, e sempre nei pressi ci sono anche le redazioni “regimental” di Qui Bergamo, di Città dei Mille, e anche Cobalto edizioni e anche le millenarie edizioni musicali Carrara… manca giusto L’Eco di Bergamo…

effettivamente potremmo anche montarci la testa e dire che Piazza Sant’Anna è il “distretto del pensiero” di Bergamo Bassa, con relative bassezze:

per esempio a un certo punto in piazza appare la classica donna-pantera che scende dalla Mini a fare il bancomat o a comprare 1 mela una, aggressiva come una bresciana a Milano: è certamente una account del QuiBg o della Città dei 1000, una macchina da guerra capace di stoccare in mezz’ora di moine il 1000 o 2000 euro all’imprenditore per mettere lui, la sua villa e la sua macchina sul magazine patinato, mentre tu che scrivi due romanzi l’anno o i tuoi amici che suonano tutte le sere non riuscite a campare…

insomma, gli stessi problemi che avevano Baudelaire e Cezanne…

Quindi, ragazzi, non state a farvi troppo menate sulla vita culturale, sulla mentalità della piccola città, andate oltre, prendete quel che cola dalla realtà, mischiate con i riferimenti  culturali scolastici, con i grandi maestri morti da secoli, e li vedrete rivivere, e anche la vostra vita prenderà senso…

Se nella tua testa non c’è fermento, se nelle tue viscere non c’è fuoco, è inutile che trascini le membra a Berlino, o a Londra…

La cultura te la crei, te la vivi, o non ce l’hai.

Diceva Gigi Lubrina: tu immagina che la vita sia un romanzo, o un film: vedi uno, gli dici una cosa, e vedi cosa succede. La vita culturale è questa…

Ma questo bel quadretto non ti basta, lo so, tu vuoi un esempio concreto, vuoi la “case history”, vuoi che ti racconti di un qualche progetto divenuto un prodotto culturale vero, di rilevanza e spessore…

Allora ti racconto questo: una sera di un anno fa, redazione di ctrl magazine, si cercano idee per nuove rubriche – che noia il reportage dal rave party! – e provo a buttare lì un’idea stonata: perchè non fare delle recensioni delle messe in quanto spettacoli, dove raccontare la location, le vibrazioni, il carisma del front-man e l’integralismo della massa-pubblico…

un’idea non nuova, già Camillo Langone faceva qualcosa del genere sul Foglio…

quello che non mi aspettavo era che nascesse un serissimo e pimpante gruppo di ricerca dedicato, il gruppo Cultras, composto da x giovani menti brillanti (musicologi, sociologi, storici, letterati) che con pseudonimi vari, in modo Debord-ante, da ormai un anno firmano recensioni mai viste: la messa del vescovo, la messa in latino, la messa dell’invasato, la messa dei protestanti, dei testimoni di geova, dei mormoni, degli ortodossi…

Si tratta di un “lavoro culturale” destinato a rimanere: ricerca, divulgazione, scandalo, e anche correttezza ed equilibrio.

Lo stesso gruppo sta realizzando anche un altro “lavoro culturale” davvero interessante, il remake in linguaggio underground del martirologio cattolico, cioè le vita dei santi + immaginetta, ogni giorno il santo del giorno in una pagina, in linguaggio contemporaneo, con illustrazioni originali che riescono nella mission impossible: rinnovare l’iconografia cattolica….

una cosa che la Curia, L’Eco, la Fantoni e il Sant’Alessandro messi insieme con tutti i loro soldi, i loro biblisti e i loro madonnari non sono in grado di fare, limitandosi a pubblicare ogni anno sempre le stesse vite dei santi ingessate da decenni, o secoli…

Questo lavoro, che in realtà proprio perché sincero e rispettoso, raccontando i santi come personaggi contemporanei, reali, estremi, nella città più bianca e bigotta d’Italia, risulta  autenticamente dissacrante.

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Potrei raccontare molti altri progetti che conosco da vicino, a metà tra ricerca e provocazione, autofinanziati, sostenibili, come la Badante Alighieri, agenzia letteraria per scrivere la biografia del nonno; la Pub Writing Session, lo spettacolo della scrittura nei pub; gli Invisible Show; i Contemporary Locus…

Intanto, nei loro uffici, assessori e immobiliaristi, che di questi fermenti non sanno niente, vogliono, o dicono di volere, fare qualcosa per dare più vita al centro di Bergamo Bassa, al cosiddetto Centro Piacentiniano.

Ora, se vuoi veramente dare vita al centro, devi osservare quello che succede nei borghi, e studiare la storia della città. Il centro di Bergamo Bassa non nasce come località centrale, ma lo diventa in quanto “passante” tra i borghi. Devi allargare il quadro, e la prospettiva.

Non è ignorando o soffocando i fermenti dei borghi, che porti vita in centro, ma piuttosto restituendo vita e senso di connessione al Sentierone in forma di “passante verde”, tracciato pedonale da aprire con poca fatica materiale (e molta mentale!) tra la Carrara-Gamec e Piazza Pontida, attraverso i parchi Suardi-Montelungo-Caprotti (cancelli da aprire…) fino a S.Spirito, e poi via Tasso, Sentierone e via XX Settembre.

Con questo anello pedonale tu scendi dalle mura, da Porta S.Agostino/via S.Tomaso, traversi tutto il centro e risali da S.Alessandro in Porta San Giacomo: e così integri città alta e bassa nella fruizione turistica pedonale, storico-artistica,

questo i turisti lo apprezzerebbero, e così pure i commercianti del centro e dei borghi, che per loro natura miope sono incapaci di vedere che oltre l’isola pedonale -  la tomba dello shopping – c’è l’arcipelago pedonale, e la resurrezione urbana.

Se Bergamo deve rinascere come città d’arte-turismo-cultura, è chiaro che i fermenti verranno dai borghi, dai luoghi dove ci sono artisti, gallerie, editori, sono loro che faranno crescere la città come città d’arte e cultura, proprio come secoli fa gli artigiani e le botteghe dei borghi hanno creato la città commerciale…

non serve fare la partnership con l’università di Harvard e spendere milioni in progetti di Smart City, sto parlando di aprire cancelli e portoni, sto parlando di aprire la mente della città…

forse non tutti sanno che il Sentierone  in origine si chiamava Sentierino, ed era appunto un Sentierino che collegava i borghi attraversando il grande prato di Sant’Alessandro (dove oggi sorge il centro Piacentiniano).

Aumentando il flusso, il Sentierino divenne Sentierone,  quindi si costruì la fiera, quindi il centro Piacentiniano oggi desertificato.

Ma il tracciato del Sentierino lo vedi ancora, tu guarda la mappa del 1600, e riconosci il filare d’alberi che ancora oggi corre a lato del Sentierone tra la Chiesa di San Bartolomeo e Palazzo Frizzoni: quello è il Sentierino.

Ricoperto di vecchio asfalto, orlato da brutti pannelli con brutte affissioni pubblicitarie, meriterebbe maggior cura, e una targhetta che in poche righe racconti la storia, e il senso, del Sentierino che diventò un Sentierone.

Insegniamo alle persone ad attraversare Bergamo Centro a piedi, dalla Carrara alle 5 vie, e riavremo la centralità del Sentierone.

Ma qui abbiamo architetti che vanno in America a farsi spiegare come fare marketing urbano, e poi tornano masterizzati, e per rivitalizzare il centro hanno idee brillantissime come quella di cambiare nome a Largo Bortolo Belotti, perché “è un nome che non ha appeal turistico”.

Io questi li rinchiuderei due o tre mesi al Gleno a leggere bene la Storia di Bergamo e dei Bergamaschi di Bortolo Belotti in 10 tomi e 2000 pagine, da sapere a menadito per riavere la libertà.

Il fatto è che la cultura a volte manca proprio agli uomini di potere che vorrebbero promuoverla. E alle donne, pardon.

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il manifesto artigianista

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Il “Manifesto artigianista” o “dell’artigiano indipendente” è il tema-cover de l’Osservatore Elaviano n.4, fogliettone luppolaceo fresco di stampa edito dal birrificio Elav, curato e scritto da me, Leone/Calepio Press, e disegnato dallo studio Temp.

Il  manifesto artigianista nasce da conversazioni con Antonio: la “sovversione pubblicitaria” è il tema del numero, la divinità guida del numero è il Dio degli inizi, il Giano bifronte, che qui diventa l’artiGiano bifronte – -e divinità guida e cover dei n. precedenti sono: 1) la dea madre, 2) Iside regina d’inferno, 3) Eco e Narciso - e qui il linguaggio utilizzato, sovvertito, è quello della pubblicità.

Divertiti, spazientiti, stufi di vedere grandi spot scor.. retti di vario tipo, col nonno che va in bici a prendere il luppolo, e l’altro nonno che butta il luppolo nel pentolone, si è pensato di  scherzare, fare il verso, così, secondo lo slogan “David è Goliardico”,  abbiamo giocato a esagerare, a fare 8 grandi spot elav, scegliendo come testimonial Elav i grandi personaggi storici del territorio,

Colleoni, Nullo, Paci Paciana, il Quarenghi, il Beltrami, Fra Galgario, Fra Calepio, la Monaca di Monza, personaggi assolutamente Elaviani, oltre che hollywoodiani, ognuno a suo modo,

con la pubblicazione dei ritratti “bg-bastards” in 2000 battute che da alcuni anni sto scrivendo  (alcuni già pubblicati nelle cover “bergamanent” di CTRLmagazine, altri inediti).

Ogni testimonielav, come ad esempio Francesco Nullo, è “brutalmente” associato a un valore del brand (l’indipendendenza) e a un prodotto (birra Indie). Facciamo come loro, ragioniamo da giganti, da scienziati del marketing e comunicazione.

Il poster centrale è dedicatato all’atlantelav, con tutti i pianeti e i satelliti dell’universo elav.

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Il legame con il prodotto, le birre, come sempre è di pura ispirazione (“questo testo è stato scritto bevendo questa birra”) ma qui diventa anche iper o meta-pubblicitario, in modo esibito: però la cosa assurda, esagerata, e più sovversiva, è che questo Osservatore dedicato all’auto-pubblicità, super ridondante e auto riferito, finalizzato alla mitologia del marchio, non riporta in alcuna pagina, neanche microbo, il marchio Elav!

In origine le indicazioni allo studio Temp erano esattamente opposte, mettiamo il marchio ovunque, anche nella filigrana, rendiamo il marchio assordante! Ma i geni devono aver pensato bene che il silenzio è il suono più assordante,  e facendo finta di niente mi hanno proposto un lay-out senza alcun marchio, e io facendo finta di niente  l’ho accettato, e così Antonio. Parafrasando il Croce, “non possiamo non dirci no logo”.

L’Osservatore Elaviano è reperibile gratuitamente agli eventi e nei pub Elav – a Bg: Osteria della Birra di piazza Mascheroni, città alta; o al Monastero di Astino, o alla sede del  birrificio, a Comun Nuovo.