adv bambini

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ModaChiama

sul viale del cimitero, al posto della donna dalle perle in bocca che ci invitava bassamente allo shopping selvaggio a Oriocenter, è apparso un nuovo mega-manifesto, di tono più elevato,

(e più grande, in metri quadrati, dei bilocali in cui viviamo noi comuni mortali);

da un telefono azzurro, è la moda che vi chiama, bambini, al Franciacorta Outlet Village,

un borgo agricolo ricostruito finto, tipo parco giochi per bambini, con parcheggi, parquet e telecamere,

e tutte le boutique e i negozi monomarca al posto delle stalle, dei pollai, dei fienili,

e le commesse di marca al posto dei contadini,

e la security con gli auricolari al posto del fattore col frustino;

e quello che vuole dirvi la Moda, bambine e bambini di 6-60 anni, è che voi siete le mucche, le galline, i conigli, i maiali, carne da macello, da latte, da ingrasso, capite,

la Aberdeen Asset Management, proprietaria dell’Outlet, amministra 250 miliardi di euro, e può mangiarsi interi stati africani a colazione,

perciò all’outlet troverete anche i comici di sinistra, di Zelig, di Colorado caffè, pagati per farvi divertire

e non farvi pensare cosa è davvero oggi il Made in Italy,  la punta dell’iceberg del più insostenibile e deleterio assetto sociale possibile, con la miseria di moltissimi asservita al lusso di pochissimi;

ridete, e non ascoltate le prediche  dei vetero-sociologi

(abbiamo inventato la democrazia, l’industria, il socialismo, l’informatica per ridurci a un nuovo medioevo

dove la massa schiavizzata, succube della superstizione e adoratrice di feticci – moda, calcio, lotterie – permette alla nobiltà il potere assoluto e la dissipazione vistosa del bene pubblico);

venite al’outlet, bambini, poveri e numerosi,

qui potete pagare una polo o un jeans costati 5€ in produzione fino a 20, 50, 100 volte tanto, ma pur sempre meno di quel che li paghereste nel quadrilatero della moda,

in via della Spiga, in via Montenapoleone, lì sarebbe meglio che voi non ci andaste, non sono posti per voi, sono posti per adulti,

voialtri, bambini, ascoltate il telefono azzurro, venite a giocare con i vestitini e le bambole, e portate pure qui, all’outlet, il vostro piccolo contributo al Made in Italy,

al nobile scopo di arricchire sempre più un’esigua minoranza di grandi parassiti che hanno finanziamenti record dalle banche e impiegano i loro utili record per costruire alberghi a Dubai

mentre in Italia i pensionati si suicidano a causa dell’inps, gli artigiani a causa di equitalia, i disoccupati, i precari, gli esodati a causa dell’euro,

il vero problema, bambini, è che l’eleganza e lo stile che aveva vostra nonna, che in quelle cascine dove oggi venite a fare shopping  era la matrona del focolare, voi ve la sognate;

e la grinta e il fascino che avevano vostra madre e vostro padre, quando negli anni settanta interpretavano davvero lo spirito ribelle oggi ricotto a pura immagine di moda, voi ve lo sognate;

perciò, visto che vi piace tanto sognare, bambine e bambini, e nella realtà non valete niente, venite a sognare al Franciacorta Outlet:

se invece vi svegliate, quando la moda vi chiama da Dubai o da Rodengo Saiano, ditele di andare a quel paese,

e se poi osservate la location dell’affissione (affacciata sul cimitero, forse l’unico spazio urbano rimasto senza pubblicità) capirete che è meglio non alzare proprio quella cornetta,

perché quando la Moda vi telefona promettendovi sconti del 70%,

state pur certi che poi vi passa sua sorella, la Morte

che non fa sconti.

(tratto da: seminari di decontminazione adv;  esercizi DDD  denigrazione d’assalto difensivo; Sean Blazer: “La nuova pubblicità per bambini”,

post sponsored by Just Leopardi Baby, competitor di Just Cavalli nel jeans maculato,

 pubblicato su licenza Leopardi Moon Fashion Group by Calepio Press )

 

 

memorie di un vetero patentato 2

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> piccoli gruppi vegetali, un albero, tre arbusti, due cespugli,

che resistono per anni, tra un parcheggio e uno svincolo,

come stati cuscinetto, nella terra di nessuno, e tirano avanti insieme,

come una famiglia, anno dopo anno, inverno dopo inverno,

cercando di non farsi notare, e sono pazienti, tolleranti con uomini e animali,

che a volte li usano come privè, e anche come latrina pubblica;

> certe donne che vedi per strada le quali senza nemmeno guardarti

ti bucano carrozzeria e cristalli camminando come donne di strada,

che sono capitate sulla tua strada, per essere tue nella prossima mezz’ora,

che comincia subito, con un’inchiodata, e una sorta di panico,

perché non sei stato tu a schiacciare il pedale, non è stato il tuo piede:

è stata la bestia che hai dentro, emersa prepotente dal subconscio;

> a un certo punto, con gli anni Novanta, le auto più brutte, più povere, banali,

sono diventate desiderabili, sobrie, eleganti, quasi obbligatorie, silenziose, leggere,

discrete, come il mondo intorno, le nuove architetture, l’alluminio,

e l’amico alfista fedele ti sfotte facile, l’unica materia grigia che hai, ti dice,

è l’audi; oppure: hai l’audi, ma non sei audace;

> giornate impaginate dalla teoria infinita del guard rail autostradale,

cinquecento, ottocento chilometri in un giorno, andata e ritorno,

la Cisa, l’autostrada dei fiori, la Serravalle Scrivia, il Brennero,

i Pavesini, gli oleandri, i lavori in corso a Barberino del Mugello,

giornate intere al volante, ascoltando la radio, facendo telefonate,

fino al punto d’arrivo, il tuo unico contatto umano diretto,

il grugnito-assenso del casellante, quando non c’era il telepass;

> certe strade che hai vissuto a fondo, consumando l’asfalto,

andavi da lei a ogni ora, conoscevi ogni tombino,

era un itinerario viscerale e teologico, dell’amante verso l’amata,

e improvissamente un giorno ti è diventato estraneo, nemico,

un percorso che poi hai evitato per anni, fino a non riconoscerlo più;

> notti d’insonnia, girandoti nel letto, guardando la luna,

e poi tirar giù i piedi dal letto, infilare una tuta, le scarpe, un giaccone,

e infilarsi nella propria macchina come un ladro che la stia rubando,

e lasciar guidare il pilota automatico che hai incorporato,

e un’unica frase in testa, una risposta: “non riuscivo  dormire”;

> tramonto grigio d’autunno con pioggerellina sporca e fondo viscido,

e i pensieri che slittano in direzioni impreviste, il k-way, l’inps, le Metzeler,

tua suocera in ospedale, le nuove Volvo con i lavatergifari elettrici,

e alla fine quando parcheggi un flashback del Liceo, la vecchia prof di lettere,

che aprendo il registro ripeteva: si sta come d’inverno sugli alberi, le foglie;

fine seconda puntata, tratto da “Andare in giro in macchina è sempre stata la mia unica attività intellettuale” by Leone Belotti per BaDante/CalepioPress 2013; immagine by Virgilio Fidanzahttp://www.virgiliofidanza.it/

the male code – cap2

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MD2SMadre

The male code  (screenplay for Christian Bale) copyright 2013 Calepio Press by Leone Belotti – da un’idea di Gian Franco Bortolotti

cap 2  – la scheda madre  – Detroit, 1976.

«Io non ti pesterò mai, Paki»

«Ti credo, peso il doppio di te»

E’ la risposta che Christian si aspettava. Sono le otto del mattino, stanno andando a scuola.

Come tutte le coppie di amici  tra la pubertà e l’adolescenza, quando camminano insieme, fianco a fianco, hanno qualcosa di comico, che fa quasi tenerezza.

Christian è di costituzione gracile, pallido, delicato, e quasi effeminato, non fosse per quel naso da pugile, o da attore brutto ma sexy come gli ha detto Mary Ann.

Paky sovrappeso, stazzato, la faccia rotonda, i capelli increspati,  il sedere enorme, le mani tozze.

Apparentemente sono due adolescenti come gli altri, che passano i pomeriggi sfidandosi a videogiochi e facendosi forza a vicenda, convincendosi di far parte di una categoria superiore.

Ma sono tre volte più intelligenti della media, e nessuno gliel’ha ancora detto. I loro dialoghi sono farciti di insulti razzisti e sessisti come quelli dei loro compagni di scuola, e anche più feroci.

In realtà sono due intelligenze precoci che si sfidano in partite di tennis verbale, che a volte degenerano in incontri di pugilato psicologico, ma che per tacito accordo non potranno mai degenerare nello scontro fisico.

«Lo sappiamo entrambi Paki, fra tre anni io sarò un superman wasp più alto di te, mentre tu sarai ancora un botolo di cacca molle indù: quello che volevo dire è che nemmeno allora ti pesterò»

«Molto nobile da parte tua, amico mio»

«Sinceramente, Paki, apprezzo molto il fatto di poterti dire oggi qualsiasi cosa nella certezza che tu non approfitterai mai della tua enorme stazza per pestarmi in virtù della tua indole pacifista orientale del cazzo!»

Christian sorride. Gli è piaciuto il finale di frase. Paki è all’angolo, il punto è suo, è chiaro.

Ma improvvisamente Paki torna al centro del ring:

«Quello che hai appena detto mi fa venire in mente una storia che mi ha raccontato mio nonno che casca a fagiolo»

«Falla breve venditore di tappeti, e lascia perdere le scoregge di tuo nonno mangia-fagioli»

«Per farla breve, amico mio, la storia è questa: un grande maestro sufi dopo aver passato tutta la vita a predicare l’amore universale a chiunque, anche agli insetti e alle piante, avendo cura di non fare mai del male a nessuno, nemmeno agli insetti e alle piante, a un certo punto, senza una ragione, pesta a morte il suo migliore amico.

E  vuoi sapere cosa risponde all’amico che in punto di morte gli chiede perché l’ha fatto?»

Christian vorrebbe dire “dai dimmelo”, ma si trattiene, fedele allo slogan  il controllo è tutto che contrassegna i loro pomeriggi alla consolle dei videogiochi.

Aspetta che Paki si spazientisca.

Ma Paky aspetta sereno.

Con voce annoiata, Christian dice: «Con un piccolo sforzo potrei immaginare almeno una dozzina di risposte, probabilmente più profonde o argute della tua storiella di merda sufi, ma dal momento che stai smaniando per dirmelo, e gratificarti mi costa meno sforzo che umiliarti, sarò condiscendente, lo voglio sapere:

cosa risponde il maestro di seghe sufi all’amico pestato e morente?»

«Sei convinto? E’ la tua decisione finale? Accendiamo la risposta?»

«Si, figa d’una vacca sacra!»

Con un’agilità che Christian non si sarebbe aspettato, Paki gli si pianta davanti, e gli punta il suo enorme e tozzo indice tra naso e occhi.

«Allora devo prima pestarti a morte, amico mio, altrimenti non capiresti»

Christian sente il polpastrello di Paki che gli sfiora il setto nasale esattamente là dove è stato spezzato, mentre l’unghia, larga e spessa, arriva a toccargli la prima peluria delle sopracciglia.

Paki ritrae il dito e ride di gusto, in quel suo modo unico, che Christian definisce “tragicamente ridicolo”.

«Fai schifo, ma il punto è tuo» ammette Christian,  e ride, ed è divertito.

Però in fondo ai nervi, dal dito di Paki è scaturito il ricordo del pugno, e la faccia di suo padre, e con la faccia di suo padre le frasi di sua madre,

la mia disgrazia è stata innamorarmi di tuo padre,

frasi che lei gli ripete spesso, senza motivo, come se volesse sintetizzargli, e inculcargli, qualcosa di troppo complesso, va sempre a finire con un  vuoi bene alla tua mamma?

Lui a volte risponde: si. Altre volte: no.

Allora lei dice: se non fossi tua madre dubiterei che sei mio figlio.

E sempre, quando lei dice così, e lo dice spesso, lui pensa a Jenny Mc Bride, la sua “seconda mamma”.

La mamma di Mary Ann, a differenza di sua mamma, non gli ha mai chiesto vuoi bene alla tua seconda mamma?

Invece, lo ha sempre abbracciato, sbaciucchiato, accarezzato, ogni giorno, facendolo sentire avvolto da un morbido calore.

Quelle poche volte che sua mamma lo tocca, lo abbraccia o lo bacia lui sente solo un fascio di nervi rigidi, freddi.

Nonostante (o forse proprio per questo) sua madre, e padre Jacob, e un sacco di gente, nelle loro vite assurde, non facciano che parlare di voler bene, Christian non saprebbe dire cosa voglia dire volere bene a qualcuno,

e quella volta che la vecchia professoressa Gonzalez ha dato un tema del genere, lui ha consegnato il foglio in bianco.

Anche la signora Mc Bride a volte parla di voler bene.

Ma la sua frase è: solo gli amici ti vogliono bene davvero.

Christian guarda lo strano essere umano che cammina al suo fianco.

Paki lo stupisce, oltre a fargli davvero un po’ schifo.

Ma di fatto è l’unica persona a cui dice ciò che gli passa davvero in testa, e con gioia, per gioco.

«Posto che sono in punto di morte per il tuo pestaggio, Paki,  con le mie ultime parole ti confesso che quando non ti conoscevo mi facevi schifo a pelle, ma poi conoscendoti mi sono abituato e non mi fai più schifo a pelle, a parte quando puzzi, cioè sempre.

La tragedia è che più ti conosco, più mi intendo con te, e più mi fai schifo nel profondo, come persona»

«Lo so amico mio, ma ognuno ha i suoi dispiaceri.

Pensa a me, che ti ho sempre ammirato fin da quando non ci conoscevamo e avevi ancora il tuo bel nasino e adesso che hai il naso che sembra il timone di un peschereccio in avaria ti venero e ti adoro come il mio unico e vero amico!»

«Mi fai vomitare, Paky. Spero proprio che la signorina Lewis non  abbia la brillante idea di farci fare il solito tema dal titolo “il mio miglior amico”».

* * *

Il titolo del tema è: “Il momento del pranzo nella tua famiglia”.

Quando mancano dieci minuti alla fine dell’ora, passando tra i banchi, la signorina Lewis, la supplente di lettere, si accorge che il foglio di Christian è ancora immacolato.

«Qual è il problema oggi Christian?»

«Il problema è semplice, signorina Lewis, ma purtroppo è insolubile»

«Spiegati meglio, Christian»

«Questo non è un tema di fantasia, giusto? »

«Esatto Christian, è un tema-verità»

«Il problema è proprio questo. Il momento del pranzo, in verità, nella mia famiglia non esiste»

La signorina Lewis sorride.

Ha gli occhiali e i capelli raccolti a coda di cavallo.

Le gambe sono magrissime, ma non si capisce come siano i fianchi e il seno, perché indossa sempre maglioni enormi.

Ma ha una bocca gigantesca, con delle labbra rosse e carnose.

A Christian fa venire in mente una fotografia che ha visto di nascosto su un giornaletto pornografico.

«Allora farai così, Christian: come inizio del tema scrivi esattamente quello che mi hai appena detto, e poi cerchi di spiegarlo»

Mentre parla, Christian immagina di infilarle il pene in bocca, e ha un’erezione istantanea, incontenibile.

Allora, per disinnescarla, usa la nuova tecnica che gli ha suggerito Paki: immagina il viso della signorina Lewis nella bara, morta, con i vermi che le escono dal naso, come in un film horror.

«Non avere paura. Scrivi la verità»

«D’accordo» risponde Christian, e si tuffa nella pagina iniziando a riempirla rapidamente, senza mai fermarsi.

“Il momento del pranzo nella mia famiglia non esiste per una serie di motivi.

Per cominciare bisogna sapere che mia madre non sa cucinare. Compra solo cibi pronti o scatole di surgelati. Mio padre mangia hamburger quasi crudi, appena scottati.

A causa dei turni in fabbrica, ognuno mangia sempre da solo, sul tavolino davanti alla televisione. Io preferisco mangiare al tavolo, con la tovaglia, i piatti e il bicchiere, anche se il mio piatto preferito, che preparo personalmente, è l’uovo nel portauovo.

La mattina invece mi preparo un the inglese usando un’apposita teiera, anche se questo richiede tempo.

Purtroppo non posso bere latte per problemi di dissenteria originati dalla gastroenterite che mi ha colpito all’età di due anni portandomi in punto di morte.

Secondo la signora Mc Bride, la causa del problema è stato il seno piccolo di mia madre, che invece di allattarmi nello svezzamento mi ha nutrito con latte in polvere.

Recentemente ho sentito al telegiornale che questo latte in polvere sta causando la morte di molti bambini in Africa e la food&drug administration ha deciso di proibirlo nel territorio degli Stati Uniti”

Il suono della campanella lo prende alla sprovvista e interrompe la sua scrittura di getto.

Alza gli occhi, e il suo sguardo incrocia quello dell’insegnante.

Velocemente, mentre i suoi compagni già si alzano, aggiunge:

“Nel momento del pranzo, si vede se una famiglia esiste, o se sono soltanto persone che usano lo stesso frigorifero, come nel mio caso”.

Nel consegnarle il tema, Christian dice allegramente: «Mi è venuta fame!».

La signorina Lewis lo delizia di un enorme sorriso.

Per la prima volta da quando frequenta la scuola, prova qualcosa di simile alla felicità.

Il giorno dopo attende con ansia l’ora di lettere.

Si è preparato sulla lezione del giorno e vuole fare delle domande.

Ma la signorina Lewis entra in aula con addosso un’espressione funebre e per prima cosa annuncia alla classe che padre Jacob, che è anche preside della scuola, ha deciso di non confermare il suo incarico di supplente, e pertanto quella che sta per iniziare è la sua ultima lezione alla scuola di St.Paul.

Quindi va alla lavagna e inizia a riempirla di nomi di scrittori e titoli di libri.

Sono i libri che lei consiglia ai ragazzi di leggere.

Christian passa tutta l’ora a spiarla.

All’uscita della scuola la insegue, tenendosi a distanza.

Dopo due isolati,  si fa coraggio,  la raggiunge e le dice: «Signorina Lewis, voglio dirle che mi dispiace non averla più come insegnante».

Solo dopo aver parlato si accorge che lei, dietro gli occhiali da sole, ha gli occhi umidi.

Ma subito gli sorride: «Il tuo tema fatto in dieci minuti era bellissimo. Da dieci!»

«Non l’avrei mai fatto senza il suo consiglio. Avrei consegnato in bianco, e avrei preso la solita nota, con relative sberle a casa!»

Si pente subito di aver parlato troppo.

Lei ora lo guarda, e sta pensando qualcosa.

«Come te lo sei rotto il naso?» gli chiede.

Christian alza le spalle.

E’ una domanda che gli fanno spesso, e ha la risposta pronta:

«Ho fatto a pugni con uno più grande di me»

Ma la signorina Lewis non gli crede, Christian lo percepisce chiaramente da come lo fissa mordendosi le labbra.

Poi le sue grandi labbra tornano a sorridere:

«Ti piacerebbe un giorno venire a pranzo da me? Un vero pranzo?»

«Moltissimo!»

«Bene! Ti aspetto martedì… no, mercoledì della settimana prossima, dopo la scuola, va bene?»

«Benissimo!»

Rapidamente gli dà l’indirizzo e il numero di telefono.

«Te lo ricorderai?»

Christian strizza gli occhi e annuisce.

«Posso ricordare senza sforzo fino a cento numeri di telefono, e attualmente ne ho in memoria soltanto venticinque»

«E allora come fai a sapere di poterne ricordare cento?»

«Ho fatto delle prove con una pagina dell’elenco del telefono.

Per un intero pomeriggio ho continuato a leggere e ripetere i primi 100 numeri. Dopo una settimana ricordavo esattamente i 100 numeri. Poi dimenticarli è stato più difficile»

«Sei un ragazzo speciale, Christian Code.

Ho letto la tua scheda didattica. Mercoledì te ne parlerò. Ora devo scappare, ma prima dimmi una cosa: posso fidarmi di te? Sei capace di tenere i segreti?»

«Si, ho un mio metodo»

Dice delle cose incredibilmente buffe, questo ragazzino.

Ha la capacità di farla ridere. Ellie Lewis, l’insopportabile e complessata studiosa con un corpo da pin-up che decine di ragazzi hanno corteggiato fino all’esaurimento, lo trova delizioso.

Con quel naso da pugile su un viso effeminato.

«Siamo amici noi due?»

Christian scuote la testa su e giù.

«Allora dimmi ciao»

«Ciao!»

«Dimmi: ciao Ellie!»

«Ciao Ellie!»

* * *

«Perché no?» chiede Paki.

E’ mercoledì, sono appena usciti da scuola.

«Perché ho altro da fare» risponde Christian.

«E cos’hai di meglio da fare che venire con me a partecipare ai test di prova  del joystick Atari?

Sai quante cartoline ho dovuto mandare per essere selezionato? E posso portare un amico»

«Devo andare a scoparmi tua sorella, se proprio vuoi saperlo»

«Vaffanculo, stronzo d’un irlandese mangiapatate!»

«Vaffanculo tu, ciccione del cazzo al curry!»

Camminano in silenzio solo per pochi passi.

Poi Paki dice: «Facciamo un patto: tu mi dici dove zocca devi andare oggi, e  domani io ti dico tutto del joystick»

«Questo è un ricatto, Paki, è indegno di te. Faccio finta di non aver sentito.

Hai ancora due isolati e undici minuti per dirmi cos’è questa stronzata del joystick, che del resto non mi interessa granché, poi tu andrai a casa tua, e io per i fatti miei»

«Ti dico che è una rivoluzione, amico mio.

Cambierà la tua vita, il tuo modo di giocare ai videogiochi, e anche il tuo modo di farti le seghe»

«Spiegati, e possibilmente con chiarezza»

«Ok. Prova a pensare a quando tieni in mano il tuo adorato cazzo»

«Si»

«Bravo, lascia perdere il comando dell’eject. Hai presente la sensibilità direzionale? Puoi farlo roteare in ogni direzione, come una contraerea montata su un perno girevole, ok?

Se sbuca una pollastrella a ore 11, o  a ore 4, non hai alcun problema a puntarla direttamente, non hai bisogno delle coordinate per innaffiarla di sperma. Ci sei?»

«Si»

«Bene, il nuovo joystick funziona esattamente come il tuo cazzo.

E’ finita l’era dei quattro pulsanti con movimento rigido ortogonale su-giù e destra-sinistra, che ti costringe a fare movimenti a scalino quando vuoi fare un movimento diagonale.

Riesci a capire cosa significhi?»

«Sì, Paki, lo capisco benissimo, significa che tu puoi cominciare a masturbarti con schizzo nord-ovest seguendo il tramonto mentre io vado a scoparmi tua sorella fino all’alba con rotta a 90 gradi nel culo»

«Bravo. Riderai un po’ meno quando io tra qualche mese, dopo opportune modifiche, mi scoperò a distanza la tua immacolata Mary Ann telecomandando il suo vibratore con il mio grosso uccello-joystick»

Christian si ferma. Paki fa ancora due passi, poi si gira a guardare l’amico:

«Beh? Cosa fai lì impalato, una nuova iniziativa immobiliare?»

«Paki, te l’ho già detto, e te lo ripeto: lascia stare Mary Ann, lei non c’entra con le nostre stronzate, per me è come fosse una sorella»

«E mia sorella, allora? Lei è davvero mia sorella!»

«Hai ragione, scusami Paki, non dirò più niente di schifoso su tua sorella»

«A volte sembri quasi umano»

Poco dopo, serissimo, Christian dice: «Non farti ingannare dalle apparenze. A proposito, come sta quella vacca di tua madre?»

Costernato, Paki risponde:

«Beh, sai, ci è rimasta parecchio male ieri sera quando tornando a casa ha beccato mio padre che si faceva succhiare l’uccello dal tuo»

Ridono di gusto, si scambiano il cinque.

«Ok Paki, il punto è tuo. Ora ti restano quattro minuti per dirmi perché il nuovo joystick dovrebbe cambiare il mio modo di farmi le seghe»

«Te lo spiego subito, amico mio. Facciamo un esempio concreto:

la signorina Lewis. Sai cosa ho pensato ultimamente guardando la bocca della signorina Lewis?»

«Posso immaginarlo Paki, tutta la scuola non pensa ad altro»

«Io immaginavo qualcosa di più sofisticato.

Una sorta di guanto in lattice, come un preservativo, ma ricoperto di sensori elettrici che emettono piccole scariche a voltaggio variabile.

Ora immagina che tutti noi maschi della classe, ognuno al proprio banco, indossiamo questo guanto, con i cavetti elettrici che ci escono dalla patta e corrono sul pavimento fino alla cattedra dove sono collegati al nuovo Joystick.

Credi che la signorina Lewis sarebbe capace di fare un pompino al joystick, infilarselo fino in gola facendoci godere in trenta senza muoversi dalla cattedra?»

«Niente male, Paki! Una cosa del genere potrebbe risolvere molti problemi nell’economia del pompino su scala mondiale. E come chiamerai la tua compagnia? Paki Industrial Cumshot?»

«Non temere, non ti lascio fuori, la chiameremo Paki&Christian electronic sucks.

Aumentando il voltaggio, potrebbe anche funzionare come alternativa alla sedia elettrica, almeno creperesti godendo come mai ti è successo in vita»

«Si Paky, e i condannati gay rei confessi come te potrebbero sempre optare per un vibratore da 2000 volt nel culo!»

«Vedi Christian che le idee non ti mancano, quando accetti la tua omosessualità?

Come fai a essere così sicuro di non essere gay? Per me sei gay. Tu ancora non lo sai, ma sei gay»

«Può darsi, ma non sarà certo un gay color merda come te a convertimi.

E siccome tra quaranta metri le nostre strade si divideranno, ti confido un segreto: sto giusto andando dalla signorina Lewis a chiederle se mi aiuta a consolidare la mia identità sessuale facendosi sbattere a orgasmo multiplo fino a prendere fuoco per autocombustione vaginale.

Spero che abbia un estintore in camera da letto»

«E’ questo che mi piace di te Robert Code, che sei un grande sognatore»

«L’hai detto, sottospecie di buddha per turisti. Ti saluto Paky, ci vediamo domani»

* * *

«Ciao Christian»

«Ciao Ellie»

Christian si sforza di guardarla in faccia, ma i suoi occhi volano sul suo corpo: la signorina Lewis è irriconoscibile.

Senza occhiali, con i lunghi capelli neri sciolti, con ai piedi degli zoccoli alti, una t-shirt aderente e i jeans stretti è un’altra donna.

Una superdonna. Una bomba.

Ha delle tette enormi, pensa Christian, più grandi di quelle di Jenny.

«Hai fame?»

«Non tanto»

«Nemmeno io. Allora parliamo un po’, vieni»

Lo prende per mano e lo porta in camera da letto.

«Ti va di sdraiarci un po’ sul letto a chiacchierare?»

Christian è sconvolto, ma riesce a dire: «Si, mi va»

«Togliti le scarpe»

«Ok»

Si siede sul letto e si slaccia le stringhe. Deve togliersi anche i calzini? Si china più che può per sentire se gli puzzano i piedi.

Nell’aria c’è uno strano odore, che ha già sentito da qualche parte.

Poi vede sul comodino il posacenere con lo spinello fumato a metà e capisce. Marijuana.

Ecco perché lei parla così lentamente e ha gli occhi socchiusi.

«Togliti anche i pantaloni, starai più comodo. Li tolgo anch’io»

Lei è in piedi proprio davanti a lui. Lo spazio tra il letto e l’armadio non è molto.

Davanti al suo naso, lei si slaccia i jeans e si sfila la t-shirt.

Non indossa il reggiseno!

Le areole sono chiare, grandi come cialde, i capezzoli turgidi, rossi.

Christian ha un’erezione furibonda.

«Ma…ho paura che…»

«Non avere paura, non c’è niente di cui ti devi vergognare»

Gli prende le mani e se le porta sui seni.

Christian viene di getto, nei pantaloni che non ha ancora tolto.

«Io…»

«Shhh, non c’è nessun problema, è normalissmo»

Gli slaccia la cintura e gli sfila le mutande insieme ai pantaloni, poi gli toglie la maglietta e dolcemente lo sospinge sul letto.

«Chiudi gli occhi, rilassati, distendi le braccia»

Christian finge di chiudere gli occhi, ma si limita a socchiuderli.

Il suo pene adesso è floscio e bagnato.

Non ha la minima di cosa stia per accadere.

Quando la gigantesca bocca della signorina Lewis ingoia in un colpo solo tutto il suo apparato genitale, pene e testicoli, spaventato, fa per sollevarsi, ma lei gli mette una mano sul petto.

Christian vede che lei con l’altra mano si tocca tra le gambe.

Ora la sua bocca si muove su e giù, lentamente, e Christian si accorge di avere una nuova erezione.

Poi lei accelera il movimento, e Christian viene per la seconda volta, e per la prima volta in vita sua prova quella scossa che corre in un lampo dai testicoli al cervelletto per  scaricarsi in ogni singola cellula del corpo con un piacere totale.

Ora che l’ha provato, capisce che l’orgasmo maschile è qualcosa di completamente diverso, per forza e intensità, dal semplice eiaculare.

Non si è mai sentito così bene in vita sua.

Gli sembra di essere stato scaraventato altissimo in un cielo rovente, per poi ricadere profondissimo in un mare di freschezza.

Le palpebre gli si chiudono, l’ondata di sonno gli penetra nelle viscere, e anche questo è un piacere per lui nuovo.

Quando riapre gli occhi non saprebbe dire se è passato un minuto, un’ora o un secolo.

Lei è lì, sdraiata sul fianco sinistro, nuda, completamente nuda.

Sta fumando il suo spinello e lo guarda con occhio divertito.

«Come stai giovane stallone?»

«Da Dio!» risponde Christian.

Come ipnotizzato, non riesce a staccare gli occhi dal pube di lei interamente ricoperto da un enorme cespo di peli nerissimi, fitti, lunghi come capelli.

Lei solleva la gamba destra dritta verso il soffitto e per la prima volta in via sua Christian vede dal vivo quella che Paki chiama “la miniera d’oro che si apre nella foresta”.

Christian è di nuovo eccitato. Lei sorride.

Si infila due dita in bocca, poi le infila tra le gambe, e infine gli monta sopra.

Christian percepisce distintamente il mistero umido, caldo e palpitante che gli avvolge il pene.

Fa in tempo a pensare sto scopando, e subito viene, giusto un istante prima che lei arrivi a fondo corsa.

Spalanca gli occhi, sente le sue grandi labbra che aderiscono al suo inguine.

Ho scopato pensa, ma non ha provato niente di paragonabile al piacere sperimentato prima, quasi non si è nemmeno accorto di venire, un semplice fatto idraulico, come pisciarsi addosso.

Quasi spaventato, ora si rende conto di aver perso la percezione del proprio pene, non  saprebbe nemmeno dire se è ancora turgido, o se si è sciolto dentro di lei.

Evidentemente la sua faccia tradisce le sue paure, perché lei gli sussurra dolcemente:

«Va tutto bene, Christian, non avere paura».

Christian immagina che adesso lei si staccherà da lui, e andrà in bagno a lavarsi.

Nei film è questo che accade dopo che due hanno scopato.

Invece lei resta incollata a lui, e inizia a muoversi in un modo nuovo,  piano, gli si struscia addosso, come facendo attenzione a non farsi sgusciare fuori il suo pene.

Gli prende le mani, se le porta prima sui seni, poi sulle natiche.

«Stringimi»

Questo è fantastico. Le mani dalle dita affusolate di Christian corrono deliziate in quel fantastico campo giochi che comprende i fianchi, le natiche, le cosce e la magica fenditura ano-vagina.

«Ti piace?»

«Moltissimo»

Poco per volta, lei ricomincia a muoversi su-giù, staccandosi leggermente dal suo pube per poi pressarlo nuovamente,

e Christian, con le mani incollate alle sue natiche, capisce che deve assecondare i suoi movimenti attirandola a sé.

Ora vede che il suo pene è di nuovo turgido, i movimenti di lei si fanno sempre più rapidi,

e con stupore sente che lei ad ogni movimento produce una specie di profondo mugolìo che le sale dalla gola, come un rantolo.

Adesso sto davvero scopando

. Lei è ritta su di lui, la testa rovesciata all’indietro.

Poi si china su di lui, con le mani si aggrappa alla testiera del letto.

I suoi seni sono gonfi, le areole, che prima erano chiare e distese,  ora sono rosse, come rattrappite, i capezzoli grossi come ditali.

«Succhiami i capezzoli, Christian»

Lui si incolla come una ventosa, lei lo lascia succhiare un po’, poi si ritrae, e gli offre l’altro seno, lui capisce, e inizia a succhiare alternativamente ora un seno ora l’altro, sempre più forte.

Improvvisamente lei emette un grido acuto.

Poi un altro, più basso e lungo, come il guaito di un cane, e un altro ancora.

Con voce rauca, che sembra un rantolo, dice:

«Vieni Christian, vieni anche tu».

Gli stringe la testa tra le mani e gli infila la lingua in bocca.

La sua spinta pelvica diventa furiosa. Il letto cigola.

Gli bacia il naso, il mento, la gola, gli occhi, gli lecca tutta la faccia come una cagna.

Gli porta una mano sulla gola, con il medio gli preme la carotide, con il pollice il pomo d’Adamo, su e giù, premendo sempre più forte.

Questa volta Christian sente partire la scossa dalla punta dei piedi, le gambe si contraggono, il bacino sembra esplodere e per un istante lunghissimo prova una sensazione incredibile, concentrata sul pene,

una specie di solletico crescente, sempre più piacevole, fino a diventare insopportabile, proprio come il solletico, tutto il suo corpo è contratto in preda a un unico crampo,

e allora vorrebbe fermarsi, fermarla, uscire da lei,

ma lei glielo impedisce, lo domina, lo sovrasta, lo tiene fermo  inchiodandogli i polsi al letto,

e spinge, spinge sempre più forte, come un martello che lui non può fermare, come il pugno di suo padre,

e Christian sente arrivare il panico.

Si mette a urlare.

Lei sorride, e finalmente smette.

* * *

«Avevi ragione, Paky»

«Su cosa, amico mio?»

«Penso proprio di essere gay»

«Ah si? E’ questo che hai fatto ieri? Sei andato a prenderlo nel culo da un negro con tre gambe? E ti è piaciuto da morire!»

«Non proprio. Come ti ho già detto, sono andato dalla signorina Lewis, ma più che andato sono venuto,  sono venuto quattro volte in meno di un’ora, due in bocca, e due in sorca, e ho provato quattro tipi di orgasmo completamente diversi, tre dei quali assolutamente nuovi»

«Racconta»

«Uno, che conosciamo già, l’orgasmo da eiaculazione precoce, identico a una qualsiasi sega veloce, quelle che ti fai anche sovrappensiero, mentre pensi ad altro: capisci cosa intendo?»

«Perfettamente, amico mio. Ti ho mai detto di quando mi faccio una sega mentre faccio i compiti di matematica, con un occhio alla partita in tv?»

«Non mi interrompere, segaiolo. Mi fai perdere il filo della sborrata»

«Ok, sentiamo questi orgasmi inediti»

«Due, ancora un orgasmo da eiaculazione precoce, ma di tipo diverso, inconsapevole, senza alcuna sensazione di piacere, senza nemmeno sapere se il cazzo è duro o molle, sperduto nella figa gigante, una roba orribile, come pisciarsi addosso, dovresti saperne qualcosa»

«Una specie di polluzione a mente serena?»

«Esatto Paki, un fatto puramente idraulico, quasi fastidioso»

«E questo fatto idraulico quasi fastidioso ti è successo nella figa della signorina Lewis?»

«Te lo sto dicendo»

«Se quello che dici è vero, amico mio, temo proprio che tu sia gay»

«Aspetta, Paki. Orgasmo numero tre: la fine del mondo. La scheda madre. Un elettroshock che ti rivolta tutto il corpo.

Un’estasi, e poi ti addormenti a piombo, come Dio dopo aver creato il mondo, un piacere sublime.

Mi rendo conto che non puoi capire, e mi chiedo se proverai mai qualcosa del genere nella tua vita, sfigato come sei»

«Non so, da come l’hai descritto, mi ricorda il piacere anale di certe cagate giganti che faccio dopo il mal di pancia.

Sei sicuro che la signorina Lewis non avesse i baffi e una grossa nerchia infilata nel tuo culo, quando hai provato questa estasi sublime?»

«Ti dico che non sono sicuro di niente, dopo aver provato l’orgasmo numero quattro. Uno shock. Pensavo di crepare.

Un piacere talmente forte che si trasforma in una specie di crampo gigante, diventando insopportabile, come una tortura, una violenza.

Una situazione assurda.

Tu non ce la fai più, ma lei continua a pompare, e ti sembra di scoppiare. Ti giuro.

Pensavo che mi scoppiasse il cuore.

E non potevo fare niente, lei mi teneva bloccato, la sua faccia mi sembrava quella di un mostro preistorico, pensavo volesse ammazzarmi come fanno i cani con i gatti, sbattendomi di qua e di là sempre più forte.

Parlo sul serio Paki. E non so cosa pensare. Ho dormito un cazzo, nonostante le quattro sborrate.

Non credo che tornerò a trovarla. Non so se puoi capire.

Anzi, sono certo che non mi puoi capire, e questo dialogo è completamente inutile»

Paki invece capisce.

Non solo è intelligente, malizioso e furbo, ma anche sensibile.

Capisce che Christian è davvero scioccato, non sta scherzando, non sta raccontando le solite balle.

«Per questo pensi di essere gay, amico mio? Io non credo. La tua scheda madre non c’entra. Ti conosco troppo bene, la tua scheda madre è uguale alla mia, hai la figa stampata in testa come un imprintig indelebile. Non è questo il problema»

«E quale sarebbe allora?»

«Semplicemente, hai subito una violenza sessuale»

* * *

Fine secondo capitolo – PROXIMA PUBLICATIO – MART 16 ApRIL

INDEX

parte prima

1 – il codice sorgente                       Detroit, 1974.

2  – la scheda madre                        Detroit, 1976.

3 – la periferica di controllo            Detroit, 1978.

4  – il sistema operativo                   New York, 1980.

5  – la relazione in copyright           Boston, 1982

6  – la scheda di memoria                Detroit, 1984

parte seconda

7  – la donna software                      Sylicon Valley, 1986

8  – la donna telefonia mobile          NY-London, 1988

9  – la donna pixel                             NY-Paris, 1990

10  – il maschio hacker                     Los Angeles, 1992

11 – il dominio del maschio web     Mosca, 1994

12  – il maschio server                     NY-Bejing  1996

imago: -TABIDAN- Aracno 2013-Stampa su legno 2.5m x 2.5 m 

 by PMT+Lughì

http://ordinearcano.tumblr.com/

 

la conversazione è morta

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fiume fabbrica 2 copia

(Guy Debord, Internazionale Situazionista, commentari alla SdS, 1988, par.X, dove il maestro prefigura l’esito del web quando ancora non esisteva) 

Nel realizzare la distruzione della logica, in base ai suoi interessi fondamentali, il nuovo sistema di dominio si è servito di vari mezzi che si sono sempre sostenuti l’un l’altro.

Molti di questi riguardano la strumentazione tecnica che lo spettacolo ha sperimentato e reso popo­lare, ma alcuni sono legati piuttosto alla psicologia di massa della sottomissione.

A livello tecnico quando l’immagine costruita e scelta da qualcun altro diventa il principale rapporto dell’indi­viduo con quel mondo che prima, dovunque andasse, guardava da sé, allora è innegabile che l’immagine reg­gerà tutto,

perché all’interno di una stessa immagine si può giustapporre senza contraddizione qualunque cosa.

Il flusso delle immagini trascina tutto con sé ed è sem­pre qualcun altro che governa a suo piacimento questo riassunto semplificato del mondo, scegliendo dove indi­rizzare la corrente e anche il ritmo di ciò che dovrà mani­festarsi, come perpetua sorpresa arbitraria, non volendo lasciare tempo alla riflessione, prescindendo del tutto da ciò che lo spettatore può capire o pensare.

In que­sta esperienza concreta della permanente sudditanza va individuata la radice psicologica dell’adesione così gene­rale a ciò che è lì in quel momento, riconoscendogli ipso facto un valore sufficiente.

Il discorso spettacolare tace evidentemente non solo su quanto è segreto, ma anche su ciò che non gli conviene, per questo motivo ciò che mostra è sempre avulso dal contesto, dal passato, dalle intenzioni e dalle conseguenze, quindi è completamente illogico.

Poiché nessuno lo può contraddire, lo spettaco­lo ha il diritto di contraddire se stesso e di correggere il proprio passato.

I suoi servitori, quando devono far co­noscere una versione nuova, ancora più falsa, magari, di alcuni avvenimenti, correggono l’ignoranza e le interpre­tazioni scorrette attribuite al loro pubblico con atteggia­mento sprezzante,

quando proprio loro il giorno prima si erano affrettati a diffondere quell’errore con la solita sicumera.

In tal modo l’insegnamento dello spettacolo e l’ignoranza degli spettatori sono ritenuti, indebitamente, antagonisti, quando in realtà derivano l’uno dall’altro.

Il linguaggio binario del computer è anch’esso un’incita­zione irresistibile ad accettare in ogni momento, senza alcuna riserva, ciò che è stato programmato così come ha voluto qualcun altro ma che viene fatto passare come l’origine atemporale di una logica superiore, imparziale e totale.

Non sorprende quindi che fin dall’infanzia gli scolari vengano iniziati facilmente e con entusiasmo al Sapere Assoluto dell’informatica, mentre ignorano sempre più la lettura che esige un vero giudizio a ogni riga, e che è anche la sola che può dare accesso alla vasta esperienza umana anti-spettacolare.

Perché la conversazione è morta e ben presto lo saranno anche molti che sapevano parlare.

Guy Debord, Commentari alla società dello spettacolo, 1988, par.X;

edito da Fausto Lupetti Editore

http://www.faustolupettieditore.it/catalogo.asp?id=206) 

imago by Virgilio Fidanza per FaustoLupetti/CalepioPress

http://www.virgiliofidanza.it/

portar giù il padrone

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stromberg

mi chiamo Stromberg e sono un pastore bergamasco,

il mio padrone è una bravissima persona, soltanto è un atalantino sfegatato e quando gioca la Dea non capisce più niente,

ieri sera la partita dell’anno, a San Siro contro l’Inter,  un’ora prima dell’inizio eravamo già davanti alla televisione con dodici lattine di birra,

alla fine del primo tempo l’Atalanta perdeva uno a zero e il mio padrone aveva già bevuto otto birre, piagnucolando diceva: “Ci vorrebbe un miracolo”,

all’inizio del secondo tempo l’Atalanta ha pareggiato e il mio padrone con gli occhi lucidi ha iniziato a saltare sul divano, ma dopo cinque minuti l’Inter ne aveva già fatti altri due,

sotto per tre a uno, si è scolato le ultime birre, mi ha detto “vieni qui Stromberg”, e così sono salito sul divano per far da cuscino al padrone,

che freddo mi è venuto” diceva “qui adesso ci vorrebbe davvero un miracolo, ma grosso”,

a quel punto mi sono messo ad abbaiare senza motivo, ed ecco che l’arbitro si inventa un rigore per l’Atalanta, e andiamo sul tre a due, si riaccende la speranza,

allora il padrone, finite le birre, ha tirato fuori la grappa di Foresto,

quando il nostro centravanti ha buttato dentro il tre a tre, il padrone ha fatto un salto e sfondato il divano,

poco dopo, quando il miracolo si è compiuto, e il nostro bomber ha fatto il gol del 4 a 3, il padrone ha cominciato a tremare per la paura che svanisse il sogno di vincere a San Siro contro i bauscia dell’Inter di Moratti,

invece abbiamo resistito fino alla fine, il miracolo si è avverato, e prima che il padrone cadesse svenuto per tutto quello che aveva bevuto, io mi sono messo ad abbaiare con il guinzaglio in bocca,

così finalmente siamo usciti di casa, io non ce la facevo più da quanto mi scappava, il padrone barcollava completamente superciuk, voleva andare in mezzo alla strada a fermare le macchine per festeggiare,

per fortuna avevo il guinzaglio e così l’ho tirato in salvo, poi l’ho trascinato nelle aiuole,

e nel vedere me che innaffiavo anche il padrone si è aperto la patta, dopo le dodici birre aveva il suo bisogno, e abbiamo pisciato insieme sul verde urbano,

poi l’ho riportato su, avendo preso un po’ d’aria e liberato la vescica  anche lui si sentiva meglio, e infatti prima di addormentarsi in un barlume di coscienza mi ha detto:

grazie Stromberg, c’è sempre un momento in cui il mondo va al contrario, ed è il cane che porta giù il padrone a fare i suoi bisogni”

Gli ho dato una leccata affettuosa, ma ormai stava giù russando.

le tre regole del webdesign

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containers

togliere tutto quello che non serve

usare spazio vuoto

allineare tutto

 

adv 1977

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ing.-11-13-Orio-Center-1

una donna che ingoia-perle da posizione prona-pecorina ci invita a fare shopping selvaggio a Oriocenter,

i soliti bigotti vi diranno che questa campagna è un insulto alla dignità della donna,

e anche un insulto alla dignità della povertà,

e in generale un insulto all’intelligenza,

ma soprattutto un insulto al buon gusto,

insomma: un insulto globale, proprio come l’Oriocenter;

i bigotti evoluti invece invocheranno  l’Art.9 del codice di autodisciplina pubblicitaria (“volgarità, indecenza”)

e permetteranno ai creativi di farsi pagare anche la versione edulcorata;

i bigotti rivelazionisti diranno infine che questa campagna rivela la cattiva coscienza Oriocenter in relazione ai giganteschi flussi mensili di traffico lowcost-sex-shopping Orioport-Oriocenter e vi spiegheranno che di fatto la città del papa buono, che a suo tempo aveva bandito il vizio, è oggi una moderna capitale del sex-shopping così organizzata:

1) ogni fine settimana interi aerei di prostitute part time provenienti da ogni dove atterrano a Orio al Serio con biglietti week-end andata/ritorno;

2) svuotano le tasche (…) dei pensionati, dei mariti e degli scapoli nel raggio di 30km,

3) riempiono le casse di Oriocenter facendo shopping selvaggio,

4) rientrano a casa, dove verosimilmente sono studentesse modello del Sacro Cuore, fidanzate con allievi della Guardia di Finanza.

Senza essere bigotti, né sessofobici,

osserviamo invece con lucida pacatezza tecnica che i compagni pubblicitari dell’Oriocenter sono di fatto dei grandi sovversivi

che in qualche modo sono riusciti a riproporre lo slogan più diffuso  nel 1977:  ESPROPRIO PROLETARIO

ovvero il saccheggio collettivo di grandi supermercati per motivi politici con ridistribuzione gratuita della merce nei quartieri operai;

è chiaro, incitando allo shopping selvaggio una massa di persone rapidamente impoverite,  è questo che stanno dicendo:

“morti di fame, scatenate la vostra brama selvaggia di merce verso l’Oriocenter!”

“accorrete sbavando all’Oriocenter, fate parcheggio selvaggio, entrate dove vi pare bestemmiando,

buttate giù dagli scaffali tutto quello che non vi piace, accaparratevi selvaggiamente tutto quel che riuscite e poi uscite senza pagare, urlando oscenità alle cassiere e tirando calci alla security:

fatelo tutti insieme, il sabato pomeriggio, in ottantamila.

Forza selvaggi, venite nella capitale della cultura!”

(per gli azionisti, i pubblicitari e i legali dell’Oriocenter:

– l’apologia di reato, la diffamazione a mezzo stampa, l’oltraggio al pudore sono reati ascrivibili alla campagna in oggetto, rivolta a milioni di persone;

– questa recensione, rivolta a poche centinaia di addetti ai lavori,  si limita a segnalare l’effetto di comunicazione di simili campagne “irresponsabili”, v.anche il recente assalto a un centro commerciale a Palermo che aveva pubblicizzato “televisori” a 1€ )

aqua sancta

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acquasanta

in crucis signo imus

solutis vinculis et emancipatis omnium dominiis

qui ut calamitate bona vorant et dissipant qua assiduo sudore plebes ultimae ferunt

agricolae, opifices, artifices, boni viri, solertes, aequi

sicut vermes reptantes fame hodie confecti

cras resurrecturi in crucis signo

ad hoc aqua sancta est et sitim convertit in vim

propter subvertendam iniquam civitatem

EGO VOS SUM 

nel segno della croce andremo liberi dalle catene che ci tengono succubi dei padroni di ogni cosa

che come un flagello divorano e dilapidano ogni bene prodotto con il sudore della fronte dagli ultimi della terra,

contadini, artigiani e artisti, uomini buoni, capaci e giusti,

oggi ridotti alla fame e a strisciare come vermi

domani pronti a risorgere nel segno della croce

perciò l’acqua è santa e converte la sete in forza

per sovvertire una società ingiusta

IO SONO VOI

in cross sign we’ll go free from chains that connect us like slaves to everything’s owners

who like a calamity waste every good produced by earth’s lowest

farmers, craftsmen, artists, good, able and just men,

today creeped along the ground

tomorrow rebirthing in cross sign

that’s why water saint is and changes thirst in strenght

just to  subvert an unfair society

I’M YOU

testo tratto dall’enciclica “RERUM NOVISSIMARUM”

cap1, par2, by Leone XIV – CalepioPress© 2013

imago: AQUA SANCTA by Athos Mazzoleni / 54 Biennale di Venezia 2011,

visibile alla trattoria i 3 gobbi, via Broseta, Bergamo

http://www.foodforeyes.com/

il sentimento nel pane

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macleansok

ci sono alcune cose che sono invariabili nell’esistenza dell’uomo.

sono cose talmente immutabili che quantomeno oggi le consideriamo luoghi comuni, perché tutti sono d’accordo che siano così.

ma il fatto irritante è che ogni generazione le deve vivere, ci si deve scontrare, deve provare a mutarle, per poi arrivare ad un punto in cui accetta che siano immutabili.

non parlo di polpettoni maximi come il fatto che tutti devono morire. parlo di cose appena un po’ più astratte:

perché gli artisti devono essere poveri?

perché i leader devono essere cinici e spietati?

perché le idee più brillanti sono destinate a non essere comprese?

perché le belle speranze sono destinate ad essere disattese?

chiunque è disposto a dire che l’arte è importante nella vita al pari del cibo, e contemporaneamente tutti sono pronti a dire che senza cibo si muore, senza arte si può sopravvivere, quindi prima il cibo, poi, forse, l’arte.

invece che dell’arte potrei parlare dell’amore:

chiunque è pronto a giurare che l’amore è fondamentale per vivere, anche se poi, nella pratica, una società si autoregola prescindendo bellamente dall’amore. “ahhh, l’amore” si dice, “l’amore è un’illusione”. il cibo no. quindi zitto tu che aneli l’amore, e ubbidisci a me, che porto il cibo.

che poi davvero arte e amore sono importanti, infatti chi professa, cinico e compiaciuto, il primato del pane sui sentimenti, si ritrova col figlio tossico o suicida per carenze affettive, il partner che lo abbandona per andare a cercare sentimento altrove, si ritrova a vivere una vita di merda, col cibo, certo, ma una vita che non si aspetta altro che finisca, perché insopportabile, una vita che non vale più la pena di essere vissuta.

e specularmente, che dolore infinito in un padre che segue instancabile il sentimento, ma che non ha di che sfamare i figli. che dolore, ogni volta, porgere l’altra guancia, per poi essere annichiliti dagli schiaffi di chi oggi prevarica il tuo fragile sentimento, e domani accudisce la tua prole cui non hai saputo dare la sicurezza della “roba”, cui non hai saputo lasciare un bottino di monete con cui farsi scudo delle ristrettezze della vita.

è questa cronica, incrollabile, stupidità umana che mi dà da pensare la sera, invece che dormire, o la mattina, invece che lavorare.

come è possibile che l’uomo in migliaia, milioni di anni di esistenza, non sia ancora venuto a capo di questo paradosso?

come è possibile che le società si regolino negando alcuni fattori che poi, puntualmente, regolarmente, si rivelano bombe capaci di distruggere la vita dei singoli?

io vorrei, davvero vorrei, fortissimamente vorrei che l’umanità decidesse, una volta per tutte, se pane o sentimento.

che bello sarebbe, da domattina, sapere che solo il pane conta!

sarei il primo, il principe, dei figli di puttana accaparratori, uscirei di casa alla ricerca del possesso materiale dei beni, allenerei il mio corpo ad essere forte, la mia mente ad essere felina e reattiva, ucciderei, fotterei, senza pietà, finché ancora ho un po’ di forze in corpo, perché se non ora quando?

oppure, che bello sarebbe, da stanotte, sapere che solo il sentimento conta!

che liberazione superare una volta per tutte la materialità delle cose, l’angoscia della sopravvivenza, finalmente potersi dedicare agli altri, alla bellezza, all’arte. all’amore.

ma ogni strada intrapresa, stanotte o domattina, è una strada parziale, che mi avvicina a qualcosa per allontanarmi da qualcos’altro, senza possibilità di felicità definitiva.

che triste la vita così, come da sempre la viviamo.

che tremendo e banale il dolore che ne deriva.

che coglioni siamo, non essere ancora riusciti a capire che in una società, in ogni momento, in ogni luogo, hanno pari diritti e pari dignità gli artisti, gli amanti, i condottieri e i panettieri.

gli uomini sono stupidi.

p.s.: la fotografia è a mio parere una delle più belle fotografie che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, è stata la copertina di una rivista che non conosco, e l’ho trovata per caso googleando non ricordo più quale keyword.

Unicredit? Da non credere!

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bbarzOK

sono nata nel 43 a Stalingrado durante un bombardamento,

per questo mia madre mi ha chiamato Borislava, coraggiosa in guerra,

ieri sera ho festeggiato 70 anni bevendo vodka e facendo la guerra col signor Antonio,

che ha solo due anni più di me, ma ha avuto un leggero ictus vent’anni fa, quando era impiegato statale, e da allora ha la pensione di invalido del lavoro,

io invece ho studiato balletto, architettura, tedesco e francese,

poi sono stata nove anni in un campo di lavoro in Siberia,

poi sono stata riabilitata,

poi è crollato il comunismo,

adesso parlo anche italiano, e preparo da mangiare al signor Antonio, gli faccio il bucato, le pulizie, la spesa, gli cambio il pannolone e guadagno 5€ all’ora;

la discussione è cominciata dopo cena, quando il signor Antonio ha detto:

“dai Borislava, è il tuo compleanno oggi, prendi la vodka, siediti qui a vedere la partita con me”

a me il calcio non interessa, ma la vita è una sorpresa, e come dice il signor Antonio quando guarda la televisione dieci ore al giorno: “c’è sempre da imparare”;

così ho imparato che per vedere la partita Bayern Monaco – Juventus su Sky basta schiacciare OK sul telecomando, e si pagano 10€ a Sky, proprio come 2 ore di badante;

“però tu cucini meglio” ha scherzato il signor Antonio;

durante la partita, prima e dopo, ho cercato di spiegare al signor Antonio che la musichetta della Champions League che tanto gli piace è musica sacra barocca, scritta da Johan Sebastian Bach, ma lui non mi ha creduta, pensava a uno scherzo,

“è il ritornello pubblicitario della birra Heineken” diceva lui

“è Johan Sebastian Bach, il kantor” dicevo io

“no, hai ragione, non è la Heineken, è la pubblicità della Ford”  diceva lui

Poi nell’intervallo hanno trasmesso un nuovo spot della Gazprom.

“è il nuovo main sponsor della Champions League” ha spiegato il signor Antonio,

e io “ma questo è Tchaikovsky, concerto per piano n.1!”

allora il signor Antonio è scoppiato a ridere, sicuro scherzavo,

e mi sono messa a ridere anche io, ma poi mi sono arrabbiata: “Come potete essere così ignoranti, voi uomini italiani? Vi possono dire che gli asini volano, e siccome l’hanno detto in televisione voi pensate che è vero!”

“Dai Borislava, secondo te milioni di spettatori sono tutti degli idioti, degli ignoranti da prendere in giro come vogliono?”

“Precisamente!” “E come fai a dimostrarlo, Borislava? Dai!”

In quel momento, in televisione, finita la sigla della Champions League, è apparso il nome Unicredit

e nelle nostre orecchie sono risuonate le seguenti parole: “La partita Bayern Monaco – Juventus è stata offerta da Unicredit”.

“Ha sentito signor Antonio cosa hanno appena detto?”

Sono saltata in piedi!

“Paghi 10€ presi dalla pensione per vedere la partita, e alla fine della partita sei già convinto che l’abbia offerta Unicredit! Da non credere! Se riescono a fare questo, possono fare tutto!”

“Hai ragione” mi ha detto abbattuto.

Ma io ero più abbattuta di lui, e pensavo: sono io l’ìdiota, è Borislava la più ignorante di tutti,

perchè è Borislava che paga la Champions League, con il suo lavoro, e senza nemmeno saperlo.